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Essere Psicologi ai tempi dell'incertezza
L'articolo " Essere Psicologi ai tempi dell'incertezza" parla di:
- Crescita della professione, diminuzione dei redditi
- Isolamento, incertezza e burnout
- Il valore del lavoro e la difficoltà di farsi pagare
Articolo: 'Essere Psicologi ai tempi dell'incertezza'
INDICE: Essere Psicologi ai tempi dell'incertezza
- Introduzione
- Il paradosso della crescita: numeri in aumento, redditi sotto soglia
- L'isolamento come condizione della professione
- Farsi pagare: non sempre è facile
- Il burnout: l'ombra della cura
- La complessità crescente del lavoro clinico
- Identità frammentata: chi siamo davvero?
- La trasformazione digitale: minaccia o opportunità?
- La doppia responsabilità etica
- Abitare l'incertezza
- Bibliografia
- Altre letture su HT
Introduzione
L'incertezza è diventata, paradossalmente, la regola nella professione psicologica contemporanea.
L'incertezza, appare infatti come una dimensione che attraversa molti aspetti identitari dell'essere Psicologo: da quello economico a quello
relazionale ed emotivo.
Proprio mentre la domanda di aiuto psicologico raggiunge livelli molto alti e il mercato si espande, i professionisti si trovano a fare i
conti con sempre maggiore complessità nel promuovere e vivere il loro lavoro.
Il paradosso della crescita: numeri in aumento, redditi sotto soglia
I dati demografici ENPAP 2023 restituiscono l'immagine di una professione in costante espansione.
Gli iscritti attivi hanno raggiunto le 81.761 unità, con una crescita progressiva dal 1996 a oggi.
Il volume d'affari della Psicologia italiana ammonta a 1,95 miliardi di euro nel 2023, con una crescita del 9% rispetto all'anno precedente.
La domanda di supporto psicologico da parte della popolazione continua ad aumentare: si è passati dal 29% di italiani che richiedeva
aiuto psicologico nel 2020 al 39% nel 2024.
Oltre 16 milioni di italiani soffrono oggi di disturbi psicologici di media e grave entità, con un incremento del 6% tra 2022 e 2024.
Eppure, dietro questi numeri si cela una realtà economica molto più complessa.
Il reddito medio netto degli Psicologi nel 2023 è di 19.932 euro annui, ma la mediana, dato statistico ancora più significativo
perché rappresenta il punto centrale della distribuzione, racconta una storia diversa: 15.722 euro.
In altre parole, la metà degli Psicologi italiani guadagna meno di 1.310 euro al mese.
Esistono inoltre notevoli differenze tra i settori di attività.
Il marketing e la comunicazione rappresenta il settore più remunerativo con un reddito medio di 30.981 euro, il 55% superiore alla
media generale.
La Psicologia clinica, che impiega la maggioranza assoluta dei professionisti, si attesta su 21.497 euro, mentre la Psicologia dello sviluppo
e scolastica, secondo settore per numerosità, registra solo 15.922 euro medi.
Queste differenze interne creano fratture identitarie e senso di disparità all'interno della categoria non favorendo la coesione e
lo scambio professionale.
Vediamo di riflettere su possibili cause e pensare a qualche spunto operativo.
L'isolamento come condizione della professione
L'isolamento professionale rappresenta uno dei temi più sentiti dalla categoria.
Molti Psicologi esprimono un forte bisogno di supervisione, sia di gruppo che individuale, e di spazi di intervisione per confrontarsi su
casi clinici e situazioni complesse.
Molti colleghi raccontano spesso della necessità di incontri tra pari specificamente finalizzati a ridurre l'isolamento professionale
che viene spesso percepito come una condizione pesante e ostacolante.
L'isolamento può, infatti, essere un fattore di stress importante.
Ad esempio, molti colleghi e colleghe portano avanti sessioni consecutive per tutto il giorno riducendo moltissimo il contatto con il "mondo
esterno" e creando quindi una sorta di bolla professionale che può diventare opprimente.
Può quindi essere utile costruire o partecipare a gruppi stabili di supervisione/intervisione che abbiano esplicitamente tra gli
obiettivi la riduzione dell'isolamento, la condivisione dei vissuti di fatica e solitudine professionale e il sostegno reciproco nella gestione
dei casi complessi.
Inoltre, proporre (o richiedere all'Ordine/associazioni) strumenti di sostegno e supporto per il setting lavorativo dello Psicologo (per esempio
gruppi brevi focalizzati sull'organizzazione del proprio tempo, sulla gestione delle agende "a tappeto" e sulla creazione di micropause e rituali
di rientro nel "mondo esterno") può essere utile per creare momenti di stacco e ridurre il senso di solitudine.
Farsi pagare: non sempre è facile
Nel lavoro con i colleghi e le colleghe, spesso osservo quanta difficoltà ci sia a fare richieste economiche congrue con il tempo
e l'impegno richiesto.
Detto diversamente, si accetta spesso di farci pagare poco.
In letteratura viene sottolineato come la Psicoterapia venga spesso rappresentata come "vocazione" o "missione", e questo può portare
a evitare il tema del denaro o a fissare compensi sistematicamente inferiori al valore del lavoro svolto.
Una parte della riflessione recente propone di riformulare il pagamento non come elemento che "sporca" la relazione, ma come componente
strutturale del setting che sostiene continuità, responsabilità reciproca e qualità dell'intervento.
La ricerca sulla Psicologia del "dirty money" mostra che il denaro, in sé, è neutro: ciò che lo rende "buono" o "cattivo"
sono le connotazioni morali attribuite alla sua origine e al suo utilizzo, cioè le rappresentazioni simboliche e i valori personali che
vi proiettiamo.
Allo stesso modo, gli studi sulla Psicologia dei prezzi nei servizi professionali indicano che compensi troppo bassi agiscono come un segnale
di scarso valore o minore competenza, mentre tariffe in linea con il mercato comunicano maggiore qualità ed expertise e sostengono anche
l'ingaggio, l'aderenza al percorso e il rispetto del setting.
Chiedersi quali convinzioni personali (familiari, culturali, religiose) colleghino "aiutare" e "denaro sporco" è un primo passo
per integrare in modo più adulto e professionale la propria identità di terapeuta e di lavoratore.
Un secondo passaggio può essere esplorare in supervisione o in piccoli gruppi come i propri onorari influenzino il rispetto del setting
e il valore percepito del lavoro, sperimentando graduali aggiustamenti di prezzo e osservando cosa accade nella relazione terapeutica e dentro
di sé.
Il burnout: l'ombra della cura
Il burnout è oggi una delle minacce più concrete per chi lavora nella salute mentale: sempre più professionisti
raccontano di sentirsi svuotati, emotivamente esausti e con la sensazione di non avere più abbastanza energie per sostenere il peso
delle storie e delle richieste che incontrano ogni giorno.
Psicologi e Psicoterapeuti non ne sono immuni: lavorano spesso in solitudine, con agende fitte e risorse limitate, stretti tra il desiderio
di prendersi cura delle persone e la necessità di restare a galla economicamente, mentre la pandemia e l'aumento costante delle richieste
hanno amplificato carico, responsabilità e senso di inadeguatezza, rendendo ancora più fragile il confine tra dedizione ed
esaurimento.
Per questo diventa cruciale, da un lato, costruire o coltivare gruppi stabili di colleganza anche online, che permettano di condividere
casi complessi ma anche vissuti di fatica, solitudine e sovraccarico, trasformando l'intervisione in una pratica di cura reciproca e non solo
tecnica.
Dall'altro, diventa un vero atto di responsabilità professionale rivedere periodicamente la propria agenda, inserendo spazi cuscinetto
tra blocchi di sedute e brevi rituali di decompressione, per proteggere la qualità della presenza terapeutica e prevenire che giornate
di sole sessioni consecutive si trasformino in una bolla opprimente dalla quale diventa difficile uscire.
La complessità crescente del lavoro clinico
I bisogni formativi degli Psicologi raccontano bene quanto la domanda clinica sia diventata complessa e sfidante: sempre più
colleghi chiedono strumenti per lavorare con il trauma, perché in studio arrivano storie segnate da esperienze di violenza, perdite
improvvise, instabilità e rotture profonde, soprattutto tra i più giovani, che portano con sé ansia, depressione e
vissuti di smarrimento esistenziale.
Allo stesso tempo cresce il bisogno di sostegno nella relazione terapeutica e di supervisione: non basta "sapere cosa fare sul piano tecnico",
serve avere luoghi dove poter pensare insieme ai casi, confrontarsi su dubbi e impasse, aggiornarsi su temi nuovi, dalla sessualità
e identità di genere all'uso dell'intelligenza artificiale e alla prevenzione nelle scuole, in un contesto in cui la sofferenza
psicologica aumenta, le risorse pubbliche restano scarse e molti professionisti lavorano sentendosi soli, stretti tra l'incertezza clinica,
quella economica e quella relazionale.
Identità frammentata: chi siamo davvero?
Una delle domande più profonde che attraversano oggi la categoria è proprio: "Chi siamo davvero come Psicologi?".
Molti professionisti hanno la sensazione di esercitare una professione ancora poco compresa dalla popolazione, spesso confusa con altre
figure o ridotta a un generico "parlare dei problemi", e questo scarso riconoscimento sociale si traduce in difficoltà concrete nel
costruire percorsi lavorativi stabili, nel vedersi riconoscere un compenso adeguato e nel percepire il proprio ruolo come davvero essenziale
per la salute individuale e collettiva.
Anche all'interno della professione le differenze sono forti: chi lavora nel marketing o nella comunicazione psicologica può
guadagnare molto di più di chi opera nelle scuole o nei servizi, pur condividendo lo stesso titolo, e questo crea inevitabilmente
fratture identitarie e senso di disallineamento tra "vocazione" e realtà economica.
Da qui nasce il bisogno di ancoraggi comuni: strumenti condivisi, linee guida chiare, repository di test e buone pratiche accessibili, che
diano il senso di una base professionale solida sotto una galassia sempre più frammentata di ambiti e specializzazioni.
A complicare il quadro c'è il fatto che, pur con un tasso di occupazione complessivo elevato, molti Psicologi lavorano in forme
precarie, parcellizzate, sottopagate, e si vedono costretti ad affiancare altri lavori per garantirsi una sicurezza minima.
L'ansia per il futuro previdenziale, che spinge una parte dei colleghi a versare contributi più alti pur con redditi modesti, racconta
bene quanto l'incertezza economica si intrecci con quella identitaria: essere Psicologi oggi significa spesso abitare una tensione continua
tra ciò che si sente di essere per formazione e valori, e ciò che il mercato e le istituzioni permettono effettivamente di fare.
La trasformazione digitale: minaccia o opportunità?
Per molti Psicologi, la tecnologia è diventata una nuova grande fonte di incertezza: in pochi anni si è passati da uno studio
fatto quasi solo di colloqui in presenza a un lavoro che include piattaforme di telepsicologia, cartelle digitali, strumenti online e, sempre
più spesso, applicazioni di intelligenza artificiale.
Cresce la consapevolezza che servano nuove competenze, saper gestire una relazione attraverso uno schermo, capire cosa possono e non possono
fare i chatbot o gli algoritmi che analizzano linguaggio ed emozioni, imparare a farsi trovare e riconoscere anche nello spazio digitale, ma
insieme a questa consapevolezza si fa strada il timore di "snaturare" il proprio mestiere, di perdere qualcosa dell'incontro umano a favore
dell'efficienza e della visibilità online.
Molti colleghi sentono di dover diventare, contemporaneamente, clinici, comunicatori, piccoli imprenditori digitali: imparare a usare i
social in modo professionale, costruire un sito, capire come posizionarsi tra piattaforme, app e servizi low cost, senza tradire la deontologia
e senza trasformare la cura in un prodotto qualsiasi.
In questo scenario, l'incertezza tecnologica si somma a quella economica e identitaria: mentre si studiano nuove piattaforme e nuovi strumenti,
ci si confronta con casi clinici sempre più complessi e con un mercato del lavoro instabile, con la sensazione diffusa di dover correre
continuamente per "restare al passo" e non essere tagliati fuori, cercando al tempo stesso di preservare il cuore umano della relazione
terapeutica.
La doppia responsabilità etica
Per molti Psicologi, il nodo più delicato oggi è proprio quello etico: da una parte si sente il peso di un mandato sociale
fortissimo, essere presenti per una popolazione sempre più sofferente, con giovani in grave difficoltà e servizi pubblici che
non riescono a stare al passo, dall'altra si devono fare i conti con bollette, affitti, figli, contributi e redditi spesso al limite della
sostenibilità.
Vivere ogni giorno tra questi due poli crea una tensione sotterranea: quanto posso abbassare le tariffe senza andare in difficoltà
io? quante ore posso dedicare al pro bono senza sfinirmi? fino a che punto è giusto "sacrificarsi" in nome della cura? quando è
giusto chiedere di più?
Dentro questa tensione si muove anche una forte spinta alla responsabilità sociale: molti colleghi scelgono di formarsi per intervenire
nelle emergenze, nelle scuole, nei contesti più fragili, sentendo che la Psicologia può e deve avere un ruolo pubblico.
Allo stesso tempo, però, i numeri sulle richieste di sostegno economico, sulle tutele di malattia e maternità e sull'uso delle
misure assistenziali raccontano che anche gli Psicologi attraversano periodi di vulnerabilità, in cui è la professione stessa
ad aver bisogno di cura.
In questo senso, l'incertezza etica non riguarda solo "come prendersi cura degli altri", ma anche come riconoscersi il diritto di essere
tutelati, sostenuti e visti come lavoratori a pieno titolo, non come figure chiamate a sacrificarsi senza limiti.
Abitare l'incertezza
L'incertezza che vivono oggi molti Psicologi italiani non è più una parentesi legata alla pandemia o a una fase di passaggio,
ma sembra diventata il "clima di base" con cui fare i conti ogni giorno.
Non riguarda solo il portafoglio, ma attraversa tutto: il reddito spesso basso e mal distribuito, l'isolamento del lavoro in solitaria,
l'identità professionale frammentata in mille sottoruoli, la corsa continua per aggiornare competenze tecniche e digitali, il rischio
di burnout emotivo, la tensione etica tra il desiderio di rispondere al bisogno sociale e la necessità di restare in piedi come persone
e lavoratori.
Il paradosso è che proprio mentre la Psicologia cresce numericamente, guadagna visibilità pubblica e viene sempre più
richiesta dai cittadini, molti professionisti si sentono precari sul piano economico, esistenziale e relazionale, con la percezione di
"reggere il sistema" senza ricevere un riconoscimento all'altezza del contributo che offrono.
Forse è il momento di smettere di pensare all'incertezza solo come a un "errore da correggere" e iniziare a considerarla come una
condizione da abitare insieme, in modo più consapevole: gli Psicologi, che per lavoro accompagnano gli altri nei loro passaggi difficili,
stanno sperimentando in prima persona cosa significhi vivere in una precarietà strutturale e, se questa esperienza verrà pensata
e sostenuta collettivamente, potrà diventare una risorsa di autenticità e vicinanza nella relazione di cura.
Perché ciò accada, però, non basta lo sforzo individuale: serve un riconoscimento chiaro, sociale e istituzionale,
della dignità e del valore della professione psicologica, fatto di investimenti seri nella formazione, nella supervisione,
nell'integrazione stabile nel sistema sanitario e nella tutela dal burnout.
In altre parole, serve imparare, come comunità e come Paese, a prendersi cura anche di chi si prende cura, affinché questa
incertezza possa essere attraversata senza schiacciare le persone che ogni giorno tengono in mano, spesso in silenzio, la sofferenza
psicologica di tanti.
Bibliografia
- ENPAP (2024), Demografia, redditi e trend degli Psicologi italiani (ottobre 2024), Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza
per gli Psicologi
- Ordine degli Psicologi della Lombardia (2024), IV° Monitor '23-'24 sulla stato e le prospettive delle professioni psicologiche
in Italia
- Quotidiano Sanità (2024), Cresce la richiesta di aiuto psicologico: dal 29% nel 2020 al 39% nel 2024
- Indagine nazionale sui bisogni formativi degli Psicologi (2024), Dati aggregati da multiple
Altre letture su HT
- Stefano Sirri, "Cosa
può fare lo Psicologo non Psicoterapeuta?", articolo pubblicato su HumanTrainer.com, Psico-Pratika n. 28, 2007
- Stefano Sirri, "Professione
Psicologo, dalla partita IVA all'inizio attività", articolo pubblicato su HumanTrainer.com, Psico-Pratika n. 23, 2006
- Redazione, "Quali sono gli
sbocchi occupazionali per un dottore in psicologia?", articolo pubblicato su HumanTrainer.com, Psico-Pratika n. 74, 2012
- Redazione, "Lavoro Psicologo: quanti siamo? Quanto si guadagna
mediamente? Qual è il settore più redditizio?", articolo pubblicato su HumanTrainer.com, Psico-Pratika n. 149, 2018
- Redazione, "Quanto rende il lavoro di
Psicologo? Ultimi dati", articolo pubblicato su HumanTrainer.com, Psico-Pratika n. 107, 2014
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