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Gestione migranti: una nuova accoglienza

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Gestione migranti: una nuova accoglienza
Accoglienza dei migranti e analogie con le riflessioni di Basaglia

L'articolo "Gestione migranti: una nuova accoglienza" parla di:

  • Il fenomeno migratorio e l'accoglienza in Italia
  • Affinità con vecchio manicomio di Stato
  • Come può uno psicologo far partire un progetto
Psico-Pratika:
Numero 151 Anno 2018

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Articolo: 'Gestione migranti: una nuova accoglienza
Accoglienza dei migranti e analogie con le riflessioni di Basaglia'

A cura di: Roberta Riccato
Gestione migranti: una nuova accoglienza
Accoglienza dei migranti e analogie con le riflessioni di Basaglia
QUALE FUTURO PER I CENTRI D'ACCOGLIENZA?

Con l'obiettivo di rimanere con i piedi per terra e ipotizzare uno scenario realistico in cui si possa accogliere chi ne ha diritto, integrandolo nella società, rimandando a casa chi viaggia per interessi economici, credo che l'approccio mentale migliore non sia quello dicotomico che prevede di scegliere tra due correnti di pensiero, ma quello sintetico che cerca di unire i contributi di entrambi. Un ragionamento costruttivo scollegato da pregiudizi e vissuti personali, non si basa su una scelta "o questo o quello", bensì su una non scelta fondata sull'affermazione "e questo e quello".

In Italia ora c'è uno scontro tra chi giustifica completamente l'immigrazione proponendo un modello di accoglienza diffusa sul territorio - come Basaglia ha efficacemente sviluppato per i malati mentali - quindi suddividendo i richiedenti asilo in piccole strutture distribuite in diversi comuni italiani, e chi la contrasta radicalmente proponendo di chiudere le persone in centri chiusi perché non arrechino danno alla collettività esterna riproponendo, così, una fotocopia dei vecchi manicomi. Di carcere, infatti, non si può parlare per richiedenti asilo che non hanno commesso reati, per cui l'analogia più vicina è quella con gli ospedali psichiatrici.

Ho ascoltato le motivazioni di italiani e stranieri che sostenevano sia l'una sia l'altra posizione e ho potuto constatare che le argomentazioni alla base dei diversi punti di vista erano valide in entrambi i casi.

Chiudere le persone in grossi centri, riducendo al minimo i loro diritti civili, per un periodo di tempo medio lungo e non quantificabile, mantenendoli in un clima d'incertezza rispetto all'esito della richiesta di status, è un cocktail fenomenale di fattori stressogeni che può determinare l'emergere di comportamenti aggressivi o di disturbi mentali non rintracciabili precedentemente all'ingresso nel centro. Ecco riapparire la basagliana malattia istituzionale, in questo caso generata dalla permanenza in un centro d'accoglienza aperto. Cosa potrebbe succedere se fosse a porte chiuse?

D'altro canto, pensare di gestire grossi flussi migratori esclusivamente con l'accoglienza diffusa è difficile da ipotizzare nel breve periodo. I grossi centri sono indispensabili per una prima accoglienza, perché quando sbarcano 200, 300, 400 persone contemporaneamente bisogna avere strutture recettive consone allo scopo. La strada da percorrere è quella di un'integrazione tra centri e accoglienza diffusa, come peraltro già previsto dalla normativa vigente, con ricollocamento veloce delle persone, in strutture più piccole coordinate da personale specializzato ma autogestite dagli ospiti, esattamente come nelle basagliane case famiglia.

Cosa possono fare, allora, gli psicologi, partendo dalla propria area d'influenza che è la ricerca del miglioramento della qualità della vita di tutte le persone, italiane o straniere che siano?

Focalizzare l'attenzione sui richiedenti asilo incensurati e aiutarli a integrarsi proponendo attività sembrerebbe la risposta scontata. A questo punto, però, i sostenitori della chiusura dei confini italiani, all'invasione di massa, direbbero giustamente: "Ma chi paga per tutte queste attività d'integrazione?" È indubbio, infatti, che la gestione dell'accoglienza costi miliardi di euro all'anno allo Stato Italiano. Poi continuerebbero con: "Ma se già non c'è lavoro per gli italiani, cosa faranno gli stranieri?". Risposta: "O mercato nero o start up; assunzioni a tempo indeterminato ipotizzo che siano le meno probabili".

E qui, a mio modo di vedere, entrano in gioco gli psicologi interessati a operare nel settore dell'immigrazione, con l'elaborazione di progetti di sviluppo da proporre agli enti/cooperative/associazioni religiose che gestiscono l'accoglienza in Italia. Sono attivi, infatti, dei bandi per l'accesso a contributi dedicati all'avvio di percorsi professionalizzanti per richiedenti asilo cui i diversi organi gestori possono accedere, seguendo l'iter amministrativo dei bandi europei che, è meglio ricordarlo, può essere molto articolato e complesso.

Sulla base delle informazioni di cui dispongo, condivido delle indicazioni di massima per la gestione di progetti per l'integrazione sociale e professionale di richiedenti asilo. L'esperienza di cui parlerò riguarda richiedenti asilo musulmani, ma può essere rivolta a tutti i migranti, indipendentemente dalla religione, dalla cultura e dalla lingua, perché l'accorgimento principale rimane lo stesso: calibrare l'intervento sulle persone cui è rivolto.

Una caratteristica che sembra accompagnare tutte le attività che vengono proposte è l'alto tasso di abbandono. All'inizio aderiscono in tanti ma, proseguendo nel percorso, ci sono molti ritiri, fino ad arrivare a gruppi composti solo da poche persone.

Cosa fare allora per frenare l'emorragia? Proporre argomenti interessanti per loro e modalità di realizzazione centrata sul cliente, ovvero sul richiedente asilo, che quindi bisogna conoscere.

Hanno una gestione del tempo diciamo flessibile. Pochi, infatti, arrivano in orario all'inizio degli incontri programmati. Possono aver patito la fame, quindi la priorità, ora che possono, può essere quella di andare al supermercato a prendere dei viveri, prima di venire a qualsivoglia lezione.

Sono degli astemi in uno stato che è il maggior produttore mondiale di vino. La tentazione di berne anche solo un bicchiere degenera velocemente in ubriachezza molesta. È sufficiente, infatti, una minima quantità d'alcol perché siano già molto alterati e magari dannosi per persone e cose, in quanto incapaci di controllare lo stato d'ebbrezza che non hanno mai sperimentato prima. In altre parole, il coma etilico è una conseguenza da non sottovalutare. Una formazione specifica dei mediatori su questi argomenti viene fatta solo in alcuni centri virtuosi.

Molti sono giovanissimi e molti sono giovani dentro e vecchi fuori, segnati da percosse, malnutrizione, angherie e soprusi, tragedie familiari, viaggio estenuante. Sono qui in cerca dell'Eldorado, della speranza di una vita migliore, ma non sono preparati a vivere una vita organizzata e orientata al lavoro produttivo ed efficiente. Sono tutti bambini, da questo punto di vista, vanno accompagnati nella loro crescita.

Arrivano da zone in cui le lezioni a scuola, a volte, si svolgono ancora all'aperto con gli alunni, di tutte le età seduti in cerchio, con il maestro che impugna una pertica. Alcuni sono ancora analfabeti per non aver mai avuto la possibilità di frequentare nessun tipo di scuola, nemmeno rudimentale come la precedente. Solo in qualche caso s'incontra un laureato.

D'altro canto, se fossimo noi a trovarci a lavorare ad alta quota nelle valli himalaiane degli Hunzikat, riusciremmo a sopravvivere all'addiaccio, giorno e notte, per custodire un gregge di pecore?
O se facessimo i contadini in Afganistan, riusciremmo a lavorare senza mezzi tecnologici? Forse no o forse sì, ma credo con buona probabilità che incontreremmo qualche difficoltà d'adattamento.

Per questo bisogna parlare il loro linguaggio, non tanto da un punto di vista prettamente linguistico - ci sono infatti i mediatori che svolgono la funzione di traduttori - , ma da un punto di vista concettuale e valoriale. Per farlo bisogna conoscere la loro cultura e il loro modo di approcciarsi alla vita.

Per iniziare si può leggere il Corano, testo islamico sacro ma anche manuale di vita quotidiana, che fornisce ai musulmani indicazioni pratiche su come bisogna comportarsi. Successivamente si può approfondire la conoscenza del loro sistema valoriale attraverso la lettura degli hadit - detti, insegnamenti sul buon comportamento - del profeta Mohammed (Maometto), la cui citazione è sempre accompagnata dalla definizione "pace e benedizioni su di lui".

Si passa, poi, per una fase di ascolto attivo delle loro storie a volte tragiche, a volte commoventi, incredibili e in certi casi anche simpatiche o che comunque riescono a far sorridere, sebbene a denti stretti. Molto coinvolgente è dialogare con loro bevendo una tazza di tè; in mancanza di altro, va bene anche quello che erogano le macchinette automatiche, ma molto meglio se riuscite a prepararlo con un bollitore. Ancora più contenti saranno se accetterete il tè che loro vi offriranno, senza domandarvi in che modo o dove l'abbiano cucinato.

Vanno proposte iniziative che realisticamente possano coinvolgerli perché basate su attività già conosciute in patria, presentate facendo riferimento, ove si possa, ai contenuti del Corano che molti conoscono a memoria.

L'obiettivo è inserirli nel mondo del lavoro autonomo, attraverso l'apertura di sturt up, meglio in forma associata, in ambiti per i quali abbiano dimostrato interesse e attitudine.

Figura importante per la realizzazione del progetto è quella del mediatore, che traducendo può veicolare o meno l'entusiasmo per l'iniziativa. Può avere una visione del lavoro, della gestione del tempo e delle relazioni tra colleghi e con gli ospiti molto diverse da quelle cui siamo abituati. La loro formazione a ricoprire il ruolo in modo ottimale, facendogli capire l'importanza di un lavoro ben fatto, è un fattore strategico per la riuscita di ogni progetto.

PROGETTO/BUSINESS PLAN E SUA REALIZZAZIONE

Il primo passo da fare per avviare un'iniziativa rivolta ai richiedenti asilo è presentare un progetto/business plan dettagliato alla dirigenza dell'ente che gestisce il centro prescelto.

Come costruire un progetto/business plan efficace?
Leggere i progetti già avviati e conclusi con successo da parte della struttura cui ci si rivolge è importante. In sintesi, comunque un progetto/business plan per essere accolto deve presentare determinati punti:

  1. perché fare il progetto, quali sono i valori fondanti;
  2. quali sono gli obiettivi specifici che s'intende raggiungere e in che tempi;
  3. chi sono i destinatari e quali i risultati attesi dal loro inserimento nel progetto;
  4. modalità di realizzazione;
  5. personale coinvolto;
  6. location;
  7. analisi del contesto socio economico di riferimento;
  8. stima dei costi di gestione e possibili ritorni economici e d'immagine;
  9. valutazione periodica con stesura di un "diario di bordo" dove annotare tutte le informazioni rilevanti, ai fini di un monitoraggio delle attività, in chiave di miglioramento continuo, con stesura di relazioni semestrali;
  10. messa in evidenza dei punti chiave indispensabili per la riuscita del progetto e delle eventuali aree di criticità che potrebbero insorgere e che, quindi, vanno monitorate preventivamente.

Un progetto per l'addestramento professionale che mio marito e io abbiamo ideato seguendo le precedenti linee guida è stato accolto in via sperimentale in un centro. È in fase di svolgimento il primo anno, per cui una valutazione finale non la posso ancora esprimere, però posso condividere una valutazione di metà percorso.

La risposta dei ragazzi è stata ottima, nel senso che le 30 persone inserite nel progetto sono ancora tutte coinvolte: non c'è stato abbandono progressivo. Gli ospiti hanno dimostrato interesse ed entusiasmo per gli argomenti teorici e hanno partecipato attivamente alla parte pratica. Fin qui sembrano essere soddisfatti e contenti del lavoro in cui sono stati inseriti, sempre su base volontaria.

Contenuti, modalità pratica e gestione del tempo sono stati calibrati sulle loro caratteristiche. Ad esempio, gli incontri programmati sono sempre iniziati con un ritardo medio di 40 minuti. La puntualità è un valore e un'abitudine di comportamento da insegnare con pazienza.
Non sempre, però, la responsabilità dei ritardi era attribuibile ai ragazzi. Ci sono state occasioni in cui erano tutti presenti all'ora concordata ma mancava il mediatore/traduttore. Altre in cui il mediatore si era dimenticato di avvisarli della data e dell'ora dell'incontro, così sono stati avvisati all'ultimo istante, ovvero quando il referente dell'attività si è presentato per iniziare.

Se sui contenuti e sulle modalità del percorso rivolto ai migranti si ha spazio per decidere cosa e come fare, nella collaborazione con i mediatori le dinamiche possono essere vincolate dall'organizzazione interna al centro. Non in tutte le realtà i mediatori sono formati in modo specifico all'incarico e alle esigenze della struttura: sono stati, infatti, inseriti nel ruolo, alle dipendenze del centro, perché durante il periodo di permanenza come richiedenti asilo avevano imparato l'italiano velocemente ed erano, quindi, in grado di tradurre nella loro lingua madre, ma non hanno mai ricevuto alcuna formazione o addestramento mirati all'accoglienza. Questo può essere un problema che può minare l'intero progetto.

Indispensabili sono la conoscenza preventiva dei mediatori per valutarne necessità formative/relazionali, la formazione mirata al ruolo e ai compiti che devono svolgere, la loro supervisione da parte di un coordinatore che organizzi riunioni periodiche e sia capace di indirizzarli nel lavoro, fornendo feedback calibrati.

Se i mediatori non sono coinvolti attivamente, possono diventare un elemento discordante del sistema, rendendo difficile il prosieguo delle attività. Al contrario, possono diventare il perno su cui incardinare progetti di lunga durata.

Ho conosciuto un mediatore iraniano, ex richiedente asilo, laureato in ingegneria. Lui svolge il suo lavoro con senso del dovere e abnegazione anche per l'intera settimana, partecipando a tutti i corsi di formazione - tra cui quello di counseling - organizzati dal centro dove lavora. È una figura molto importante per lo sviluppo dei progetti perché ha a cuore la vita dei richiedenti asilo anche se non sono suoi connazionali e vorrebbe aiutarli a integrarsi. A volte capita che sia lui a rattristarsi per il loro comportamento inappropriato e controproducente. Questa sarebbe la figura del mediatore professionale tipo: preparato, orientato all'altro e dedito al lavoro.

Una ricerca del 2018 sui CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) condotta da una cooperativa sociale ha messo in evidenza tutte le problematiche che li contraddistinguono, dalla fase iniziale di emanazione della gara d'appalto - lunghissima - alla fase finale di formazione del personale coinvolto che risulta completamente inesistente. Solo per i CAS si parla di 36.000 persone da formare al ruolo. Un lavoro da progettare dalle fondamenta, con corsi mirati e gestiti da professionisti tra cui devono rientrare anche gli psicologi, con documentata esperienza nella formazione e/o nella gestione dell'immigrazione.

Rimane comunque valido il vecchio detto che "il pesce puzza sempre dalla testa", per cui se si verificano episodi di sabotaggio, calunnie o denigrazioni dell'operato dei promotori delle iniziative da parte di alcuni, bisogna indagare lo stile di leadership espresso dalla dirigenza su cui, poi intervenire - a meno di incarichi ufficiali - è molto difficile. In sintesi, un progetto di sviluppo può essere affossato dagli stessi che l'hanno voluto senza che ne siano minimamente consapevoli.
In questi casi non rimane che mantenere salda la rotta verso il raggiungimento degli obiettivi prefissati e andare avanti con quanto programmato senza far affidamento su collaborazioni interne, ma trovando soluzioni alternative in modo autonomo, ad esempio chiedendo a qualche richiedente asilo inserito nel progetto che ha già imparato l'italiano, di fare da traduttore: s'impegnerà con entusiasmo e soddisfazione.

Automotivarsi è l'unico strumento che funzioni nei progetti difficili. Uno strumento di salvaguardia personale nonché dell'intero progetto è scrivere, in modo dettagliato e preciso, tutte le attività che s'intende svolgere, le modalità e le tempistiche, gli strumenti e le strutture necessarie allo scopo, facendo firmare il documento da chi di competenza. Questo permetterà di ricordare quali erano gli accordi presi, nel caso in cui qualcuno se li dimenticasse o nel caso di contestazioni, da parte di qualcun altro.

UTOPIE

Risolvere il problema dell'immigrazione che sta affluendo in Europa come un fiume senza dighe è complesso e, forse, impossibile. Gestirne la portata e l'impatto, in modo pianificato e rigoroso, è ugualmente difficile ma, almeno teoricamente, percorribile. La complessità del problema richiede una strategia multifattoriale che possa contenerlo.

Dal mio punto di vista, tutte e tre le ipotesi d'intervento che seguiranno possono essere considerate utopiche singolarmente, ma un loro utilizzo integrato potrebbe migliorare la gestione complessiva dell'immigrazione, con o senza l'aiuto dell'Europa, che finora è stata latitante.

Utopia n°1: blocco dei flussi migratori.
Bloccare i flussi migratori attraverso politiche economiche di varia natura, stipulando accordi con stati come la Turchia e la Libia o altri stati africani, rallenta il fenomeno migratorio ma non lo ridimensiona, perché chiuso un percorso se ne può aprire un altro. Gli immigrati africani hanno cominciato ad attraversare Gibilterra, per approdare in Spagna o a dirigersi lungo la rotta balcanica. I telegiornali della confinante repubblica di Slovenia mostrano paesi interi in Bosnia che traboccano di migranti, in transito verso l'Europa, di nazionalità non solo afgana e pakistana ma anche tunisina, marocchina, somala ed eritrea. In altre parole, l'attuale politica italiana sull'immigrazione sta facendo da deterrente per gli sbarchi in Sicilia che sono calati drasticamente, ma non ha risolto il problema, che si è solo spostato altrove. D'altro canto, se gli ingressi in Spagna e in Grecia hanno superato quelli in Italia, è anche vero che si teme l'intensificazione degli arrivi attraverso la rotta balcanica, così il Friuli Venezia Giulia ha potenziato i controlli ai confini orientali aumentando il numero di personale delle forze dell'ordine che li pattugliano. Sono coinvolti la Polizia di frontiera, stradale, ferroviaria, reparto prevenzione crimine e la squadra mobile di Padova. Si avvarranno di moderne tecnologie per monitorare la circolazione stradale con lettura automatica delle targhe e controlli rapidi nella banca dati del Ministero dell'Interno (ANSA, 23 agosto 2018).

Non far sbarcare le persone nei porti o respingerle al confine è un atto intimidatorio che può anche in questo caso rallentare gli arrivi e dare un segnale chiaro che la pazienza dello Stato accogliente si sta esaurendo assieme alle risorse economiche per affrontare l'emergenza. Ma se l'acqua non riesce a passare da una parte, sfonderà da un'altra per arrivare in Europa e, forse, allora gli altri Stati membri decideranno di affrontare il problema nel suo complesso.

Qualcosa si è mosso il 12 settembre 2018, quando il presidente della Commissione europea J. C. Juncker ha annunciato di volere una polizia di frontiera con 10.000 uomini entro il 2020 a controllo dei confini esterni. Ha dichiarato, inoltre, di voler creare un'agenzia europea per l'asilo, rafforzando l'agenzia Frontex che coordina e gestisce le attività delle guardie costiere dell'unione, trasferendo competenze dai governi nazionali a Bruxelles. Ha proposto una direttiva sui rimpatri che prevede fino a 3 mesi di reclusione per gli immigrati irregolari. Ha caldeggiato un intervento europeo in Africa, con nuovi investimenti per creare posti di lavoro e incentivare la popolazione a non lasciare il proprio paese, prevedendo addirittura 10 milioni di posti di lavoro nei prossimi 5 anni. Ha proposto di trasformare gli accordi commerciali, già in vigore tra Europa e Africa, in un trattato di libero scambio. Vedremo cosa succederà.

Utopia n°2: rimpatrio dei clandestini privi della protezione internazionale.
Da un punto di vista prettamente giuridico, questa soluzione è corretta perché chi non ha il diritto alla protezione internazionale significa che non sta scappando da guerre o soprusi ma che viaggia solo per interessi economici, quindi è entrato in Europa in modo illegale, non richiedendo il visto d'ingresso per lavoro o studio, e pertanto deve tornare a casa.

L'attuale linea governativa prevede un riconoscimento dei migranti già sulle navi che li hanno raccolti in mare, in modo da accelerare la procedura e rimpatriare immediatamente chi non ha diritto d'asilo, senza nemmeno effettuare lo sbarco sul territorio nazionale.

La procedura di rimpatrio, però, non è così semplice e immediata in tutti i casi. Devono essere, infatti, stipulati accordi con gli Stati di provenienza. Questo significa che un determinato paese deve riconoscere una persona come suo cittadino, ma questo a volte non avviene perché gli immigrati danno generalità false, non rintracciabili. Conseguentemente, i vari stati interpellati non ne riconoscono la nazionalità, come già descritto precedentemente. In questa circostanza l'immigrato non può essere rimpatriato.

Nei casi in cui siano stati stipulati accordi per il rimpatrio, bisogna rispettare le intese concordate che, ad esempio, possono essere l'utilizzo di velivoli della compagnia di bandiera dello stato del migrante. Nessun volo charter dall'Italia, ma biglietto - a volte anche di prima classe - su un aereo di linea, con conseguente aumento dei costi.

E poi ci sono anche le complicazioni fortuite. È un caso verificatosi proprio a settembre 2018 che un gruppo di 15 tunisini accompagnati dalle forze dell'ordine all'aeroporto romano di Fiumicino per il rimpatrio con volo charter, non siano potuti partire per un guasto al velivolo. Così, solamente due migranti sono stati reinseriti in un CIE che aveva ancora disponibilità, mentre gli altri, essendo il loro posto occupato da nuovi migranti in attesa di rimpatrio, sono stati lasciti liberi su territorio italiano, con il già citato foglio di via.

I costi stimati per il rimpatrio degli attuali 500.000 clandestini ammonterebbe a circa 3 miliardi di euro, in media 5.650 euro a testa ma, in realtà, i costi variano dai 4 ai 10 mila euro a migrante.

Credo che anche se azzerassimo il computo odierno di clandestini, ce ne sarebbero sempre di nuovi a rimpinguarlo. È un strada da seguire con la dovuta consapevolezza che stiamo solo togliendo una goccia dal mare. Ha comunque valore come deterrente per i migranti irregolari.

Utopia n°3: sviluppo di centri d'accoglienza economicamente autosufficienti.
Questa può sembrare l'utopia più grande e pertanto la meno perseguibile, ma vediamo se è effettivamente così.

Ipotizzando che i flussi migratori potranno essere contenuti ma non annullati, quantomeno nel medio periodo, nel prossimo decennio ci troveremo a gestire un numero consistente di nuovi cittadini naturalizzati europei, sarebbe auspicabile avessero un lavoro piuttosto che gravassero sulle casse dello stato sociale.

Chiamerò nuovamente in causa Basaglia e il suo approccio gestionale ai malati di mente. Il processo terapeutico si basava sul passaggio degli internati dall'ospedale psichiatrico a case alloggio o case famiglia, dove più persone accomunate da una condizione mentale simile vivevano assieme, con la supervisione dell'equipe medica che Basaglia aveva posto a fondamento del suo nuovo modo di concepire la cura psichiatrica. Nell'equipe c'erano lo psichiatra, lo psicologo, l'assistente sociale e gli infermieri specializzati. Un gruppo multi - professionale che, integrando le proprie competenze, aiutava i malati a reinserirsi nella società che li aveva espulsi, attraverso il recupero delle abilità di base e della capacità lavorativa.
Sono stati creati, così, laboratori per la lavorazione del legno, di sartoria, di ceramica, sviluppate attività di agricoltura, floricoltura, servizi di pulizie, traslochi, giardinaggio. I prodotti e i servizi offerti venivano remunerati e i malati ottenevano, quindi, un compenso per il loro lavoro che li faceva sentire utili e apprezzati. In una fase successiva, il lavoro viene organizzato in cooperative, dove trovano impiego sia persone affette da disturbo mentale sia persone sane.

Sono dell'avviso che lo stesso modello funzionale possa essere applicato alla gestione degli SPRAR (sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati) ma anche dei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) dei CARA (Centri Accoglienza Richiedenti Ssilo) di piccole e medie dimensioni.

Come passare dall'attuale gestione assistenziale a una gestione orientata alla copertura autonoma dei costi, con realizzazione di profitti da suddividere tra ente gestore e rifugiati impegnati nell'attività lavorativa?

  1. Trasformare i centri d'accoglienza in centri di lavoro e incubatori per start up, considerando i costi iniziali di gestione come investimenti che rientreranno negli anni successivi, con l'avvio di attività commerciali. Questi costi lo Stato li sostiene già per la gestione ordinaria e straordinaria dell'immigrazione, solo non finalizzata a un ritorno economico.
  2. Selezionare direttori competenti, in base ai curricula che ne comprovino l'esperienza e prove valutative di varia natura per titoli ed esami. Dato che si tratta di un'utopia, vagheggio l'idea di come dovrebbe essere l'ardito pioniere della "nuova accoglienza": dovrebbe avere il senso dell'umanità di Basaglia e le capacità manageriali di Marchionne, sfortunatamente entrambi prematuramente deceduti.
  3. Creare equipe professionali con persone selezionate attentamente per la copertura del ruolo e capaci di avviare progetti coordinati e calibrati sui richiedenti asilo loro assegnati.
  4. Avviare una formazione specifica dei membri dell'equipe alla gestione degli immigrati e alla conduzione di centri d'accoglienza che, da esclusivi centri di costo, diventano centri produttivi. Molte persone assunte potrebbero essere italiani in cerca d'occupazione. Nei CAS operano già 36.000 persone, per la maggior parte di nazionalità italiana.
  5. Creare l'equipe multi-disciplinare. Psichiatri, psicologi, assistenti sociali, mediatori e operatori sono figure professionali che già si occupano della gestione degli immigrati ma non lavorano effettivamente in squadra, nemmeno nei casi in cui siano assegnati alla stessa struttura di accoglienza, salvo virtuose eccezioni.
  6. Creare case famiglia e case alloggio coordinate da operatori e mediatori dove ciascun ospite sia responsabile di determinati lavori domestici.
  7. Trovare strutture che consentano di aprire laboratori di falegnameria, artigianato, sartoria, cucina, ma anche spazi per l'agricoltura e l'apicoltura o quant'altro possa permettere un'integrazione lavorativa dell'ospite come, ad esempio, la possibilità di produrre tappeti fatti a mano in Italia: potrebbero essere i primi tappeti persiani made in Italy, secondo me un brand vincente.
  8. Adottare un metodo di lavoro organizzato e soggetto a valutazione periodica, progressiva con ripianificazione degli obiettivi sociali e monetari nonché dei metodi di lavoro, in base ai risultati riscontrati.
  9. Sfruttare meglio e al meglio i bandi europei che finanziano progetti d'integrazione lavorativa degli immigrati.
  10. Successivamente all'ottenimento dello status di rifugiato, accompagnare gli immigrati nell'apertura di startup nel settore in cui hanno fatto esperienza professionale, durante il periodo dell'accoglienza e dello SPRAR.
  11. Se il progetto evolve positivamente, si può estendere la partecipazione alle attività proposte agli immigrati anche ai disoccupati italiani.
  12. Peculiarità dei centri di lavoro dovrebbe essere la possibilità per i richiedenti asilo e anche per i disoccupati italiani di usufruire delle attrezzature e degli spazi condivisi per fare esperienza professionale e iniziare un'attività imprenditoriale da svolgere, successivamente, in forma autonoma, dopo aver trovato un canale per i finanziamenti. Il centro di accoglienza diventerebbe, così, un incubatore di idee professionali.
CONCLUSIONI

Il continuo parallelismo con l'approccio basagliano non vuole paragonare i richiedenti asilo ai malati mentali. Molti, nonostante ciò che hanno vissuto, mantengono un equilibrio positivo; altri, dopo un periodo di permanenza in un centro, cominciano a manifestare segni prima di disagio psicologico e, poi, di malattia mentale, ma sono solo una parte.

L'attenzione è da rivolgersi al modello basagliano come best practice da riproporre in altri contesti similari ma non coincidenti, dove comunque possano esserne applicate con successo le peculiarità operative:

  • case famiglia coordinate da un'equipe multidisciplinare, con progressiva formazione professionale dei rifugiati, per il loro inserimento lavorativo attraverso l'apertura di startup;
  • il raggiungimento dell'autosufficienza economica o della compartecipazione alle spese di gestione del centro da parte delle diverse realtà d'accoglienza che coordinino spazi, logistica, struttura, formazione del personale e dei richiedenti asilo, produzione e commercializzazione dei prodotti/servizi;
  • successivo inserimento di nuovi partecipanti - es. disoccupati italiani - ai programmi d'addestramento professionale per richiedenti asilo con il medesimo obiettivo dell'apertura di una propria attività, integrata magari in cooperative o consorzi già attivi sul territorio.

L'utilizzo sinergico degli strumenti a disposizione garantiti dalle vecchie normative e da quelle che verranno farà da deterrente all'arrivo massiccio di nuovi immigrati, contenendone il numero. L'individuazione restrittiva degli aventi diritto d'asilo, infatti, consentirà di gestire numeri ridotti di persone, mentre il rimpatrio progressivo e costante degli irregolari manterrà sul suolo italiano solo gli immigrati veramente bisognosi d'essere inseriti in programmi di sviluppo. Questi progetti dovranno mirare alla loro professionalizzazione.

Durante il periodo dell'accoglienza, quando risultano ancora richiedenti asilo, andrà prevista una fase di addestramento lavorativo, fornendo strutture e formazione teorica e pratica per produrre e commercializzare prodotti/servizi. Saranno inseriti come volontari regolarmente iscritti a un'associazione che li coordina e si occupa delle pratiche burocratiche e assicurative. Le attività in cui saranno coinvolti dovranno avere un ritorno economico, anche per il centro che le organizza, quindi bisogna progettare centri operativi nei settori agricolo, artigianale, dei servizi alla persona, dei servizi generali - traslochi, tinteggiatura, manutenzione. I migranti con titolo di studio elevato ed esperienza lavorativa specializzata dovranno seguire percorsi individualizzati, partendo da un bilancio delle loro competenze.

Successivamente, coloro che otterranno lo status di rifugiato saranno inseriti nella fase di accompagnamento all'avvio di startup, che ha l'obiettivo di rendere le persone autonome nella commercializzazione, anche con i loro paesi d'origine, dei prodotti/servizi in cui hanno fatto esperienza precedentemente. A questa seconda fase, rimanendo gli esiti delle richieste d'asilo similari a quelli del 2017, accederebbe solo il 50 per cento circa dei richiedenti asilo inseriti nella prima fase di professionalizzazione, per i quali dovranno essere trovati canali di finanziamento attraverso bandi europei.
Se il Presidente della Commissione Europea dichiara di voler creare dieci milioni di posti di lavoro in Africa in cinque anni, noi possiamo almeno ipotizzare di strutturare una rete virtuosa di scambi commerciali con i paesi da cui gli immigrati scappano nei prossimi dieci?

Integrare umanità ed economia è la sfida di quest'epoca di migrazioni di massa. Tuttavia, gli uomini si sono sempre spostati, alla ricerca di una condizione di vita migliore, non è una novità. Il respingimento ai confini è, dunque, irrealizzabile, in base a tutte le leggi che si possano chiamare in causa e, soprattutto, in base all'etica umana. L'accoglienza senza controlli porterebbe al collasso del sistema europeo dal punto di vista sociale ed economico. L'assistenzialismo sociale di stato è, infatti, oneroso da mantenere e se continuassimo ad ampliare il numero degli aventi diritto, in modo indiscriminato, i conti economici già vacillanti avrebbero ancora maggiori problemi di tenuta finanziaria.

Una gestione dell'immigrazione pianificata sul lungo periodo che, finalmente, si stacchi dalla politica emergenziale adottata finora, probabilmente sarà l'elemento caratterizzante della vita futura. Dovremo convivere con un continuo flusso di migranti che credo potrà solo essere contenuto ma non annullato e, pertanto, sarà più proficuo organizzare il percorso di vita dei rifugiati, in modo costruttivo per tutta la nostra società che, invariabilmente, diventerà sempre più multietnica.

Uniamo la sicurezza al rispetto, la giustizia all'accoglienza, l'etica all'economia, la creatività italiana al pragmatismo tedesco e potremmo dire di aver provato veramente a gestire efficacemente l'immigrazione; se ci saremo riusciti, ce lo diranno i nostri nipoti.

BIBLIOGRAFIA
  • Traduzione di Hamza R. Piccardo, Il Corano, Newton & Compton Editori, Roma, 2006
  • Yahya ben Sharaf An-Nawawi, traduzione di Lodovico Zamboni, I giardini dei devoti, Edizioni Orientamento, Reggio Emilia, 2014
  • Danielle & Oliver Fölmmi, Sorgenti 365 pensieri di maestri d'oriente, L'ippocampo, Milano, 2008. VI volume della collana Saggezze dell'umanità
  • Oreste Pivetta, Franco Basaglia, il dottore dei matti. La biografia, Editori Baldini & Castoldi, 2014
SITOGRAFIA
  • www.ilpost.it/2018/08/30/torture-libia-avvenire
  • www.interno.gov.it/it/temi/immigrazione-e-asilo
  • EURODAC e DUBLINET
    www.europa.eu/press-release_IP-03-1271_it
  • Spunti per caratteristiche del manicomio
    www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/13/minteressa_piu-il-malato-della-malattia-cose-rimasto-della-legge-basaglia-40-anni-dopo-tra-rischio-carcere-e-liste-dattesa/4349769/amp/
  • www.meltingpot.org/Cosa-sono-i-C-I-E-Centri-di-identificazione-ed-espulsione.htm#W55GBaCpXqB
  • Sistema protezione richiedenti asilo
    www.sprar.it
  • www.vita.it/it/article/2018/07/10/cas-troppo-grandi.troppi-soldi-e-poca-accoglienza/147534/
  • Piano di Junker sui migranti
    www.tpi.it
  • www.internazionale.it/bloc.notes/annalisa-camilli/2018/09/14/amp/decreto-salvini-immigrazione
  • Avaria volo charter per Tunisia
    www.rainews.it/dl/rainews/articoli/aereo-si-guasta-tunisini-espulsi-da-Italia-tornano-in-liberta-d5806900-6f1b-4884-bf6c-a1bf98947abe.html?refresh_ce
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