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Gestione migranti: una nuova accoglienza

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Gestione migranti: una nuova accoglienza
Accoglienza dei migranti e analogie con le riflessioni di Basaglia

L'articolo "Gestione migranti: una nuova accoglienza" parla di:

  • Il fenomeno migratorio e l'accoglienza in Italia
  • Affinità con vecchio manicomio di Stato
  • Come può uno psicologo far partire un progetto
Psico-Pratika:
Numero 151 Anno 2018

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Articolo: 'Gestione migranti: una nuova accoglienza
Accoglienza dei migranti e analogie con le riflessioni di Basaglia'

A cura di: Roberta Riccato
Gestione migranti: una nuova accoglienza
Accoglienza dei migranti e analogie con le riflessioni di Basaglia
NOTE DI LETTURA

AMBITO: gestione richiedenti protezione internazionale per asilo politico.

L'obiettivo dell'articolo è sintetizzare in modo integrato le notizie in materia d'immigrazione che si possono trovare nei giornali, telegiornali, siti internet e raccogliere dalle storie dei diretti interessati. Per ottenere un quadro più conforme possibile alla realtà è necessario organizzarle in modo sistematico, rimandando alle diverse fonti per gli specifici approfondimenti del fenomeno (vedi sitografia). Laddove non ho trovato sufficienti informazioni per una descrizione oggettiva dei fatti, ho specificato quali siano le mie deduzioni personali.

Ho dedicato tanto tempo ed energia a questo argomento perché, come cittadina italiana, ho interesse a vivere in un luogo sicuro assieme a persone oneste e integrate nel contesto socio-economico e, come ex psicologa, ritengo che una gestione efficace, efficiente, economica delle strutture d'accoglienza ma anche rispettosa del benessere di utenti e operatori del settore sia doverosa, verso i richiedenti asilo che ne usufruiscono e verso la cittadinanza che ne paga il servizio.

PREMESSA: IL MANICOMIO NON È MAI MORTO

Citare Basaglia e la sua legge 180 ricordando la caparbietà messa in atto nella lotta per la chiusura degli ospedali psichiatrici è sempre, per me, un momento di raccoglimento profondo sul senso della professione sanitaria, in ambito mentale, nonché d'intimo riconoscimento del valore che un uomo solo può dare alla società attraverso azioni volte al miglioramento della vita altrui.

La legge 180 entrata in vigore nel 1978 ha sancito la chiusura degli ospedali psichiatrici, ma ci sono voluti molti anni affinché si arrivasse alla chiusura anche degli ospedali psichiatrici giudiziari, ovvero dei manicomi criminali. È infatti del 2014 l'approvazione definitiva della legge 81, che sanciva la data del 31 marzo 2015 come termine ultimo per la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari in tutta Italia. Gli ultimi internati sono stati inseriti in strutture protette più piccole - le cosiddette REMS, Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza Detentive - dove devono essere seguiti con un approccio medico adatto ai singoli casi, perseguendo lo scopo sia di custodire le persone, sia di curarle. Cambiamento radicale di approccio filosofico ed esecutivo, passando da una gestione in capo al Ministero della Giustizia a una - almeno sulla carta - più umana, coordinata dalla sanità regionale. La chiusura e il cambiamento di paradigma sono stati motivati dalle condizioni di vita e di cura assolutamente inaccettabili, in cui erano costretti gli internati.

Riassumendo, l'Italia è un'avanguardia mondiale nella gestione della malattia mentale e delle sue implicazioni sociali e di sicurezza, con la realizzazione di una gestione integrata sul territorio dei diversi casi. Personalmente credo che la strada intrapresa sia la più difficile ma anche la più umana e, quindi, da perseguire con lungimiranza, perseveranza e resilienza, applicando lo stesso modello a tutti i contesti che lo richiedano.

In questo panorama virtuoso, però, alla luce delle varie informazioni circolanti, si addensano all'orizzonte nubi di nuove problematiche legate all'internamento coatto e semi - coatto di persone in grandi strutture residenziali, tuttora operative in Italia. Rispettivamente, prima c'erano i C.I.E. - Centri d'Identificazione ed Espulsione - trasformarti in C.P.R. - Centri di Permanenza per il Rimpatrio degli immigrati che non hanno ottenuto lo status di rifugiato e devono tornare alle loro terre d'origine - e i C.A.R.A, Centri d'Accoglienza per Richiedenti Asilo.

Nei capitoli successivi cercherò di analizzare quanto più obiettivamente e dettagliatamente possibile, in relazione alle informazioni a mia disposizione, la realtà vissuta dai nuovi "internati", con buona pace della neonata legge 81 e della più famosa legge 180: il manicomio forse non è mai morto del tutto. Vedremo, ad esempio, qual è l'organizzazione di un centro d'accoglienza, quali le sue finalità, che tipo di problematiche insorgono al suo interno e come sono gestite.

A titolo chiarificatore, non dibatterò sulla correttezza o meno dell'attuale e precedente linea ideologica in materia di accoglienza degli immigrati in Italia, problema complesso e bisognoso di attente riflessioni. Il mio obiettivo è portare all'attenzione le peculiarità dell'internamento massiccio di tante persone per un lungo periodo, non definito e non definibile a priori, in una struttura unica. Le analogie con le riflessioni basagliane saranno molteplici e faranno da basamento alla lettura dei fatti. In altre parole, la struttura manicomiale si basa su un approccio sanitario e sociale che comporta una serie di problematiche effettive il cui impatto generale, nefasto, è già stato documentato in precedenza. Riproporre grosse strutture pubbliche dove contenere chi è considerato potenzialmente pericoloso per la società non è ricommettere gli stessi errori del passato? Si può almeno ipotizzare di percorrere anche altre strade e verificarne i traguardi?

INTRODUZIONE AL FENOMENO MIGRATORIO VERSO L'EUROPA
Gestione migranti: una nuova accoglienza

Ogni anno migliaia di persone in fuga da guerre, carestie, sevizie, terrorismo, ma anche spinte da motivazioni esclusivamente economiche, entrano in Europa dai cosiddetti confini esterni: Grecia, Italia, Paesi dell'Est e, da poco, anche dalla Spagna. Le rotte principali sono quella marittima, con l'attraversamento del Mediterraneo partendo dalle coste africane, e quella pedestre, denominata rotta balcanica che, attraverso appunto la penisola balcanica, raggiungeva l'Ungheria passando per Bulgaria e Romania, arrivando, poi, in Italia attraverso l'Austria. Adesso, invece, partendo sia dall'Asia sia dall'Africa, seguono un itinerario che prevede il passaggio per Turchia, Bulgaria, Bosnia, Croazia, Slovenia, Italia.

Gli accordi europei - soprattutto di natura economica - con la Turchia hanno consentito di creare, all'interno dei loro confini, centri d'accoglienza, con l'obiettivo di bloccare i flussi in transito verso l'Europa e con esiti sembra sufficientemente incoraggianti.
Gli accordi con la Libia, invece, prevedono un monitoraggio capillare delle coste da parte della loro guardia costiera, per impedire la partenza dei barconi d'immigrati. I risultati sembrano essere altalenanti. A volte la guardia costiera libica intercetta e blocca gli scafisti; altre volte, invece, i gommoni partono ugualmente verso l'Italia. In Libia, tuttavia, molte associazioni non governative hanno segnalato i trattamenti disumani caratterizzati da punizioni e percosse al limite della tortura nei confronti di quanti sono stati recuperati in mare, mentre stavano partendo, dalle forze dell'ordine incaricate alla sorveglianza. Gli stessi immigrati che sono riusciti a scappare hanno confermato le percosse, la scarsità di cibo e acqua, di spazio dove dormire, nonché il traffico di esseri umani, venduti ai trafficanti che li prendono in ostaggio e si fanno pagare il riscatto dai familiari, nei casi in cui questi possano farlo.

Molti migranti africani, inoltre, non possedendo i soldi per pagarsi il viaggio, s'indebitano con i passeur e al loro arrivo nel sud Italia sono immediatamente reclutati dai caporali dell'agricoltura, che li costringono a lavorare per pochi euro all'ora finché non hanno estinto quanto dovuto. Dall'Africa, però, non partono solamente persone disperate che scappano da angherie di ogni tipo, ma anche ragazzi appartenenti al ceto medio, che possono permettersi di pagare la cifra loro richiesta e che desiderano arrivare in Europa per il miraggio di avere una vita da ricchi.

Quando gli immigrati arrivano all'interno dei confini europei si attiva il meccanismo della richiesta di protezione internazionale. Sono identificati anche tramite le impronte digitali e viene avviato l'iter dell'accoglienza e della richiesta dello status di rifugiato. L'identificazione può avvenire in appositi centri chiamati hotspot, dove gli immigrati rimangono per il tempo necessario all'espletamento delle pratiche burocratiche - ad esempio a Lampedusa e in Sicilia -, o presso le strutture della polizia dello Stato d'ingresso. L'immigrato identificato diviene richiedente asilo e immediatamente accede a una serie di servizi che lo Stato ospitante deve garantirgli. Questo, però, non avviene allo stesso modo in tutti gli Stati membri.

Molti immigrati, dopo essere arrivati nei paesi dell'Europa dell'est o anche in Germania, decidono di dirigersi verso l'Italia per diversi motivi: accoglienza sufficientemente efficiente, possibilità effettiva di ottenere lo status di rifugiato, accesso alla protezione umanitaria di un anno che solo pochi Stati europei applicano, cure mediche efficaci. Il governo italiano, quindi, pur con tutti i limiti di un apparato burocratico lento e inefficiente, riesce a garantire la salvaguardia dei diritti umani dell'immigrato dandogli vitto, alloggio, assistenza sanitaria, sociale e legale gratuite. Sarebbe previsto anche il vestiario, ma questo non sempre è distribuito. La Caritas diocesana, comunque, è molto ben organizzata in questo senso e ha strutture - su tutto il territorio nazionale - che offrono vestiti usati e generi di prima necessità a chi ne ha bisogno, indiscriminatamente.

I richiedenti asilo che sono stati identificati in uno stato devono avviare l'iter per la protezione internazionale nello stesso. Tutti coloro che si spostano all'interno dei confini europei e fanno domanda d'asilo da un'altra parte rientrano in una particolare convenzione europea - denominata protocollo di Dublino - stabilita per determinare lo Stato competente per l'esame della domanda di protezione internazionale. Questo trattato prevede che gli immigrati, dopo essere stati rintracciati in uno Stato diverso da quello di primo ingresso, dove sono stati registrati, devono esservi riaccompagnati per l'avvio della procedura di richiesta di protezione internazionale. Esiste una procedura informatizzata europea per la gestione delle impronte digitali, che consente l'identificazione degli immigrati che hanno già presentato domanda d'asilo in un altro Stato membro - EURODAC - compatibile con quella per la trasmissione delle domande d'asilo tra Stati membri - DUBLINET - che ha standardizzato lo scambio d'informazioni. Il cosiddetto ricollocamento, tuttavia, viene applicato solo in alcuni casi a causa dei blocchi posti da molti governi europei.

In tutta Europa dovrebbero essere state istituite apposite commissioni per esaminare le domande d'asilo. In Italia ce ne sono diverse e valutano oggettivamente la richiesta dell'immigrato nonché le condizioni di vita cui era costretto in patria, senza preclusioni o blocchi di qualsivoglia natura legati, ad esempio, alla sua estrazione sociale o al titolo di studio posseduto. La vita umana e i diritti civili di una persona sono importanti e vanno protetti, se in pericolo, senza valutazioni d'impatto economico o sociale che potrebbero fuorviare il giudizio sull'istanza. Questo, quindi, può portare all'accoglimento della richiesta dell'immigrato che gli conferisce lo status di rifugiato politico per tre o cinque anni, a seconda dei casi. La protezione umanitaria di un anno, invece, viene concessa all'immigrato che non ottiene l'asilo politico, ma che la stessa commissione ritiene in pericolo nel caso rientrasse in patria anche se non proviene da uno stato in guerra. Potrebbe essere abrogata nel nuovo decreto immigrazione.

L'intera procedura per legge, usufruendo di tutte le proroghe, non può durare più di 18 mesi, ma ci sono stati casi in cui è durata anche due anni, a causa della difficoltà nel recupero d'informazioni plausibili sul richiedente asilo che confermassero o meno la sua storia. Non in tutti i casi, infatti, le dichiarazioni fornite sono veritiere e necessitano, quindi, di accertamenti meticolosi. A questo vanno aggiunte le complicazioni legate alla mancanza di un'anagrafe ufficiale che registri i nuovi nati nei paesi d'origine. Spesso, infatti, per raccogliere informazioni sulla popolazione, diversi Stati usano esclusivamente il censimento periodico, inviando addetti a registrare il numero dei nuovi nati, nei diversi anni, nei paesi isolati e sperduti. Può venire registrato un dato approssimativo sulle nascite, ma molto spesso mancano i nominativi. Risulta così impossibile identificare ufficialmente un immigrato che dice di provenire da una determinata area geografica. L'unica strada percorribile è il colloquio con il diretto interessato per raccoglierne la testimonianza e confrontare il racconto con le informazioni già possedute, sulla zona da cui dice di provenire, per verificarne validità e attendibilità.

Chiedere alle commissioni esaminatrici di velocizzare l'iter per la conferma o il diniego dello status di rifugiato politico è lecito. Per quanto, però, si possa migliorare l'efficienza amministrativo-burocratica italiana, ci sono tempi tecnici necessari a vagliare la veridicità delle storie di ciascun richiedente, collaborando con gli enti pubblici degli Stati di provenienza. L'organizzazione interna di Stati in guerra è compromessa dalla situazione oggettiva e dalla mancanza di una specializzazione nella gestione dei flussi migratori e dei relativi dati, nonché dal fatto che l'esodo dal paese d'origine avviene, nella totalità dei casi, in modo clandestino e non tracciato. Confermare le informazioni è, quindi, molto difficile e solo dopo averle accertate o invalidate la commissione emette il verdetto sulla richiesta di status di rifugiato politico, della persona esaminata.

In caso di parere negativo, se al termine dei tre ricorsi che i richiedenti asilo possono presentare il diniego viene confermato, sono inseriti in un CIE (Centri d'Identificazione ed Espulsione) o in un CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio), in attesa di rimpatrio. Finora, però, solo una minima parte è rientrata nello Stato d'appartenenza. Se, infatti, al termine del periodo massimo di permanenza al centro consentito dalla normativa in vigore, gli immigrati non sono ancora stati identificati e, quindi, riconosciuti dal proprio governo come cittadini, sono fatti uscire dalla struttura, con il foglio di via, in altre parole con un documento che specifica che devono lasciare autonomamente il nostro paese, entro una data stabilita. Diventano clandestini in territorio italiano, ma non possono essere né rimpatriati, né trattenuti ancora. Questo comporta che non possano cercare lavoro né alloggio, né avere accesso all'assistenza sanitaria. È scontato che nella migliore delle ipotesi troveranno un lavoro in nero o si dedicheranno al commercio di oggetti, fuori dai supermercati, nelle grandi città d'arte o d'estate sulle spiagge, perché il nostro Stato, in questo caso, non fornisce più vitto e alloggio gratuiti, avendone perso il diritto. Purtroppo, però, nella peggiore delle evenienze la strada della delinquenza e dello spaccio è un'alternativa plausibile e stimare quanti abbiano già intrapreso questo percorso è difficile. Una soluzione tampone va cercata nella velocizzazione dei rimpatri.

Gli immigrati che hanno perso lo status sono inseriti nei CIE e ora anche nei CPR dove sono obbligati a rimanere fino al rimpatrio che, però, in passato (e forse anche nel prossimo futuro) poteva avvenire anche un anno e mezzo dopo il loro ingresso nella struttura. Nei CIE/CPR non c'è il permesso di libera uscita, essendo una sorta di carcere temporaneo dove vengono inseriti anche gli immigrati che, alla fine di un periodo detentivo in galera, avendo pagato il loro debito con la giustizia, sono ugualmente in attesa del rimpatrio. Quindi, delinquenti comuni e ragazzi incensurati sono inseriti nella medesima struttura controllata dalle forze di polizia ma gestita da personale civile. Non è certo una situazione ottimale, con l'aggravante delle lungaggini burocratiche e organizzative per assolvere la procedura di rimpatrio. Gli animi delle persone inserite in questi centri sono potenzialmente infiammabili e possono causare risse, portare a comportamenti autolesionisti o aggressivi nei confronti degli altri - operatori compresi - o lesivi delle strutture.

LA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DEI RICHIEDENTI ASILO

Lo status di rifugiato è riconosciuto a chi ha subito persecuzioni - violenze fisiche, psicologiche, abusi sessuali - violazione grave dei diritti umani fondamentali - azioni giudiziarie o sanzioni penali sproporzionate o discriminatorie - arruolamento coatto nell'esercito, con obbligo di commettere crimini di guerra o reati contro l'umanità.

La richiesta di status di rifugiato politico passa attraverso una richiesta di protezione internazionale e può portare all'ottenimento di un permesso di soggiorno di durata variabile a seconda del tipo di valutazione effettuata dalla commissione esaminatrice: asilo politico, protezione sussidiaria, umanitaria. Finché la procedura non è conclusa, l'immigrato ha il titolo di richiedente asilo e, come tale, ha un permesso di soggiorno.

Da gennaio 2018 le domande di protezione internazionale presentate in Italia stanno progressivamente diminuendo, mentre nel 2017 sono state 130 mila, così concluse:

RESPINTE, 52%
STATUS DI RIFUGIATO CON ASILO POLITICO, 8%
}
48%
STATUS DI RIFUGIATO CON PROTEZIONE SUSSIDIARIA, 8%
PROTEZIONE UMANITARIA, 25%
ALTRI TIPI DI PROTEZIONE, 7%
STATUS
ASILO POLITICO
(convenzione di Ginevra)
PROTEZIONE SUSSIDIARIA PROTEZIONE UMANITARIA
Legislazione europea, internazionale
Convenzione di Ginevra
Legislazione italiana.
Tutela dei diritti dell'uomo
Permesso di soggiorno per asilo politico per 5 anni Permesso di soggiorno di 3 anni convertibile in permesso di lavoro Permesso di soggiorno da 6 mesi a 2 anni. Rinnovabile Solitamente viene concesso 1 anno ed è convertibile in permesso di lavoro se in possesso di passaporto
Rilascio del tesserino di rifugiato per futuri rinnovi e adempimenti amministrativi. Possibilità di richiesta di cittadinanza per naturalizzazione, dopo 5 anni --------------- ---------------
Accoglienza nei centri predisposti, accesso al lavoro - iscrizione al collocamento - alla sanità, all'assistenza sociale, all'istruzione/formazione parificati ai cittadini italiani. Rilascio di carta d'identità, codice fiscale e tesserino sanitario. Diritto al medico di base e alle prestazioni specialistiche in compartecipazione della spesa, con pagamento del ticket. Per chi rientra nella categoria di persone indigenti, il ticket è annullato, come per i cittadini italiani.
Rilascio di un titolo di viaggio per spostarsi all'estero. Patrocinio legale gratuito, a spese dello Stato, nei casi di ricorso, reclamo, riesame per rigetto, diniego, revoca o cessazione dello status di rifugiato.
Ricongiungimento familiare anche senza possibilità di alloggio o reddito e con facilitazioni amministrative Ricongiungimento familiare non consentito
ORGANIZZAZIONE DELL'ACCOGLIENZA IN ITALIA

La prefettura è l'organismo pubblico competente in materia di gestione dei flussi migratori. È l'interfaccia governativa sul territorio che collabora con questura, enti locali, azienda sanitaria, enti/associazioni/società che vincono le gare d'appalto per la gestione dei centri d'accoglienza.

Prefettura
Fornisce indicazioni operative, in linea con la normativa vigente e le prescrizioni del Governo, in materia di accoglienza degli immigrati
Indice le gare d'appalto per l'affidamento delle attività
Ente vincitore gara d'appalto
Organizza le attività, gestisce la struttura e il personale
Centro d'accoglienza
Mansioni operative legate a tutte le fasi dell'accoglienza successive agli adempimenti burocratici di registrazione del richiedente asilo, ad opera della questura

Ci sono centri di prima accoglienza, hotspot, CARA (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo) CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) e centri di seconda accoglienza organizzati nello SPRAR - Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati. Esistono anche i centri di accoglienza per minori non accompagnati, che seguono regole specifiche calibrate sulle necessità dei ragazzi. Va ricordato, però, che di molti bambini si perdono le tracce una volta arrivati in Italia.

Gli hotspot voluti dall'Unione Europea sono dei centri di prima accoglienza per l'identificazione collettiva, aperti in Italia - nelle zone coinvolte da grossi sbarchi contemporanei quali Sicilia, Calabria e Sardegna - complessivamente sono 10. Le persone vengono registrate, fotografate e schedate attraverso le impronte digitali memorizzate nel database europeo EURODAC. Possono ospitare contemporaneamente anche 1500 persone. La permanenza negli hotspot, per valutare se il migrante abbia diritto o meno alla presentazione della richiesta di protezione internazionale, dovrebbe essere massimo di 48 ore, ma difficilmente è così.

Chi ha il diritto alla richiesta d'asilo viene inserito in hub/centri aperti, mentre i clandestini cui questo diritto non viene riconosciuto in hub chiusi che di fatto hanno sostituito i vecchi CIE (Centri d'Identificazione ed Espulsione) mantenendo inalterata, però, la loro funzione detentiva. Gli hub chiusi sono attualmente tutti dislocati nel sud Italia e accolgono i cosiddetti migranti economici, in altre parole coloro che non hanno ottenuto il diritto alla domanda d'asilo perché non provenienti da paesi in guerra o da zone in cui rischiano la vita e che per questo sono stati respinti dallo Stato italiano e collocati in apposite strutture, in attesa di rimpatrio.

La differenza tra CIE e hub chiuso è che il primo fa capo al questore, il secondo al prefetto che può darne la gestione a soggetti privati, cooperative, onlus, pur rimanendo la vigilanza esterna di competenza delle forze dell'ordine - polizia, carabinieri, esercito.

Nei CIE, inizialmente, il questore disponeva il trattenimento di un immigrato per 30 giorni prorogabili fino a 18 mesi, in caso d'impedimenti al rimpatrio. Nel 2014 il tempo massimo di permanenza è stato stabilito a 90 giorni, per poi essere riportato a 12 mesi nei casi in cui l'ospite del centro risultasse un pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblica e per il quale sussistesse il rischio di fuga. I CIE sono stati rinominati CPR - Centri di Permanenza per il Rimpatrio - dal decreto legge 13/2017, che ha ristabilito il termine di 30 giorni, prorogabile di altri 15. L'attuale proposta europea è di portare il termine massimo di permanenza a 90 giorni, quella italiana a 180.

Gli immigrati permangono forzatamente all'interno dei CPR con lo status di trattenuti o ospiti - nome attribuito anche ai richiedenti asilo alloggiati nei CARA, Centro Accoglienza Richiedenti Asilo - e pertanto si può parlare di detenzione amministrativa. Gli ospiti sono privati dalla libertà personale, non possono uscire o ricevere visite e nemmeno usufruire di una difesa legale per aver violato la disposizione amministrativa di regolare possesso del permesso di soggiorno.

Lo stesso decreto legge sopra citato prevede l'apertura di un CPR per regione, nonostante che le indagini svolte precedentemente sul funzionamento dei CIE abbiano mostrato inadeguatezze strutturali, funzionali e morali: abusi, proteste e rivolte dei migranti, atti di autolesionismo, morti.

Ogni CARA presente sul territorio nazionale, invece, ha lo scopo di alloggiare in modo organizzato la moltitudine di persone che, sbarcando sul nostro paese via mare in Sicilia o arrivando a piedi via terra (rotta balcanica) attraverso i confini orientali della penisola (Trieste e Gorizia), dopo essere stati registrati dalla questura come richiedenti asilo hanno il diritto all'accoglienza sancito dalle leggi internazionali.
Qui lavorano diverse figure professionali, alcune dipendenti dall'ente gestore, altre operative con regime di libera professione.
In ambito sanitario operano medici e infermieri, che svolgono i turni lavorativi all'interno della struttura sia di giorno sia di notte per fornire assistenza completa ai richiedenti asilo.

La gestione dell'accoglienza vede, inoltre, coinvolti assistenti legali, psicologi, assistenti sociali, mediatori e operatori.
Gli assistenti legali forniscono consulenze e indicazioni agli ospiti sull'iter burocratico da seguire per ottenere lo status di rifugiato, dalla presentazione della domanda agli eventuali ricorsi, in caso di parere negativo.
Psicologi e assistenti sociali si occupano principalmente di condurre colloqui d'ingresso, di dimissione e di sostegno, con ospiti che presentino problemi psichici. Possono anche organizzare progetti quali corsi di formazione, attività di volontariato, lavori socialmente utili, stage aziendali. Va ricordato che i richiedenti asilo non percepiscono alcun compenso per le prestazioni da loro effettuate, in qualsivoglia struttura pubblica, privata o di volontariato.

Ci sono anche casi in cui gli psicologi sono i direttori dei centri d'accoglienza, ma per onestà intellettuale devo dire che, a fronte di chi ricopre il ruolo con senso del dovere e abnegazione, c'è anche chi, a mio modo di vedere, danneggia l'immagine professionale della categoria. Trattare male gli ospiti non confà né al ruolo di direttore, né tanto meno a chi dovrebbe essere titolato per aiutarli. Un'indagine sul lavoro svolto dai direttori dovrebbe essere inserita nelle linee guida ministeriali per valutarne l'efficacia operativa e verificare la veridicità delle segnalazioni degli ospiti.

Non mi risulta che siano previsti concorsi per la copertura del ruolo di direttore di un centro d'accoglienza perché, essendo la gestione data a società private o associazioni, le stesse hanno facoltà d'inserire nel ruolo chi ritengono opportuno.

Mediatori e operatori sono gli addetti alla gestione quotidiana della vita in un centro. I primi lavorano prevalentemente come traduttori poiché, nella maggior parte dei casi, sono della stessa madre lingua degli ospiti, essendo stati a loro tempo richiedenti asilo, poi integrati come dipendenti della struttura.
La figura degli operatori, invece, è più nebulosa perché, se possiamo ipotizzare che si occupino di sbrigare tutti i lavori necessari all'accoglienza e alla gestione degli ospiti, non à chiaro quali siano le loro mansioni, né quale l'inquadramento professionale. Esistono operatori di varia natura, ma ciascuno nel mondo del lavoro ha una qualifica e specifici compiti da svolgere: operatore socio-sanitario, socio assistenziale, telefonico, ecologico. Ma gli operatori dei centri d'accoglienza, invece, come sono inquadrati a livello giuridico? Che tipo di contratto d'assunzione hanno? Esiste un contratto collettivo nazionale cui fanno riferimento? Quale aggettivo qualifica il loro "operare"? Insomma, chi sono e cosa fanno gli operatori dei centri d'accoglienza e, quindi, cosa succede quotidianamente al loro interno? Quali sono le possibili aree di criticità gestionale/organizzativa, relazionale/comunicativa, igienico/sanitarie che devono fronteggiare? Comprendere il loro lavoro aiuterebbe a conoscere meglio cosa caratterizza la quotidianità di un centro d'accoglienza. Non ho informazioni ufficiali a riguardo, tutto ciò che è attinente a questo ruolo l'ho dedotto dai racconti forniti dagli ospiti.

Completano il quadro del personale la segreteria e gli impiegati amministrativi, che ipotizzo collaborino con il direttore nell'espletamento delle procedure burocratiche per la gestione del personale e dei richiedenti asilo.

Gli addetti alla sanificazione e igienizzazione della struttura si occupano quotidianamente del riassetto e della pulizia dei locali.

L'Azienda sanitaria è un ente terzo che monitora le condizioni igienico - sanitarie della struttura e degli ospiti, al fine di prevenire epidemie di qualsiasi tipo. Può effettuare controlli a sorpresa o programmati.

Il successivo organigramma è una mia libera interpretazione dei dati raccolti, non è ufficiale ma solo un'approssimazione di come può essere organizzata la struttura interna di un centro.

I CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) sono strutture d'accoglienza straordinaria aperte per sopperire alla mancanza di posti in quelle ordinarie e sono, anche in questo caso, scelte dal prefetto che le dà in gestione a cooperative, onlus, albergatori, seguendo - come per i CARA - le procedure d'affidamento dei contratti pubblici - gara d'appalto - dopo aver sentito l'ente locale sul cui territorio gravita la struttura stessa. I tempi per l'ufficializzazione dei vincitori di ogni gara d'appalto possono essere lunghi, a causa di una burocrazia lenta e inefficiente, di bandi impugnati perché imprecisi ma, soprattutto, per i ricorsi portati avanti dalle associazioni perdenti. Durante questo periodo - che può durare anche anni - il vincitore della gara d'appalto precedente rimane concessionario della gestione dei centri e continua il suo operato, con proroghe contrattuali effettuate dalla prefettura.

I CAS possono avere una capacità recettiva che va dagli 80 ai 300 posti ma anche di più e non possono accogliere famiglie - salvo diversa convenzione stipulata con le prefetture -, che solitamente alloggiano nei CARA.

Una ricerca del 2018 sulle diverse situazioni in cui operano ha fatto emergere molte ombre sulla loro gestione, a tutti i livelli: dai bandi di gara lunghi e caratterizzati da ricorsi estenuanti, alle poche attività d'integrazione organizzate, alla formazione pressoché inesistente del personale assunto.

La permanenza nei CARA e nei CAS dovrebbe essere limitata al tempo necessario al trasferimento nelle strutture di seconda accoglienza organizzate nella rete SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati), ma la carenza di locali adeguati e il forte ritardo nei ricollocamenti europei dei richiedenti asilo presenti in Italia non lo consentono.

Lo SPRAR è la rete di enti locali che collaborano per garantire un'accoglienza integrata con il territorio che preveda vitto e alloggio in piccole strutture, tipo case famiglia di basagliana memoria o in case di privati che aderiscono alla rete, con lo sviluppo di percorsi individuali d'inserimento economico e sociale. Lo SPRAR è il fulcro dell'accoglienza diffusa sul territorio, che però non si è sviluppata ugualmente in tutte le zone d'Italia perché molti sindaci di comuni medio-piccoli - di entrambi gli schieramenti politici - non hanno voluto una ripartizione dei migranti nel loro territorio (analogamente con quanto accaduto per l'applicazione, a macchia di leopardo, delle legge 180).

Leggi la parte 2: Un po' di conti economici
(Gestione migranti: una nuova accoglienza Accoglienza dei migranti e analogie con le riflessioni di Basaglia)
Commenti: 1
1 Luigi alle ore 15:34 del 07/11/2018

Sono un operatore di un centro d'accoglienza. Credo che se si riuscisse a far partire un progetto di valorizzazione dei richiedenti asilo come quello descritto nell'articolo, la vita nei centri migliorerebbe sia per loro che per i dipendenti spesso abbandonati a se stessi come i profughi, con cui condividiamo ogni giorno una soffocante e malsana realtà!

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