Sociale Solitudine Professione
A cura di: Dott.ssa Luisa Fossati

Corri in studio, poi scopri un buco in agenda perché la paziente delle 16:00 ha disdetto un'ora prima; altre volte invece c'è chi non si presenta proprio. Ci sono le volte in cui seduta dopo seduta metti insieme pezzi, ascolti profondamente, vai in supervisione ma hai la sensazione che il paziente non si muova di lì. Ti senti inefficace, ti chiedi se con un'altra terapeuta quella persona forse non sarebbe stata meglio. Così oltre che inefficace ti senti anche in colpa.
Poi c'è chi lavora in azienda. Stai ore a creare un progetto (rigorosamente di corsa perché il cliente lo ha chiesto con una certa rapidità), lo invii, magari fai anche una bella presentazione per poi non ricevere nessuna risposta. Se va bene ottieni un feedback positivo dopo mesi con la fretta di iniziare quanto prima e con uno stravolgimento della proposta. Poi ci sono quelli che disdicono due giornate di formazione un giorno prima e ti ritrovi due buchi enormi in agenda.
Allora apri i social. Ed eccoli lì, i feed dei colleghi, post rigorosamente patinati, sale d'attesa piene, corsi sold out e narrazioni di successi clinici fulminanti.
E stai male. L'ansia ti sale e quella simpatica vocina interiore comincia a dire: "fallito, fallito! Gli altri sono più bravi di te. Non sai nemmeno tenere i pazienti nei binari. Sei un impostore, hai studiato tanto per risultati deludenti".
Così alterni momenti di frustrazione, supervisioni, troppa ansia, magari fai indigestione di corsi di formazione per non sentirti indietro ma intanto soffri.
È il grande tabù della nostra professione: la solitudine e la percezione di inefficacia.
Allora, considerando che più o meno si passa tutti da lì, cosa ne pensi se raccattiamo i pezzi insieme e ripartiamo? Fidati, c'è bisogno del tuo lavoro, là fuori le persone stanno sempre peggio e noi dobbiamo darci da fare.
La letteratura scientifica mette in evidenza alcuni dati degni di nota. Le metanalisi dell'American Psychological Association (APA, Swift & Greenberg) riportano che il tasso di abbandono precoce della terapia (drop-out) è un fenomeno fisiologico che oscilla mediamente tra il 20% e il 40%. A questo si aggiungono i contributi clinici sul controtransfert (Heinrich Racker a Karen Maroda) che evidenziano come il transfert svalutante del paziente generi inevitabili risposte di ansia e paralisi nel clinico, oltre ai dati ENPAP che fotografano una categoria fortemente segnata da isolamento professionale, incertezza economica e frammentazione del lavoro. Questi sono dati di cui dobbiamo tenere conto.
Tuttavia, c'è anche un altro aspetto dell'esame di realtà; la libera professione è una giungla ma ti dà anche uno spazio di grande autonomia. Il famoso "stipendio fisso" può sembrare più sicuro ma solo per alcuni aspetti mentre lo è meno per altri. Da un lato è sicuro e fisso dall'altro però non puoi decidere quando aumentarlo, se ci sono cambiamenti aziendali ti devi adattare e non sempre il ritorno è commisurato all'impegno. Spesso non scegli con chi lavorare e a chi devi riferire. Nella libera professione hai molto più margine di manovra su questi aspetti.
Ovviamente però serve una strategia e proattività.
I pazienti disdicono. I drop-out esistono. I percorsi terapeutici stallano, e le critiche dei colleghi o la competizione purtroppo arriva.
Vedere le vetrine sponsorizzate su Instagram di sicuro non è la realtà della professione, è solo marketing. La clinica, quella vera, è fatta di fango, di tentativi, di supervisioni, di sessioni in cui sembra di non aver concluso nulla e di momenti di incertezza. Poi ci sono anche i momenti di sblocco, la seduta dove la paziente ti apre a un insight super utile, l'azienda contenta del tuo lavoro.
Dobbiamo metterci in testa che lavoriamo con l'incertezza, con variabili intangibili il cui unico parametro di osservazione è il comportamento. Dobbiamo certamente lavorare in scienza e coscienza ma anche accettare il fatto che il cambiamento è un processo discontinuo, che si possono fare errori e che a volte le cose non sono come sembrano. Gli scenari di mercato cambiano, serve riallinearsi velocemente su aggiornamenti, normative, tecnologie, modelli di lavoro. Non è facile e proprio per questo è necessario costruirci delle mappe e delle tabelle di marcia che vadano bene per noi.
Dobbiamo trovare un modo per uscire dall'isolamento senza subire la professione ma guidarla con strategia e lucidità. Vediamo di partire da alcuni spunti, che non sono esaustivi ma possono aiutare a riflettere.
Siamo professionisti autonomi.
Liberi.
Liberi professionisti.
Abbiamo la libertà di scegliere come stare nella nostra libertà, fare le nostre regole e costruire la nostra carriera.
Stare nell'errore e nell'incertezza non ci rende inefficaci, fa parte della nostra professione. Riuscire a leggere noi stessi per primi per uscire dagli empasse e riuscire a lavorare per crescere è la vera svolta e il vero valore aggiunto che ci consente di andare sempre oltre.
Regole di utilizzo