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Denaro e professione: chiedere denaro per dare aiuto?
Come lo Psicologo migliorare il rapporto con i soldi

L'articolo "Denaro e professione: chiedere denaro per dare aiuto?", parla di:

  • La base psicologica dei comportamenti economici
  • Le credenze più diffuse
  • Valorizzare il proprio lavoro
Psico-Pratika:
Numero 193 Anno 2023

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Denaro e professione: chiedere denaro per dare aiuto?
Come lo Psicologo migliorare il rapporto con i soldi

A cura di: Luisa Fossati
Denaro e professione: chiedere denaro per dare aiuto?
Come migliorare il tuo rapporto con i soldi
In questo articolo ho deciso di trattare un argomento tabù ma che ritengo però essere troppo importante per restare un tabù; parlo del nostro rapporto con il denaro, specie se siamo liberi professionisti.

Provate a farci caso, nelle discussioni sui social professionali, tra colleghi quando ci incontriamo, nelle riunioni delle varie associazioni, si parla un sacco di denaro in riferimento alla nostra professione.
Vuoi qualche esempio? Il primo colloquio gratuito/non gratuito; le tariffe calmierate; quanto farsi pagare per una specifica prestazione; come farsi pagare la progettazione che sta dietro un percorso formativo; se sia il caso di aumentare le tariffe; come chiedere i soldi per farti pagare ecc.

Prova a pensare anche tu a quanto spesso qualcosa che ha a che fare con i soldi entra nel tuo lavoro di Psicologo/a. Per questo il tema dei soldi è qualcosa che fa parte della nostra professione e di cui, secondo me, si parla e si discute troppo poco.

L'obiettivo di questo articolo è quello di darti alcuni spunti di riflessione per migliorare il tuo rapporto con il denaro e iniziare a creare condizioni migliori per aumentare le tue entrate.
Quello che a volte ci sfugge, è che il denaro è qualcosa che si lega non solo alla nostra competenza ma anche al nostro mindset. George Katona, nel suo libro Analisi psicologica del comportamento economico (1964) metteva già bene in evidenza la base psicologica dei comportamenti economici esplicitando che, come ben sappiamo in quanto Psicologi, i comportamenti sono strettamente legati alla dimensione psicologica come, ad esempio, quella delle credenze e delle spinte motivazionali.

Vediamo adesso quali possono essere alcuni blocchi mentali che possono ostacolare il tuo rapporto con il denaro e quindi le tue entrate.
Il denaro è qualcosa di "brutto"
Questa è una credenza molto diffusa che affonda le sue radici nel vecchio dibattito materialismo - spiritualità. Pensaci bene: un imprenditore che si arricchisce può essere visto come avido e freddo mentre un artista di strada che raccoglie soldi per la sua performance fa quasi tenerezza. Però i soldi sempre quelli sono.
Lo so, stai pensando che l'imprenditore guadagni sfruttando il lavoro degli altri mentre l'artista di strada si accontenta e non sfrutta nessuno. Se lo stai pensando allora concorderai sul fatto che il problema non sono i soldi in sé ma il modo in cui l'individuo ci si relaziona.

Ti faccio un esempio. Durante una cena a casa di mia zia l'estate scorsa, ho sentito sua nuora dire qualcosa che mi ha fatta sorridere: "tanto i soldi servono solo a far litigare le famiglie". Interessante anche la risposta di mia zia: "già, quando poi la gente fa i soldi diventa avida e senza scrupoli".

Pensaci anche tu, hai mai sentito dire nella tua famiglia cose di questo tipo? Si tratta di una distorsione. I soldi, infatti, sono qualcosa di neutro e non sono di per sé né buoni né cattivi; solo che si pensa che abbiano il potere di manipolare le persone. Noi però siamo Psicologi e dovremmo sapere che questo non è possibile! Le persone esprimono i loro tratti di personalità e inclinazioni profonde attraverso i comportamenti (tra cui quelli economici) ma non è possibile che sia qualcosa di esterno a modificare i tratti di personalità e cambiare una persona; a meno che questo fattore esterno non si chiami "trauma" e allora il discorso da fare sarebbe diverso.

Prova a pensare a un coltello: è buono o cattivo? In mano a uno chef può fare miracoli, in mano a uno psicopatico può fare un tritello! La questione però non sta nel coltello ma nella personalità di chi lo usa. Lo stesso vale per i soldi; non sono loro a rendere avidi ma il modo in cui la persona li percepisce e li usa.

Consiglio: impara a vedere il denaro come qualcosa di neutro e non di buono o cattivo.
Non è etico chiedere denaro per dare aiuto
Si tratta di una credenza molto diffusa specie tra chi, come noi, si occupa di professioni di aiuto. Emerge una certa inclinazione a ritenere che chiedere denaro per dare aiuto renda meno buoni, meno altruisti e meno etici. Questo deriva un po' anche da false credenze diffuse tra la popolazione secondo cui uno Psicologo aiuta gli altri per "vocazione" e non per denaro. Lo stesso ragionamento però difficilmente viene applicato a medici, dentisti, fisioterapisti ecc.

L'errore che noi facciamo è quello, talvolta, di colludere con questa falsa credenza diffusa legando noi per primi il chiedere denaro a un difetto della nostra etica e sentendoci avidi nel momento in cui ci facciamo pagare per aiutare qualcuno. Questo aspetto può avere diverse conseguenze. La prima è quella di crearci dei problemi a mettere dei limiti ai nostri clienti dando eccessiva disponibilità e apertura. Così ci ritroviamo ad ascoltare messaggi kilometrici di pazienti e clienti (vale anche per chi lavora in azienda), andare ben oltre l'orario di lavoro, rispondere il sabato e la domenica a telefonate di lavoro. A lungo andare questo potrebbe generarci tensione e frustrazione. Cosa che non fa bene né a noi né ai nostri clienti.

Consiglio: inizia a vedere il denaro come qualcosa di positivo; pensa a cosa può consentirti di fare. Slegalo però dalla tua etica, quella dipende da te.
Se chiedo soldi, metto in difficoltà le persone
Spesso il chiedere denaro si lega alla sensazione di portare via una risorsa ai nostri clienti e pazienti creando loro un danno. La grande emozione che questo atteggiamento porta è il senso di colpa. Così possiamo sentirci in colpa a chiedere denaro scegliendo di farci pagare poco o di dare più di quello per cui effettivamente ci pagano.
Questo atteggiamento non solo fa male a noi e alle nostre entrate ma non fa bene neanche ai nostri clienti e, anzi, dal punto di vista del setting di lavoro si crea un inquinamento niente male. Questo perché scegliendo noi di chiedere poco per non portare via soldi all'altro, ci assumiamo la responsabilità della sua situazione economica. In altre parole, decidiamo noi che non ha le risorse e che non può fare sforzi se non a fronte di una nostra rinuncia.

Questa dinamica crea già di per sé uno squilibrio relazionale. Quindi, mentre un paziente che paga a prezzo pieno e salta la seduta può irritarci, un paziente che paga meno a salta la seduta può innescare pensieri come: "lo ti faccio pagare meno e ti permetti anche di saltare le sedute?". Magari non glielo dici ma lo pensi. In altre parole, ti crei delle aspettative in termini di gratitudine e sul suo impegno verso il lavoro che fa con te. E magari lui/lei continua a lavorare con te non perché si trovi bene ma perché gli/le prendi poco.

Quello che ti sfugge è anche un'altra cosa: che se te per primo non dai valore al tuo lavoro e passi il messaggio che il tuo tempo valga poco, tale messaggio con molta probabilità verrà recepito dal tuo cliente che si comporterà di conseguenza; salta le sedute senza avvisarti, ti chiede di fare cose nel weekend (se lavori in azienda), ti fa richieste fuori orario ecc.

Consiglio: dai valore al tuo lavoro evitando di farti sottopagare o di regalare il tuo tempo. Insegna alle persone che il tuo lavoro vale.
Emozioni, credenze e denaro
Come la letteratura sulle emozioni ci insegna, queste hanno molto a che fare con i nostri pensieri e quindi con i nostri comportamenti. Prova a pensare: quando sei in ansia quali sono i tuoi pensieri? Come l'emozione di ansia e i pensieri ad essa connessi impattano sul tuo comportamento?
Ti faccio un esempio: sono in ansia prima di presentare un lavoro a un congresso e la mia mente a ripetizione pensa: "farò una figuraccia; non so parlare in pubblico; mi chiederanno sicuramente qualcosa a cui non so rispondere". L'emozione e i pensieri che ne derivano possono impattare molto sulla mia prestazione. Così se mi verrà fatta una domanda sarà possibile che l'ansia aumenti prima ancora che l'interlocutore la formuli perché la paura di non saper rispondere può prendere il sopravvento.

Si tratta del principio dell'attenzione selettiva che è strettamente legato al tema delle credenze su di sé. Se al mio cervello dico, più o meno inconsciamente, "non sono all'altezza di fare questo lavoro"; "nessuno mi pagherà mai tanto per fare questo lavoro" le emozioni che ne deriveranno potranno essere, ad esempio, di ansia, di sconforto, di senso di colpa per sentirsi un po' impostori ecc. Questi pensieri e queste emozioni però, come nell'esempio della presentazione al convegno, si rifletteranno nel nostro modo di comportarci e di comunicare e il nostro interlocutore probabilmente lo sentirà.
Ricorda che gli esseri umani sono molto più sensibili ai comportamenti non verbali piuttosto che a quelli verbali. Così, la frase: "la mia tariffa è di € 80 l'ora" può avere un impatto diverso se pronunciata con fare deciso e centrato o, invece, se si accompagna a voce leggermente rotta ed occhi che svicolano lo sguardo dell'altro.

Consiglio: impara a connettere il tuo lavoro e i tuoi risultati a emozioni positive così che tu possa trasmetterle anche agli altri quando parli del tuo lavoro.
Bibliografia
  • Housel M. (2021), La Psicologia dei Soldi. Lezioni senza tempo sulla ricchezza, l'avidità e la felicità. Milano: Hoepli
  • Katona G. (1964), L'analisi psicologica del comportamento economico, Milano: Etas Kompass
  • Weber M. (2000), L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Milano: Bur, XI Edizione
  • Vomiero F., Money Mindset Formula
    www.youtube.com/@federicavomiero-moneyminds885
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