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Drop-out e abbandono scolastico: come progettare un percorso di orientamento per ragazzi in abbandono scolastico?

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Drop-out e abbandono scolastico: come progettare un percorso di orientamento per ragazzi in abbandono scolastico?

L'articolo "Drop-out e abbandono scolastico: come progettare un percorso di orientamento per ragazzi in abbandono scolastico?", parla di:

  • Il primo incontro in gruppo
  • Dinamica di gruppo
  • Colloquio individuale e di restituzione
Psico-Pratika:
Numero 164 Anno 2020

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Drop-out e abbandono scolastico: come progettare un percorso di orientamento per ragazzi in abbandono scolastico?

A cura di: Luisa Fossati
A domanda HT Risponde: 'Drop-out e abbandono scolastico: come progettare un percorso di orientamento per ragazzi in abbandono scolastico?'
Come progettare un percorso di orientamento per ragazzi in abbandono scolastico?
Poiché ricevo molte richieste di supporto da parte di colleghi su questo tema, in questo articolo voglio rispondere a questa domanda.
Come psicologi è frequente che ci si possa trovare a lavorare come orientatori in percorsi con ragazzi in abbandono scolastico.
Inizialmente ricordo che rimasi un po' intimorita dall'incarico e mi tranquillizzava il fatto che sarebbero state solo poche ore. La fine della storia è che ho scelto di continuare con altri incarichi di orientamento, perché questa attività mi ha molto appassionata.

La cosa più difficile del lavoro con i ragazzi in abbandono scolastico (i cosiddetti drop-out) è creare una relazione sicura, riuscire a instaurare una sorta di alleanza che consenta loro di fidarsi e affidarsi. Per fare questo, quando posso scelgo sempre di aprire i percorsi di orientamento con un primo incontro in gruppo. Questo perché il gruppo ha un valore, specie per gli adolescenti, di grande sicurezza e dà la possibilità di mostrarsi nella misura in cui ci si vuole mostrare.
L'incontro individuale, essendo invece strutturato sulla relazione a due, può indurre il ragazzo a sentirsi più al centro dell'attenzione, aspetto che spesso viene vissuto con un po' di ansia. Per alcuni ragazzi questo aspetto può essere un vantaggio ma, nella mia esperienza, il fattore di protezione della dimensione gruppale tende a garantire maggiore sicurezza.

Nel primo incontro di gruppo (a cui assegno una durata di un paio d'ore), l'obiettivo è fare chiarezza su questi aspetti:
  1. Come mai un percorso di orientamento? Rispondo a questa domanda mettendo in evidenza la relazione tra scelte scolastiche/professionali con le attitudini personali, i valori e le capacità. Questo sia per sfatare alcuni "miti" (come, ad esempio, quello ben noto secondo cui l'unico fattore rilevante quando si parla si scelte scolastico-professionali è il rendimento scolastico), sia per iniziare a far prendere consapevolezza dell'importanza del sapere, del saper fare e del saper essere e dell'impatto sulla motivazione e sulla perseveranza nel raggiungimento degli obiettivi di questi tre aspetti. Uso poche slide, massimo quattro compresa quella di apertura, sulle quali inserisco immagini evocative e poche parole chiave. Quando posso, faccio uso di brevi filmati divertenti per rimandare a concetti connessi al sapere, saper fare e saper essere. In questa sessione è necessario essere brevi, usare parole semplici e, se possibile, far divertire i ragazzi. Devono uscire dall'incontro il più sereni possibile, con le idee chiare su cosa si andrà a fare e perché.
  2. Come si articolerà il percorso di orientamento? Rispondo a questa domanda indicando le attività che faremo insieme. Può trattarsi di colloqui individuali, di attività individuali che si svolgono in gruppo (ad esempio, esercitazioni sui valori personali, sulle priorità, prove attitudinali a tempo, ecc.) o attività di gruppo (ad esempio, dinamiche di gruppo). L'obiettivo è che i ragazzi escano dall'incontro avendo chiaro che il percorso di orientamento non è una prova di rendimento e non serve per vedere "chi è bravo e chi no".
Una volta fatto l'incontro di gruppo, si prosegue con il percorso di orientamento secondo le modalità indicate ai ragazzi. Ci sono molte prove che possono essere fatte nei percorsi di orientamento ma, purtroppo, quando si ha a che fare con percorsi finanziati il tempo disponibile spesso è poco e dobbiamo fare del nostro meglio nel più breve tempo possibile. Personalmente ci sono alcune cose di cui non faccio mai a meno:
  • almeno un incontro di gruppo (oltre alle due ore di apertura)
  • almeno un colloquio individuale
  • una dinamica di gruppo
  • un colloquio di restituzione individuale
Il momento di gruppo ha la finalità non solo di far svolgere ai ragazzi prove individuali insieme ad altre persone (es. prove di tipica performance sulle priorità o sulle cose che piacciono/non piacciono; riescono/non riescono; prove di massima performance finalizzate a rilevare le attitudini) ma anche osservarli mentre lo fanno e comprendere aspetti importanti come, ad esempio, la gestione del tempo, la gestione della pressione dovuta al tempo, la tendenza o meno a cercare rassicurazioni dagli altri, la tendenza al giudizio ecc.
Una prova che i ragazzi apprezzano, è quella chiamata Il Bagaglio (Di Fabio, 2003) in cui si chiede loro di immaginare di partire per un viaggio scegliendo la destinazione e indicando massimo sei oggetti che porterebbero con sé. Si chiede poi di raccontare, in forma scritta, il motivo della scelta, la relazione tra loro e gli oggetti e tra loro e la destinazione. Questa esercitazione è divertente, stimola una riflessione ed è utile da approfondire nell'incontro individuale.

Nella dinamica di gruppo (che vi assicuro essere piuttosto faticosa con gli adolescenti perché spesso si innescano conflitti), vado ad osservare anche il modo di entrare in relazione con gli altri, l'efficacia comunicativa, la capacità di confronto costruttivo e di organizzazione del lavoro in gruppo.
La mia prova preferita è "La donna sul ponte", una prova di assessment libera che si "tramanda": tutti gli assessor, infatti, la conoscono e la utilizzano, ma non è ancora chiara la sua derivazione esatta.

Il colloquio individuale consente di approfondire le motivazioni, i desideri e, cosa importante, mettere a fuoco un obiettivo con i relativi step. L'obiettivo è necessario che sia realistico, concreto, osservabile e misurabile. Ad esempio, trovare lavoro non è un obiettivo così definito perché non riporta parametri quantitativi (ambito, zone geografiche, entro quanto tempo, tipo di contratto desiderato), mentre "inviare cv a tutte le agenzie per il lavoro di zona entro un mese per propormi come aiuto cuoco" è già un obiettivo più concreto e definito, che consente di correggere il tiro con maggiore precisione.

Il colloquio di restituzione, infine, ha la finalità, appunto, di restituire alla persona quanto emerso dal percorso di orientamento al fine di stimolarne la consapevolezza. Infatti, se ad esempio un/a ragazzo/a comunica in modo aggressivo nella dinamica di gruppo (alza la voce, usa il sarcasmo, esprime giudizio negativi, ecc.) e tale modalità comunicativa gli viene rimandata, può reagire in diversi modi: c'è chi accetta il feedback e chi "scarica sugli altri" la motivazione del proprio comportamento. Sono chiaramente due profili diversi con la tendenza ad apprendere dai feedback diversa.

Se vi piace lavorare con i ragazzi vi suggerisco davvero di considerare questo tipo di attività, anche perché offre strumenti per costruire competenze nell'ambito della consulenza di carriera anche con gli adulti.
Bibliografia
  • Di Fabio, A (2003), "Bilancio di competenze e orientamento formativo", Firenze: Giunti Organizzazioni Speciali
  • Fraccaroli, F. (2005), "Progettare la carriera", Milano: Raffaello Cortina editore.
  • Fossati e D. Malaguti, "La congruenza nella progettazione delle scelte professionali. Per una consulenza di carriera Centrata sulla Persona", in "Da Persona a Persona. Rivista di Studi Rogersiani", Aprile 2014, pp. 111-129.
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