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Bambini problematici a scuola

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Bambini problematici a scuola
Interventi sul bambino, sugli insegnanti e sulla scuola

L'articolo "Bambini problematici a scuola" parla di:

  • Interventi mirati alla sfera interiore del bambino
  • Interventi mirati all'interazione insegnante-alunno
  • Interventi mirati alla scuola
Psico-Pratika:
Numero 144 Anno 2018

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Articolo: 'Bambini problematici a scuola
Interventi sul bambino, sugli insegnanti e sulla scuola'

A cura di: Valentina Zappa Autore HT
    INDICE: Bambini problematici a scuola
  • 1. Introduzione
  • 2. Cause dell'insorgenza di comportamenti problematici
  • 3. Interventi mirati alla sfera interiore del bambino
    • 3.1 Il counseling
    • 3.2 L'approccio comportamentale
  • 4. Interventi mirati all'interazione insegnante-alunno
    • 4.1 Il contatto oculare
    • 4.2 La voce
    • 4.3 Il linguaggio corporeo
    • 4.4 La comunicazione
  • 5. Interventi mirati alla scuola
  • 6. Bibliografia
  • 7. Altre letture su HT
Introduzione

Il Criminologo britannico Geoffrey Pearson (1943-2013) fa notare come le testimonianze storiche del cattivo comportamento degli alunni nell'ambito della scuola dimostrino che i comportamenti problematici non costituiscono un fenomeno recente.

Spesso vengono utilizzate etichette come "difficoltà emotive e comportamentali" o "disturbo della condotta", in modo che insegnanti e dirigenti scolastici possano ottenere il supporto di specialisti per quegli alunni il cui comportamento crea disturbo alla classe, ma è importante sottolineare che tali definizioni non identificano quasi mai il comportamento specifico, riflettendo semplicemente il disagio e l'ansia dell'insegnante riguardo all'impatto del comportamento di un singolo sul resto della classe.

Cause dell'insorgenza di comportamenti problematici

Quando si chiede agli insegnanti di analizzare le possibili cause della cattiva condotta di uno studente, la maggior parte di essi fa riferimento all'ambiente in cui vive o alla personalità del bambino. Tra i fattori ambientali che vengono ritenuti responsabili di tali comportamenti negativi si menzionano una situazione familiare dissestata, la scarsa attenzione dei genitori nei confronti dei figli, le difficoltà economiche e l'abuso fisico e/o sessuale.

Un approccio maggiormente psicologico, invece, tende a concentrarsi su fattori quali la personalità e il temperamento del soggetto in esame, ponendo l'origine degli atteggiamenti/comportamenti manifestati nella sua propria sfera psichica. Secondo quest'ultimo approccio, il problema andrebbe localizzato al di fuori dell'ambito scolastico: il bambino si recherebbe a scuola con il "problema" all'interno di sé e questo, di conseguenza, creerebbe conflitti con insegnanti e compagni di classe.

Seppure questa analisi dell'interiorità indichi quanto alcuni bambini possano avere una certa propensione a manifestare comportamenti problematici a scuola, tuttavia non basta a dare una spiegazione esauriente di tali atteggiamenti.
Infatti, è universalmente accettato che, la maggior parte delle volte, il comportamento tenuto in classe dal bambino varia a seconda dell'insegnante presente in cattedra: un maestro molto abile spesso riesce a gettare le basi per la creazione di un contesto scolastico stabile e produttivo nonostante numerose potenzialità negative, cosà come un maestro poco abile può creare situazioni critiche anche in un gruppo dalla condotta ammirevole.

Inoltre, negli anni Ottanta si è cominciato a prestare attenzione a come la scuola, in quanto istituzione sociale, influisse sulla condotta degli alunni, anzich&ecute; soffermarsi sull'impatto dei singoli insegnanti.
A differenza degli studi effettuati negli anni Sessanta, secondo cui sembrava che le differenze tra le scuole fossero ininfluenti rispetto alla condotta e alle prestazioni degli studenti, le ricerche condotte negli anni Settanta (Reynolds et al., 1976; Rutter et al., 1979) iniziarono già a suggerire che ci fosse un'influenza significativa della scuola come struttura con il proprio ambiente e il proprio clima sociale, a livello della riuscita generale degli alunni.

Per prevenire o gestire una situazione problematica in classe è necessario, quindi, considerare l'impatto dei fattori individuali relativi all'alunno, le capacità di gestione dell'insegnante di classe e l'impatto della scuola come istituzione sociale; la strategia di intervento da parte dei professionisti della formazione verrà adottata in base alle caratteristiche di ogni singolo caso.

Interventi mirati alla sfera interiore del bambino
Bambini problematici a scuola

Le tecniche fondamentali per ovviare ai comportamenti problematici nell'ambito della sfera interiore del bambino comprendono varie forme di counseling e di intervento comportamentale.

Il counseling si propone di porre l'individuo nella condizione di comprendere con maggior chiarezza quali siano i suoi atteggiamenti, convinzioni, aspettative e qualità; in questo modo, il soggetto può giungere a valutare l'impatto del suo comportamento sugli altri, l'impatto che ha su di lui il comportamento degli altri e la relazione tra questi e il suo funzionamento psicologico e sociale.

Al contrario, l'approccio comportamentale pretende molto meno dalla capacità di ragionamento del bambino, utilizzando la tecnica del "contratto basato sulla contingenza". Ciò comporta l'attuazione di un programma che prevede la sistematica somministrazione di gratificazioni e di sanzioni contingenti al comportamento posto in essere.
Anche se spesso gli approcci vengono attuati contemporaneamente, le autorità scolastiche in genere finiscono per prediligere il secondo.

Il counseling

Il counseling si fonda sulla premessa che il bambino riconosca di avere un problema e si dimostri disposto a cooperare con qualcun altro al fine di trovare una soluzione. Ciò nel contesto scolastico non appare semplice, in quanto molti alunni che manifestano comportamenti problematici non accettano una relazione simile e non sono disposti a riflettere circa le circostanze in cui si trovano.
Anche se vi sono svariate tecniche di counseling, c'è un principio comune alla base di tutte, ossia che il controllo della situazione, la libertà e la responsabilità di scegliere la via d'uscita che si ritiene più opportuna devono essere nelle mani del bambino. Il compito dello psicologo della scuola è quello di aiutare tale bambino ad acquisire una maggiore comprensione delle questioni rilevanti per permettergli di scegliere come agire nel modo migliore.

Per quanto riguarda invece l'insegnante, tutti apprezzano quello che sa esercitare almeno una forma elementare di counseling acquisita attraverso corsi di formazione professionale, sia nel rapporto con i colleghi, che con gli alunni e i loro genitori. Tuttavia, è opportuno tracciare una distinzione tra l'impiego di tali qualità nell'ambito delle normali attività scolastiche e il loro utilizzo strutturato (come strategia per affrontare i soggetti più problematici attuata utilizzando precise tecniche di counseling che abbiano un obiettivo specifico e una modalità di raggiungimento dello stesso). Il rischio potrebbe essere che l'insegnante, sotto le pressioni della scuola e del resto del corpo docenti, potrebbe indurre il bambino ad adottare le soluzioni che la scuola ritiene più adeguate, senza approfondire le reali ragioni del disagio sottostante. Ciò non implica che gli interessi dell'allievo vengano trascurati, però potrebbe non essersi instaurato un reale rapporto di counseling, guidando semplicemente il soggetto a comportarsi come vuole la scuola.

Benché un insegnante con abilità di counseling contribuisca a migliorare la qualità del suo lavoro con alunni, genitori e colleghi, il counseling non risulta quasi mai risolutivo nei casi in cui occorre affrontare gravi forme di indisciplina.

L'approccio comportamentale

L'approccio comportamentale, a differenza del counseling, si concentra principalmente sui comportamenti osservabili e sul modo in cui possono essere modificati.
In sostanza, si ritiene che un comportamento a cui fanno seguito delle esperienze positive abbia maggiori probabilità di ripetersi, mentre un comportamento che non avrà gratificazioni ma conseguenze negative, avrà minori possibilità di riapparire.
Le tecniche comportamentali risultano abitualmente più efficaci in situazioni in cui c'è la massima facoltà di controllare sanzioni e gratificazioni in modo uniforme e coerente, perciò sono diventate particolarmente popolari in contesti scolastici dove è possibile esercitare un controllo continuo sul soggetto problematico, anche se solo per qualche ora al giorno. È proprio per questo motivo che l'attuazione di un programma di modificazione del comportamento problematico richiede la massima collaborazione tra insegnanti e genitori, prevedendo in alcuni casi anche il supporto di professionisti esterni come psicologi, pedagogisti o insegnanti di sostegno. Nell'elaborazione del programma sarà necessario fissare i seguenti punti:

  • Definizione precisa del comportamento considerato problematico (natura, frequenza, intensità e contesto in cui si verifica)
  • Fattori che sembrano scatenare tale comportamento
  • Potenziali gratificazioni e sanzioni che possono essere applicate sia a scuola che a casa
  • Fattori che potrebbero compromettere la riuscita del programma
  • Metodi complementari a cui, all'occorrenza, fare ricorso (counseling, sostegno dei pari, ecc.)
  • Impegno da parte di tutti coloro coinvolti nella realizzazione del programma
  • Ruoli e responsabilità delle persone coinvolte nel progetto

Molti tentativi di realizzare programmi di modificazione del comportamento falliscono perché non si dedica abbastanza attenzione ai dettagli, non si monitorano con cura i progressi e le persone coinvolte non rispettano i propri ruoli, in particolar modo rispetto alle reazioni al comportamento problema. Quando tutto procede senza intoppi e senza errori, il programma può ottenere risultati eccellenti.
Alcuni dei fattori che possono ridurre l'efficacia di un programma scuola-famiglia sono i seguenti:

  • Il comportamento del bambino deriva da un grave trauma psicologico
  • Il bambino non comprende la negatività dei suoi comportamenti e dall'inizio tenta di contrastare il programma
  • I genitori non sono in grado o non vogliono suggerire gratificazioni in seguito a comportamenti positivi
  • I genitori sono ambivalenti rispetto alle procedure concordate perché temono che il figlio possa non voler loro più bene
  • I genitori non ritengono che il comportamento sia così problematico da richiedere un simile intervento
  • I genitori sono assorbiti da altre preoccupazioni da non potersi occupare dei bisogni del figlio
  • Gli insegnanti non capiscono quali comportamenti debbano essere affrontati esattamente
  • Gli insegnanti non gratificano il bambino quando sarebbe opportuno e c'è mancanza di supervisione del programma
  • Gli specialisti esterni non mantengono un coinvolgimento attivo nel programma
  • Non vengono tenute regolari discussioni sul caso
Interventi mirati all'interazione insegnante-alunno

Per quanto il bambino possa essere difficile in classe, il suo comportamento può variare a seconda dell'efficacia dell'insegnante.
Negli anni Ottanta gli approcci che si occupavano dei comportamenti problematici in classe si concentrarono largamente sulle capacità di gestione psicologica dell'insegnante, che comprendevano l'abilità di fare lezione in modo efficace e gli aspetti interpersonali attraverso cui l'autorità del docente veniva accettata e rispettata.

I comportamenti chiave, verbali e non verbali, attraverso i quali possono essere esaltati o sminuiti l'autorevolezza dell'insegnante sono:

  • Il contatto oculare
  • La voce
  • Il linguaggio corporeo
  • La comunicazione
Il contatto oculare

Il contatto oculare è un elemento importante nel mantenere l'attenzione, far perdurare la concentrazione degli alunni e segnalare vigilanza. La capacità degli insegnanti di rivolgersi visivamente a tutta la classe, dando ad ogni bambino la sensazione che il messaggio sia destinato proprio a lui, denota il possesso di abilità professionali che saranno percepite da tutti.
Nei rapporti diretti con i bambini è facile che il contatto oculare sia usato per trasmettere varie forme di sfida agli insegnanti. Gli occhi bassi generalmente indicano sottomissione, lo sguardo verso l'alto rappresenta l'indisponibilità ad ascoltare o a fare attenzione a quanto detto, lo sguardo fisso e intenso può significare una sfida aperta.
È importante considerare che questi comportamenti sono condizionati dall'età, dal genere e dai fattori culturali; ad esempio, nella cultura afrocaraibica evitare il contatto visivo durante una punizione è un segno di rispetto che potrebbe essere male interpretato, perciò l'incapacità di riconoscere differenze culturali può aumentare il rischio di comportamenti oppositivi.
L'insegnante esperto, attraverso il contatto oculare, è in grado di leggere i vari segnali e di decidere quale risposta sia più appropriata.

La voce

La voce è un altro elemento in grado di prevenire e gestire i comportamenti problematici.
Alcuni insegnanti trasmettono una sorta di sfiducia in se stessi, parlando troppo rapidamente o ansiosamente, balbettando o avendo difficoltà nell'esprimersi. Un difetto molto comune, inoltre, risiede nella falsa convinzione che alzare la voce trasmetta un senso di autorità; al contrario, una voce più bassa reca in sé un maggiore senso di determinazione, autocontrollo e autorità da rispettare.

Il linguaggio corporeo

Gli insegnanti ansiosi tendono ad assumere posture rigide e tese, adottando atteggiamenti difensivi come incrociare le braccia o toccarsi il viso, che sono tutti comportamenti che aumentano drasticamente la probabilità dell'indisciplina.

La comunicazione

A livello verbale è essenziale comprendere che l'autorità viene rivestita da colui che conduce il dialogo.
I bambini possono testare il grado di autorità degli adulti formulando delle domande (alle cui risposte non sono realmente interessati), facendo richieste, ignorando domande, facendo pause prima di rispondere e cercando di esercitare il controllo sulla comunicazione. I docenti meno esperti possono apparire accondiscendenti nei confronti di tali comportamenti, sottostando a tutti i desideri del bambino, trasmettendo, così, la propria carenza di esperienza e di capacità di gestire la complessità della classe.

Consigliare e supportare, da parte dello psicologo scolastico o da esperti esterni alla scuola, gli insegnanti nella gestione della classe è difficile perché, la maggior parte delle volte, vi è una forte resistenza da parte loro, in quanto si sentono sminuiti nella propria competenza, provano un senso di vergogna e possono percepire ogni suggerimento come una minaccia alla loro dignità professionale.
Nonostante queste difficoltà, aiutare l'insegnante a sviluppare abilità interpersonali e gestionali è il modo migliore per ridurre l'incidenza dei comportamenti problematici. Questa opinione è condivisa dall'Elton Report, una relazione contenuta all'interno del "Journal of Social Welfare and Family Law" dedicata alla disciplina nella scuole, agli atti di bullismo e alle metodologie educative impiegate dai docenti (1989), in cui viene affermato che le abilità di gestione del gruppo da parte dell'insegnante sono il fattore più importante per il raggiungimento di un comportamento ottimale in classe, che tali abilità possono essere insegnate e apprese, ma che purtroppo la formazione in questo senso non è ancora del tutto adeguata, proprio per i motivi sopra citati.

Interventi mirati alla scuola

Studi condotti negli Stati Uniti (Coleman et al. 1966, Jencks et al. 1972) e in Gran Bretagna (Plowden Report, 1977) sembravano suggerire che le scuole avessero un debole impatto sul comportamento degli studenti, ma dopo il lavoro del Criminologo Inglese M. J. Power del 1967, ci furono una serie di studi (Mortimore, 1988) che mostrarono come le scuole avessero un effetto significativo sul comportamento degli alunni.
Questi risultati hanno fatto sì che nella maggior parte delle scuole si cercassero di attuare alcuni programmi come il BATPACK (Wheldall e Merrett, 1985) o l'Assertive Discipline (Lee Canter, 1992), nato dalla convinzione che molti insegnanti con difficoltà gestionali del gruppo classe mancassero di assertività o fossero ostili nei rapporti con i bambini.
Questi programmi fissano alcune regole che gli studenti devono seguire, ottenendo un supporto positivo se lo faranno e azioni correttive quando sceglieranno di trasgredire. Gli insegnanti (con il supporto di un consulente esterno) devono imparare a fornire un feedback non giudicante agli studenti in modo che vengano riconosciuti i loro sforzi, ma anche corrette le azioni non ancora del tutto positive, instaurando un rapporto di fiducia, che è vitale per il loro successo.
Una delle principali difficoltà con programmi simili sta nel focalizzarsi più da parte degli insegnanti sulle conseguenze punitive del comportamento disturbante, anziché utilizzare le proprie abilità interpersonali per prevenire e/o diminuire le situazioni problematiche.

Sebbene l'adozione di un approccio a livello globale della scuola sia estremamente valida per migliorare il clima scolastico e ridurre la frequenza dei comportamenti problematici, è incentrata sull'assenza di un'atmosfera disciplinata collettiva e può, quindi, non essere risolutiva per quanto riguarda il problema disciplinare di un bambino particolarmente difficile; in questi casi occorre approfondire i rapporti scolastici e familiari del soggetto, esplorare le potenzialità dei diversi approcci comportamentali e scegliere i compiti educativi più opportuni.

Un approccio a livello globale scolastico per una condizione di "mancanza di disciplina generale" può ridurre la probabilità e la frequenza di gravi comportamenti, migliorando la qualità di gestione della classe da parte del corpo docenti e promuovendo/garantendo programmi di alta qualità per il benessere globale, quali l'abbattimento di fenomeni di bullismo o l'abolizione di punizioni non necessarie (e che non giovano a nessuno) da parte degli insegnanti.
Quando, invece, le difficoltà avvengono con un singolo alunno, la soluzione più produttiva può essere un intervento comportamentale mirato alle problematiche del caso.

Bibliografia
  • Elliott J. e Morris J. (1991), "Teacher in service and the promotion of positive behaviour in school", British Journal of In-service Education
  • Elton Report (1989), "Discipline in school", London, HMSO
  • Galloway D. e Goodwin C. (1987), "The education of disturbing children", New York, Longman
  • Power M. J., Alderson M. R., Philipson C. M., Schoenberg E. e Morris J. N. (1967), "Deliquent schools", New Society
  • Mortimore P. (1988), "School matters: the junior years", Wells, Open Books
Altre letture su HT
Commenti: 3
1 Anna Vittoria Veraldi alle ore 11:42 del 12/03/2018

Generalmente le classi che funzionano meglio, sia sul piano dell'apprendimento che su quello dalla gesstione, sono quelle che lavorano con un team docente unito. Se si vogliono ottenere risultati validi è necessario che  gli insegnanti si incontrino e si rispettino, si aiutino a vicenda e trovino un accordo programmatico e metodologico solido in grado di risolvere i problemi sempre più complessi  di una vita di classe. È questa una realtà oggettiva che importanti ricerche confermano (Angle,1996;Bauwens,..).

Acquisire le abilità basilari per entrare in relazione con gli altri, per manifestare desideri, emozioni, idee e per compendere ciò che le persone esprimono con il loro linguaggio verbale o non verbale rappresenta una fra le mete più importanti dell'educazione.

Bisogna anzitutto tener conto che l'allievo in classe agisce, parla, provoca, si isola, interviene a proposito o a sproposito, ma la sua comunicazione non è sempre di facile interpretazione. Il suo comportamento può essere determinato da molteplici ragioni che l'insegnante dovrà conoscere se vorrà offrire sostegno e appoggio educativo. Le condizioni personali del momento, gli stati emotivi che si vivono, le dinamiche relazionali di gruppo che si sperimentano, le condizioni oggettive di prevaricazione che si mettono in atto con i compagni e con gli adulti, la reputazione che si vuole ottenere con determinati atteggiamenti ecc. sono motivo di condizionamento sia nelle relazioni che nei comportamenti.

La comunicazione interpersonale, secondo Watzlawick, può essere efficace oppure disturbata: essa segue sempre delle regole di cui raramente si è consapevoli.

2 Giovanna alle ore 23:51 del 29/03/2018

La scuola come istituzione obbligatoria, di massa (con poche o nulle personalizzazioni), con programmi e tempi predefiniti e obbligati, con un contesto umano e ambientale innaturale (alta densità di persone per ore, quasi tutte della stessa età e non scelte dall'alunno, quasi sempre al chiuso e con ridotta possibilità di movimento), con un regime autoritario (quindi di sfiducia nelle capacità di autodeterminazione dell'alunno) che chiede sottomissione anziché favorire il potere personale (solitamente fino alla scuola media bisogna addirittura avere il permesso per soddisfare bisogni di base come fare pipì o bere), che impegna quasi tutta la giornata (a casa non è ancora finita perchè ci sono i compiti), che, a differenza del lavoro degli adulti, ha finti giorni di ferie/riposo perché anche in quelli (che siano nel fine settimana o nelle "vacanze" natalizie, pasquali o estive) si deve lavorare sullo studio e con i compiti, che ha modalità di insegnamento che tendono a spegnere gli aspetti creativi e divergenti del pensiero per vari motivi (tempi per svolgere i programmi ministeriali, troppi alunni da seguire contemporaneamente, spesso scarsa elasticità mentale degli insegnanti o sabotaggi da parte di colleghi di mente ristretta), si rivela un complesso e potente fattore di rischio per la salute mentale, relazionale, affettiva, compresa l'autostima dell'alunno. Esperienza di molti homeschoolers è una maggiore pace, con riduzione dei comprtamenti aggressivi, dell'agitazione, dello stress e di conseguenza della frequenza di malattie, aumento dell'autostima, delle competenze sociali (per un aumento della varietà di relazioni sociali con persone di età e di ambienti diversi), crescita della creatività...(continua)

3 Giovanna alle ore 23:53 del 29/03/2018

....Se ci sta a cuore il bene dei bambini e dei ragazzi pensiamoci a questo aspetto sociale, culturale e politico con cui ci si trova a fare i conti e chiediamoci cosa possiamo davvero fare concretamente nella nostra vita per aiutare chi si trova obbligato ad apprendere (peraltro in queste condizioni) anziché essere libero di scegliere se, quando, come, in quali ambiti e con chi farlo.

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