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Il mito dell'ermafrodita: metodi e tecniche

scritto da:
Dott.ssa Patrizia Napoleone

psicologa e psicoterapeuta - pisa

- HT page Napoleone Patrizia

Articolo tratto da psico-pratika - Numero 2 Anno 2002

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il mito dell'ermafrodita - parte 2

Integrazione dell'individuo (uomo e donna) nella relazione di coppia - miti e leggende

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il mito dell'ermafrodita
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    Tecniche di induzione del sogno lucido
  • I Parte: Analisi;
  • Quadro 1. Lei e' depressa, a lui fa comodo: i vantaggi secondari;
  • Quadro 2. Non vado d'accordo con mio marito. Torno da mia madre!: un modo per non crescere;
  • Quadro 3. Davanti a me ho ancora mio padre - sei troppo diverso da lui, mio padre si' che era un uomo: gli stereotipi familiari;
  • Quadro 4. Io sono ok. Tu non sei ok.: il ruolo del genitore e del bambino;
  • Quadro 5. Ma perche' non mi capisci?: e' solo una questione di linguaggio?;
  • Quadro 6. A che gioco giochiamo? Vittima e carnefice, Tribunale, Crocerossina, Occupatissimo, Burrasca, Silenzio, Guarda che mi hai fatto fare;
  • Quadro 7. Noi non litighiamo mai…: c'e' qualcosa sotto.
Mi risveglio molto in fretta da questo oblio.
Metto frettolosamente a posto una memoria, uno smarrimento.
Una parola (classica) ha origine dal corpo, che esprime l'emozione d'assenza: 'sospirare':
"sospirare per la presenza corporea":
le due meta' dell' androgino sospirano l'una per l'altra, come se ogni respiro, incompleto, volesse confondersi con l'altro:
immagine dell'abbraccio, in quanto esso fonde le due immagini in una sola:
nell'assenza amorosa io sono, tristemente, un' 'immagine staccata', che si secca, ingiallisce, s'accartoccia.


Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso
II Parte: Metodi e tecniche

Una buona analisi rappresenta il primo movimento che stimola, in coloro che vi partecipano, dinamiche interne e di relazione che guidano al cambiamento.
I soggetti coinvolti, attraverso l'analisi, possono attivare un processo di riconoscimento che va dall'identificazione a specchio, che muove emozioni, alla disidentificazione attraverso la quale essi possono osservarsi con il giusto distacco.
Ma questo non e' sufficiente per ottenere un cambiamento reale nella vita quotidiana, senza piu' girare a vuoto intorno al disagio o addirittura al dolore.
E' importante trasformare le emozioni lungo un percorso che va da una fase di analisi e approfondimento verso una fase in cui si creano le soluzioni.
Non basta infatti la comprensione e condivisione del 'problema'.
Se infatti restiamo nel 'problema', aumenta il peso emotivo.
E' essenziale percio' uscirne con una sensazione di sollievo, perche' il soggetto possa arrivare a chiedersi "che cosa faro' per cambiare la mia situazione?".
Premetto che non esistono formule vincenti e che un supporto psicologico ben mirato e' quello che crea le condizioni perche' ciascuno, in maniera singolare ed esclusiva, attivi le sue personali energie per un cambiamento a lui consono.
Non c'e' una soluzione, ma tante soluzioni quanti sono i soggetti che di soluzioni hanno bisogno.
L'ascolto profondo ed empatico e' dunque il punto di partenza perche' il soggetto possa esplorare le sue tensioni e approfondire le emozioni e perche' lo psicologo possa individuare i metodi e gli strumenti piu' consoni allo scioglimento delle problematiche del soggetto, fornito dei quali, il soggetto stesso trovi le sue 'soluzioni'.
Vado nel concreto.
Le argomentazioni che ho proposto nell'analisi da me condotta nella prima parte dell'articolo sono le medesime con le quali ho intrattenuto durante un seminario un gruppo di persone singles o divorziate o comunque 'ferite' nelle relazioni con l'altro sesso.
Ebbene, la loro attenzione e' stata particolarmente focalizzata sul tema dell'integrazione del 'maschile' e del 'femminile' dentro noi stessi: un concetto per alcuni nuovo che ha incuriosito e anche un poco spiazzato gli interlocutori che si chiedevano - ebbene, come faccio pero' a fare questa integrazione?-.
E' chiaro che a questo punto inducevo a riflettere quanto tale integrazione sia il risultato di un processo lento e sotterraneo, ma nel contempo sentivo che era compito mio offrire qualche strumento concreto.
Ho suggerito allora un esercizio in cui, attraverso tre movimenti viene agito in concreto l'atto del riconoscimento, dell'accettazione e dell'integrazione della propria parte controsessuale:
1 riconoscimento: disegnare di getto ( a figura intera ) se stessi ma dell'altro sesso
2 accettazione: vedere mentalmente l'immagine del disegno come se vivesse la propria vita quotidiana, e notare come certe cose cambiano.
Se le emozioni prodotte sono positive passare al punto 3, altrimenti cambiare qualcosa nell'immagine mentale del disegno
3 integrazione: costruirsi un'immagine mentale di se' (come si e' adesso) e fonderla con il risultato del punto 2.

Una personale integrazione e' certamente una garanzia, ma, ammesso che si sia lavorato su questa, come concretamente gestire il conflitto nell'incontro/scontro con il partner? Come arrivare a una valutazione senza pregiudizi delle autentiche parti del partner reale?
Anche in questo caso ho offerto loro alcuni strumenti all'interno dei quali potessero scegliere quelli che ritenevano piu' consoni al loro vissuto personale.
La rielaborazione del conflitto puo' avvenire nel modo seguente:
1 approfondimento emozionale stando col pensiero e in raccoglimento nel conflitto (primo giorno)
2 scrittura spontanea e libera da qualsiasi vincolo di tutto quello che viene in mente sul conflitto (secondo giorno)
3 rilettura di quanto e' stato scritto e sottolineatura di tutte quelle cose che si fa fatica ad accettare, rendendosi conto che quello che si proietta e' una parte di noi, non del resto del mondo.
La valutazione delle autentiche parti reali del partner puo' avvenire soltanto se ci disponiamo per un ascolto libero e aperto, senza barriere difensive, che sono la critica, l'interpretazione, il consiglio, la drammatizzazione, la svalutazione.

Uno strumento che ritengo essenziale nella fase costruttiva e' il recupero dell'esperienza concreta.
Come dice Jerome Liss "per capire noi stessi talvolta abbiamo bisogno di approfondire l'esperienza, servendoci di situazioni concrete e di ricordi precisi. In caso contrario combattiamo contro i mulini a vento".
Percio' ho invitato i partecipanti al seminario a 'stare' nel loro vissuto, finche' la mente e il cuore non uscissero dal vago fluttuare di un'ansia e di un turbamento senza nome e senza storia e finche' non approdassero invece a racconti concreti del loro vissuto di coppia.
E' solo dentro una situazione concreta che possiamo attuare dei cambiamenti.
Il risultato di questa fase di lavoro e' stato da me stilizzato in sette quadri di altrettante situazioni emerse sulle quali, forse, con qualche correzione, quella storia gia' scritta e che si e' fermata a un punto 'morto' o che si sta scrivendo in maniera sprecisa e disordinata, puo' diventare una bella storia e se la dovremo proprio cestinare, niente paura, talvolta crescere, per la coppia, significa anche 'lasciare andare' senza attaccamenti e saremo piu' preparati per la prossima, o per la prossima ancora: sembra che l'umanita' non si sia stancata di inventare storie fra uomini e donne, non ci stancheremo neppure noi, con la speranza di scriverla sempre meglio.

Quadro 1: Lei e' depressa, a lui fa comodo: i vantaggi secondari

Certi modelli di comportamento nella coppia diventano ricorrenti e ripetitivi per mantenere artificiosamente un equilibrio omeostatico.
Se all'interno della coppia la temperatura e' troppo alta tanto da fare temere che spacchi il termometro, un membro della coppia assorbe su di se' il surplus di temperatura, agendola attraverso il sintomo e riequilibra il termometro.
Il sintomo di un membro pone la coppia su un nuovo livello di organizzazione, che permette la sopravvivenza della coppia e rimuove la possibilita' di conflitto attraverso l'attivazione di meccanismi di senso di colpa.
Dal momento che c'e' sempre un rapporto tra il sintomo e la relazione, nel caso illustrato ci si puo' chiedere se e' il disagio di coppia ad avere generato la depressione della donna, la quale in tale modo scarica la sua sofferenza sul sintomo, che agisce da distraente rispetto alla possibilita' di affrontare il problema di coppia, che da un senso e una dignita' al suo dolore e una giustificazione a tutto cio' che sta succedendo - non c'e' nessun problema: e' solo colpa della malattia -.
I vantaggi secondari che la donna trae dall'agire il sintomo depressivo sono gia' parecchi; aggiungiamoci quello di scaricarne la responsabilita' sul marito, che puo' essere additato come la causa dichiarata della sua condizione e, attraverso il senso di colpa ingenerato in lui, quello di garantirsi, in una sorta di regressione, un accudimento e una presenza-assenza che la rassicuri.
D'altro canto il marito gioca anche lui le carte dei suoi vantaggi secondari: la moglie e' malata, lui non puo' farci niente, non e' certo colpa sua, anche la madre di sua moglie era depressa, a lui tocca scontare questa pena e con cio' si perdona ogni trasgressione e ogni 'scappatella' che voglia concedersi: volta le spalle e se ne va a respirare aria diversa, fino al giorno dopo, quando, come un copione, si ripropone questo gioco della vittima e del carnefice: ma chi e' la vittima? Chi e' il carnefice? I ruoli si scambiano reciprocamente: vittima e carnefice giocano a ping pong.

La soluzione?
Se ciascuno dei due si ferma a chiedersi che cosa vuole da se stesso, dal partner e dalla vita, fuori da giochi e da trucchi di copertura, si riappropria almeno della sua volonta'.
Tante volte pero' i giochi di rappresentazione di modelli sono talmente radicati che la coppia dovrebbe onestamente ammettere di avere bisogno di aiuto e accettarlo senza vergogna e senza paura della sconfitta, ma come momento di crescita.
In questo caso la vera sconfitta puo' essere una sconfitta negata.

Lei e' depressa, a lui fa comodo: i vantaggi secondari

Quadro 2: Non vado d'accordo con mio marito. Torno da mia madre!: un modo per non crescere

In certi casi i problemi che nascono nelle relazioni intime sono l'espressione del disagio e del rifiuto di crescere.
Il 'bambino' interiore che ha difficolta' ad assumersi la responsabilita' dell'adulto che e' cresciuto in lui, continua a tirare il cordone ombelicale non reciso dalla parte dell'infanzia, dove il genitore ha il dovere di pensare a lui e di garantirgli una duratura e cronicizzata irresponsabilita'. Per l'adulto bambino che vive un'esperienza di coppia, l'unico modo per tornare 'da mamma' senza assumersi la responsabilita' della rottura della relazione e' quello di creare artificiosamente situazioni di litigio tali da provocare oggettivamente la rottura.
La persona che gioca questo ruolo non puo' che comportarsi cosi', poiche', in quanto psicologicamente bambino, non reggerebbe il peso della colpa, allora deve continuare a dire per l'intera vita "e' tutta colpa sua. Gli uomini sono tutti mascalzoni. Ha ragione mamma!", oppure, se a correre da mamma e' l'uomo " le donne sono tutte… eccetto la mia mamma, che poi, e' l'unica che sa cucinare".
C'e' una sola possibilita' che la coppia, lasciando cosi' le cose, trovi il suo legante; e' quella in cui uno dei due giochi il ruolo di 'genitore' dell'altro. Se i vantaggi secondari di questa situazione sono sufficienti ai membri della coppia, all'uno di non prendersi nessuna responsabilita', all'altro di esercitare un potere incondizionato, buon pro per loro, ma si ricordi, il 'genitore', che prima o poi, ogni 'figlio' prende la sua strada e se ne va, magari ringraziando.
Non resta che una alternativa: all'uno di accettare di crescere, all'altro di fare soltanto la parte che gli spetta. Talvolta non e' facile farlo da soli: bisogna avere l'intelligenza di farsi aiutare.

Non vado d'accordo con mio marito. Torno da mia madre!: un modo per non crescere

Quadro 3. Davanti a me ho ancora mio padre - sei troppo diverso da lui, mio padre si' che era un uomo: gli stereotipi familiari
Davanti a me ho ancora mio padre - sei troppo diverso da lui, mio padre si' che era un uomo: gli stereotipi familiari

Questo e' il caso di una donna - ma la situazione potrebbe essere ribaltata - che si e' innamorata di un uomo sulla base della proiezione della figura paterna idealizzata, proprio perche' non sufficientemente elaborata dentro di se'; con gli 'abiti' del padre questa donna ha rivestito anche il suo animus, detto in termini junghiani, cioe' quel maschile inconscio che avrebbe dovuto integrarsi armoniosamente col suo essere donna - forza, responsabilita', razionalita', assertivita' - sono requisiti che la donna non ha fatto propri, non ha integrato nel suo femminile, ma ha lasciato stagnare nella figura paterna interiorizzata senza appropriarsene e che ha prestato al suo uomo nel momento della 'luna di miele', cioe' della proiezione seduttiva, attraverso la quale si e' concessa, superando con questo trucco i confini del superego censore, il permesso di innamorarsi di suo padre e di avere con lui rapporti sessuali; ma al momento del naturale ritiro della proiezione, la delusione e' stata cosi' grande che, per ristabilire un certo equilibrio con se stessa, deve scaricarla sul suo uomo reale, non facendolo sentire all'altezza del suo ruolo di maschio.
E chi potrebbe gareggiare con un padre idealizzato e tirannico che non permette alla figlia di innamorarsi di un altro?
Svalutare il proprio uomo in questo caso e' una maniera per non tradire il padre, al prezzo dell'infelicita' propria e del partner, che, se accetta il ruolo di uomo 'inadeguato', cronicizza questa situazione, rendendola senza via di uscita.
In questo caso, quello della coppia che porta addosso il fantasma del genitore, ha una sola possibilita': proporre se stesso e non sforzarsi di somigliare al fantasma.
Puo' salvare anche il partner; se questo non avviene, avra' almeno salvato se stesso.

Quadro 4. Io sono ok. Tu non sei ok.: il ruolo del genitore e del bambino
Io sono ok. Tu non sei ok.: il ruolo del genitore e del bambino

C'e' un libro di Harris "Io sono OK. Tu non sei OK." che illustra l'analisi transazionale di Berne, dove vengono classificati quattro possibili atteggiamenti in relazione a se stessi e agli altri. Questi atteggiamenti prenderebbero il via da comportamenti difensivi della prima infanzia, quando tutti i bambini si trovano, rispetto agli adulti, in una posizione di svantaggio.
Il persistere di tale 'imprinting' in eta' adulta all'interno della coppia pone uno dei partner nell'affannosa ricerca delle carezze e della stima dell'altro, che vive come ok.
Egli e' condannato ad arrampicarsi per tutta la vita verso il raggiungimento dell'altro, senza che cio' gli procuri il senso durevole di valere qualcosa, perche' il modello di se stesso, in termini relazionali, e' comunque non ok.
Il bambino puo' difendersi da questa frustrazione in due maniere, o catalogando come non ok. anche l'adulto e ristabilendo una strana condizione di parita' verso il basso o fantasticando una condizione di onnipotenza.
L'uno e l'altro modello, se persistono nella coppia adulta, creano asimmetrie e squilibri; il partner che si svaluta, trascinando l'altro nella medesima svalutazione - non contiamo niente nessuno dei due, siamo degni l'uno dell'altra - rifiuta di conoscere il partner per quello che e' e non puo' ricevere aiuto da lui, poiche' non lo stima capace di farlo.
Di contro chi, continuando a mimare inconsciamente questo modello di superiorita' difensiva, per non accettare le proprie debolezze, si sente adeguato e superiore ad un partner che vive come inadeguato e inferiore, e' condannato alla solitudine anche in coppia.
Senza mai guardarsi dentro, proietta sul partner la sua parte negativa e su di lui la punisce, non accettandola come propria.
Peraltro, se da una parte genera una vittima rassegnata che getta la spugna e si deresponsabilizza per commettere meno errori possibili agli occhi del partner ok., quest'ultimo si assume il ruolo si' del carnefice, ma anche del giustiziere eroe, l'unico che nelle situazioni di coppia si sovraespone e si fa carico di tutto, perche' l'altro non ne sarebbe capace.
Un ruolo vile e meschino il primo e certamente logorante e faticoso il secondo.
In un solo modo le modalita' infantili in funzione difensiva possono essere superate nella coppia: rendendosi consapevoli che non vale la pena vivere in coppia per difendersi o per offendere o per affogare insieme, ma che, eventualmente, insieme bisogna remare.
Questo e' l'atteggiamento della simmetria: io sono ok. Tu sei ok.

Quadro 5. Ma perche' non mi capisci?: e' solo una questione di linguaggio?
Ma perche' non mi capisci?: e' solo una questione di linguaggio?

La relazione vive nella comunicazione.
L'assenza di una autentica comunicazione provoca il logoramento della coppia, che continua a vivere nell' agito quotidiano, cioe' attraverso le azioni che coinvolgono i partners, ma senza che ci sia un confronto, un feed-back su cio' che fanno.
Specialmente nell'uomo c'e' la paura delle parole secondo il principio - meno parlo, meno fraintendimenti si creano -. L'uomo si affida di piu' alle azioni, e' francamente meno educato al linguaggio dei sentimenti e talvolta ha pudore a esprimerli, ritenendo di mettere allo scoperto qualcosa che puo' essere interpretato come debolezza.
Anche un conferenziere o un chiacchierone al bar possono diventare muti e difesi da un giornale o da uno schermo televisivo, quando rientrano a casa.
Questi stili comunicativi sono cosi' ricorrenti da essersi addirittura stereotipati in chiave parodistica.
Pensiamo alla striscia del fumetto americano di Blondie e Dagoberto dove lei si lamenta: "La mattina tutto cio' che vedi e' il giornale! Scommetto che non ti sei neppure accorto che ci sono!" Lui allora la rassicura "Naturalmente che ci sei, mia splendida moglie!" e intanto, sempre parlando da dietro il giornale, da dei colpetti affettuosi alla zampa del cane, che la moglie aveva messo al suo posto prima di uscire dalla stanza :-))
Tenendo conto delle diverse tradizioni culturali all'interno delle quali l'uomo e la donna, anche se appartengono a un medesimo contesto sociale, sono stati educati, prendiamo atto che tale differenza puo' derivare da linguaggi diversi e il ponte da gettare non e' allora quello della provocazione - il parlare troppo della donna e il tacere dell'uomo - ma il riconoscimento della diversita'.
C'e' pero' da porsi una domanda: e' solo una questione di linguaggio? O e' una forma di ritiro per evitare l'intimita'?
Nell'uno e nell'altro caso e' una ristrutturazione della comunicazione di coppia e una rieducazione all'ascolto che puo' riaprire il dialogo.

Quadro 6. A che gioco giochiamo? Vittima e carnefice, Tribunale, Crocerossina, Occupatissimo, Burrasca, Silenzio, Guarda che mi hai fatto fare

'A che gioco giochiamo' e' il titolo di un libro di Berne, che definisce il 'gioco' in tutte le relazioni come una serie progressiva di transazioni rivolte a un risultato ben definito, con mosse insidiose, la cui conclusione ha un elemento drammatico e non semplicemente emozionante.
L'elemento drammatico e' la paura dell'intimita', che spinge a nascondersi in ruoli ben definiti, e al naufragio della relazione attraverso le tecniche dell'evitamento, del rituale e del ritiro.
Nei nostri esempi precedenti abbiamo gia' visto come certi ruoli che condizionano i rapporti di coppia, siano talvolta provenienti da immagini genitoriali o da esperienze infantili.
Cosi' e' anche il gioco della 'crocerossina' - io ti salvero'! Sembra dire al partner - ma la cura non finisce mai, altrimenti cessa la dipendenza sulla quale si regge la coppia.
L' 'occupatisimo' e' il gioco che mette in atto il ritiro e l'evitamento.
Alcuni si servono della propria attivita' per evitare l''ntimita' con il partner e trovare una giustificazione accettabile per se stesso e per l'altro.
Ottengono con questo di non mettersi mai discussione.
'Burrasca' e 'silenzio' sono due forme opposte per ottenere lo stesso risultato: non parlare.
Non rispondere a una domanda o rispondere con un urlaccio sono la stessa cosa.
'Guarda che mi hai fatto fare' e' una maniera per proteggersi dalla ferita di avere sbagliato.
Singolare e altamente irritante anche per chi vi assiste e' il gioco del 'perche' non… si' ma', dove uno dei due respinge ogni proposta di aiuto dell'altro.
Il trucco consiste nel fatto che lo scopo non e' il raggiungimento dell'obiettivo dichiarato -ricevere aiuto - ma tutt'altro, e' quello di dimostrare che il suo problema e' irrisolvibile, svalutando l'aiuto del partner e prendendosi il vantaggio secondario di crogiolarsi in una passivita' vittimistica del 'non c'e' nulla da fare'.

A che gioco giochiamo? Vittima e carnefice, Tribunale, Crocerossina, Occupatissimo, Burrasca, Silenzio, Guarda che mi hai fatto fare Tutta colpa tua

Un dialogo tra partners e' andato cosi':
Anna - non sto bene in questo periodo. Da quando non ho piu' il lavoro e sto sempre in casa, mi sento sola, sono diventata anche brutta, non vedi come sono ingrassata? Firro' per non piacerti piu' -
Bruno - questo non e' vero, e credo di dimostrartelo, ma se hai questa sensazione, perche' non ti curi di piu', ora che hai piu' tempo? Potresti andare in palestra e li' incontreresti anche altre persone e non ti sentiresti piu' sola
Anna - si', ma la palestra costa troppo e io non guadagno piu' -
Bruno - se pensi a quello, potresti fare un po' di allenamento da te, andare a correre, per esempio…-
Anna - ma ho gia' provato e con tutte le cose che ho da fare, non riesco mai a trovare il tempo. Prima di andare a correre bisogna mettersi in tuta, e poi bisogna farsi la doccia-
Bruno - Va bene, ti capisco, eppure quando lavoravi, riuscivi a fare un po' di tutto. Perche' non riprendi a lavorare?-
Anna - Si', ma se non ho il tempo per dedicarmi a me stessa, come faccio a andare a lavorare? Non ci sono piu' i nonni che ci guardavano i bambini-
Bruno - E' vero, ma posso sistemare i miei turni in maniera diversa e darti un poco il cambio, in fondo il tuo stipendio ci faceva comodo-
Anna - Ah, e' cosi'? Mica per aiutarmi lo dici, ma per i soldi. Poveri bambini! Arrivi sempre tardi e stanco, come faresti a occupartene?-
Bruno - Forse e' vero, non la voglio prendere come un rimprovero, ma un' attenzione nei miei riguardi. Perche' non li mandiamo uno al nido e l'altro all'asilo, secondo me li farebbe bene e farebbe bene anche a te-
Anna - Ma se all'asilo non fanno altro che ammalarsi! Sarebbero piu' i giorni che manco dal lavoro di quelli in cui ci vado-
Bruno - In fondo sono scelte tue. Se ritieni che sia meglio cosi' per i bambini, organizzati -
Anna - Fai bene te a parlare, perche' trovi tutto pronto e scodellato!

A questo punto Bruno ha troncato la conversazione e Anna ha ottenuto il suo scopo non manifesto: quello di sentirsi perdente e di potersi lamentare dell'incapacita' di Bruno ad aiutarla.

Quadro 7. Noi non litighiamo mai...: c'e' qualcosa sotto

L'evitamento e il diniego puo' essere giocato in due e quindi rinforzarsi.
Un uomo e una donna, durante il seminario, si tenevano sempre per la mano, osservavano gli altri con un vago sorriso e non intervenivano mai. Stimolati a partecipare dichiaravano che loro non litigavano mai. Col tempo si scoprirono anche a se stessi e venne alla luce che avevano due visioni completamente diverse sulla vita e sulle relazioni. Fu manifesto che temevano il conflitto e dunque evitavano ogni occasione di litigio, perche' avevano paura di una eventuale separazione, specialmente per il giudizio degli altri, percio' offrivano agli altri la falsa immagine della coppia perfetta.
In casi del genere, guidare verso il confronto anche conflittuale significa guidare verso l'accettazione di cio' che e' quindi anche a riconoscersi, al di la' degli infingimenti, e ad assumersi la responsabilita' del cambiamento.

Noi non litighiamo mai...: c'e' qualcosa sotto

Ipotizziamo ora un uomo e una donna che abbiano superato le prove per una loro identificazione personale, che abbiano imparato la gestione dei conflitti di coppia, mettiamoli insieme, uno davanti all'altra: si amano e il rapporto di coppia funziona; ma quanto l'abitudine, la fretta, la distrazione, il dare per scontato quello che si e' raggiunto, possono rovinare una relazione tra uomo e donna; non sono vizi capitali, eppure possono provocare, scivolando su se stessi, valanghe che travolgono e inghiottono, dal pericolo delle quali nessuno e' esente.
Una relazione e' dinamica e in continuo sviluppo; non basta costatarne la buona riuscita, ma e' importante coltivarne costantemente la crescita, perche' sia al passo con i cambiamenti, rinnovandosi e attuando le sue potenzialita'.
Quanto tempo e spazio quell'uomo e quella donna dedicano alla reciproca attenzione?
Quanta memoria hanno uno dell'altra?
Quanto si dedicano al linguaggio della tenerezza e dell'ammirazione rispetto invece a quello della critica e del disprezzo?

E infine, una volta compreso il rispetto per la diversita' l'uno dell'altra, quanta capacita' c'e' nella relazione di abbassare le difese, senza pregiudizi rispetto all'altro, di lasciarsi influenzare, accettando come arricchimento anche il cambiamento di se stessi che ne puo' derivare?
Queste sono domande che lasciamo aperte perche' ognuno trovi in se', non dico la risposta, ma lo spazio di riflessione.
Infine, tanto perche' nessuno di noi da queste parolette esca con un senso di frustrazione, voglio dire che la coppia perfetta non esiste, quella attraverso la quale la 'ferita' si rimargina e si ricostituisce l'eramafrodita, perche' se cio' avvenisse, se nella coppia si cicatrizzasse la ferita, questa, continuando a usare la suggestiva immagine di Carotenuto, non potrebbe piu' essere feritoia, varco attraverso il quale guardare e coltivare l' 'oltre': la coppia, rinunciando per paura all'utopia della congiunzione dell'Uno col Tutto, si sarebbe chiusa in linea difensiva alla ricerca e alla conoscenza.

Vedi parte I, Analisi.

Patrizia Napoleone.

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