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La psicologia positiva: una introduzione


Dott.ssa Anna Fata

psicologa
progettista FaD e redattrice online - milano

- HT Page Anna Fata

articolo tratto da psico-pratika - Numero 10 Anno 2004

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Articolo: 'La psicologia positiva: una introduzione'


LA PSICOLOGIA POSITIVA: UNA INTRODUZIONE

Premessa

La psicologia, a partire dalla Seconda Guerra mondiale, e' diventata per lo piu' una scienza legata alla sofferenza. Essa si e' concentrata in prevalenza sul riparare i danni, riferendosi ad un modello di funzionamento degli esseri umani basato sulla malattia.

I suoi obiettivi principali erano:
  • curare le patologie mentali;
  • rendere la vita degli individui piu' produttive e soddisfacenti;
  • identificare e coltivare i talenti.
I primi tentativi di focalizzarsi su alcuni aspetti della psicologia positiva sono stati effettuati da Terman nel 1939, con i suoi studi sul dono, la gratuita' e la felicita' coniugale (Terman e coll., 1938), gli scritti di Watson (1928) sulle cure genitoriali efficaci, i lavori di Jung (1933) sulla ricerca e la scoperta del senso della vita.

Altri due eventi contribuirono al mutamento della psicologia, al termine della Seconda Guerra mondiale: la fondazione della Veteran's Administration nel 1946 e del National Institute of Mental Health nel 1947, che contribuirono a dare credito scientifico agli studi e alle ricerche sulla psicopatologia.

Se, da una parte, questo produsse notevoli progressi nella diagnosi e nella cura delle malattie mentali (si divenne in grado di curare o, almeno, di alleviare circa 14 disordini, prima non trattabili), dall'altra, pero', si dimentico' quasi completamente il terzo obiettivo della psicologia: l'identificazione e la coltivazione dei talenti.

La necessita' di fondare la psicologia positiva si comincio' ad avvertire durante la Seconda Guerra mondiale, quando Seligman e coll. notarono che molte persone, in precedenza fiduciose e di successo, diventarono sfiduciate e depresse, dopo che la Guerra aveva sottratto loro i sostegni sociali, il lavoro, il denaro e lo status. Al contrario, invece, nonostante tutto cio', alcune persone riuscirono a mantenere la loro integrita' e la loro serenita'. Da questa constatazione sorse spontaneo l'interrogativo: da quali forze erano guidati questi individui?

A giudizio di Seligman, le risposte di Freud e di Jung non erano soddisfacenti. Neppure gli psicologi umanisti, Maslow, Rogers, May, sembravano essere in grado di dare risposte scientifiche, basate empiricamente al quesito, nonostante il rinnovato accento sul Se' che essi ponevano.

Seligman ritenne, a quel punto, che i tempi erano maturi per fondare la psicologia positiva.

Lo scopo principale della psicologia positiva e' quello di spostare il focus solo dal "riparare" cio' che non funziona al costruire anche le qualita' positive. Essa si propone di studiare la forza e la virtu' che ha a che fare con il lavoro, l'educazione, l'introspezione, l'amore, la crescita, il gioco. Per fare cio', si propone di adattare cio' che di meglio offre il metodo scientifico all'unicita' dei comportamenti umani.

La psicologia positiva, sul piano soggettivo, valorizza le esperienze soggettive: ben-essere, appagamento e soddisfazione in prospettiva passata, speranza e ottimismo in prospettiva futura, flusso e velocita' in prospettiva presente.

A livello individuale si focalizza sui tratti positivi individuali: la capacita' di amare e di lavorare, il coraggio, le abilita' interpersonali, la sensibilita' estetica, la perseveranza, la capacita' di perdonare, l'originalita', l'orientamento al futuro, la spiritualita', il talento, la saggezza.

A livello di gruppo si focalizza sulle virtu' civiche e le istituzioni che spingono l'individuo ad essere un buon cittadino: la responsabilita', l'educazione, l'altruismo, la civilta', la moderazione, la tolleranza e il lavoro etico.

Cio' che e' alla base di questo approccio e' il concetto di prevenzione. Partendo dalla constatazione che il modello basato sulla malattia, che consisteva nel lavorare solo sui punti deboli, non era efficace in tal senso, si imponeva sempre piu' la necessita' di una scienza basata sulla forza e sulla resilienza. Gli individui non dovevano piu' essere considerati passivi, ma esseri attivi, in grado di scegliere, di assumersi rischi e responsabilita'. Questo avrebbe permesso agli individui di imparare a condurre stili di vita piu' sani a livello psicofisico e di ri-orientare la psicologia verso un maggiore perseguimento del terzo obiettivo: rendere piu' forti e produttive le persone sane e consentire la messa in atto delle potenzialita' umane piu' elevate.

I paradigmi di riferimento della maggior parte degli studi e delle ricerche si possono ricondurre, da una parte, all'edonismo (Kahneman et al., 1999), in base al quale il benessere consiste nel piacere o nella felicita', dall'altra all'eudaimonia (Waterman, 1993), secondo il quale il benessere e' qualcosa piu' della felicita'. Rappresenta la realizzazione delle potenzialita' umane e della propria natura.
Queste tradizioni si fondano su visioni differenti della natura umana e di cio' che si ritiene costituisca una buona societa'.

La prospettiva edonistica

Si possono individuare le basi della tradizione edonista nell'antica Grecia, in cui Aristippo esortava a sperimentare il massimo piacere possibile e sosteneva che la felicita' e la qualita' della vita fossero il risultato della somma dei singoli momenti edonici. Hobbes prosegui' sostenendo che la felicita' era l'esito del soddisfacimento degli appetiti umani e De Sade che l'obiettivo ultimo della vita era perseguire il piacere. L'utilitarismo, con Bentham, riteneva che massimizzare il piacere individuale poteva portare vantaggio all'intera societa'.

Gli psicologi hanno riunito tali filosofie, parlando di piaceri del corpo e della mente e definendo il ben-essere come felicita' soggettiva, legata alle esperienze di piacere versus dispiacere comprendenti tutte le valutazioni degli elementi positivi e negativi di vita.
La felicita' diventa, quindi, non solo semplice edonismo fisico, ma il risultato del raggiungimento degli obiettivi o la loro valutazione in vari contesti.

La psicologia edonistica studia cio' che rende piacevoli e spiacevoli le esperienze e la vita (Kahneman at al. 1999). In questa prospettiva, il ben-essere e l'edonismo si equivalgono.
Esistono strumenti di misurazione del benessere soggettivo, anche se, attualmente, vi e' un dibattito acceso sulla loro capacita' di definire il benessere psicologico. In generale, essi partono dal presupposto teorico che il benessere e' in funzione del tentativo di raggiungere (e del raggiungimento) di quegli obiettivi che un individuo ritiene significativi per se stesso, qualunque essi siano. Vi sono, inoltre, riferimenti alle teorie comportamentali della ricompensa e della punizione (Shizgal, 1999) e a quelle relative alle aspettative cognitive su tali risultati (Peterson, 1999).
In ogni caso, le aspettative, i valori e gli obiettivi sono altamente idiosincratici e culturalmente specifici e ben si adattano al contesto post moderno, estremamente relativistico.

La prospettiva eudaimonica

Anche questa tradizione ha origini antiche. Aristotele denigrava il soddisfacimento dei piaceri in se' e per se', mentre riteneva che la felicita' si basasse sull'espressione della virtu', cioe' nel fare cio' che si ritiene importante. Erich Fromm (1981) e' tra gli psicologici che porta avanti tale concezione e sostiene che il ben-essere e' il risultato della realizzazione di quei bisogni che conducono allo sviluppo della natura umana.

L'eudaimonia considera ben distinti il ben-essere e la felicita' in se' e per se', perche' solo il soddisfacimento di alcuni desideri e' in grado di promuovere il benessere. Ad esempio, Waterman (1993) ritiene che e' possibile raggiungere l'eudaimonia vivendo secondo il proprio vero se', svolgendo attivita' congruenti con la propria natura e in grado di impegnare e coinvolgere in modo olistico. In questo senso egli parla di espressivita' personale (Personal Expressiveness, PE).

Ryff e Singer (1998, 2000) sostengono che il ben-essere costituisce il tentativo di raggiungere la perfezione, con la realizzazione delle proprie potenzialita'. Essi parlano di "benessere psicologico" (PWB), che si differenzia dal "benessere soggettivo" (SWB), perche' si tratta di un costrutto multidimensionale, in grado di implementare alcuni sistemi fisiologici, che comprende diversi aspetti relativi all'autorealizzazione:
  • autonomia;
  • crescita personale;
  • auto-accettazione;
  • scopo di vita;
  • padronanza;
  • buoni legami sociali.
  • Altre prospettive, come la teoria dell'autodeterminazione (Ryan e Deci, 2000), individua tre bisogni psicologici di base:
  • autonomia;
  • competenza;
  • relazioni sociali
  • il cui soddisfacimento e' essenziale per la crescita psicologica, l'integrita', il ben-essere, la vitalita' e la congruenza con se stessi.
    Tale teoria si focalizza sulle condizioni e i fattori che facilitano o minacciano il benessere in vari contesti e periodi. In tale prospettiva, il benessere e' un costrutto che viene analizzato a livello intra e interpersonale, con un'influenza reciproca tra tali livelli.

    Anche in questo caso, il benessere soggettivo (SWB) non conduce necessariamente al benessere eudaimonico.

    Nonostante questa suddivisione tra la prospettiva edonistica e quella eudaimonica, sembra essere piu' produttivo considerare il ben-essere come un concetto multidimensionale che include sia aspetti edonici, sia eudaimonici. Misurazioni molteplici, che si ispirano ad entrambe le correnti, sembrano essere in grado di cogliere in modo piu' approfondito e puntuale i fattori che caratterizzano il ben-essere.

    Studi e ricerche

    Gli studi e le ricerche principali nel campo della psicologia positiva si possono raggruppare in tre aree principali:
  • le esperienze positive: a questo gruppo appartengono i contributi di Daniel Kahneman (1999) sulla qualita' edonistica delle esperienze, quelli di Diener (2000) sul benessere soggettivo, quelli di Massimini e Delle Fave (2000) sulle esperienze ottimali, di Peterson (2000) sull'ottimismo, di Myers (2000) sulla felicita', di Ryan e Deci (2000) sull'autodeterminazione, di Taylor et al (2000) e di Salovey et al. (2000) sulla relazione tra le emozioni positive e la salute fisica;
  • la personalita' positiva: tutte le ricerche appartenenti a questo gruppo si focalizzano su tre caratteristiche principali dell'individuo: la capacita' di organizzarsi, l'essere autodiretto e in grado di adattarsi. I tratti di personalita' che maggiormente contribuiscono alla psicologia positiva sono: il ben-essere soggettivo, l'ottimismo, la felicita' e l'autodeterminazione. Nello specifico, appartengono a questo gruppo le ricerche di Ryan e Deci (2000) sull'autodeterminazione, quelle di Baltes e Staudinger (2000) sulla saggezza, di Vaillant (2000) sulle difese mature (altruismo, sublimazione, soppressione, umorismo, anticipazione), di Lubinski e Benbow (2000), di Simonton (2000), Winner (2000), Larson (2000), Gardner, Michelson e Solomon (2000) sulle prestazioni al di sopra della media e sulla creativita';
  • le comunita' e le istituzioni positive: si tratta di un gruppo che interseca i precedenti e si basa sul presupposto che le persone e le loro esperienze si verificano in un contesto sociale. Fanno parte: i lavori di Buss (2000), Massimini e Dalle Fave (2000) sul contesto evolutivo che forgia le esperienze positive, di Myers (2000) che descrive i contributi delle relazioni sociali sulla felicita', di Schwartz (2000) sulla necessita' di norme culturali per sgravare gli individui dal peso delle scelte, di Larson (2000) sull'importanza dello svolgimento di attivita' di volontariato per lo sviluppo dei giovani pieni di risorse, di Winner (2000) sugli effetti delle famiglie sullo sviluppo dei talenti.

  • Implicazioni per la salute psicofisica

    Pare che l'ottimismo comporti effetti positivi sullo stato di salute psicofisica. Sembra che tali effetti siano mediati principalmente a livello cognitivo e inducano i soggetti a mettere in pratica abitudini e comportamenti benefici e a crearsi una rete di supporto sociale (Taylor, 2000).

    Pare, inoltre, che, in generale, le emozioni positive abbiano effetti sia preventivi, sia terapeutici, potenziando il sistema immunitario e motivando a mettere in atto comportamenti sani (Salovey et al., 2000).

    Prospettive future

    Le sfide che la psicologia positiva e, in generale, la scienza, si troveranno a dover affrontare nei prossimi decenni, secondo Seligman, saranno:
  • il calcolo del livello di benessere, che non va inteso come una mera somma dei singoli momenti di felicita';
  • lo sviluppo delle positivita', dato che, cio' che rende felice una persona in una determinata fase della sua vita non e' necessariamente cio' che la rende felice anche in seguito;
  • le neuroscienze e l'ereditabilita': ancora conosciamo poco circa la localizzazione cerebrale, la neurochimica, gli aspetti di ereditabilita' e la loro interazione con l'ambiente dei tratti positivi;
  • gioia versus piacere: e' necessario distinguere le esperienze positive piacevoli da quelle che danno gioia. Il piacere e' una sensazione positiva che deriva dal soddisfacimento dei bisogni omeostatici (ad es.: fame, sete). La gioia si riferisce ad una sensazione positiva quando andiamo oltre l'omeostasi, quando si fa qualcosa che mette alla prova i propri limiti, che favorisce la crescita personale e che porta ad una felicita' a lungo termine;
  • il benessere collettivo: riguarda il conflitto potenziale tra il proprio benessere e quello collettivo. A volte, puo' capitare che alcune azioni che ci portano benessere a livello personale possono sottrarlo a livello collettivo (ad es.: scorazzare in un quartiere residenziale con una motocicletta rumorosa ad alta velocita');
  • l'autenticita': e' necessario chiarire se i tratti positivi siano derivati, compensatori, inautentici, se, al contrario, siano i tratti negativi a derivare da quelli positivi, o se siano sistemi separati;
  • il tamponare: la psicologia positiva puo' trovare applicazione sia nella terapia, sia nella prevenzione, nella costruzione dei tratti e delle esperienze positive. Resta ancora da stabilire come fare;
  • descrittiva o prescrittiva: ci si interroga sulla questione se la psicologia positiva sia una scienza descrittiva, cioe' costruisca delle matrici empiriche che descrivono determinati elementi, comportamenti, ecc., senza fornire giudizi di valore, ne' di desiderabilita', oppure se, al contrario, sia prescrittiva;
  • il realismo: e' necessario indagare approfonditamente quali siano le relazioni tra i tratti positivi, le esperienze positive e l'essere realisti. Si suppone che una persona possa essere felice se e' in grado di confrontarsi realisticamente con la vita e di lavorare produttivamente per migliorare le condizioni della sua esistenza.

  • Riferimenti

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    Anna Fata

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