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La danza drammatica di un padre e una figlia

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La danza drammatica di un padre e una figlia
La storia di Lucia e James Joyce, dal manicomio all'incontro con Jung, per sfuggire alle prigioni della coscienza

L'articolo "La danza drammatica di un padre e una figlia" parla di:

  • Ritratto di famiglia: l'invischiante legame padre-figlia
  • Il tormento psicologico di Lucia Joyce: una difficile diagnosi
  • I tormenti di Lucia, dalla terapia con Jung al triste epilogo
Psico-Pratika:
Numero 73 Anno 2012

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Articolo: 'La danza drammatica di un padre e una figlia
La storia di Lucia e James Joyce, dal manicomio all'incontro con Jung, per sfuggire alle prigioni della coscienza'

    INDICE: La danza drammatica di un padre e una figlia
  • Introduzione: Lucia la "figlia di"...
  • Un incipit nomade
  • Una danzatrice parigina
  • Il disagio di Lucia: quale l'origine?
  • La catatonia di una ballerina
  • Un futuro vuoto
  • Gli specchi dell'Anima di Lucia: Jung e Joyce
  • La danza delle false partenze - la figlia di re Lear
  • Bibliografia essenziale
Introduzione: Lucia la "figlia di"...

Effettivamente, guardando le sue fotografie, le fotografie di lei che balla, si percepiscono una bellezza e una tensione inusuali; una giovane creatura plastica, mobile, quasi liquida, che anche nella stasi dell'immagine riesce a dare un senso a quella sua incompresa danza interiore, che utilizzava il corpo per esprimersi e farsi arte, un'arte perduta alle spalle di un genitore imponente.

Stiamo parlando di Lucia Joyce, e con lei di suo padre, l'immortale James: due persone unite da un legame inscindibile, da un rapporto intenso. Di lei non rimane che la sua identità di "figlia di", perdendo tutto il resto... Un resto composto da talento e da un'esistenza trascorsa in gran parte in ricoveri psichiatrici, senza riuscire a dare una forma definita e una speranza al suo malessere. Oppressa da diagnosi discordanti, Lucia ha avuto al suo fianco la sola presenza amorevole, disperata e ingombrante di James.

Da questo scambio drammatico e commovente si rimane avvinti sia umanamente che come psicologi, in questa vicenda che può essere estremamente coinvolgente per la nostra professione: per il suo presentarci dinamiche interiori sul rapporto padre-figlia, sempre unico, e per il suo regalarci uno scorcio sulla storia della nostra professione e della Psichiatria, e di come in passato l'impotenza e la confusione di queste branche abbiano purtroppo prodotto enorme sofferenza in una moltitudine di individui, e tra questi Lucia.

Un incipit nomade

Lucia Anna Joyce nasce a Trieste il 26 luglio 1907, a due anni di distanza dal fratello maggiore Giorgio. I suoi genitori, James e Nora, che si sposeranno ufficialmente solo quando i loro ragazzi saranno adulti, trascorrono la quotidianità in una situazione precaria, sia a livello economico sia a livello lavorativo.

James insegna, ma non è ancora lo scrittore che noi conosciamo. Lei, invece, è una compagna probabilmente insoddisfatta, sentimentalmente più legata al marito di quanto lo sia lui a lei, e rinchiusa nel ruolo di partner e madre, con in più il fardello di dover fronteggiare, oltre alla povertà, anche i problemi che James ha con l'alcol.

Nel sistema precario di questa nuova famiglia, dove regna un'instabilità, metaforica e pratica, si percepiscono questi genitori affettuosi, ma non ancora pronti a un ruolo così impegnativo. Nell'avvicendarsi di trasferimenti, dovuti a un'armonia difficile da incontrare, la piccola Lucia si ritrova ad avere collezionato entro i sette anni cinque diversi domicili, con il conseguente senso di discontinuità che se, in altre condizioni sarebbe stato fonte di stimolo, in questo caso, essendo dato da esigenze primarie da soddisfare, diviene un nido nel quale covare profonde insicurezze.

E se il rapporto di Joyce con la moglie Nora sembra logorarsi un poco, il legame con la figlia Lucia si fa da subito fondamentale ed esclusivo: Lucia viene osservata dal genitore, quasi che egli voglia carpirne elementi da inserire nei suoi scritti, e non solo la osserva. James ha con lei uno scambio emotivo penetrante, e i due condividono un modo di comunicare e intendersi tutto loro, che va a escludere la madre e il fratello Giorgio, che a loro volta diventano una coppia di "affinità elettiva".

Si vanno definendo quindi in maniera netta gli assetti della famiglia (ma senza escludere per questo il rapporto che si instaura in questi anni formativi tra i due fratelli, che in futuro verrà visto da alcuni come "ambiguo"). Passa dunque il tempo in questo contesto non agiato e non tranquillo, ma colmo di persone interessanti e molta musica; e arriva un'età in cui i piccoli Joyce diventano protagonisti dei loro giorni, e una tappa fondamentale è, per Lucia, l'arrivo nella capitale francese.

Una danzatrice parigina

Lucia arriva a Parigi tredicenne, con questa sua famiglia dove le lingue della sua esperienza si intersecano (parla in italiano col padre e - ricordo del loro aver vissuto in Svizzera - in tedesco col fratello), e qui scopre finalmente la propria ineluttabile vocazione, iniziando a frequentare corsi di danza.

In questi anni di gestazione dell'opera "Ulisse", che ancora prima della pubblicazione fa scalpore, Lucia comprende la propria identità: nel muoversi a tempo di musica, scopre la sua espressività, che è incisiva, quasi barbarica.

Incontrerà insegnanti notevoli, con un loro credo e una loro filosofia di vita, e tra questi spicca Raymond Duncan, fratello della più famosa Isadora (rivoluzionaria danzatrice "classica" d'oltre oceano), che propugna una libertà corporea che si rivela anche nel vestire e nell'alimentazione.

Raymond, un ballerino, un poeta e un filosofo, col suo amore per i costumi e il pensiero della Grecia, crea un proprio circolo di accoliti e allievi cui insegna non solo il movimento, ma anche il senso di divino presente nel corpo e nella mente.

Ecco dunque che Lucia scopre un mondo nel quale diventa essa stessa medium di poesia: il danzare si fa acceso, ma anche aggraziato e scevro da costrizioni, e in esso si creano commistioni con altre forme artistiche; Lucia si occuperà sempre dei suoi costumi di scena, e coi suoi gesti interpreterà persino brani della letteratura.

Altro incontro essenziale è quello con Margaret Morris (coreografa, danzatrice e maestra della tecnica di Isadora Duncan), il cui metodo colpisce talmente Lucia da voler diventare insegnante della tecnica della Morris.

La carriera di Lucia è dunque non solo predefinita da innate capacità, ma anche ben avviata se si considera la sua appartenenza ad un sestetto di ballerine, Le Six de rythme et couleur, che girano le nazioni in tournée esibendosi con uno stile sperimentale.

In un'intervista rilasciata ad una testata francese, si sottolinea che di suo padre Lucia ha «l'entusiasmo, l'energia, e un'ancora non ben determinata quantità del suo genio (...). Quando lei raggiungerà la sua piena capacità nella danza ritmica, James Joyce potrebbe essere già conosciuto come il padre di sua figlia».
(C.L. Shloss, "Lucia Joyce. To Dance in the Wake", pag. 151)

Ecco dunque questa giovane che trascorre le giornate danzando, attraverso l'esistere e le proprie incertezze, e mentre ciò accade, James diventa un autore sempre più conosciuto, ma è anche sempre più afflitto da gravi problemi visivi.

E poi... questa donna ambiziosa, profondamente ambiziosa, smette di ballare.
Perché, se ciò è quel che le dà un senso, uno scopo, un'identità?

Il disagio di Lucia: quale l'origine?

Sembra che in un momento cruciale della carriera di Lucia, intorno al 1930, Joyce "imponga" un momentaneo trasferimento in Inghilterra; ciò però non può essere un motivo sufficiente per determinare una scelta tanto drastica.

Si sa che James la incita a tentare altre strade, ma pare che l'opposizione maggiore provenga dalla madre, decisamente contraria a questa attività, ma anche apparentemente contrariata in generale da questa figlia: una figlia che non comprende, con cui spesso è scostante e in conflitto, e con cui non pare esserci alcun punto in comune.

Le ipotesi su questa brusca interruzione si sprecano, e si sussurra anche di una problematica fisica che potrebbe avere un'attinenza con questa scelta, e qualche pettegolezzo vuole che questo problema di salute sia legato ad un aborto, conseguenza di una relazione che Lucia ha avuto con Samuel Beckett.
Uomini importanti, letterati che lasciano un segno nella realtà, ma anche nella memoria di questa ragazza, che inciamperà poi in ulteriori relazioni sentimentali infelici, in cui il suo investimento emotivo verso l'altro non viene ricambiato adeguatamente.

Non è semplice tentare di stabilire un nesso di causa-effetto tra questo dato biografico inerente la danza e la malattia psichiatrica che l'attende dietro l'angolo, ma quel che si sa per certo è che mentre il fratello Giorgio si sposa e ha un figlio, la vita di Lucia è in stallo e senza prospettiva, e così una parte di James si ancora in questo golfo, poiché i due non si possono separare, essendo due volti di un medesimo tormento.

Nel 1913 James aveva scritto diverse poesie a questa sua adorata figlia, e Carol Loeb Shloss, autrice dello splendido libro "Lucia Joyce. To Dance in the Wake" (2005), fa notare come Lucia divenga la prima "sirena" di suo padre, la musa ispiratrice che però si ritrova costretta in questo suo ruolo passivo: lei pure è un'artista, e vuole spazio e voce, e questo può essere un fatto cruciale che spesso passa inosservato.

La cugina di Lucia ricorda di avere visto la ragazza e James insieme, in una vera e propria sessione creativa nella quale lei danza e lui scrive, e la leggerezza del corpo dell'una fa eco e risonanza allo sciogliersi della penna sul foglio dell'altro, come se fosse una danza in comune, un sollecitarsi a vicenda e quel comunicare estraneo agli altri.

Una certezza che abbiamo, testimoniata da molti, è la sofferenza crescente di Lucia e Giorgio nell'essere oscurati dall'aurea paterna: oltre all'indubbio orgoglio c'è la consapevolezza di essere solo un'appendice di James Joyce, il che annulla il loro diritto di separarsi e identificarsi e affermarsi.

Lo stesso Joyce ammetterà: «Qualunque scintilla o dono io possieda è stato trasmesso a Lucia, e ha fatto divampare un incendio nel suo cervello padre»; e non è l'unico ad aver colto questa sfumatura: «è una replica bloccata e torturata del genio», «un'ombra della mente di suo padre», quindi una sua estensione, che non riesce ad emanciparsi
(C.L. Shloss, "Lucia Joyce. To Dance in the Wake", pagg. 7, 4).

La catatonia di una ballerina

Nel 1932 Lucia scaglia una sedia contro sua madre: è solo uno degli episodi che manifestano una crescente disarmonia, se vogliamo utilizzare un eufemismo. La situazione degenera dopo il suo infelice fidanzamento con Alec Ponisovsky, fidanzamento che pare esser stato programmato come disperato tentativo di dare a Lucia una qualche stabilità.

Alec è stato insegnante di russo di James, e risulta che Lucia sia stata in passato innamorata del ragazzo; suo fratello Giorgio fa presente alla propria famiglia che è assurdo progettare un'unione con una ragazza nelle condizioni di Lucia, il che fa pensare che si sia già innescato un processo difficile da frenare.

Si ricorda che dopo la festa di questo fidanzamento (che sarà presto sciolto) Lucia viene ritrovata in stato catatonico su di un sofà, e lì resterà a lungo, insensibile agli stimoli esterni - come fa notare la Loeb Shloss un sintomo denso di significato se considerato che lei è una ballerina, che fino a poco prima ha dato lineamenti sia alla gioia che al dolore attraverso il movimento.

Il suo comportamento si fa sempre più bizzarro, e a volte cammina avanti e indietro per la stanza parlando in maniera sconnessa e mischiando le diverse lingue che conosce; ondeggia, la danzatrice senza radici, ondeggia e farnetica, e poiché un talento non si può rinnegare neanche quando sembra perduto, lei resta una danzatrice, impegnata in una difficile messa in scena che non trova realizzazione.

I genitori sono contrari a un ricovero psichiatrico, ricovero che avviene in maniera coatta. Se già nel nostro campo ancora oggi la diagnosi è un'entità mutevole e difficile da definire, ancor più lo era all'epoca, ed era dunque rischioso ritrovarsi all'interno di un contesto psichiatrico ancora acerbo.

Così come nessun posto e nessuna lingua le appartengono, allo stesso modo nessuna definizione clinica è in grado di includerla pienamente, creando non poche difficoltà agli specialisti.

Il primo ricovero pare peggiorare ulteriormente la situazione. James, disperato per la condizione della figlia, farà sempre ciò che è in suo potere per evitarle l'internamento, assumendo infermiere che la affianchino, e consentendole così di vivere al di fuori delle istituzioni per ampi periodi.

Joyce tenterà sempre di tenerla occupata con diverse attività, dandole il compito per esempio di illustrare le lettere maiuscole di alcune sue edizioni di pregio, un'attività volta a mostrarle le potenzialità della pittura, ma è un'iniziativa che non tiene conto di come un'arte non possa essere scambiata con un'altra.
Le regalerà anche una macchina fotografica per avere così sia informazioni visive quando lei è lontana, sia la speranza che lei si affezioni a un nuovo progetto creativo.

Un futuro vuoto

Sembra che in James Joyce, al di là delle colpevolizzazioni che percepirà spesso negli incontri con gli psichiatri, vi sia un preesistente senso di colpa per aver sottovalutato la necessità che la figlia aveva di danzare; per quanto non sia facile comprendere perché Lucia non abbia mai tentato di riprendere le fila della sua carriera.

"Non è lunatica, ma fortemente nevrotica"; "Schizofrenica, con elementi pitiatici"; "Catatonica"; "Nevrotica con ciclotimia"; "Schizofrenica", la diagnosi che più sovente ha riguardato Lucia.

Si scandaglia ogni possibile teoria: Joyce ripercorre il rapporto quasi morboso che la figlia aveva con il fratello durante l'infanzia, sostenendo che il matrimonio di Giorgio è stato per lei un evento sconvolgente. Ogni minimo aspetto della psiche della ragazza viene vagliato nella speranza di scorgervi la breccia che possa spiegare il disagio della figlia. Un'incessante attività di ricerca che prende in considerazione sia il versante psicologico che quello organico, poiché Joyce - e non solo per sistema difensivo proprio - inizia a pensare che effettivamente in Lucia vi sia un qualche problema fisico.

Disse Joyce: «La motivazione per cui tento sempre di trovare una soluzione al suo caso (...) è che lei non pensi di essere stata lasciata con un futuro vuoto».
(C.L. Shloss, "Lucia Joyce. To Dance in the Wake", pag. 251); e finisce per sommergersi di volumi e tomi per tentare di comprendere la Psichiatria e le sue teorie.

In un'occasione Lucia avrà la "fortuna" di avere uno dei suoi attacchi di ira in una stazione svizzera, venendo così ricoverata a Burghölzli, un'eminente clinica psichiatrica: ed è rilevante che proprio nella patria di questa moderna specializzazione medica nessuno definisca Lucia schizofrenica.

Non sono servite a nulla, per lei, le brillanti intuizioni di inizio secolo di Eugen Bleuler, Psichiatra svizzero che ha coniato il termine "schizofrenia"; né gli interventi medici danno ottimismo.

L'amico Paul Leon scrive di James:

«La malattia di sua figlia aveva acquisito le dimensioni di una sorta di un enorme e impenetrabile problema morale o più correttamente spirituale, che lui credeva di dover risolvere ad ogni costo. Qualunque fossero le motivazioni, gli affetti, il rimorso, le responsabilità o altro, questo problema ha messo in ombra qualsiasi altra cosa, e non c'è un momento, un pensiero, durante il giorno o la notte, che non sia in qualche modo dedicato alla risoluzione di questo problema».
(C.L. Shloss, "Lucia Joyce. To Dance in the Wake", pagg. 7, 8)

Non c'è divisione, c'è quasi dispersione di confini tra James e Lucia: una situazione dalla quale Nora e Giorgio vengono in qualche modo esclusi. Una situazione della quale - del resto - non vogliono far parte, poiché anche i rapporti tra fratelli si son fatti sempre più flebili.

Nora, che è stata definita dallo stesso marito "gelosa" della figlia, ha un ruolo apparentemente secondario eppure cruciale in questa confusa condizione.
Sarà una madre sempre più convinta che l'ideale sia tenere lontana Lucia (che forse è capro espiatorio e rappresentante di dinamiche familiari che non si vogliono vedere) e ciò indipendentemente da quale sia l'effettiva causa della malattia di Lucia.

Lucia come fattore disturbante e patologico dei Joyce, elemento cardine che scardina un assetto che non c'è: un simbolo del suo microcosmo e persino, volendo estenderci, del suo tempo. E sono in molti a sostenere che la sua enorme infelicità non fosse un sinonimo di "follia".

Per dovere di cronaca c'è da sottolineare che, con poca lungimiranza, lo stesso James procura alla figlia il Veronal, un barbiturico dagli effetti collaterali importanti sia in condizioni di assuefazione che di astinenza, che Lucia utilizzerà a lungo.
Il quadro per cui si fa più complicato poiché non è fattibile differenziare i sintomi da lei portati da quelli che provengono da questa interazione incontrollata con la chimica.

E, lasciando la farmacologia da parte, non dobbiamo dimenticare comunque l'enorme senso di abbandono che Lucia sperimenta nel suo rapporto con la madre, dato che è convinta che Nora non solo le sia ostile, ma che nemmeno la ami, oltre al fatto, per Lucia traumatico, della tardiva scoperta della sua illegittimità, elemento non del tutto insignificante se consideriamo il contesto.

Lucia ha idee suicidarie, ma i suoi tentativi di togliersi la vita saranno sempre più che altro richieste d'aiuto, quasi messe in scena teatrali, esempi d'arte drammatica.
E proprio per l'evolversi di questa sua situazione vengono tentati tutti i trattamenti disponibili, comprese iniezioni di "estratti ghiandolari" somministrate col presupposto che i sintomi psichiatrici nascondessero una malattia endocrinologica. Ipotesi che oggi sappiamo essere veritiera, ma che in quel momento era un tentativo sperimentale che non dà frutti.

Si esclude il trattamento con l'insulinoterapia per i rischi ad essa connessa. Spesso durante queste terapie Lucia è obbligata a letto o spesso rinchiusa, e questa giovane donna regredisce, divenendo come una bambina in balia degli altri, con la conseguente e ovvia frustrazione che ne deriva.

«Mia cara piccola figlia» (C.L. Shloss, "Lucia Joyce. To Dance in the Wake", pag. 364), si indirizza a lei Joyce in maniera amorevole ma anche significativa; quest'uomo dagli occhi e dalla mente stanchi che sente etichettare sua figlia come "incurabile" non sa più dove rivolgersi; e si sposta di conseguenza nuovamente sul versante per così dire "spirituale". Eccolo dunque andare da Jung, un uomo che, contraccambiato, non ha mai stimato.

Gli specchi dell'Anima di Lucia: Jung e Joyce

Dopo migliaia di sterline spese, ventiquattro dottori, dodici infermiere e tre istituti che l'hanno accolta non tanto comodamente, l'unica speranza di Lucia resta un luminare, che ci lascerà spunti importanti su questo caso: Carl Gustav Jung.

Joyce e Jung non si piacciono ancora prima di conoscersi. L'artista ha il dubbio che in passato, essendosi rifiutato di sottoporsi a un'analisi junghiana suggeritagli da una sua mecenate, Jung abbia convinto la stessa a non sovvenzionarlo più - una credenza cervellotica che non aiuta il rapporto tra i due.

A sua volta, e senza nulla voler togliere alla genialità di Jung, il suo voler per forza analizzare l'atto creativo di Joyce risulta azzardato. Come se non si tenesse conto della volontarietà dell'uso di una data struttura linguistica, una struttura che ha cambiato la letteratura.

Di fronte al romanzo di Joyce "Ulisse" Jung sostiene che tale opera può provenire solo da «una persona con severe restrizioni cerebrali», un uomo capace esclusivamente di «pensiero viscerale», e che ha composto «col sistema nervoso simpatico per mancanza del cervello» - non esattamente una recensione simpatica e proiettata nel domani (C.L. Shloss, "Lucia Joyce. To Dance in the Wake", pagg. 277, 278).

Lucia è una paziente che non coopera e il trattamento con Jung (che durerà quattro mesi) non dà alcun beneficio, al punto che lo stesso specialista sconsiglia il proseguimento. Non si instaura una relazione terapeutica soddisfacente, e dirà Jung di Lucia tempo dopo a un interlocutore:

«Se lei sa qualcosa sulla mia teoria dell'Anima, Joyce e sua figlia sono stati un classico esempio di essa. Lei era totalmente la sua ispiratrice, il che spiega la di lui ostinata riluttanza a vederla dichiarata pazza. La sua propria Anima, psiche inconscia, era così solidamente identificata con lei, che il dichiararla pazza sarebbe stata come un'ammissione di avere in sé, lui pure, una latente psicosi».
(C.L. Shloss, "Lucia Joyce. To Dance in the Wake", pag. 282)

Non dà risultato neanche affiancarle altre due analisti, e nemmeno le serve la presenza di una terza persona che le viene posta accanto con la speranza che questa signora possa essere per lei compensatoria di quella figura materna carente - proprio in questo contesto viene osservato che forse Lucia viene considerata più confusa di quanto sia in realtà.

Jung dirà quasi vent'anni dopo che Lucia in qualche modo era rimasta intrappolata
nella psiche di James
senza essere in grado di emergerne in maniera indipendente.

Qualunque sia l'orientamento che si ha, è indubbio che nel rapporto genitore-figlia ci sono importanti elementi per imparare e spiegare la storia di Lucia. Ma non si vuole trovare per forza in questo puzzle una causa. Si vuole solo raccontare, poiché ancora oggi non siamo in grado di stabilire con chiarezza cosa turbasse Lucia.

Ha poi senso dare una etichetta a qualcosa che comunque ottant'anni fa, se compreso, sarebbe stato definito diversamente?

La malattia psichiatrica sembra essa stessa danzare attraverso la storia modificandosi non soltanto per il cambiamento delle teorie, ma anche per il mutamento della società stessa, non soltanto grazie a una maggiore comprensione, ma anche per via di una metamorfosi continua del nostro essere uomini.

Comunque sia, questo rapporto padre-figlia non è da osservare solo in maniera univoca: non c'è da concentrarsi solo sull'effetto che James ha avuto su Lucia, ma anche viceversa, e di come la presenza di Lucia abbia influito nelle opere di Joyce: è uno specchiarsi inquieto e vicendevole.

La danza delle false partenze - la figlia di re Lear

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale James Joyce si ritrova in terra straniera rispetto a sua figlia, istituzionalizzata entro confini che sono ormai tedeschi. Gli ultimi sforzi di James saranno una lotta disperata nel tentativo di portarla a sé, ma l'impresa non ha successo perché Joyce muore improvvisamente all'inizio del '41 per la complicazione di un'ulcera duodenale - il padre che sanguina.

Lucia viene dunque lasciata in balia di una madre (che morirà poco dopo, nel 1951) e un fratello che non faranno nulla per farla dimettere, quasi a insistere che la lontananza di Lucia sia l'unica soluzione per tutti, per rimanere integri.
Lucia muore nel dicembre del 1982 in Inghilterra, dopo aver trascorso decenni ricoverata, accudita dalla gentile presenza di un paio di amiche.

Lucia aveva appreso della morte di suo padre da un giornale e parecchio tempo dopo dirà a un visitatore: «Cosa sta facendo sotto terra quell'imbecille? Quando si deciderà di andarsene? Ci sta guardando tutto il tempo» (C.L. Shloss, "Lucia Joyce. To Dance in the Wake", pag. 410) - uno sbottare che spiega molto del suo sentirsi perseguitata da questa figura paterna.

Il suo far così parte di suo padre fa sì che lo stesso autore abbia commentato, riferendosi alla stesura del "Finnegans Wake": «Qualche volta mi dico che quando lascerò questa lunga notte, lei pure guarirà» (C.L. Shloss, "Lucia Joyce. To Dance in the Wake", pag. 9), come se le proprie inquietudini interiori espresse nel manoscritto fossero le medesime che affliggevano Lucia (come se lei fosse la sua opera), e come se Joyce fosse assieme una difficile ombra e anche il portatore di una miracolosa guarigione.

Continuando con le citazioni, il letterato e storico dell'arte Louis Gillet ricordò:

«Durante i suoi ultimi anni il pensiero [che lui fosse causa delle sue sofferenze "attraverso tutta l'anormalità che suo genio che possedeva"] non gli diede pace. L'immagine della sua figliola sofferente lo torturava. Era pressoché l'unico argomento della nostra conversazione. Qualche volta avevo l'impressione di sentire il lamento di re Lear che trasporta Cordelia tra le sue braccia, "Stabat Mater" era scritto. Il Medio Evo ha moltiplicato il gruppo della Pietà. Pochi artisti eccetto Shakespeare e Balzac hanno saputo come rappresentare la Passione del Padre. Joyce non scrisse di questa passione; la visse».
(C.L. Shloss, "Lucia Joyce. To Dance in the Wake", pag. 424)

E poiché ci siamo dati alle altrui citazioni, ecco le considerazioni della Loeb Shloss su Lucia:

«Esprimeva la vita come fosse una danza di false partenze e piccoli trionfi, di emozioni innalzate, di speranze ridimensionate, di passi intrapresi, comunque sperimentalmente, verso la salute. Come spettatore primo di sua figlia, interlocutore e compagno di danza, Joyce imparò la misura del proprio stesso amore per lei. Lasciò che lei gli insegnasse; l'ascoltò; cambiò; e, soprattutto, perseverò».

Più oltre considera: «Il dilemma di Lucia era la propria dipendenza dal padre, il cui amore la confinava in stanze della coscienza infelici e solitarie».
(C.L. Shloss, "Lucia Joyce. To Dance in the Wake", pagg. 312, 313, 274)

E la vediamo, Lucia, in uno scatto che la ritrae mentre balla con un costume fatto di scaglie: scaglie che l'adornano ma non sono state protettive. Non hanno saputo o potuto proteggere questa sua mente perduta nella propria danza, una danza condivisa col padre in queste loro tragiche camere della coscienza.

Bibliografia essenziale
  • Gibson A., "James Joyce", Il Mulino, Bologna, 2008
  • Shloss C.L., "Lucia Joyce. To Dance in the Wake", Picador, New York, 2005
  • Pieri P.F., "Introduzione a Jung", Laterza, Roma, 2003
Commenti: 1
1 Emma alle ore 15:46 del 25/07/2017

Ho amato questo articolo che mi ha appassionata dalla prima all'ultima riga. Penso che storie come quella di Lucia e suo padre siano molto attuali e alla base della psicologia moderna. Non è da dare per scontato l'impatto che può avere la fama di un padre sulla propria famiglia e soprattutto non è mai da sottovalutare un talento; a parer mio se Lucia avesse avuto modo di allargare i suoi orizzonti e di avere obiettivi che vadano aldilà dell'essere conosciuta come "figlia di Joyce", avrebbe vissuto la sua vita più serenamente e non sarebbe stata così confinata dal rapporto conflittuale con la madre che l'ha solo resa più infelice e insoddisfatta di sé stessa. Credo che molte persone si possano rispecchiare nella figura di Lucia, in balia degli altri e intrappolati nella psiche di qualcuno, non necessariamente un padre. Infine ritengo che spesso la follia venga confusa con una richiesta di aiuto importante o più semplicemente con la genialità. Un bacio

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