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Adottarsi per adottare: l'Altro dentro di noi e l'Altro fuori di noi

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Adottarsi per adottare: l'Altro dentro di noi e l'Altro fuori di noi
Riflessioni sulla genitorialità

L'articolo "Adottarsi per adottare: l'Altro dentro di noi e l'Altro fuori di noi" parla di:

  • Gravidanza biologica e gravidanza adottiva
  • "Buco di personalità" della Gestalt e "Ombra" Junghiana
  • L'incontro con l'Altro. Voce alle madri... adottive
Psico-Pratika:
Numero 73 Anno 2012

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Articolo: 'Adottarsi per adottare: l'Altro dentro di noi e l'Altro fuori di noi
Riflessioni sulla genitorialità'

A cura di: Valentina Sbrescia
    INDICE: Adottarsi per adottare: l'Altro dentro di noi e l'Altro fuori di noi
  • Premessa
  • Il desiderio di un figlio
  • Un'ipotesi teorica
  • Quali vie per il desiderio?
  • L'adozione: tra riparazione e trasformazione
  • Le esperienze
  • L'immaginazione possibile e l'immagine impossibile
  • Bibliografia
  • Altre letture su HT
Premessa

Tempo fa ho scritto un articolo dal titolo "Cosa è l'adozione" [pubblicato su www.humantrainer.com], mettendo in risalto il punto di vista fenomenologico esperienziale, dando cioè voce alle emozioni e ai vissuti degli attori coinvolti in questa vicenda, quella adottiva appunto, tanto ricca, tanto piena e tanto varia nel suo dipanarsi.

Con questo nuovo articolo vorrei riprendere l'argomento da un punto di vista più tecnico, ossia con un'attenzione psicodinamica al processo descritto. Mi servirò per questo della teoria Gestaltica e del concetto di "buco di personalità", ma anche del concetto di "Ombra" junghiana, per dimostrare quanto i meccanismi psichici sottostanti alla "gravidanza adottiva" siano assolutamente comparabili a quelli che sottendono la "gravidanza biologica".

Conseguentemente a questa visione quindi porto avanti l'idea che non esista un genitore bio o un genitore ado, ma solo un genitore. Non ci sono figli bio o figli ado, ma solo figli.

Accennerò poi al concetto di capacità genitoriale ma anche a quello inconsueto di "capacità filiale", infine al rapporto con la storia precedente di bambini e genitori e alle capacità ripartiva e trasformativa che questo incontro d'amore esige.

Devo premettere che ho passato parecchio tempo (mesi) a riflettere su cosa avrei potuto scrivere al riguardo. La mia riflessione è stata infatti rallentata principalmente a causa di due fattori.

    Il primo è che, con un minimo di orgoglio personale e professionale, mi sarebbe piaciuto scrivere qualcosa di nuovo, che non fosse semplicemente la riedizione di contenuti presenti all'interno di una lunga bibliografia (la letteratura adottiva infatti straborda di valutazioni professionali).

    Il secondo motivo ha a che vedere con la mia difficoltà a "patologizzare" (cioè analizzare i processi dal punto di vista della sintomatologia e di ciò che è difforme da quanto la maggior parte delle persone, e dei professionisti, ritiene essere normale e sano) il desiderio di maternità e paternità.

Mi spiego meglio: tra gli addetti ai lavori capita spesso di entrare in contatto con il mondo adottivo solo a causa di malfunzionamenti familiari o personali.

In altre parole si parla di adozione solo in quanto c'è qualcosa che non va, o in termini di funzionamento familiare fuori dalla norma e magari disfunzionale alla cura e al benessere dei figli, o in termini di difficoltà proprie dei bambini sia di carattere cognitivo che emotivo (si pensi all'ingresso a scuola e alla base emotiva dell'apprendimento).
Insomma, quando l'adozione, in tutto o in parte, fallisce i suoi scopi sociali e relazionali.

Nelle mie ricerche sull'argomento infatti non ho trovato quasi nulla sulla "fisiologia"
(continuando con la metafora medica) del ciclo di vita della famiglia adottiva, del processo che porta genitori e figli a incontrarsi e riconoscersi come facenti parte della stessa storia e della stessa famiglia. Nulla sullo stupore che prende familiari e non, quando assistono a un miracolo simile.

Piuttosto, forse per deformazione professionale, la nostra attenzione di addetti ai lavori si sposta immediatamente alla ricerca di quegli indici di problematicità che danno uno scopo al nostro essere lì in quel momento: difficoltà relazionali, elaborazione del lutto, difficoltà di apprendimento etc., spingendoci per l'appunto a leggere ciò che vediamo in termini di "patologia".

Non fraintendetemi, è una fortuna per le famiglie che noi siamo lì con loro in quei momenti, ma questa non è la visione che ho io del progetto familiare. Ritengo infatti che l'adozione di un bimbo nasca, sempre e comunque, dal desiderio condiviso tra i coniugi di realizzare proprio quella famiglia, proprio con quelle caratteristiche, cioè di realizzare finalmente il proprio progetto di ciò che una famiglia dovrebbe essere per chi la crea.

È proprio lo scarto esistente tra questi diversi punti di osservazione - quello che rileva principalmente le difficoltà e quello che sostiene la realizzazione di un progetto di vita familiare, e quindi le potenzialità - che mi ha creato difficoltà nel progettare questo articolo. Vedrò quindi di condividere con voi le mie riflessioni.

Il desiderio di un figlio

La prima domanda che mi sono fatta è stata: «Perché si desidera un figlio?
Per quale motivo le persone decidono di avere dei figli?».

Effettivamente questa è una domanda assai strana.
Sembra che nessuno se lo chieda mai. Ho cercato nella letteratura, nei forum... ma è evidente che nessuno si sia mai posto una domanda simile. Il desiderio di avere dei figli è talmente universale e connaturato negli individui, da essere implicito.

È tanto normale che sia così, che ancora oggi ci stupiamo quando sentiamo una donna affermare di non voler avere figli!
Nel momento invece in cui la biologia - e non una libera scelta di non procreazione - ce lo impedisce, allora la domanda che era implicita diventa esplicita, ed esige una risposta.

È vero infatti che nel caso di una genitorialità adottiva questa è la prima domanda che ci si sente fare, con la sensazione poi che se non si sarà in grado di dare una risposta soddisfacente non si verrà ritenuti degni di accogliere un figlio.
In altre parole, ciò che è naturale e scontato in chiunque, non lo è più per i genitori adottivi, come se fossero un po' meno uguali a "chiunque altro".

Sin da principio la "gravidanza adottiva" si connota come qualcosa di "socialmente" diverso: in alcuni casi viene valutata come un ripiego della coppia; in altri come un atto di salvataggio.

Naturalmente l'adozione di un bimbo nato da un'altra pancia è per sua natura un atto sociale, in quanto incide proprio sul tessuto sociale e in quanto necessita di un riconoscimento pubblico per divenire tale (il decreto di un giudice).

Chi invece decide di generare un figlio nella propria pancia non necessita di nessuna autorizzazione per poterlo fare al di là del proprio consenso, a volte non ha bisogno nemmeno del consenso del partner!

Aristotele, considerato il padre del pensiero scientifico, classificò i diversi tipi di causa considerabili nell'osservazione scientifica dei fenomeni. Distinse la causa "efficiente" dalla causa "finale", intendendo con la prima ciò che dà impulso ai fenomeni, li fa muovere (come il remo o la corrente marina o il vento per la barca), mentre con la seconda lo scopo per cui i fenomeni di verificano (raggiungere un'isola, per mantenere l'esempio di chi rema per far muovere la barca).

La caratteristica sociale della scelta adottiva, quindi, non può essere assunta aristotelicamente come "causa efficiente" - cioè ciò che fa muovere le cose (in altre parole non si può adottare per togliere un bambino dalla strada) - ma come elemento "finale", ossia costituire un nuovo nucleo familiare socialmente riconosciuto, si tratta cioè di un "progetto di famiglia".

Ma dove possiamo rintracciare il movente, la motivazione a percorrere una strada tanto irta?

Io credo che a questo livello la gravidanza biologica e quella adottiva siano assolutamente comparabili: credo che chiunque scelga responsabilmente di partorire o adottare un figlio, lo faccia con lo scopo di realizzare una famiglia, così come la immagina e la desidera.

Per questo, quando parlerò di figlio o di genitorialità, da qui in poi non cercherò di definirla con ulteriori aggettivi, come "biologico/a" o "adottivo/a", a meno che questa differenza non sia effettivamente rilevante.

Un'ipotesi teorica

Nella Teoria Gestaltica si parla di "buchi di personalità", ossia del fatto che in ogni persona sia presente tutto e il contrario di tutto. Secondo questa prospettiva la mente funziona per polarità per cui, se buona parte di quello che siamo è consapevole - e fa parte dell'idea che noi abbiamo di noi stessi - con ogni probabilità ignoriamo di noi l'esatto contrario.

Il nostro sviluppo personale ci porta inevitabilmente a confrontarci con ciò che ci manca, con ciò di cui non riconosciamo di avere il possesso, allo scopo di integrarlo e diventare individui più completi.

Per fare un esempio, se sono una persona molto intelligente e nella vita quotidiana non riesco a permettermi la stupidità, scoprirò, attraverso un percorso di crescita personale, di essere in grado di essere stupido, di possedere anche questa capacità, e utilizzerò questa mia nuova abilità per arricchire la mia vita.

Anche Carl Gustav Jung aveva espresso un concetto simile con "l'Ombra".
Aveva ipotizzato che gli aspetti ombra della personalità trovassero una modalità espressiva, tra le altre, durante i sogni, luoghi in cui è possibile una compensazione tra elementi coscienti e ombra, al fine di raggiungere un atteggiamento cosciente più equilibrato e quindi sano.

Bene, nel precedente articolo "Cosa è l'adozione", ho fatto riferimento al momento in cui si affaccia il desiderio di genitorialità e alla sua concomitanza con la nuova capacità di essere genitori di se stessi, del proprio bambino interiore. Capacità che comincia a esprimersi tipicamente, ma non solo, proprio nei sogni.

Ricordo una paziente che sognò la propria madre e la propria nonna prendersi cura e passarsi di mano in mano una bambola dalle fattezze umane che somigliava nei particolari alla paziente stessa. La sua esigenza in quel sogno era proprio quella di togliere la bambola dalle mani altrui, prendersene cura in prima persona, e infonderle vita e felicità di vivere.

Al di là degli altri significati che il sogno aveva per la paziente, quello più significativo per noi ora è la sua necessità di far rinascere a nuova vita quello che sembrava essere solamente il suo involucro, e di accompagnare quella parte di se stessa attraverso una crescita serena.

Facendo questo la paziente ha potuto riappropriarsi dell'aspetto infantile e spensierato dell'infanzia (aspetto ombra), di cui nella realtà non ha mai goduto, e ha potuto fare per se stessa ciò che la madre e la nonna non sono riuscite a fare per lei quando era bambina (atteggiamento cosciente maggiormente sano).

In altre parole credo che il desiderio di genitorialità sia semplicemente, ma non meramente, l'effetto di una naturale tendenza verso la completezza dell'essere umano, un tentativo di diventare "pienamente umani".

Quali vie per il desiderio?

A partire da questo punto comune però, secondo me, il desiderio di un figlio può prendere due strade diverse.


    Una strada lastricata dal desiderio "narcisisticamente" riferito a sé per cui si desidera in qualche modo, e con un brutto termine, "replicare" se stessi.
    Intendo qui la necessità interiore di prendersi cura e far crescere quella parte bambina che dentro di noi non era più contenibile emotivamente (così come un bambino che al nono mese non è più contenibile dentro la pancia della madre), e così si avvia il processo per farlo venire alla luce.

    In tutto questo sembra preponderante però l'attesa di far nascere qualcuno di simile a noi, che ci assomigli fisicamente, nei gusti, nelle capacità e nelle prospettive, la cui pelle abbia il nostro stesso odore, che riprenda il nostro percorso di vita dal punto in cui si è interrotto mettendolo al di fuori di noi.
    In alte parole ci aspettiamo da nostro figlio che raggiunga gli obiettivi che noi ci siamo posti ma che ci siamo resi conto di non essere riusciti a raggiungere fino a quel momento.

Credo che tutti noi siamo soliti osservare situazioni familiari in cui il copione di vita si tramanda di generazione in generazione o, più comunemente, situazioni in cui i genitori programmano la vita dei figli a prescindere dai figli stessi, quasi non accorgendosi della persona "altra" che è rinchiusa dentro l'involucro, tanto somigliante a sé, del corpo del proprio bambino.


    L'altra via che può imboccare il desiderio è invece quella per cui, appagati dalla propria capacità di diventare pienamente se stessi, i genitori desiderano poter fare lo stesso per un figlio, cioè renderlo quell'uomo o quella donna che il figlio è nato per essere.
    Non intendo qui avallare uno stile genitoriale lassista ed eccessivamente permissivo.
    L'effetto sarebbe comunque quello di disconoscere l'individualità del figlio, come sopra, evitando di entrare in contatto con ciò che il figlio veramente è, lasciandolo solo in mezzo a un mondo troppo grande e complicato per lui.

    Intendo invece sostenere quella rara capacità di entrare pienamente in contatto con un ALTRO essere umano, di essere consapevoli delle sue caratteristiche, dei suoi bisogni emotivi, dei suoi desideri; di aiutare quei desideri a prendere una forma che ne permetta la realizzazione; di essere cioè per i figli quella "base sicura" che permetta loro di «buttare il cuore oltre l'ostacolo» (Baden Powell, fondatore dello scoutismo), e di correre a recuperarlo.

Questo tipo di desiderio, quello cioè che va incontro a un ALTRO, mi sembra sia quello più rispettoso e "educativo".

E chi può essere più "altro" di un figlio non nato dalla propria madre?

L'adozione: tra riparazione e trasformazione

Come vedete, nell'adozione, non si tratta di una "patologia", ma di una "fisiologia" della genitorialità, che prende una via che potrei definire semplicemente più evidente: pensate al caso delle adozioni internazionali, in cui è lo stesso aspetto del figlio a rimarcare una diversità biologica con la propria famiglia di appartenenza.

Ho prima sottolineato come l'andare verso la polarità "in ombra" sia funzionale all'integrazione, e quindi alla completezza della persona sana.

Anche in caso di adozione, gli attori protagonisti, e cioè bambini e genitori, compiono un salto verso ciò che è sconosciuto per loro, verso ciò che di più diverso da loro esiste.
Ed è proprio questo atto, il cui fine è la fondazione di una famiglia e l'integrazione della stessa, che è "riparativo" per ciascun familiare. È un percorso in cui ciò che era disfunzionale, che creava dolore e sofferenza, viene "trasformato" in uno scambio di amore reciproco, e perciò curativo per tutti.

Mi si potrebbe obiettare, è vero, di prospettare una visione un po' romanzata, idilliaca e quindi poco reale della famiglia adottiva.

Sono fermamente convinta che la funzione trasformativa sia il cardine dell'esperienza adottiva, e che questa competenza personale (trasformativa) - che nell'adozione diventa interpersonale - sia fondamentale nella gestione delle criticità specifiche di bambini e genitori, soprattutto nei momenti di difficoltà.

Ancora una volta, come la Gestalt insegna, questo è possibile solo nella misura in cui si sia capaci di vero CONTATTO umano.

«Il Contatto umano è l'incontro, in un clima di intimità, di due o più individui i quali riconoscono e portano rispetto innanzitutto per la loro "umanità", cioè per la loro essenza e per il loro valore».
(D. Toneguzzi, P. Baiocchi, "Comunicazione affettiva e contatto umano").
Le esperienze

Voglio a questo punto portare alcune esperienze di madri, che appartengono all'associazione di famiglie, denominata A.G.A (Associazione Genitori Adottati ONLUS, Sostegno Adozioni Sardegna). L'associazione è stata fondata nel 2009 da me e mio marito insieme ad altre tre coppie che, come noi, avevano intrapreso il percorso adottivo.
All'interno di A.G.A. svolgo sia la funzione di membro del Consiglio Direttivo che di Psicologa di sostegno ai membri dell'associazione stessa.

All'interno di questa associazione ho avuto perciò modo di approfondire la conoscenza di molte coppie. In particolare mi piace riportarvi l'esperienza di Valeria (nome di fantasia), la quale ha iniziato il percorso insieme al marito ma, a metà del quale, è rimasta incinta.
Racconta Valeria:

«Dopo qualche anno dal nostro matrimonio ci siamo resi conto delle nostre difficoltà a procreare, ed è stato onestamente lì che abbiamo cominciato ad avvicinarci all'idea dell'adozione. Tengo a dire che non lo abbiamo fatto come un ripiego. Per noi è stata una liberazione anzi l'idea di adottare! È stato come se avessimo scoperto nuovamente la possibilità di essere famiglia, che invece ci sembrava di aver perso con le difficoltà fisiche. Un giorno ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: ma perché non proviamo in questo modo a essere famiglia? Ad andare incontro a nostro figlio visto che non arriva lui.
Siamo rinati in quel momento».

Ecco quindi che la tendenza a sentirsi "completi" acquisisce un carattere proattivo, fornisce la motivazione ad attivare tutta una serie di competenze, sia cognitive che fisiche, ma soprattutto emotive, funzionali al raggiungimento del tipo di integrazione di cui stiamo parlando, e cioè con i propri "buchi di personalità" (secondo la teoria gestaltica), o con la propria "Ombra" (secondo la teoria junghiana).
E questo è in genere un percorso di libertà.

Sembra strano dirlo, perché di solito si associa questa scelta a una mancanza, a una impossibilità. E questo è assolutamente vero. Ma è altrettanto vero che accettare la situazione per quello che è consente poi nuovamente di poter immaginare un futuro, di vedere strade nuove dove prima si vedevano solo ostacoli, di sentirsi liberi di continuare a realizzare la propria storia, quella che sentiamo di dover realizzare per sentirci pienamente noi e pienamente umani.

Continua poi Valeria:

«Circa a metà del nostro percorso con i servizi abbiamo scoperto di essere "incinti". All'inizio tanta incredulità, anche perché eravamo veramente fortemente proiettati verso questo percorso che avevamo iniziato. Ci facevamo già un'idea di questa esperienza. La nostra mente era già avanti. Lo spazio si era già allargato e si era già riempito di questo figlio che stavamo andando a prendere.
Ricordo lunghi pianti. È strano da dire, anche perché io un figlio ce lo stavo avendo, ma era come se stessimo abbandonando un figlio che stavamo già andando a prendere».

In questo momento Valeria e il marito si stanno godendo la propria bimba, di ormai 16 mesi, ma rimangono comunque membri attivi dell'Associazione, in quanto mantengono intatto il desiderio adottivo: il loro progetto di famiglia include infatti l'accoglienza dei figli, qualunque sia la loro provenienza. Ancora una volta la loro capacità di accettare la situazione per quello che è, è l'espressione migliore della competenza ripartiva e trasformativa della loro coppia.

Un'altra mamma invece, Donatella (nome di fantasia), madre di un figlio biologico e di uno adottivo, spiega con estrema chiarezza quale sia la "diversità", e quale sia l'aspetto specifico del rapportarsi a essa:

«L'esperienza dell'adozione ci ha cambiato perché è dare completamente te stesso a un altro, che non sei tu! C'è una differenza tra figlio biologico e adottivo, perché quando un figlio ti arriva per le vie tipiche naturali, è tuo, ha la tua pelle, il tuo odore, i tuoi capelli, ha comunque qualcosa di tuo. È tuo! Quando invece arriva per un'altra via, come l'adozione, è diverso. È diverso da te in tutto!
E quindi devi imparare pian piano tu ad essere sua e lui a diventare tuo.
Quindi è proprio imparare a stare insieme e a riconoscersi come reciprocamente parti l'uno dell'altra: io parte di lui e lui parte di me. E dopo quattro anni è meraviglioso proprio questo: sentirmelo mio ed essere riconosciuta da lui come la sua mamma, come la persona più importante per lui!».

Anche nel caso di Donatella e la sua famiglia, posso assicurare che l'esperienza più bella è vederli: l'intensità e l'onestà dei rapporti che sono riusciti a costruire sarebbero di esempio per qualunque famiglia, al di là della sua origine.
Se infatti i genitori devono imparare a diventare tali (se alle prese con il primo figlio), o comunque a diventare genitori di quel bambino, con quella storia di vita, altrettanto i bambini devono imparare a diventare figli; se i genitori attivano una funzione che già potenzialmente era loro, come se spingessero un interruttore, altrettanto i figli sono già potenzialmente tali e i genitori attivano in loro l'interruttore relativo a quella funzione.

Non intendo dire, con questo, che siano funzioni che si accendono da un momento all'altro come la lampadina in una stanza, ma che sono già presenti nel DNA e nel mondo interiore di ciascuno, e che le esperienze che viviamo ci consentono di tradurle in azioni e comportamenti concreti.

Carl Gustav Jung ha descritto questa dinamica nel concetto di archetipo, e ritengo che in questa storia si attivino gli archetipi della "grande madre" e del "puer".

Al di là del luogo comune sull'adozione, ritengo che l'accettazione dell'ALTRO non possa prescindere dall'accettazione della STORIA dell'altro, sia essa la storia dei genitori (da parte del bambino) o la storia del figlio (da parte dei genitori).

La storia è il supporto a ogni futuro immaginabile.
Dimenticare il "prima" vorrebbe dire, in questo caso, non conoscere futuro.

In che modo posso attivare una funzione ripartiva o trasformativa se non ho niente, nella mia storia, da riparare o trasformare?

Il rapporto con la storia personale e la capacità filiale di complemento a quella genitoriale saranno magari materia per prossimi articoli.

L'immaginazione possibile e l'immagine impossibile

Io ritengo che tutto questo (cioè la capacità di "fare contatto" con l'Altro dentro di noi e con un Altro fuori di noi) sia di fondamentale importanza nel momento in cui, finalmente, il bambino arriva a casa.

Come si può facilmente immaginare infatti, sebbene sia il percorso a fare il genitore, e non la mera presenza di un bambino tra le mura domestiche, è proprio quello dell'ingresso in famiglia il momento in cui tutta la fase precedente viene rimessa in discussione.

È proprio a partire dal percorso già svolto, dal fondamento profondo della propria scelta adottiva, che si possono estrarre le risorse per comprendere e affrontare onestamente il presente. Il presente che è fatto di tutte quelle difficoltà gestionali, ma anche personali, sia dei genitori che del bambino che, se ben gestite, portano a una ulteriore evoluzione nella costruzione di un legame nutriente e curativo.

Una difficoltà tra tutte è l'esistenza, quanto meno fantasmatica, della madre biologica del bambino. E sebbene tutti preferiscano farne a meno, negarla fin quando è possibile, è comunque sempre presente, sia per i genitori che per il bambino, anche quando questo non è ancora in grado di mentalizzare la propria esperienza di vita. È come un palloncino spinto sotto l'acqua, è come l'Ombra junghiana o la polarità gestaltica... È inutile sprecare tante energie per dimenticarla, l'unica via possibile è solo quella di farci i conti.

Mi è capitato più volte di incontrare sulla mia strada, sia personale che professionale, coppie e famiglie "ammalate" di questa sorta di amnesia selettiva. Magari parlano dei genitori biologici, ma nei loro toni si sente la mancanza di una consapevolezza veramente presente. Altre volte, nonostante l'evidenza del rapporto adottivo con il figlio somaticamente diverso, si rifiutano categoricamente di utilizzare il termine "adozione".

Naturalmente nulla di tutto questo permette l'instaurarsi di un rapporto sufficientemente onesto con nessuno, nemmeno con i professionisti del settore, perché il limite che i genitori segnano sul loro territorio è assolutamente invalicabile.
In questi casi, in quanto professionista, mi ritiro in buon ordine preoccupandomi al più di lasciare aperta una porta di disponibilità e accoglienza.

Mi accorgo in quei momenti, entrando in contatto emotivo con le persone che mi trovo davanti, che per i coniugi si tratta di un momento di estrema paura e insicurezza rispetto al ruolo genitoriale che si sono ritagliati, mi rendo conto che chiunque è percepito come nemico e come giudice inclemente e, nel tentativo di comprendere empaticamente il loro vissuto, spero che giunga presto il momento in cui quei genitori si sentiranno pronti per aprirsi alla realtà della loro vita quotidiana, così da poterne ricavare il meglio sia per loro che per il loro figlio.

A volte questa mi sembra l'unica possibilità: coltivare la speranza e un atteggiamento accogliente verso il diverso... non è forse questo che ci insegna la vicenda adottiva?

Bibliografia
  • Perls F., Baumgardner P., "L'eredità di Perls - Doni dal lago Cowichan", Astrolabio, Roma, 1983
  • Jung C.G., "Ricordi, sogni, riflessioni", BUR Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1998
  • Toneguzzi D., Baiocchi P., "Comunicazione affettiva e contatto umano", Istituti Gestalt Trieste e Pordenone, 1996
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