Adolescenza Evolutiva Genitorialità Colloquio
A cura di: Dott.ssa Francesca Emili
Nell'iniziare una consulenza psicologica, particolare importanza ha la gestione del primo colloquio, quando incontriamo genitori che ci
presentano una situazione a loro avviso problematica del figlio.
Mi preme sottolineare che non esiste il bambino senza genitori e, in particolare, fino alla fine delle scuole medie i bambini sono
strettamente dipendenti da loro.
Il lavoro con i genitori, dunque, è molto importante: non si possono incontrare i bambini senza periodicamente vedere anche la madre
e il padre.
In questo momento pensiamo soprattutto alla strutturazione della relazione: i genitori non devono essere "istruiti", ma, tenendo
a mente che sono gli specialisti del loro bambino, devono essere aiutati a recuperare le loro capacità e devono ricevere gli
strumenti perché possano aiutarci nel nostro lavoro.
"Dare istruzioni" porta, invece, a renderli più insicuri e a fargli perdere la fiducia nelle loro capacità.
Può accadere, infatti, che per diversi motivi un adulto possa perdere il contatto con le sue capacità genitoriali, che si perda
ed entri in uno stato di confusione. Il nostro compito, ripeto, è quello di riportarlo ad avere fiducia nelle sue competenze.
A volte i genitori nel colloquio ci raccontano con semplicità e sincerità - talvolta senza rendersi conto della gravità
di ciò che dicono - gesti di rifiuto e di violenza nei confronti dei loro figli.
I sentimenti di rabbia e condanna, che ci vengono spontanei, ci aiutano a capire quello che prova il bambino, ma non a comprendere gli adulti.
Bisogna, perciò, sospendere il giudizio e chiederci come possiamo essere di aiuto per far sì che i genitori riescano ad accettare
il proprio figlio.
Dietro un atteggiamento di violenza, ad esempio, c'è sempre la paura e nostro compito è andare a capire di cosa ha paura il genitore.
Nel momento in cui viene riconosciuta la sofferenza, padre e madre possono liberarsi delle proprie difese ed essere di aiuto al figlio.
Si tratta di fare in modo che gli adulti possano comprendere le reali intenzioni del bambino, aiutarli a compiere quel processo di osservazione
che porta a guardarlo senza giudizio e a riconoscere da quello che fa e che dice ciò che veramente è. In sostanza, dobbiamo
aiutare i genitori a saper leggere i comportamenti del bambino.
Molto spesso essi sono influenzati, nella comprensione del figlio, da pregiudizi, modelli educativi che hanno sperimentato nell'infanzia
o emozioni soggettive.
Spesso, recuperando nel genitore la fiducia nelle proprie competenze, è possibile riprendere un processo educativo virtuoso.
Quando i genitori riescono a vedere il figlio senza pregiudizi, il bambino o l'adolescente si sentono riconosciuti e i genitori diventano
dei veri e propri co-terapeuti.
Anche se i genitori non vanno istruiti, si possono dare indicazioni pratiche riguardo ai ritmi di vita, ai rituali che scandiscono la giornata, alle modalità di addormentamento del bambino, ai diversi accorgimenti che il genitore può mettere in atto per farlo stare meglio.
Prendiamo ora in considerazione il modo in cui si svolge concretamente l'incontro con i genitori dei bambini che andremo ad incontrare.
Se svolgiamo un'attività privata, saranno i genitori a chiamarci telefonicamente; se invece siamo all'interno di un contesto scolastico, è possibile che a contattare i genitori saremo noi.
Quando i genitori ci chiamano è sempre perché hanno una difficoltà con il proprio figlio e perché hanno
toccato con mano la loro impotenza e così chiedono aiuto, quindi già nella prima telefonata il gesto che ci dovrebbe caratterizzare
è la piena accoglienza.
Il modo in cui avviene la telefonata è già indicativo dello stato d'animo e della situazione in cui si trova il genitore: può
succedere che cominci a parlare delle difficoltà entrando nei dettagli, come a volere una consulenza per telefono.
In questo caso l'angoscia è molto forte e probabilmente la richiesta d'aiuto è stata motivata da un qualche episodio recente che
ha creato un'emergenza.
Al contrario, la telefonata può essere breve e sintetica e a volte anche troppo vaga.
In questo caso probabilmente la preoccupazione del genitore è gestita meglio.
Può essere che il genitore riferisca le parole degli insegnanti o di altre persone per motivare la sua chiamata, dimostrando così
di avere una motivazione più estrinseca che intrinseca.
È anche significativo chi dei due genitori vi telefona: di solito è il genitore che avverte maggiormente la difficoltà.
È importante dare alla telefonata una struttura per poter gestire meglio l'ansia di chi chiama in modo da contenerla, per avere i dati
di cui si ha bisogno e per offrire le informazioni di cui i genitori hanno bisogno prima del primo colloquio.
Si dovrebbe chiedere:
Si dovrà chiarire che:
Se a richiedere l'appuntamento è il clinico attraverso la scuola, la modalità del primo incontro è diversa:
infatti, se è la scuola che ritiene che il bambino debba essere seguito in modo particolare e chiede alla famiglia di approvare un
intervento, il primo contatto con i genitori è particolarmente delicato. Abbiamo di fronte dei genitori che non hanno preso iniziative
per aiutare il bambino, o perché non sono consapevoli delle sue difficoltà (e quindi la notizia che la scuola ritiene il bambino
bisognoso di cure particolari li sorprende e più o meno consapevolmente li ferisce) o perché non hanno saputo come chiedere aiuto.
Essere chiamati dalla scuola fa attivare sentimenti di inadeguatezza e/o di colpa.
Questi sentimenti diventano particolarmente insopportabili se la scuola si mette nella posizione di saperne di più della famiglia e
chiede ai genitori un atto di cieca fiducia nelle sue competenze.
La scuola, invece, dovrebbe ammettere con sincerità tutte le difficoltà che incontra con il bambino e che, dopo aver fatto tutto
il possibile per integrarlo nella classe o per sostenerlo, chiede ora alla famiglia una collaborazione.
Se la scuola riconosce la propria impotenza, legittima l'impotenza del genitore e si mette in una posizione di collaborazione e non di competizione.
Prima di parlare di cosa è importante sapere e chiedere nel primo colloquio con i genitori, vediamo cosa è importante osservare e notare con attenzione.
Come abbiamo visto, il primo colloquio si svolge senza il bambino o l'adolescente (nel caso sia coinvolto un adolescente è importante che i genitori lo informino del colloquio che ci stanno chiedendo e gli chiedano l'autorizzazione a parlare delle loro difficoltà e di lui. Il fatto che lo abbiano informato o meno ci fa capire che tipo di rapporto hanno con lui).
Nel primo colloquio raccoglieremo la richiesta esplicita (di solito legata ad un comportamento che crea disagio a qualcuno: ad esempio,
il genitore potrebbe riportare che il bambino fa confusione in classe, ecc.), ma vedremo poi anche quella implicita (potrebbero chiedere
implicitamente aiuto perché non sanno gestire l'aggressività o le richieste del figlio) e la biografia del bambino, la sua storia.
Durante il colloquio raccogliamo ciò che viene espresso verbalmente e le informazioni che il genitore ci dà attraverso il suo
linguaggio non verbale.
Il primo colloquio è sempre molto importante perché è come un microcosmo in cui è presente tutto ciò che
via via noi scopriremo nel corso della relazione con loro e con il bambino.
Possiamo capire le aspettative del genitore in base a come si pone:
Un altro aspetto importante da tenere in considerazione nel primo colloquio riguarda il rapporto dei genitori tra loro: dobbiamo notare chi comincia a parlare per primo e alla dinamica che si svolge tra loro. Per esempio, può essere che sia il padre a prendere l'appuntamento, che sia lui a cominciare a parlare e che, durante il colloquio, faccia continuamente delle critiche al modo che la moglie ha di educare i figli, oppure può essere che nei primi colloqui sia spesso il marito a parlare anche al posto della moglie e a porsi nei suoi confronti con un fare protettivo. Infine, può essere che a parlare sia soprattutto la moglie e che lei abbia nei confronti del marito un'aria di sufficienza, come se qualsiasi cosa lui dica non sia poi così importante.
Un altro importante aspetto cui prestare attenzione durante il primo colloquio riguarda gli stili educativi dei genitori.
Passando alla strutturazione del colloquio stesso, distinguiamo due parti. Nella prima si ascoltano le preoccupazioni dei genitori e nella
seconda si raccolgono i dati biografici.
È importante in ogni momento del colloquio dare spazio e attenzione sia ai vissuti del genitore che alla descrizione dei comportamenti
del bambino, non seguire un protocollo rigido, ma ascoltare e cercare di toccare tutti i temi che a noi interessano.
Nella prima parte si dovrebbe lasciare spazio ai genitori perché essi possano portare le loro preoccupazioni, senza interromperli
se non lo stretto necessario per capire meglio.
In questo momento l'attenzione deve essere rivolta agli aspetti verbali e non verbali, alla meta-comunicazione, chi inizia a parlare, che
rapporto sembra esserci tra i genitori, il tono di voce, il tipo di narrazione (schematica, sintetica, confusa, precipitosa, senza pause,
prolissa, fredda, ecc.).
Questa prima fase del colloquio viene introdotta con la domanda: "Cosa vi porta da me?" o "Cosa vi preoccupa?", "Perché
avete deciso di chiamarmi?" in modo che venga fuori la preoccupazione principale riguardante il bambino.
Quando questo aspetto è stato chiarito, si passa alla seconda fase, che permette di conoscere gli aspetti biografici del bambino.
In questa seconda fase bisogna essere più strutturati e sistematici.
Le aree da toccare riguardano l'età, la classe, la famiglia e il lavoro dei genitori, l'organizzazione della settimana, le relazioni,
la cronologia dal concepimento al parto, il sonno, l'allattamento, lo svezzamento, il linguaggio, l'inserimento nella scuola materna o al nido,
la scuola elementare, l'orientamento spazio-temporale, i rapporti con i coetanei, ecc.
È molto importante capire cosa ha fatto il bambino, ma soprattutto il modo in cui l'ha fatto, non limitarsi all'elenco di cose accadute
ma capire anche il modo di giocare, gli interessi.
Se i genitori non hanno detto al figlio che hanno intenzione di portarlo da noi e ci chiedono come spiegarglielo, possiamo girare loro la
domanda: "Lei che cosa direbbe?" (da come rispondono si capisce molto riguardo al tipo di rapporto che hanno).
Ovviamente le domande non devono essere chiuse, stile interrogatorio, ma aperte, consentendo al genitore di dire serenamente cosa pensa.
I colloqui con i genitori non hanno lo scopo di trovare le cause delle problematiche del bambino attraverso il passato biografico, ma
servono per cogliere importanti correlazioni tra l'ambiente in cui vive il bambino, gli aspetti ereditari e la sua individualità.
Bisogna prestare attenzione a come il bambino gestisce ciò che gli arriva dall'esterno, quanto ci mette di suo, quanto viene sopraffatto
dall'ambiente o ha capacità di reagire, trasformare quello che viene da fuori affermando se stesso.
Nel corso dell'età evolutiva queste due forze, quella esterna e quella interna, si alternano in cerca di un equilibrio:
Ascoltando la biografia non vanno cercate le cause di un sintomo negli eventi, ma bisogna cogliere le correlazioni, ciò che è ricorrente, l'equilibrio tra ricettivo/immedesimativo (assorbire tutto quello che viene dall'esterno, quasi facendone parte) ed espressivo/volitivo (attuare comportamenti che dimostrano maggiore propositività rispetto agli stimoli esterni che non sono più colti passivamente).
Elenco qui i singoli momenti dell'evoluzione del bambino per sottolineare ciò che è rilevante. Questi temi non vanno indagati in modo inquisitorio, ma tenuti a mente e avvicinati con tatto.
0-2 anni
2-4 anni
5° anno
6°-7° anno
6-8 anni
9° anno
10-12 anni
13-14 anni
Dopo 1-2 colloqui con i genitori ci siamo fatti un'idea del bambino e nel primo incontro con lui lo accoglieremo e asseconderemo i suoi
interessi, creando uno spazio perché si senta a suo agio. Se è un bambino e non un adolescente, gli metto a disposizione alcuni
giocattoli, lo osservo mentre gioca e partecipo anche io con naturalezza.
Il messaggio che deve passare è di estrema fiducia: "Qualsiasi cosa tu faccia, io ci sarò". Questo permetterà la
continuità ed affidabilità della relazione.
Io normalmente mi muovo così: personalmente prima di fare una diagnosi scrivo solo quello che succede, dunque come si muove, quando
cammina, se è pesante o leggero, come tocca e afferra gli oggetti, osservo la motricità grossolana, fine e linguistica (come
si muove e parla), il suo rapporto con il mondo, tra sé e gli altri, la voce (forte, bassa, chiara o meno), come pronuncia i fonemi.
Il contenuto della nostra consulenza è il comportamento, attraverso il quale il bambino mi parla come fosse un vero e proprio linguaggio
corrispondente alla sua età.
Penso al bambino come parte di una rete di relazioni, con uno sguardo sistemico (c'è differenza se cresce in città o campagna,
se i genitori sono soli o ci sono i nonni, se lavorano, cosa fa di pomeriggio, se ci sono o non ci sono fratelli, se fa attività manuali,
passeggiate nella natura, ecc.).
Nel secondo incontro avrò riflettuto sul primo, il bambino porterà elementi nuovi.
Al termine del gioco penso a quello che abbiamo fatto, raccolgo tutto il materiale e faccio una diagnosi e una previsione di lavoro.
Nell'incontro di restituzione ai genitori non è necessario parlare delle teorie che sottendono le nostre osservazioni, ma bisogna
trovare le parole giuste per dire loro tutto senza alimentare un senso di colpa.
Il senso di colpa si deve trasformare in senso di responsabilità, che aiuta a fare il prossimo passo verso il benessere del bambino.
Dobbiamo aiutare i genitori ad aiutare i bambini, dobbiamo avviare un processo che deve proseguire a casa.
Al termine del colloquio è importante riferire quanto dureranno gli incontri, che saranno a cadenza settimanale possibilmente sempre
allo stesso giorno e alla stessa ora e quando incontreremo nuovamente i genitori.
Si è voluto analizzare in modo specifico il primo colloquio perché da questo si pongono le basi per una buona relazione e
una buona alleanza terapeutica.
Ritengo sia indispensabile incontrare i genitori all'inizio e periodicamente durante il lavoro con il bambino, sia perché sono loro i
veri esperti del proprio figlio, sia perché senza il loro aiuto il nostro lavoro lascia il tempo che trova ed è sicuramente meno
efficace.
In tutti i casi l'atteggiamento deve essere di accoglienza e accettazione, senza nessun giudizio critico. Dobbiamo raccogliere in modo
sistematico le informazioni che ci interessano senza farci distrarre da una conversazione che ci porta fuori dai nostri obiettivi. Per questo
è utile avere sottomano (o in mente) la lista dei temi.
Se si inizia con le premesse giuste, tutto il lavoro successivo sarà facilitato.
La prima cosa che cura è la relazione.
Adolescenza Evolutiva Genitorialità Colloquio
L'articolo «Consulenza psicologica: il primo colloquio con i genitori del bambino» è stato pubblicato nel N° 156 della Newsletter.
Regole di utilizzo
ho letto con molto entusiasmo il suo interessantissimo articolo. Molto utile. Avrebbe del materiale simile per una presa in carico di un adolescente invece?
La ringrazio, cordialmente