Evolutiva Psicoanalisi Sé Attaccamento Genitorialità
A cura di: Dott.ssa Rebecca Farsi

Nelle prime fasi della vita, il pianto rappresenta un mezzo di comunicazione con il quale l'essere umano richiama l'attenzione e la premura
di cui necessita per sopravvivere.
Le "dotazioni biologiche" lo aiutano da subito in questo importante compito: è grazie al muscolo striato della laringe se, in
modalità del tutto non appresa, il neonato rende possibile il passaggio dell'aria attraverso la trachea, mettendo in moto le corde
vocali che gli consentono quell'emissione sonora, intensa e prolungata, con la quale manifesta la propria presenza.
Ma al di là di quella vocale-comunicativa sono numerose le funzioni legate al pianto. Tra queste si citano:
Non è errato considerare il pianto come un espediente di sopravvivenza.
L'etologia ci mostra come questo "richiamo vocale" sia in realtà il retaggio di un istinto trasmesso in via filogenetica che
gli esseri umani condividono con gli animali.
Il pianto è un modo per richiamare l'attenzione ottenendo nutrimento e protezione (Alcock, 1997).
Gli animali apprendono presto a utilizzare strategie di competizione con i fratelli, al fine di accaparrarsi un maggior numero di cibo e
risorse: spesso si instaurano autentiche gare a chi piange di più e più forte.
E la tecnica del pianto, effettivamente, funziona: è stato riscontrato come i cuccioli che piangono con maggior frequenza sono anche
quelli che ricevono più premure, e dunque anche quelli che riescono ad alimentarsi più spesso, incrementando così le
possibilità di sopravvivenza (Alcock, 1997).
Anche per l'essere umano il pianto costituisce un rinforzo positivo al bisogno di vicinanza: uno studio avente ad oggetto il confronto tra contesti culturali nei quali il pianto è oggetto di immediato intervento (tribù di beduini del Sahara) e contesti nei quali il richiamo vocale viene ignorato per favorire l'impiego di strategie auto regolative (kibbutz israeliani) (Furlow, 1997; St. James, 1989), ha rilevato come i bambini risultino più piagnucolosi nel primo contesto; dato confermato da uno studio di Broadbeck e Irwin (1946) che ha dimostrato una netta diminuzione dell'intensità dei vocalizzi sonori da parte di soggetti istituzionalizzati - nei quali le esigenze di esclusività e contatto corporeo diretti vengono frustrate da una condotta di parenting necessariamente condivisa, e per questo meno gratificante il richiamo (Spitz, 1958).
Già dopo il primo anno di vita il pianto è meno intenso e frequente.
Con l'acquisizione di competenze comunicative e di capacità locomotorie il bambino si affranca gradualmente dalla dipendenza genitoriale, e con essa dai mezzi di richiamo tipici dello stadio neonatale.
Il processo di crescita determina una diminuzione dell'utilizzo del pianto come mezzo di richiamo e un abbassamento progressivo della sua
intensità sonora.
Si va dalla media di 526.89 Hz, tipica dei 5 mesi, a un decremento riscontrabile già verso i 13 mesi, quando l'intensità scende
a 470.96 Hz, per raggiungere un valore di 455.61 Hz a 20 mesi (Esposito e Venuti, 2010).
Di riflesso, bambini che presentano difficoltà evolutive di varia natura, proprio in ragione di un più ritardato processo di acquisizione autonomica, mostrano un ritardo nello svincolo dalla dipendenza genitoriale e dai mezzi di richiamo tipicamente neonatali.
Ad esempio nei casi di autismo il pianto presenta intensità e frequenza tipiche della fase neonatale anche nella fascia di età
che va ai 2 ai 4 anni.
Diverse anche le caratteristiche di emissione: rispetto a quello dei bambini normotipici, il pianto degli autistici appare più breve,
meno modulato e con mancanza di picchi regolari (l'intensità è quasi sempre la medesima), mentre a livello percettivo sembra
più simile a un lamento, monotono e monocorde, difficilmente interpretabile dal genitore (Venuti, Esposito, 2004).
Anche in presenza di danni neurologici il pianto presenta caratteristiche anomale, in particolar modo riscontrabili attraverso alterazioni nella modulazione del c.d. picco del pianto, termine con cui si indica la frequenza di base percepita durante la fase delle vibrazione delle corde vocali (Venuti, Esposito, Giusti, 2007).
Picchi più instabili ed elevati sono stati riscontrati in neonati con asfissia, danni cerebrali e idrocefalia.
Al contrario picchi più bassi risultano individuati in soggetti con Sindrome di Down e ipertiroidismo, mentre bambini malnutriti,
prematuri o esposti a sostanze stupefacenti in fase prenatale presentano picchi più alti e minore durata dell'emissione vocale, oltre
a una più ritardata evoluzione del pianto e delle sue caratteristiche sonore (Fisichelli, Karelitz, 1966).
Uno studio approfondito della qualità sonora del pianto potrebbe dunque fornire importanti informazioni circa lo stato di salute del neonato, mostrandosi uno strumento di identificazione precoce di disturbi neurologici anche in assenza di sintomatologia espressa.
Gestire il pianto non è facile, soprattutto perché ne esistono svariate tipologie causate da altrettanto varie motivazioni
di cui il genitore, perso nel mutevole alternarsi delle fasi evolutive, ignora spesso la natura.
Ad esempio, tra la terza settimana e il quinto mese la sua resistenza viene messa a dura prova da un pianto intenso che si verifica alla fine
della giornata, quando le sue risorse accudenti risultano debilitate dal carico degli impegni quotidiani - le c.d. risorse residuali -
e si rivelano per questo inadeguate a una gestione materiale proficua (Brazelton e Cramer, 1990).
Il bambino appare letteralmente inconsolabile, e spesso non se ne comprende il motivo.
Ma un'adeguata differenziazione tra le varie tipologie di pianto è importante sin dalle prime fasi di vita: studi longitudinali hanno
infatti rilevato come, figli di donne maggiormente responsive e in grado di distinguere tra pianti avversativi (con frequenza più alta)
e non avversativi (con frequenza più basse) possano raggiungere, a 18 mesi, livelli linguistico/cognitivi più elevati rispetto
a figli di donne che non presentano la medesima capacità differenziante (Gustafson, Harris, 1990; Zeifman, 2004).
Vediamo, a tal proposito, le tipologie di pianto maggiormente identificate in clinica:
Pianti che ricevono una più pronta risposta sono generalmente legati a espressioni foniche più intense, per quanto meno
frequenti.
Ciò ha portato a ipotizzare che il fattore frequenza si mostri determinante per l'immediatezza della risposta parentale, mentre
il fattore durata non sembra avere un peso altrettanto rilevante (Green, Jones, Gustafson, 1987).
In particolare, uno studio ha rilevato come il pianto colitico - il pianto da dolore per eccellenza - sia più prontamente percepito
rispetto agli altri tipi di pianto, proprio perché caratterizzato da un'intensità maggiore e ininterrotta (Huffmann et al. 1989).
Un'altra variabile rilevante per la prontezza della risposta parentale è la durata delle pause: in particolare, quelle frequenti, irregolari e particolarmente corte - con interruzioni a singhiozzo - contribuiscono a rendere la risposta più immediata (Zeskind, Klein e Marshall, 1992).
Anche la mimica facciale può svolgere un'importante funzione di richiamo: uno studio di Irwin (2003) ha rilevato che i genitori mostrano maggior velocità di risposta di fronte a espressioni di dolore continuate piuttosto che al persistere di un'agitazione neurologica.
Nei suoi studi sulla dinamica emotiva infantile, Winnicott (1964;1965) ha specificato che nelle prime fasi della vita il bambino non ricorre
al pianto per necessità di carattere esclusivamente fisiologico, ma anche per esprimere stati angosciosi che non riesce a gestire e che,
attraverso un intenso richiamo vocale, cerca di condividere con la madre.
È proprio la madre che, nell'intimità dell'ambiente diadico, potrà ricevere tutte le emozioni trasferitele dal bambino,
anche quelle più disintegranti, e restituirgliele in una modalità più accettabile, favorendo la costruzione dei processi
propriocettivi e di autoregolazione.
Le più frequenti cause di pianto sono generalmente tre:
Riconoscere le motivazioni del pianto e saperle assecondare rappresenta spesso un'autentica scommessa, il cui carattere aleatorio risulta amplificato dall'assenza di feedback espliciti da parte del bambino.
Si tratta di un'esperienza normalmente scoraggiante.
Ma non impossibile.
Il pianto non può e non deve rappresentare una cripta insondabile, uno stimolo immobilizzante in grado di debilitare le risorse psicofisiche di adulti e bambini.
Reagire opportunamente è più facile di quanto si possa credere, specie per i genitori, di cui ricerche settoriali hanno
rilevato una naturale predisposizione a rispondere ai richiami del bambino.
A questo si associa una migliore capacità di fronteggiare il pianto rispetto ai non genitori (Green et al. 1987), resa possibile da
un'iperattivazione della corteccia supplementare motoria, che consente una preparazione immediata al movimento verso la fonte del
richiamo, e dalla disattivazione del default mode network, un circuito cerebrale deputato al pensiero libero e non direzionato, che
si spegne ogni qualvolta il cervello deve impegnarsi in attività attentive e di concentrazione specifica (Esposito, 2017; Bornstein
e Venuti, 2013).
Dunque non è il caso di drammatizzare: la maternità intuitiva, di cui già parlava Winnicott, è
in grado di cogliere i bisogni del bambino e di sintonizzarsi sugli stessi malgrado le inevitabili difficoltà e i passi falsi.
Manifestando prima di tutto una vicinanza fisica.
Tra le braccia della madre il bambino sperimenta una sensazione di benessere in grado di disattivare il sistema simpatico e l'iperattivazione
neuromuscolare in maniera immediata e duratura (Omura, Okhuda, Truzzi et al., 2022).
Avvertire il contatto materno che lo sostiene e lo conforta stimola il c.d. di transport reponse, un meccanismo condiviso dalla maggior parte dei mammiferi, capace di determinare la risposta del parasimpatico e con esso la cessazione dell'arousal e dello stato tensivo (Esposito et al., 2013).
Fatta salva l'individualità di ogni contesto evolutivo - standardizzare non è mai opportuno - le strategie generalmente più in grado di placare l'intensità del pianto sono infatti ottenute attraverso condotte di prossimità epidermica, unite a condotte emotive consolatorie: cullarlo, dondolarlo delicatamente, sussurrargli all'orecchio, spostarlo lateralmente, battergli delicatamente la schiena, metterlo in posizione verticale, stimolarlo a livello tattile e vestibolare, dargli da mangiare o mostrargli oggetti di suo gradimento, sono i mezzi consolatori di più sicuro successo (Gustafson et al., 2000).
Ma la vicinanza corporea non basta.
Il bambino deve sentirsi pienamente accolto nel Sé del genitore, e qui riconoscersi come oggetto "desiderato".
È necessario essere presenti, più che pensanti, al fine di sentire i messaggi inviati dall'altro, senza contaminarli
con i significati individuali di colui che sta in ascolto (Vigna, 2002, p. 70).
Diventa fondamentale costruire uno "spazio mentale" dove il pianto costituisce un prezioso elemento comunicativo, uno strumento
di accesso al mondo interno del neonato, utile a coglierne le numerose e significative sfumature.
Per questo non è mai opportuno saturarne la potenzialità espressiva con interpretazioni narcisistiche, pena la mortificazione di quella capacità desiderante indispensabile a creare una pulsione di apertura verso il Sé e il mondo.
Al di là degli effetti apparentemente negativi, il pianto consente la sperimentazione di una frustrazione potenziante,
determinata dalla possibilità di porre tra il Sé e l'oggetto desiderato una distanza che motiva, rinforza e direziona l'impulso
vitale, favorendone il progresso.
Per questo il genitore non deve rispondere con condotte anticipatorie, atte a interpretare apprensivamente un'espressività individuale
che il bambino, anche con il pianto, sta cercando di costruire in autonomia.
Con ciò non si intenda che il pianto debba essere favorito o prolungato, ma che è parimenti inopportuno farsi dominare da condotte saturanti, volte a favorirne la cessazione non tanto per ripristinare il benessere del neonato, quanto per porre fine allo stato di angoscia che il richiamo sonoro suscita inevitabilmente nel genitore.
Il pianto del bambino chiede un ascolto leale e rispettoso, ottenuto tramite un processo di decentramento con cui l'adulto si distacca dal Sé per sintonizzarsi empaticamente sull'universo infantile, riuscendo a riprodurne sensazioni e stati d'animo.
Il più opportuno approccio di trattamento si identifica in un sano equilibrio, volto da un lato a rispondere alle esigenze
neonatali con prontezza, per non generare vuoti affettivi e angosce abbandoniche: un bambino costretto a vissuti di solitudine prolungata
potrebbe ricorrere all'impiego di strategie auto consolatorie, con gravi ripercussioni sulla funzionalità del processo evolutivo,
anche sul lungo termine (Spitz, 1958).
Dall'altro è tuttavia necessario concedere lo "spazio e il tempo di piangere", seguendo ritmi espressivi che non possono
prescindere dall'utilizzo dello strumento vocale, finanche amplificato e prolungato, talvolta semplicemente per scaricare l'energia in eccesso
ed entrare in contatto, per la prima volta, col Sé messo a nudo.
..."Quando una prima volta la madre fa piangere il bambino senza farlo disperare, in quel momento il neonato si accorge che il seno non è una parte del suo corpo, ma un oggetto esterno indipendente: inizia ad usare il suo pianto come un richiamo... e si consolida la consapevolezza del bisogno del contatto materno per gratificare i propri bisogni..." (Vallino, Macciò, 2023, p. 37).
Evolutiva Psicoanalisi Sé Attaccamento Genitorialità
L'articolo «Il pianto del bambino: tipologie e funzioni in una prospettiva psicologica» è stato pubblicato nel N° 225 della Newsletter.
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