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Relazione analista paziente

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Relazione analista paziente

L'articolo "Relazione analista paziente" é tratto dalla rubrica Spazio Psicoanalisi.

Nell'articolo si parla di:

  • Idolatria e Transfert
  • Umanesimo radicale, Psicoanalisi e Transfert
  • Confronto tra Fromm e Kohut sul rapporto tra analista e paziente
Psico-Pratika:
Numero 23 Anno 2006

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Articolo: 'Relazione analista paziente'

A cura di: Romano Biancoli

Leggi la prima parte dell'Articolo: Contributo alla veduta "idologica" del Transfert

Transfert, controtransfert e relazione "Center-To-Center" tra Analista e Analizzando

L'analisi e' un dialogo tra analista e analizzando, volto a stabilire chi e' quest'ultimo e perche' e' cosi' (Silva-Garcia, 1988).
Il dialogo si basa su risposte e reazioni emotive comunicate reciprocamente.
A tutto cio' che esprime la persona in analisi, e non solo al transfert, l'analista reagisce emotivamente ed esprime la propria reazione (Fromm, 1968): entrambe le identita' sono in gioco.
La comprensione insorge nell'analista come sua risposta a cio' che il paziente globalmente gli comunica.
Attivando un dialogo, l'analista, anche lui globalmente, propone al paziente cio' che ha compreso.
Tauber (1959) mette in evidenza il "sense of immediacy" che Fromm dava alle sedute, consistente in rapide comprensioni del nucleo centrale della vita del paziente.

Bisogna sperimentare cio' che il paziente sta sperimentando, porsi al centro di lui, cosi' da vederne la totalita' che vive come un tutto funzionante, il movimento interno che esprime le manifestazioni esterne (Ibid.).
Questo rende possibile all'analista di sentire in se' quel che il paziente sente ma non e' ancora consapevole di sentire.

"Fromm expects a total, concentrated "thereness" of the therapist to the patient"
(Horney Eckardt, 1983, p. 397).

L'analista puo' sentire in se', puo' fare esperienza diretta del transfert del paziente immedesimandosi in lui o lei e sentendo quello che sente lui o lei.
In questo modo l'analista dal centro di se' si correla al centro del paziente.
Anche la reazione dell'analista al transfert del paziente, al sentirsi suo idolo, puo' far parte di questa correlazione, come battuta del dialogo.
Se la reazione dell'analista al transfert del paziente non e' controtransferale, cioe' idolatrica anch'essa, ma umanistica, volta a evidenziare la distorsione, a renderla conscia al paziente al fine di analizzare il transfert, il dialogo prosegue e l'analista mantiene la sua competenza, che e' quella di essere il paziente mentre e' se stesso (Fromm, 1968).
Se l'analista invece reagisce in termini controtransferali, distorcendo anche lui, proiettando anche lui sul paziente contenuti suoi propri, allora il dialogo cambia e puo' anche interrompersi.
In effetti, secondo Fromm il controtransfert e' una "counterattitude" (Ibid.).

Alan Grey (1996) nota che quando Evans, nella sua intervista a Fromm (1966), gli chiede se per lui il controtransfert e' la stessa cosa che intendeva Freud, cioe' un atteggiamento verso il paziente proprio della relazione terapeutica, Fromm risponde prontamente "certainly" (Evans, 1966, p. 33). Prosegue Grey:

"Unfortunately the question itself is quite equivocal, since it fails to specify whether the reference is to Freud's (1913)
usual insistence on eliminating countertransference from the analytic work. The interviewer could possibly be alluding to those rare instances when Freud spoke of the analyst's unconscious reactions as a valuable 'instrument which he can interpret the utterance of the unconscious in other people' (p. 320)"
(1996, pp. 291-292)

Mi sembra che la questione si possa comprendere nel modo seguente.
Fromm, come analista interpersonalista, rifiuta il modello dello schermo bianco e propone un impegno interattivo nel rapporto col paziente (1966, 1968).
Inoltre, nel suo pensiero clinico c'e' la distinzione tra controtransfert e reazione umanistica, non distorcente, dell'analista a quanto il paziente esprime.
Mentre questa seconda reazione e' propria dell'abilita' e della competenza dell'analista nella center-to-center relatedness, e dunque costituisce nel modo piu' appropriato l'"instrument" di cui parla Freud, il controtransfert rappresenta un limite dell'analista (1966, 1968).

Si profila un concetto molto ristretto di controtransfert.
In tale senso stretto, il controtransfert e' visto nel modo classico dei primi analisti.

"Originally countertransference was seen as disturbing and contaminating to the analysis, as an intrusion of unanalyzed residues of the analyst's pathology"
(Epstein, 1975)

Contro questa concezione del controtransfert e a favore di un suo uso creativo e terapeutico in analisi reagirono con grande forza, fra gli altri, Paula Heimann (1950) e Racker (1968).

Mi sembra tuttavia che la distinzione tra controtransfert e reazione umanistica dell'analista appaia piu' chiara sul piano concettuale che in termini di esperienza nel qui e ora della seduta.
Infatti, non sempre e' possibile all'analista comprendere la natura della sua reazione mentre la sta vivendo.

E' un dato di fatto che Fromm non scrive sull'uso del controtransfert in analisi e si mostra invece interessato a valorizzare l'area di comunicazione non distorta tra analista e analizzando, entro la quale l'analista si propone come un essere umano particolarmente addestrato in "the art of listening" (1994).
Paragonando la concezione di Sullivan dell'analista come "partecipant observer" alla propria, Fromm si spinge ad affermare: "(...) to 'partecipate' is still to be outside. The knowledge of another person requires being inside of him, to be him" (1960, p. 332).

Nella prospettiva "idologica", il transfert viene trattato in analisi ponendo continuamente a confronto la parte infantile e malata del paziente con la sua parte adulta e sana (Fromm, 1968; Lesser, 1992).
L'analista si deve offrire su due piani (Evans, 1966), su quello transferale del paziente, che lo investe con le sue distorsioni e i suoi bisogni, e su quello di persona reale che si rivolge alla persona reale che gli sta di fronte (Goldman, 1990).

"I think it is a mistake to believe that all that goes on between the analyst and the patient is transference. This is only one aspect of the relationship; but the more fundamental aspect is: there is a reality of two people talking together (...) Quite aside from transference and countertransference, the therapeutic relationship is characterized by the fact that there are two real persons involved (...) I think one very important fact of psychoanalytic technique is that the analyst must constantly, so to speak, scrabble on two tracks: he must offer himself as an object of transference and analysis, but he must offer himself also as a real person and respond as a real person"
(Fromm, 1994, p. 121)

Secondo Schecter (1981, p. 477), Fromm

"(...) has implied that transference becomes more intense and troublesome where the situation between analyst and patient is not sufficiently real"
Un rapido confronto tra Fromm e Kohut in tema di rapporto tra Analista e Paziente

L'ascolto dell'analista non e' solo ascolto di parole, ma un modo di essere presente.
Per Fromm, non basta l'atteggiamento di attenzione fluttuante raccomandato da Freud (1912).
Oltre a questo, occorre un'attitudine vitalizzante da parte dell'analista, che crei un clima di interesse.
La persona che e' in analisi deve sentire che l'analista sente (Fromm, 1968).
"No amount of psychoanalytic interpretation will have an effect if the therapeutic atmosphere is heavy, unalive, and boring" (Fromm, 1976, p. 296).
Landis (1981, p. 539) riferisce che secondo Fromm "The analyst sets the tone by his presence: he is to be concentrated, steady, unconcerned with obtaining status through his patient's compliance".

Puo' sembrare che il pensiero di Fromm sul modo di essere dell'analista nel corso della seduta col paziente anticipi in parte alcuni concetti di Kohut, specialmente riguardo all'empatia.
In realta', i contesti generali e le prospettive di pensiero sono molto diversi.
Fromm formula una sua teoria complessiva dell'essere umano diversa da quella di Freud e puo' in tutta coerenza interna elaborare un'autonoma concezione della transference e del suo trattamento clinico.
In cio' si differenzia dagli autori delle "mixed model strategies", tra cui Kohut, i quali "attempt to juxtapose the foundamental assumptions of the two major models" (Greenberg&Mitchell, 1983, p. 352): the "drive/structure model" and the "relational/structure model".
"His (Kohut's) juxtaposition of relational concepts expressed through the operation of narcissistic libido with drive model concepts expressed in the operation of object libido seems internally inconsistent
" (Ibid., p. 359).

Inoltre, Kohut, attraverso accurate distinzioni diagnostiche, delimita un campione piuttosto omogeneo di pazienti affetti da "narcissistic disorders" e molto adatti alla sua tecnica analitica, e basa le sue ricerche su questo settore particolare della psicopatologia (1971).
Pero' la teoria che ne segue viene poi presentata come una teoria generalizzata dello sviluppo.
Bromberg (1989) critica questo modo di generalizzazione.
Il presupposto umanistico di Fromm, come abbiamo visto, e' completamente diverso:

"I find the Eichmann in myself, I find everything in myself; I find also the saint in myself, if you please.
If I am analyzed that means really - not that I have discovered some childish traumata, this or the others primarily - it means that I have made myself open, that there is a constant openess to all the irrationality within myself, and therefore I can understand my patient. I don't have to look for them. They are there. Yet my patient analyzes me all the time"
(1994, p. 101)

Mentre la caratterologia di Fromm (1947, 1973) e' tanto ampia e organica da comprendere ogni tipo possibile di carattere (Funk, 1982; Burston, 1991), la sua teoria clinica e' elaborata pensando all'analisi dell'individuo nella sua unicita'.

"Fromm rejected any dogma, ritualized procedure, or a priori theory-based interpretations that deny the uniqueness and complexity of the individual patient and violate the potential for a singularly vital encounter"
(Lesser, 1992, p. 483)

Anche Akeret, riferendo della sua supervisione con Fromm, testimonia in tal senso:

"(...) that was the point: No two stories - no two persons - are the same. One must always focus on the patient's individuality, not see him as a 'type' or as an example of a particular psychological syndrome"
(1995, p. 114).

Volendo paragonare la funzione dei "selfobjects" secondo Kohut (1971, 1977) con la funzione degli idoli secondo Fromm, troviamo che per Kohut il bisogno di relazioni con "selfobjects" puo' essere sano (1980), mentre per Fromm il bisogno di idoli e' patologico.
Tutto questo e' coerente col fatto che, mentre la teoria di Kohut "avoids the covert 'developmental morality' inherent in all other psychodinamic theories" (Greenberg & Mitchell, 1983, p. 368), "for Fromm, the primary goal of psychoanalysis was to enable the patient to become individuated and autonomous, with the courage to trascend irrational, constricting cultural values" (Lesser, 1992, p. 483).

Conclusioni. L'umanesimo in Psicoanalisi e il dibattito contemporaneo su alcuni aspetti della relazione analitica

L'impostazione frommiana puo' essere rapportata al dibattito che si e' sviluppato nella recente e contemporanea letteratura psicoanalitica (Bacciagaluppi, 1989) su quali siano i fattori della cura (Loewald, 1960; Gill, 1983; Greemberg & Mitchell, 1983; Hoffman, 1983).
Hirsch (1987) indica due fondamentali fattori terapeutici: l'insight e l'esperienza di un nuovo tipo di rapporto umano tra analista e analizzando.
Nella visione classica prevale il primo fattore, mentre per quanto riguarda il secondo, l'analista presta al paziente una funzione, non la sua personalita'; per mantenere una neutralita' di presenza, egli sottrae il suo proprio mondo emotivo al rapporto col paziente.
Questo blank-screen model e' stato criticato da molti autori, i quali vengono distinti da Hoffmann (1983) in critici conservatori e critici radicali.
Il radicalismo di alcuni di questi ultimi arriva a considerare il paziente terapeuta dell'analista.
Gia' nel '72 Searles intitolo' appunto un suo paper "The Patient as Therapist to his Analyst".
Searles fa riferimento sia a Ferenczi che a Groddeck, il quale, nel suo "Il libro dell'Es", e' il primo che "explicitly describes the patient's functioning as therapist to the doctor" (1972).
Anche in altri lavori (1926, 1928) Groddeck parla dell'inversione del rapporto doctor-patient:

"Here I am faced with the strange turning point where the relationship of doctor and patient is reversed, where the patient becomes the doctor..."
(1928, p. 215)

Il primo che vide come il paziente potesse diventare il teacher del suo analista fu ancora Groddeck:

"The patient is the doctor's teacher. Only from the patient will the doctor be able to learn psychotherapy"
(1928, p.221).

Su questa linea si colloca il ricordo di Akeret, in supervisione da Fromm:

"'So, Doctor,' he said, 'what have you learned about yourself from your patient?'I thought I had misheard him. 'About him?' I fumbled.
'No, about yourself, Akered. What you learn about him follow from you learn about yourself.'"
(1995, p.117).

Si e' cominciato a studiare i rapporti Groddeck-Fromm (Biancoli, 1995) e Ferenczi-Fromm (Silva-Garcia, 1983; Bacciagaluppi, 1993).
Fromm non parla mai di "mutual analysis", ma ogni volta che ne ha occasione elogia il lavoro clinico di quei due maestri della psicoanalisi.
Non c'e' rapporto diretto tra "mutual analysis" e i concetti frommiani di "total humanity" del paziente e dell'analista e della loro correlazione "center-to-center", poiche' questi concetti operativi sono la traduzione clinica dell'umanesimo radicale, sono originali di Fromm.

Ferenczi sviluppa il tema della mutual analysis nel suo "Diario Clinico" del 1932 (Dupont, 1988), dove tra l'altro espone il caso "R.N." in cui gioca sia il ruolo dell'analista sia quello dell'analizzando.
Su questi argomenti, le pagine di Groddeck precedono quelle di Ferenczi di una decina di anni.

Blechner (1992) si richiama alla mutual analysis di Ferenczi, "an extraordinary democratization of the psychoanalytic process", e propone di modicarla col procedimento che lui chiama "working in the countertransference", che e' un "outgrowth" del pensiero di Groddeck.

Aron (1992) apprezza il tentativo di Blechner di procedere nelle esplorazioni e sperimentazioni di tecnica psicoanalitica, pero' insiste su una sua precedente (1991) posizione: "I have described that the analytic process is best thought of as mutual but asymmetrical" (1992, p. 189).
Aron cioe' ritiene che la mutual analysis debba svolgersi tenendo ben separati e distinti i ruoli dell'analista e del paziente.

Da un punto di vista umanistico, io penso che la mutualita' vada intesa nel senso che entrambi, analista e analizzando, sono due persone a confronto, due totalita' in dialogo qui-e-ora, e che l'asimmetria stia nella specificita' dell'offerta che fa l'analista, cioe' nella particolare competenza di essere il paziente mentre e' se stesso.
Asimmetrica e' anche la disposizione dell'analista, il quale si pone come una levatrice che asseconda il processo di ulteriore nascita del paziente facendo via via emergere quel che egli non sa di sapere (Fromm, 1968).

L'analista non sente solo il paziente, ma anche se stesso, in una un'attivita' interiore che si accresce e si affina con l'esercizio di scoprire la propria umanita' nell'altro, di sperimentare l'universale umano in se' e negli altri.
In questo senso e' vero che il paziente e' il terapeuta e il maestro dell'analista.
L'inconscio dell'analista risuona ai contenuti dell'inconscio del paziente, e in questo modo l'analista prosegue e approfondisce sempre piu' la sua propria analisi personale.

Al tema del qui-e-ora nella seduta contribuisce l'alternativa posta da Fromm tra "modalita' dell'avere" e "modalita' dell'essere".
Nella modalita' dell'avere l'accento affettivo dell'esperienza e' posto sulle cose che si hanno, il proprio corpo, la propria intelligenza, la propria bravura, la propria automobile, la propria casa, ecc.
L'identita' della persona tende a ritrovarsi in un deposito di cose.
Il passato diventa una serie di fatti, un inventario di eventi e possessi, un magazzino di ricordi.
Si hanno ricordi cosi' come si hanno cose.
Il tempo e' solo cronologico e il presente non e' che il prolungarsi del passato (1976).

"Being refers to 'experience' (...) the living human being is not a dead image and cannot be described like a thing (...) Only in the process of mutual alive relatedness can the other and I overcome the barrier of separateness"
(Ibid., p. 332).

La seduta di psicoanalisi puo' riscattarsi dalla modalita' dell'avere rivolgendosi alla memoria vivente del paziente, che rappresenta il passato rivissuto nel presente, secondo la modalita' dell'essere, che non e' fuori del tempo, ma non ne e' governata (Ibid. p. 361).
Il qui-e-ora della seduta puo' resuscitare il passato, renderlo attuale e immediato, vivo in questo momento.
Anche il futuro puo' essere soggettivamente anticipato in un qui-e-ora in gestazione (Biancoli, 1991).

Infine, dobbiamo aggiungere che Fromm pensa che la psicoanalisi debba essere intesa piu' come un'arte che come una tecnica, in quanto essa si applica a processi viventi (1994, p. 192).
La psicoanalisi vista esclusivamente come tecnica rischia di irrigidirsi, di cristallizzarsi e di diventare idolo essa stessa anziche' abbattimento di idoli.
La parola "arte" e' la piu' appropriata per indicare il trattamento di quanto e' vivo, e in questo senso l'applicazione della psicoanalisi e' un'arte come lo e' la comprensione della poesia (Idem).
La psicoanalisi vista come arte di ridurre e di liquidare il transfert e' essenzialmente un tentativo di rendere una persona capace di amare, poiche' solo nella liberta' nasce l'amore (Fromm, 1947).

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