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Psicoanalisi: L'approccio psicoterapeutico di Erich Fromm

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Psicoanalisi: L'approccio psicoterapeutico di Erich Fromm

L'articolo "Psicoanalisi: L'approccio psicoterapeutico di Erich Fromm" é tratto dalla rubrica Spazio Psicoanalisi.

Nell'articolo si parla di:

  • L'umanesimo di Erich Fromm
  • La caratterologia
Psico-Pratika:
Numero 30 Anno 2007

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Articolo: 'Psicoanalisi: L'approccio psicoterapeutico di Erich Fromm' (Pag 1)

A cura di: Romano Biancoli

Written as a common typoscript with Boris Luban-Plozza and published in German in 1987.
Redesigned in 2004.

L'umanesimo di Erich Fromm

Ogni psicoterapia esprime una concezione dell'essere umano e la agisce secondo modalità che recano un retroterra di conoscenze e di convinzioni, che a sua volta cresce sull'esperienza clinica.
L'approccio psicoterapeutico di Fromm matura nella sua lunga attività di psicoanalista, che non solo si affina via via in modalità sempre più efficaci, ma anche gli offre il supporto indispensabile alle sue considerazioni teoriche, tanto che egli stesso dichiara (1) di non prescindere mai, nei suoi scritti, dall'osservazione critica del comportamento umano durante il lavoro psicoanalitico.
In questo però Fromm porta un occhio esercitato anche in un altro laboratorio: la scena storica.

Nato nel 1900 a Francoforte, morto nel 1980 a Muralto, ha vissuto il drammatico svolgersi degli eventi con vigilanza estrema fin da fanciullo che, ebreo, già saggiava la crudezza dei tempi.
Studioso dei fenomeni sociali, gli viene riconosciuta un'alta competenza, per diretta e lucida testimonianza, specialmente su due periodi storici (2), l'avvento del nazismo e la democrazia consumista americana, che forniscono alla sua indagine multidisciplinare tratti emblematici della condizione umana e spingono a considerazioni più generali, travalicanti l'ambito da cui sorgono.
La complessa attrezzatura scientifica di Fromm, psicoanalisi, antropologia, sociologia, economia, storia delle religioni, non spiega tutta la sua originalità di intellettuale, che sta in particolare nell'esprimere nel linguaggio di oggi, e quanto sia toccante lo dimostra la diffusione dei suoi libri, contenuti di sempre, che in maestri d'umanità, profeti biblici, Socrate, Buddha, Cristo, mistici cristiani, Spinoza, Marx, Albert Schweitzer, Ghandi, ebbero voce, nello spirito di accettazione, di fiducia e di speranza che informa ogni visione umanistica (3).

Il problema della scientificità di questo procedimento trova risposta nella coerenza interna del pensiero frommiano, nel metodo induttivo che gli è proprio, con la costruzione delle ipotesi su basi cliniche o su basi storicoeconomiche e statistiche, con la verifica empirica delle ipotesi stesse e dei loro sviluppi (4).
Quanto alle scelte di valore, il problema che si pone non è di scientificità, ma di rispetto dei dati scientifici.
Fromm nulla afferma in contrasto con le scienze del suo tempo.

I risultati della ricerca scientifica confortano la visione umanistica che da millenni ricorre nella storia e che in questo secolo si connota per i suoi riscontri negli studi sul l'evoluzione dei primati.
In questa risultano due tendenze: la determinazione sempre meno istintuale del comportamento e la crescita del cervello, particolarmente della neocorteccia.
L'uomo è il primate fornito della minima dotazione istintuale e del massimo sviluppo cerebrale (5).
La singolare emersione biologica diventa un dato delle situazione umana, intrinsecamente incongruente: far parte della natura e insieme trascenderla, proprio per la debolezza istintuale e la consapevolezza di sè, estranea a ogni altro animale.
L'armonia è rotta, il mondo dell'uomo è il mondo del conflitto.

Fromm colloca la sua analisi esistenziale della situazione umana nella frattura che vive dentro l'uomo: essere natura e averla trascesa definitivamente.
La situazione umana manifesta la natura umana, che non è mai osservabile in quanto tale, ma solo nei fenomeni, nei comportamenti individuali e sociali che la esprimono.
L'osservazione antropologica e psicologica offre un quadro sperimentale, dal quale costruire un modello della natura umana, alla cui definizione pensò per primo Spinoza, cioè un modello teorico le cui leggi siano verificabili empiricamente (6).

La situazione umana appare costellata di "dicotomie esistenziali", contraddizioni ineliminabili a cui si può solo reagire a seconda dei caratteri individuali e delle società.
La dicotomia di fondo è quella tra la vita e la morte, che reca il tragico conflitto tra la finitezza dell'ambito esistenziale di ogni individuo e le sue potenzialità che in latenza racchiudono quanto è esperibile dall'intera umanità.
Inevitabile e doloroso è anche il conflitto tra il bisogno dell'individuo di sperimentare la propria unicità a prezzo della solitudine e il suo bisogno di appartenenza.
Insolubili sono queste contraddizioni, a differenza di altre, che sorgono dalla prassi, dalla storia, e sono quindi transeunti, toglibili.
Le ideologie confondono i due ordini di contraddizioni, assolutizzano ciò che è storico, nascondono il vero sul piano collettivo, come sul piano individuale le razionalizzazioni appannano la visione, distorcono la realtà.
Il rifiuto continuo delle illusioni ideologiche e razionalizzanti scopre la radice conflittuale permanente dell'esistenza umana, da cui incessantemente sorge una domanda e il bisogno di una risposta.
In questo continuo interrogarsi e cercare una risposta che si ribalta in domanda sta la natura umana (7).
Qui è la radice del qualificativo radicale dell'umanesimo di Fromm.

La sua costruzione parte dal presupposto che esista una natura umana come caratteristica della specie umana, comune a tutti gli uomini, i quali presentano una stessa anatomia e una stessa fisiologia, tanto che un medico non penserebbe mai di ricorrere a mezzi terapeutici diversi a seconda della razza e del colore dell'ammalato.
Il genere umano come unità, poichè i suoi individui sono dotati di una medesima struttura psichica, spiega la comprensibilità delle diverse culture, anche le più lontane, della loro arte, dei loro miti, dei loro drammi (8).

Fromm trova conferme alle sue premesse nella religione giudaicocristiana, nel buddismo, nei pensatori del rinascimento e dell'illuminismo.
Egli definisce umanistiche le religioni e le teorie etiche che si fondano sul sentimento di fiducia nelle possibilità umane cui corrisponde l'impostazione di pensiero che riconduce all'uomo ogni sua espressione e ogni prodotto della sua attività; in esse domina un clima di gioia, che infonde coraggio e fede e sollecita all'autorealizzazione e all'amore.
Autoritarie invece sono per Fromm le religioni e le norme etiche in cui prevalgono esigenze estranee all'uomo, al quale si richiedono obbedienza e senso di colpa, dolore e autoumiliazione. Le religioni, intese come "schemi di orientamento e devozione", cioè non necessariamente teistiche, sono risposte complessive all'impellenza delle domande di fondo dell'uomo, il quale per vivere ha bisogno di sostituire la continuità (9) con la natura, che la sua esistenza interrompe, con un rapportarsi complessivo al mondo sia in termini di pensiero che di emozioni e di sensi, ha bisogno, per colmare l'intima frattura, di "devozione a un oggetto" e di "rituale".
Tale necessità presenta due gradi: l'urgenza di placare in qualsiasi modo gli interrogativi drammatici che scaturiscono dalle "dicotomie" dell'esistenza umana; l'inquietudine che reca la risposta data e l'esigenza di verità che porta all'esercizio della ragione, quale facoltà esclusivamente umana di "afferrare" il mondo con il pensiero, e non semplicemente di "manovrarlo", come può l'intelligenza, che non è solo dell'uomo (10).

Le verità umane che la ragione scopre implicano angoscia, da cui le illusioni consentono la fuga.
I processi che allontanano l'uomo dalla sua realtà sono sottili e inconsci.
Uno dei più diffusi sta nel separare un concetto dalla vivente esperienza che esso esprime, in modo che questa si perda e non alimenti più la rappresentazione mentale che diventa fittizia e sostitutiva della realtà.
Gran parte dell'esperienza umana, individuale e collettiva, resta inconscia, trattenuta da "filtri" sociali che selezionano i contenuti che accedono alla coscienza.
Vengono specialmente vagliate le percezioni sottili e complesse, a seconda dei loro significati.
Determinante funzione di filtraggio è svolta dalla lingua.
Il vocabolario può non offrire parole per date esperienze e presentare una ricca gamma di vocaboli per altre, che diventano coscienti in tutta la loro complessità di sfumature.
Anche la grammatica, la sintassi, l'etimologia consentono alle varie lingue differenti modi di percezione ed assunzione consapevole delle esperienze.
Un altro filtro è quello logico, che sulla base di regole di pensiero porta a scartare dalla coscienza tutto ciò che appare illogico.
Un terzo filtro riguarda i contenuti che vengono sperimentati, esistendo in ogni società, dei tabù che impediscono la consapevolezza di dati pensieri o sentimenti (11).

Profonde sono le dinamiche che falsificano la realtà nelle ideologie.
La concettualizzazione dell'esperienza, indispensabile alla comunicazione e alla vita sociale, comporta il rischio permanente della scissione del vissuto dal pensato, il quale si estrania in esistenza autonoma.
Un contributo alla ideologizzazione viene anche dalla tendenza del pensiero umano (12) a sistemare e completare, poichè la precarietà dell'uomo lo spinge a ricercare la certezza.
I "frammenti" di realtà accertata vengono collegati a sistema, riempiendo artificialmente i vuoti con aggiunte che arrivano spesso a seppellire le parti di verità, e si organizzano in visioni falsate che tolgono all'uomo il contatto con se stesso e gli impediscono di comprendere in termini reali la situazione in cui vive.

Fromm definisce questo modo di esistere come alienato.
L'individuo diviene estraneo a se stesso e si esclude da un rapporto vivo con gli altri, che restano ridotti a cose e conosciuti come tali.
L'essere umano crea le cose e anziché divenirne il signore se le vede rivoltate contro, potenti e ostili, non le controlla, non si rende conto che lui le ha prodotte in un rapporto di vita che gli sfugge e si commuta in un rapporto di morte, poichè le cose staccate e non più vive lo dominano e lui ad esse si inchina e le adora.
Fromm è esplicito: l'alienazione è idolatria e la moderna società dei consumi è idolatrica.

La categoria dell'alienazione è molto importante nel pensiero di Fromm perché regge la delineazione di quadri patologici (13) e pone alla base della terapia il processo liberatorio di riconquista della fonte viva dell'esistenza umana.
L'umanesimo è intrinsecamente biofilo, parla nell'interesse di vita dell'uomo, che può agire le sue potenzialità e divenire se stesso pienamente solo togliendo i veli alla sua situazione, "risvegliandosi" alla sua realtà.

La caratterologia

Le risposte emotive, intellettuali, pratiche, di ogni tipo e mai definitive, collettive e individuali, alle contraddizioni esistenziali permanenti e ineliminabili, vengono a costituire una seconda natura (14) dell'uomo, che varia in relazione agli atteggiamenti di fondo assunti di fronte alla realtà conflittuale dell'esistenza.
Mentre la prima natura, la biologia umana e le contraddizioni esistenziali, è comune a tutti gli uomini, la seconda muta nelle culture e negli individui, poichè quelle contraddizioni ammettono risposte diverse, compatibili o contrastanti o alternative, in rapporto alle "passioni" che prevalgono.
Tali passioni non sono istinti, non sono previste dal codice genetico, ma provengono dall'orientarsi dell'uomo nel mondo e si organizzano in formazioni caratteriali strutturate nell'individuo e nella società.
Il carattere prende il posto degli istinti.
Le passioni lo plasmano, gli danno consistenza, direzione e movimento a seconda delle risposte ai conflitti fondamentali dell'esistenza.
Sono passioni umane l'amore, la tenerezza, l'esigenza di giustizia, di indipendenza, di verità, l'odio, il sadismo, il masochismo, la distruttività, il narcisismo.

Prima di adottare la categoria passione, Fromm aderiva alla teoria della libido di Freud, suo grande maestro, verso il quale non assunse mai l'atteggiamento del seguace, che del resto gli era alieno nei riguardi di chiunque, pur riconoscendo nel modo più aperto tutti i suoi debiti culturali.
La grande considerazione e il grande rispetto nutriti per il fondatore della psicoanalisi non gli impediscono di considerare le sue posizioni teoriche in termini critici, come gli consente la sua autonomia di pensiero.
Lo stile di vita di Fromm non è scindibile dal suo cammino di studioso: indipendente ma non isolato, prende parte e contribuisce a scuole illustri senza però identificarvisi.
Sono tappe creative e promoventi quella della sua partecipazione alla Scuola di Francoforte, sotto la urgenza giovanile di combinare l'opera di Marx con l'opera di Freud, e quella della sua collaborazione con l'indirizzo socioculturalista di Sullivan, Horney, Thompson e altri, che sottolinea il ruolo dell'ambiente sociale e familiare e dei rapporti interpersonali, censurando le componenti istintuali dell'impostazione freudiana.
Tali vicende culturali segnano ma non vincolano Fromm, il quale non accetta mai di essere accomunato ai neofreudiani e rivendica la sua autonomia da ogni scuola.

Fromm dichiara sempre le sue fonti: il concetto di passione, in quanto diverso da quello di istinto e di pulsione, gli deriva da Spinoza e da Marx.
Egli ritiene che il concetto di istinto rimandi a un contesto scientificoculturale ipotizzante un modello di uomo chiuso, un "modello idraulico", mentre quello di passione apra ad una visione di relazione.

Foggiare un concetto dinamico di carattere, come sistema di passioni relativamente stabile, è molto problematico, per le numerose variabili che esso contempera.
Nella personalità complessiva di un individuo premono componenti filogenetiche, che delineano un temperamento, i cui tratti predisponenti facilitano date passioni anziché altre, le quali tutte però sono variamente alimentate o scoraggiate da un ambiente storicamente connotato, cosicchè nella parte caratteriale della personalità gioca una dialettica costituzionesocietà, sulla quale il dibattito contemporaneo è quanto mai vivace.
A più riprese Fromm ha argomentato contro innatisti e ambientalisti, i quali, secondo lui, finiscono col non consentire alcun grado di libertà all'uomo, perché lo vedono o interamente vissuto dagli istinti o completamente determinato dall'ambiente.
Se l'uomo non obbedisce solo a trame preformate biologicamente e se nemmeno è la "pagina bianca" sulla quale tutto è possibile scrivere, allora si apre lo spiraglio dell'alternativismo umanistico, allora non c'è, o almeno non c'è sempre, un destino immodificabile, ma piuttosto un "carattere come destino", con ambiti circoscritti di libertà, dovuti al dinamismo delle componenti, fra cui la spinta a vivere che è dentro all'essere umano e che non segue tracciati meccanici ma strutture potenzialmente ordinate allo sviluppo e alla realizzazione.
Fromm non crede al libero arbitrio, ma non è nemmeno determinista in senso stretto.
Professa l'alternativismo quale possibilità di scelta fra alternative reali, non illusorie, che vengano riconosciute, possibilità che resta tale o anche si perde se non viene agita.
Nella personalità entra la natura col temperamento ed entra la società col carattere.

Il carattere che la società forma nei suoi membri è funzionale alla sopravvivenza della società stessa.
Si combinano fattori storici, geografici, economici, ideali il cui insieme funziona se gli esseri umani "desiderano fare ciò che devono fare", se cioè introiettano inconsciamente sentimenti, attitudini, comportamenti che si manifestino sul piano conscio come spontaneo cooperare.
A tal fine agiscono i filtri sociali che adattano le coscienze individuali alle esigenze sociali complessive.
L'operazione è profonda e sottile, perché è posta in atto nella famiglia ed agisce sull'individuo fin dalla nascita.
Anche Freud, criticando il materialismo storico per la sua inadeguatezza a spiegare la genesi delle ideologie, aveva affermato che il Superio, trasmettendosi inconsciamente di padre in figlio, costituiva una sorta di codice morale che circolava sotterraneo nella società (15).
Secondo Fromm la famiglia è l'"agenzia psicologica della società".
Gli individui così formati, portatori di un carattere sociale, strutturato da stabili passioni e velato da ideologie, riproporranno, perpetuandole, le esigenze di funzionamento della società.
Essi ottengono ciò di cui abbisognano attraverso il "processo di assimilazione" e si rapportano gli uni agli altri nel "processo di socializzazione".

Il carattere sociale non può rendere uguali tra loro i caratteri individuali sui quali agisce, poiché questi risentono della personalità dei genitori, del particolare clima familiare, e reagiscono secondo la soggettiva costituzione, il temperamento, che fa sì che un ambiente non sia mai lo stesso per due persone in quanto lo sperimentano diversamente.

Il modo in cui la persona assimila quanto gli occorre per vivere dà luogo all'orientamento di carattere.
Se essa si rende abbastanza indipendente per produrre da sè quanto le serve, l'orientamento di carattere che ne risulta è definito da Fromm come "produttivo".
"Non produttivi" invece sono gli orientamenti di carattere delle persone che non trovano in se stesse la forza di procurarsi i beni di cui necessitano.
Fromm traccia il quadro psicodinamico, dapprima di quattro (16), poi, nelle sue ultime opere, di cinque orientamenti di carattere non produttivo: ricettivo, sfruttatore, accumulante, mercantile, necrofilo.

Gli orientamenti di carattere, esprimenti le modalità del processo di assimilazione, incrociano le modalità del processo di socializzazione, che ineríscono ai rapporti umani.
L'orientamento produttivo si rapporta agli altri attivamente e responsabilmente, cioè rispettando, amando, esercitando ragione.
Gli orientamenti non produttivi si rapportano alle altre persone secondo tre "meccanismi di fuga": autoritarismo, distruttività, conformismo da automa (17).

I suddetti orientamenti di carattere non sono descrizioni di singole persone ma "tipi ideali", che nel concreto possono intrecciarsi in psicodinamiche complesse, nè vanno intesi come comportamenti direttamente osservabili, in quanto stanno sotto ai dati manifesti e li generano.

Fromm riconosce a Freud il merito di aver superato l'impostazione descrittiva della caratterologia per approdare ad una costruzione scientifica che pone alla base del comportamento umano una realtà conflittuale inconscia:

"... credo che lo studio scientifico del carattere abbia inizio col giorno in cui Freud pubblicò il suo breve articolo sul carattere anale (Freud, 1908)" (18).

C'è anche una certa corrispondenza tra le caratterologia dei due autori per quanto riguarda le sindromi; non invece nell'interpretazione generale, sganciata dalla teoria libidica e più protesa in Fromm verso la delineazione di un uomo sano, il cui carattere è accostabile a quello genitale che Freud ha enunciato ma poco tematizzato.

Quando Fromm presenta un orientamento di carattere riesce a restituire al rapporto corpopsiche la sua vivente unità, facendo parlare il corpo nella tensione conflittuale profonda che resta inconscia e si traduce in un dato comportamento manifesto.
Si può riconoscere il carattere di una persona anche dai suoi aspetti corporei.
Il portamento, l'andatura, le mani, la voce, i gesti, la mimica esprimono contenuti psichici (19).

Il carattere ricettivo si sviluppa nelle persone che pongono esterna a loro l'origine di ogni bene e si apprestano a ricevere passivamente incorporando quanto l'ambiente offre.
Spesso rivelano questo atteggiamento attraverso la bocca e si presentano con labbra tendenzialmente aperte, come se chiedessero nutrimento.
Il loro aspetto è amichevole, caldo, espansivo, ottimista all'apparenza.
Sanno affascinare per i loro modi cortesi e accoglienti, per la loro tenera sensibilità.
Sotto questo comportamento affabile c'è il bisogno di ingraziarsi il favore altrui, la benevolenza più diffusa, come per assicurarsi fonti di approvvigionamento per tutto ciò che occorre nella vita.
Solo la presenza di molte garanzie esterne protegge dall'angoscia e dalla depressione la persona di carattere ricettivo, perché essa ha perduto il contatto con la sua propria capacità interiore di produrre, di assumere iniziative, di formarsi delle convinzioni, di esprimersi autonomamente, di prendere decisioni, di amare, di essere.
La modalità dell'essere, come esperienza della propria realtà, non viene vissuta dal ricettivo, che resta sul piano dell'avere, del ricevere, spesso inteso come consumare.
Mangiare, bere, fumare, mettere in bocca cose, una bocca da eterno lattante che inghiottirebbe il mondo intero.
Il consumismo dell'odierna società opulenta favorisce la formazione di questo orientamento caratteriale, che risponde alla esigenza economica di tenere alta la domanda di beni di consumo in modo da assorbirne la produzione.
Il consumo va ben oltre ai bisogni del corpo, che sono limitati, ma si espande, tendenzialmente senza limiti per la capacità umana di simbolizzare, a ogni aspetto della vita.
Rientra in questo quadro l'assunzione di droga, l'incameramento di immagini fornite dalla televisione, le letture come introiezione di nozioni.
Non manca la componente magica: l'oggetto incorporato, specialmente se è un'idea, o il simbolo di una autorità, o di una istituzione, reca dentro la sua potenza e rassicura con la sua presenza interna.

L'atteggiamento passivo verso il pensiero può rendere il soggetto un buon ascoltatore o un vorace lettore, senza però dargli la possibilità di produrre idee proprie.
In campo sentimentale, avverte il bisogno di essere amato, ma non di amare.
Per timore di perdere le persone che lo amano, diventa compiacente, anche leale, ma non sapendo dire di no a nessuno, spesso si promette in più situazioni tra loro in conflitto.

La passività si esprime in sogni in cui nutrimento significa amore e in cui si teme di perdere la fonte esterna di ciò che occorre per la vita (20).

Anche la persona di orientamento sfruttatore presuppone che quanto le necessita si trovi all'esterno e non avverta in sè le energie creative atte a procurarle una base autonoma di vita, ma non crede di poter ricevere doni dagli altri, per cui si appresta ad appropriarsi delle cose altrui con la forza o con l'astuzia.
La bocca degli sfruttatori si presenta come pronta a mordere, i movimenti appaiono diretti e aggressivi, con atteggiamenti sarcastici e misti di ostilità e falsità.
Il comportamento attivo nasconde una sfiducia di fondo in se stessi e negli altri, invidiati e oggetto di gelosia.
C'è un cinismo che porta a valutare in termini predatori le persone e le situazioni.
Attrae ciò che si può sottrarre.
Caso limite è il cleptomane che gode solo delle cose rubate.
Per questo, in campo sentimentale gli sfruttatori si interessano a persone già legate ad altre e in campo intellettuale, anche quando sono dotate, preferiscono il plagio.
Ne segue che la riduzione a preda di ogni persona a cui si rapportano li rende insensibili verso le conseguenze umane del loro agire (21).

Se nel ricettivo e nello sfruttatore il mondo esterno appare come la matrice di ogni bene, l'accumulante non vi nutre fede, anzi vi vede pericolo, lotte, insicurezza.
Si dispone al non contatto con tutto se stesso: labbra strette, serrate, atteggiamento ritratto, gesti "angolosi", come a segnare chiusure, a differenza dei gesti "rotondi" del tipo ricettivo e ''aguzzi" del tipo sfruttatore.
Tesaurizzare, accumulare, avere, in modo statico, conservativo, possessivo; amministrare una riserva di ricchezza che si teme esauribile, senza usarla produttivamente, farla generare.
Manca la fede nella vita che è autoproduzione inesauribile; la sicurezza sta nel deposito, sterile e ordinato in modo pedantesco.
Se la vita è movimento strutturato ma non garantito e prevedibile, essa pone in pericolo l'equilibrio della persona di carattere accumulante, che ha bisogno di controllare il mondo esterno dominandolo, per quanto le è possibile, con l'ordine, la puntualità, la pignoleria, l'ostinazione nel "no" difensivo di fronte alle intrusioni che minacciano di scompigliare il quadro interno, la cui compostezza e il cui isolamento riparano dall'angoscia.
Risparmiatore e avaro in ogni senso: nel denaro, spendendo il quale sente depauperarsi la base della sua esistenza; negli affetti, anch'essi amministrati in modo che trasporto di generosità, slancio d'amore, atteggiamento caritativo non vadano ad aprire canali di passaggio verso l'esterno che drenino fuori l'interno possesso; nelle idee, gelosamente custodite, non trasmesse per evitare l'incremento dei rapporti umani.

All'accumulante occorre una barriera verso l'esterno, e se questa, per quanto fortificata, non tiene, e non può tenere perché quando l'atteggiamento passivo supera certi limiti ad esso si può associare una componente magica, allora bisogna eliminare, magicamente appunto, le conseguenze dell'invasione, annullare l'avvenuto contatto, per esempio attraverso la pulizia coatta, una sorta di rituale del lavarsi che purifica e toglie via il rapporto con l'esterno, vissuto come impuro e sporco (22).

Per la propensione al risparmio che recava, questo orientamento di carattere era assai funzionale allo sviluppo capitalistico fino al secolo scorso, poichè consentiva la formazione di grandi patrimoni che fornivano le basi di investimento nello sviluppo industriale e permetteva che gran parte della ricchezza che veniva prodotta non fosse consumata ma risparmiata e quindi investita.
Successivamente il sistema economico occidentale ha presentato esigenze diverse, poichè la sua enorme capacità produttiva richiedeva mercati d'acquisto e consumo adeguati, e spingeva coi suoi mezzi di comunicazione di massa, sempre più diffusi e sofisticati, a indurre formazioni caratteriali volte al consumo, mettendo così in crisi, nei trapassi storici avvenuti nei vari paesi, le persone e i ceti orientati in senso accumulante.

Soprattutto esercita un peso psicologico crescente il mercato come modalità di rapporto: il bene concreto, con le sue qualità intrinseche, la sua utilità come idoneità a soddisfare bisogni, ottiene sul mercato un prezzo che prescinde da questo suo valore d'uso e corrisponde a un valore di scambio determinato dall'incontro fra domanda e offerta.
Tale qualità di merce, in modi diretti e in modi traslati e simbolici, spetta anche alle persone sui più vari mercati del lavoro, dove il valore di scambio che essi si vedono riconosciuto è tanto più alto quanto più sono richieste.

L'orientamento di carattere mercantile si forma quando la persona disconosce le sue qualità interiori proprie, la sua onestà, la sua integrità, la sua tenerezza, le sue abilità, i suoi interessi umani, e si porge agli altri in modo da piacere il più possibile, ottenere il massimo successo, competere vittoriosamente.
La stima di sè non dipende da quello che si sa o si è in grado di fare ma da come si appare, e può darsi che occorra apparire diversi a seconda delle persone o degli ambienti.
L'esperienza dell'identità, dell'essere un "io" come centro attivo organizzante le componenti della personalità, autopercepientesi nella sua unicità che spontaneamente si propone, questa esperienza di realtà non è integrabile nel carattere mercantile.
Nemmeno sono compatibili forti passioni come l'amore e l'odio, che disturberebbero il funzionamento ottimale della macchina caratteriale, parte integrante della "megamacchina" (L. Mumford) che richiede efficienza, aspetto gradevole, sorriso adeguato, ambizione, qualità che vengono certificate dalla burocrazia che decide la carriera.
I sentimenti si impoveriscono e viene meno la sollecitudine anche per le persone più vicine, pur restando tale indifferenza per lo più inconsapevole e coperta da razionalizzazioni, spesso povere o banali, non potendo diventare consci interessi filosofici e religiosi profondi.
La facoltà che domina è una intelligenza strumentale e manipolatoria, scissa dalle facoltà emotive, idonea a capire un meccanismo aziendale o le leggi del gioco di una professione, ma incapace di conoscere gli uomini.
La scarsa esperienza umana estrania dagli altri e da se stessi e impronta il "carattere alienato" di cui abbisogna il funzionamento della società tecnologicamente avanzata.
L'orientamento mercantile rende il carattere "schizoide", e il suo adattamento e successo sociali sono dovuti alla presenza diffusa di individui così orientati, con "sottosviluppo emozionale" e "preminenza del cerebralismo".
Fromm definisce la religione inconscia del carattere mercantile come "religione cibernetica", culto della, macchina, alienazione nella tecnica che, dopo essere stata un fondamentale fattore di creatività, mostra il suo secondo volto, quello della distruttività (23).

Mentre nei caratteri ricettivo, sfruttatore e accumulante c'è un'esperienza del corpo, un esprimersi col corpo, nel carattere mercantile questo è alienato a strumento di successo, da conservare giovane, sano e piacente sul mercato delle personalità.
La separazione dal proprio corpo è un aspetto del non interesse per la natura, per la vita, per le idee sulla vita.
Anche la sessualità si tecnicizza.
Attraggono i prodotti artificiali, dal cibo sintetico ai robot, dalle macchine di ogni tipo alle grandi costruzioni di vetro e alluminio.
Per quanto lindo e luccicante, questo è un mondo di morte.
Se le immagini che seducono il cittadino di oggi sono immagini che per la loro meccanicità simbolizzano morte, realtà di morte invece sta dietro la facciata: l'inquinamento che avvelena tutto l'ambiente naturale.
Solo una necrofilia diffusa impedisce una comprensione reale che induca al più sollecito cambiamento.

La riflessione frommiana sulla società contemporanea e sui comportamenti, sogni e fantasie indagati psicoanaliticamente matura un altro quadro caratteriale: quello necrofilo.
Tra Fromm e Freud vi è un divario di età di quasi mezzo secolo, nel quale la potenziale perniciosità dei tratti anali del carattere si è attuata tragicamente su scala storica e ha continuato a spingere nel modo più allarmante sulle direzioni del progresso sociale.
Fromm, che si era già ispirato all'umanesimo nella sua teoria psicoanalitica, vuole sventare illusioni e fatalismi sulla natura dell'aggressività umana reimpostando la sua elaborazione sulla base di una più larga messe di dati scientifici raccolti dalla neurofisiologia, dal comportamento animale, dalla paleontologia, dall'antropologia.
La salvezza dell'uomo è un'alternativa che bisogna conoscere per poterla scegliere.
Fromm lavora sul concetto di aggressività affrontandone gli equivoci.
Esso ammette definizioni talmente generiche da includere comportamenti diversissimi e talora fin anche contrapposti; per questo c'è chi ritiene addirittura che l'aggressività non è definibile (24).
Nell'ambito dei fenomeni aggressivi Fromm opera una distinzione, riconducendoli a tre tipi fondamentali di aggressività: adattativa, sadica,distruttiva.

L'aggressività adattativa è al servizio della vita, è sana, salvaguarda ambiti vitali di sopravvivenza e di crescita, sorregge la produttività, la creatività.
Questa aggressività è propria anche degli animali.
Ogni genere per vivere agisce urna aggressività adeguata.
L'aggressività adattativa umana è un'attività, un'affermazione di esistenza, e come tale ha basi biologiche (25).
Si tratta di un'aggressività benigna, programmata filogeneticamente, connotato necessario della natura umana, da tenere ben distinta dall'aggressività maligna, sadica e distruttiva, radicata invece nel carattere, seconda natura dell'uomo non derivata geneticamente ma costruita dalle risposte emotive alle contraddizioni dell'esistenza.

L'aggressività sadica, propria solo dell'uomo, sta nel piacere di controllare un altro essere vivente.
E' il piacere di esercitare un potere su altri, di averne in mano la situazione, il godere nel sentire che l'altro dipende.
Il sadismo è adottato dalla persona che si avverte incapace di suscitare amore, impotente a farsi amare, a generare affetto nell'altro, per cui ha bisogno di possederlo, di controllarlo.
Non è la forma più maligna di aggressività perché al sadico occorre che la sua vittima sia viva, e quindi non la uccide.

Si può tentare di trascendere lo stato umano di impotenza con una attiva produzione di rapporti, con l'esercizio delle proprie facoltà, col rendere attuali e operanti potenzialità latenti in un progressivo arricchirsi, oppure volgendosi contro alla vita, al suo movimento, che è strutturato ma non definito, cercando di fermarlo, di imporre un ordine statico, di distruggere la vita stessa.
Questa forma di aggressività maligna guarda alla morte come soluzione al problema di vivere, ne sente il fascino ed è eccitata dai suoi simboli.
La distruttività è una risposta possibile ai conflitti dell'esistenza: esclusivamente umana, si radica nel carattere, non essendo dimostrabile una sua base neurofisiologica.

Fromm si ispira a Unamuno (26) nel definire come necrofilia questo orientamento estremo del carattere.
La necrofilia si può esprimere direttamente, ma più spesso si manifesta in modi mediati, attraverso spostamenti, simboli, particolari sogni ricorrenti, fantasie, rituali religiosi, paraprassie, ed anche produzioni artistiche.
In un dato individuo, o in un dato gruppo, la necrofilia esprime una polarità per lo più contrastata da istanze biofile ed evolutive, così da generare forme caratteriali composite, dove convivono e si contrastano orientamenti diversi.

Fromm è estremamente problematico nel tracciare questo quadro caratteriale poichè, inseguendone gli aspetti sottili e diffusi, si pone su un terreno assai diverso da quello tradizionale della necrofilia vista come perversione sessuale.
Egli colloca la sua indagine ai confini tra la psichiatria e la, sociologia, lavorando sui tratti anali del carattere secondo Freud e sviluppando taluni lati dell'orientamento mercantile, quelli "cibernetici", di più accentuata alienazione tecnologica, in riferimento alle psicosi anche gravi.
L'uomo cibernetico è "monocerebrale", capisce e non sente, sviluppa l'intelligenza e non coltiva i sentimenti, che avvizziscono, che non reagiscono più alle manifestazioni di vita, così che queste e quelle meccaniche, inerti, non vengono differenziate, come avviene nei bambini autistici.
Il mondo appare formalizzato, dunque uniformato sul versante non vivo, con attenuazione o perdita della capacità di simbolizzare, perché questa richiede capacità di contatto con la vita, familiarità coi suoi processi spontanei, riconoscimenti intuitivi, scioltezza nel sentire strutture palpitanti che si ripropongono sempre diverse pur essendo le stesse.
Quando un uomo si sperimenti in tal modo come figlio di una madre macchina di cui è funzionale ingranaggio, può non cadere in uno stato acuto di schizofrenia se ci sono molti altri come lui che lo pongono nella "norma", in una "follia della normalità" che si può considerare come schizofrenia cronica di basso livello.

L'orientamento alla morte del carattere necrofilo è, nei suoi più frequenti aspetti, inconscio.
Si può parlare di carattere quando tale orientamento prevalga su istanze biofile, quasi sempre presenti, tranne in rari casi di estrema gravità.
Occorre anche una sindrome complessiva, non bastando alcuni tratti a definire un carattere.
Al fondo c'è un'attrazione per ciò che è morto, per quanto viene espulso dalla vita, per il catabolico, per i processi putrefattivi, o per la malattia.
I cattivi odori giocano un ruolo marcato, o perché sono ricercati e apertamente goduti, frequentando luoghi molto fetidi e occupandosi di escrementi, o perché si vogliono assolutamente cancellare, anche quando non ci sono, e questa formazione reattiva è la più frequente, secondo un meccanismo di difesa tipico dell'analità.
L'interesse per gli odori, riconosciuto o rimosso, si esprime sul volto del necrofilo, conferendogli il tratto caratteristico di "annusatore" (H. von Hentig).
Ancora, il viso denuncia l'incapacità di ridere, se non artificiosamente o in un ghigno senza vita.
Spesso si trae l'impressione di una "faccia sporca", per la pelle arida, giallastra.

Appaiono frequentemente nelle fantasie e nei sogni immagini di corpi smembrati; animano ed eccitano i discorsi sulle malattie e sulla morte, su chi è morto di recente, di quale malattia; attrae il necrologio, il manifesto funerario; è occasione da non perdere un funerale, la partecipazione al quale sia appena socialmente opportuna.

Azioni sintomatiche minori sono spezzettare fiammiferi, fiori o altri oggetti minuti, lo stuzzicarsi ferite.
Più grave è provocarsi ferite o ledere cose belle, come dipinti, mobili, edifici.
Il modo di vestire può rivelare una preferenza di colori scuri, nero o marrone.

Il modo di conversare è pure caratteristico: quali che siano l'argomento, l'intelligenza e la cultura di chi parla, si può avvertire una freddezza, una pedanteria, una mancanza di vivacità che non riescono a stimolare, a destare interesse, e danno un senso di noia.

Il necrofilo è profondamente convinto che i problemi complessi, sfaccettati, o le situazioni conflittuali si possano risolvere solo ricorrendo alla forza, alla violenza, a metodi rigidi e drastici, mai comprensivi, costruttivi, pazienti.
Le persone dal carattere così orientato sono pericolose socialmente e politicamente.
Razziste e piene di odio, chiedono o promuovono spargimenti di sangue, guerre, distruzioni.
Vogliono esercitare quella forza che è "il potere di trasformare un uomo in cadavere" (Simone Weil), provare il piacere di "lacerare strutture viventi" (H. von Hentig).

Il concetto di carattere necrofilo è talmente complesso da indurre Fromm a ipotizzare anche la presenza di fattori genetici, che entrerebbero in un temperamento predisponente alla freddezza, il quale contribuirebbe, se anche la madre è sostanzialmente fredda e repulsiva verso il figlio, all'incapacità di questo di attaccarsi a lei in modo caldo, affettuoso, sensuale.
La fissazione incestuosa alla madre è più frequentemente "benigna", di tipo caldo, con aspetti erotici e attaccamento affettivo, ma nel caso di bambini autistici un tale legame non si crea e sembra che non si crei nemmeno in casi di "incestuosità maligna", i quali, pur non presentando autismo, si dispongono al distacco affettivo dalla madre reale, e successivamente non si innamorano di altre donne, essendo la madre un simbolo di ritorno, di rientro nella profondità da cui la vita nasce.
La madre é la terra, la razza, il sangue, la casa e insieme la tomba, l'unione finale nella morte (27).

La caratterologia di Fromm è venuta sempre più collocandosi tra i due poli opposti della biofilia e della necrofilia, che corrispondono in parte alla distinzione freudiana dell'istinto di vita e dell'istinto di morte, ma se ne differenziano perché, mentre questi ultimi sono entrambi dati biologicamente, la polarità frommiana è asimmetrica, essendo la biofilia componente biologica normale e la necrofilia una "storpiatura" psichica che solo nei casi estremi ammette una predisposizione genetica.

Lo sviluppo biofilo corrisponde all'orientamento di carattere produttivo, nel quale la persona riesce a fare assegnamento sulle sue potenzialità umane, realizzandole nel processo del vivere secondo la modalità dell'essere, che è esperienza di un "io" come centro attivo interiore e non di un "ego" posseduto ed esteso al proprio corpo, alla propria memoria, alle proprie cose, al proprio status familiare e sociale.
Occorre un certo grado di superamento del narcisismo, altro concetto freudiano ispiratore, che lo riduca a quel tanto che è biologicamente necessario alla sopravvivenza, ed elimini il resto, che porta a identificarsi con l'ego posseduto, a gonfiarlo in misura più o meno patologica, inflazionandolo in modo da distorcere la visione della realtà.
Il narcisismo pone la persona nella modalità dell'avere e la rende facilmente vulnerabile, poichè ciò che si ha si può perdere, suscettibile ed esposta a sentimenti di rancore.
L'odio nasce dal narcisismo ferito.
Non c'è patologia priva di questa componente passionale la cui intensità determina la gravità di una malattia, o anche il grado di non produttività di un carattere.
Al contrario l'essere io, che è esercizio di vitalità, e generatività, sottrae dal rischio di perdere l'identità, che non è alienata in cose ma persistente nella sua stessa esperienza.
Alberga nel carattere produttivo un'attiva speranza, che non si aliena nell'attesa del tempo futuro e non forza il presente ma lo vive come stato di gestazione.
"La speranza è paradossale" (28): non si fonda su una valutazione o una previsione, è prontezza a ciò che non è ancora nato, avvenga o no la nascita.
Paradossale in termini logici è anche il rapporto ioego: se penso al mio io lo oggettivo, lo rendo ego, ho e non sono, colgo solo l'ego.
Non basta l'intelletto per sperimentare l'io, perché la sua operazione lo aliena; occorre una consapevolezza come presa immediata, diretta, irriflessa, non traducibile in parole.

La consapevolezza del chi si è esperisce l'identità nell'unicità dell'individuo e ne viene senso di gioia e di forza, nella modalità dell'essere, in contatto con le risorse vive della radicale appartenenza al genere; può venirne terrore, nella modalità dell'avere, per la solitudine dell'ego, per il suo isolamento disperato e insopportabile.
Il superamento del narcisismo procede con lo scioglimento progressivo dei legami incestuosi che riparano dall'angoscia della solitudine al prezzo della dipendenza.
Il cordone ombelicale affettivo tiene la persona in una situazione di bisogno e di manchevole esercizio delle sue facoltà, che potrebbero invece renderla autonoma, sperimentandosi sempre meno nella modalità dell'avere e sempre più in quella dell'essere, che è riconoscersi vivi nella vita e liberi di prodursi secondo strutture potenziali di crescita, ed è nascere continuamente, essendo la nascita umana non un atto ma un processo che si può interrompere o che può anche non iniziare pur nello sviluppo e invecchiamento del corpo.

Il carattere produttivo risolve il problema della solitudine generando rapporti con gli altri, attivando processi di socializzazione nei quali reca ragione e amore.
La disponibilità sollecita e attiva verso il prossimo, la produzione propria di sentimenti d'amore nutriti di rispetto, conoscenza empatica, responsabilità, si offrono a base di rapporti liberi, non preclusivi o pregiudiziali, in un clima accettante privo di avidità e di pretese.

L'amore produttivo, con la sua apertura e tenerezza, è il sentimento più realizzante per chi lo prova, perché consente di trascurare l'ego, vivendo un "io" che si rapporta a un "tu" direttamente e spontaneamente, senza i calcoli e le paure di perdere dell'avere, proprio perché l'essere non si può esaurire, l'io può amare poichè ama sé in quanto è vita.
Mentre l'egoismo concerne l'ego ed è esclusivo, l'amore di sè trabocca negli altri, mantenendo la sua essenza nei diversi tipi di manifestazioni a seconda della persona amata (partner, madre, padre, fratello, figlio, amico,ecc.), senza limiti definiti alla sua estensione, poichè ogni uomo può riconoscersi nell'altro, non importa quanto diverso, se straniero o addirittura se nemico, e quindi amarlo.

Nell'isolamento e nell'impotenza, l'individuo che non riesca a rapportarsi creativamente adotta meccanismi di fuga nei suoi processi di socializzazione.
I caratteri non produttivi, lasciando inattinte le risorse interiori, non trovano la forza dell'autonomia e del libero e responsabile rapportarsi con gli altri e ne fuggono secondo vari meccanismi, i più importanti dei quali, secondo Fromm, sono l'autoritarismo, la distruttività, il conformismo da automi.

La persona avverte la sua solitudine quando i "legami primari" naturali con la madre si vengono sciogliendo e il suo organismo, maturando, si libera "da" bisogni e dipendenze fisiche, in un "processo di individuazione" che le viene dando il senso di avere irrimediabilmente perso l'unità originaria col grembo e coi nutrimenti e accudimenti materni.
Emergendo come individuo isolato, senza possibilità di tornare indietro, se non trova la forza di reggere l'angoscia del proseguire, può cercare "legami secondari" surroganti quelli primari in un rapporto autoritario.
L'autorità desiderata non è quella razionale di chi è più cresciuto e sa promuovere la crescita altrui nel rispetto e nell'autonomia, ma al contrario quella irrazionale di chi pure ha bisogno di legarsi e soffoca la libertà in sè e negli altri.
Il rapporto autoritario è simbiotico, nel senso di una unione di due persone nella reciproca necessità e dipendenza.
La sostanza del rapporto non cambia se al posto di una persona c'è un'istituzione, nè cambia se l'unione simbiotica dà luogo in una data persona a un atteggiamento attivo, sadismo, o passivo, masochismo.
Il sadico desidera il potere perché è debole e solo e non sa come altrimenti rapportarsi agli altri se non possedendoli; il masochista paga il prezzo della sofferenza per partecipare a un potere che lo includa e gli faccia dimenticare la sua realtà fragile e il suo senso di inferiorità.
I due comportamenti diversi poggiano su una stessa base e possono dunque manifestarsi entrambi nella stessa persona, in vario intreccio.

Nel sadomasochismo l'esistenza dell'altro è condizione della nostra, non importa se per inglobarlo o esserne inglobati.
E' soffocata la libertà, non tolta la vita.
La vita si può togliere in un meccanismo distruttivo di fuga dalla propria realtà di impotenza, che viene negata nell'onnipotenza dell'assenza di rapporto perché l'altro è stato soppresso.
Distruggendo, il disperato isolamento si trascende in "splendido isolamento".
L'energia con la quale la vita tende a se stessa nell'espressione e nello sviluppo si converte in energia distruttiva.
"La distruttività è il risultato della vita non vissuta": meno vive, meno agisce le sue potenzialità, più la persona si sente ìrrilevante e minacciata dal mondo esterno, nell'annientamento del quale essa cerca la soluzione del suo problema di esistenza.
Tale annientamento può assumere la forma dell'avvelenamento dei rapporti umani con l'invidia, il pettegolezzo astioso, la critica distruttiva (29).

Meccanismo di fuga assai diffuso nella società odierna è l'obbedienza da automi, dove la persona, manipolata da un sistema di segnali, si illude di essere libera mentre ha smarrito il contatto con se stessa e non è in grado di sapere cosa in realtà vuole.
Essa si lascia mettere una maschera sociale e, irretita dalle aspettative altrui, si allontana dai suoi bisogni più profondi e non prende coscienza delle sue paure e delle sue ansie.
I suoi rapporti umani rispondono a ruoli prescritti, sono formali e non toccano le qualità intrinseche che restano mortificate nell'adeguamento alla norma (30).

Questi meccanismi di fuga sono i modi in cui i caratteri non produttivi si rapportano socialmente: si possono notare corrispondenze tra processi di assimilazione e processi di socializzazione e rafforzamenti reciproci.
Come nel concreto gli orientamenti caratteriali risultano combinazioni varie dei tipi descritti, così i meccanismi di fuga sono tra loro commisti e intimamente contrastati dalla produttività nei rapporti umani.

Leggi la seconda parte dell'Articolo: L'approccio psicoterapeutico di Erich Fromm

HT Psicologia - Psicoanalisi: L'approccio psicoterapeutico di Erich Fromm

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