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Che ansia! Ho un paziente con l'ansia!

L'articolo "Che ansia! Ho un paziente con l'ansia!", parla di:

  • Ansia come risposta emotiva
  • Fobie semplici e di processo
  • Tecniche per trattare l'ansia
Psico-Pratika:
Numero 159 Anno 2019

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Che ansia! Ho un paziente con l'ansia!

A cura di: Luisa Fossati
A domanda HT Risponde: 'Come mi oriento quando viene in studio un paziente con l'ansia?'
Come mi oriento quando viene in studio un paziente con l'ansia?
Domanda pervenuta in redazione il 18 Agosto 2019 alle 12.30
L'ansia è una delle condizioni di disagio più frequente da incontrare nei colloqui psicologici e in Psicoterapia. Partiamo da un presupposto: se abbiamo uno studio privato (come Psicologi o come Psicoterapeuti) è difficile che le persone vengano da noi se non hanno un problema... e molto spesso l'ansia rientra più o meno direttamente nel problema! Quindi è veramente importante imparare a lavorarci.
Chiaramente, ogni approccio ha la sua prospettiva nel modo di inquadrare l'ansia, descriverla e lavorarci; io lavoro secondo il modello umanistico dell'Emotionally Focuset Therapy (EFT) e tratto quindi l'ansia secondo questo approccio, ma senza avere la presunzione di pensare che l'approccio con cui lavoro sia migliore di altri. Quindi integrate e apprendete da più approcci possibili.

Che cos'è l'ansia prima di tutto? È la risposta a situazioni simboliche, psicologiche o sociali, piuttosto che alla presenza immediata di un pericolo fisico. Si tratta di una risposta all'incertezza che sorge quando vi è una minaccia al senso di integrità, coerenza e continuità del sé (Greenberg, 2000).
In altre parole, per quanto possa essere fastidiosa e, talvolta, invalidante, l'ansia è una risposta emotiva che cerca di tenerci lontani da una minaccia... In altre parole, agisce in funzione del nostro bene.
Come ben saprete, l'ansia non è un'emozione primaria, ma deriva da un'emozione primaria che è la paura, pertanto le reazioni che ne conseguono sono simili a quelle legate alla paura: l'azione si arresta, l'ambiente viene costantemente monitorato al fine di elaborare piani di fuga o evitare la situazione minacciosa. L'ansia è uno stato di allerta ma, diversamente dalla paura - che, in quanto emozione primaria e quindi innata, porta a focalizzare le risorse mentali in funzione della sopravvivenza -, genera per lo più confusione e difficilmente si traduce in piani di azione espliciti o funzionali; il più delle volte si hanno infatti azioni sregolate o blocco dell'azione.

Di fronte a un paziente ansioso, quindi, occorre lavorare in funzione di una domanda, che per quanto banale possa sembrare, può avere risposte complesse e lunghe da ricercare: di cosa ha paura la persona? Qual è la minaccia? Può essere che l'ansia sia la conseguenza di un trauma e quindi il nesso sia esplicito, ad esempio, una persona che ha l'ansia di guidare in autostrada in seguito ad incidente. Tuttavia, può non esserci sempre un apparente evento scatenante e la persona può aver imparato ad avere paura nel corso del tempo.

Diciamo, quindi, che l'ansia è una risposta emotiva riconducibile alla paura. Il nostro cervello ha avuto paura in una certa circostanza e quella paura si va a riattivare in circostanze che ricordano quella situazione; tuttavia, la minaccia non è immediatamente presente. L'oggetto della minaccia può essere più o meno consapevole.
Alcune persone possono manifestare ansia riconducibile all'insicurezza; si tratta di persone spesso molto timide che temono moltissimo il giudizio (compreso quello del terapeuta) e sono caratterizzate da un blocco dell'azione per la paura di sbagliare. L'errore è la minaccia, perché implica un giudizio verso di sé. Creare alleanza attraverso l'ascolto e l'astensione di giudizio è il modo per entrare in relazione con queste persone. Attenzione: sebbene cadere nella compassione non sia mai una buona strategia comunicativa, lo diventa ancora meno con pazienti di questo tipo, che possono vedere nella compassione un'ulteriore prova della loro condizione di inferiorità a cui segue, inevitabilmente, la perdita di credibilità del terapeuta.
L'ansia da prestazione ha a che fare con la propria parte vulnerabile e insicura che si concentra sugli effetti (ovviamente catastrofici) conseguenti al proprio insuccesso.

Nella mia esperienza, la situazione più faticosa si manifesta quando si ha a che fare con le fobie. Le fobie possono essere semplici e di processo.
  • Le fobie semplici sono quelle che non si legano a eventi specifici (ad esempio la fobia dei serpenti o dei ragni).
  • Le fobie di processo sono quelle che derivano da un qualche concatenamento di eventi. Ad esempio, la paura di guidare in autostrada non legata a un incidente, può essere ricondotta alla paura di non avere via d'uscita (non necessariamente, ma cito un esempio clinico), paura che la persona può aver appreso nel corso della sua storia familiare. Il cervello non fa distinzioni: se riconosce il non avere via d'uscita come un segnale di minaccia, attiverà l'ansia ogni volta che sentirà di desiderare una via di fuga senza però trovarla... un po' come l'autostrada. Le fobie di processo sono faticose da gestire perché il coinvolgimento dell'inconsapevolezza è molto alto. Purtroppo non ci sono linee guida brevi per lavorare su queste ultime fobie; la strada è lunga e tortuosa ma, in generale, possiamo dire che l'obiettivo è comprendere di cosa la persona abbia paura, ma non in termini di oggetto (paura di guidare in autostrada) quanto di paura esistenziale (ad esempio perdere il controllo).
Particolare attenzione merita, a mio parere, l'ansia secondaria, molto frequente nella mia esperienza. È la conseguenza dell'aver represso un'altra emozione che, in genere, è paura o più spesso rabbia. Mi viene in mente una persona che veniva in terapia per lavorare sulla sua ansia che era diventata ingestibile a causa degli attacchi di panico. Scoprii che nel suo matrimonio aveva accettato un sacco di soprusi, tradimenti e prevaricazioni senza mai ribellarsi, perché fin da piccola i suoi genitori le avevamo insegnato a non arrabbiarsi; inoltre, avendo dei figli, si sarebbe sentita una pessima persona a odiare il padre dei suoi figli. Aiutarla a ripristinare la rabbia primaria adattiva (quella innata che esce fuori quando qualcuno ci prevarica) fece decrescere in modo incredibile i livelli di ansia percepita. Spesso l'emozione negata può essere anche la tristezza; ricordo una persona che all'età di 9 anni ricevette dalla nonna l'ordine di non piangere al funerale dei genitori perché, diceva, "devi essere forte per tua sorella piccola che ha bisogno di te adesso"; una vita in una famiglia che reprimeva la tristezza la portò a sviluppare una forte ansia in ogni situazione di potenziale tristezza.

Concludendo, quello che mi sento di dire è che non ci sono "ricette" o tecniche che vanno bene per tutti nel trattare l'ansia; non ci sono farmaci efficaci allo stesso modo su tutti, perché le tecniche dovrebbero fare un'eccezione?
Mi sento però di consigliarvi di non entrare in ansia voi per primi! Infatti, in queste situazioni non è raro sentirsi messi alla prova e voler rimuovere il sintomo il prima possibile. Il sintomo, però, non è il reale problema; altro non è che la risultante finale di un insieme di significati soggettivamente attribuiti dalla persona... e sono questi significati a cui la terapia deve dare un senso; il sintomo è secondario.
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