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Le relazioni oggettuali nel Test di Rorschach

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Le relazioni oggettuali nel Test di Rorschach

L'articolo "Le relazioni oggettuali nel Test di Rorschach" parla di:

  • Relazioni e stimolo visivo del Test di Rorschach
  • Interpretazione delle figure umane
  • Interpretazione delle risposte movimento
Psico-Pratika:
Numero 174 Anno 2021

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Articolo: 'Le relazioni oggettuali nel Test di Rorschach'

A cura di: Rebecca Farsi
    INDICE: Le relazioni oggettuali nel Test di Rorschach
  • Introduzione
  • Le relazioni oggettuali nello stimolo visivo del Rorschach
  • I legami relazionali attraverso l'interpretazione delle figure umane
  • I legami relazionali attraverso l'interpretazione delle risposte movimento (M)
  • Conclusioni
  • Riferimenti bibliografici
  • Altre letture su HT
Introduzione

Dal punto di vista evolutivo la relazione oggettuale rappresenta il legame affettivo che si instaura tra il bambino e la madre nelle fasi iniziali delle vita; si tratta quindi del primo momento di contatto, ma anche della prima esperienza relazionale destinata a venir introiettata e riproposta in via analogica nel resto dell'esistenza. Si ritiene, infatti, che la natura ricorsiva della relazione oggettuale tenda a modellarsi come una sorta di struttura cognitiva nel soggetto, uno schema in base al qual filtrare, selezionare e interpretare informazioni affettive sul lungo termine (Horner, 1993).

Possiamo dunque affermare che le relazioni oggettuali, da realtà parziale e contestuale costruita con l'oggetto materno, sono destinate a tramutarsi in un legame intrapsichico totalizzante sulla cui base verrà direzionato l'investimento affettivo dell'individuo.

Uno degli strumenti più diffusi per la valutazione delle relazioni oggettuali è il test di Rorschach. Pochi test riescono, meglio di questo reattivo, ad elicitare le risonanze inconsce derivanti dai legami affettivi costruiti con la madre, e ad identificare negli stessi le modalità relazionali mostrate negli stadi evolutivi successivi. Questo a ragione della sua struttura proiettiva che, tramite la presentazione di stimoli ambigui, consente l'attivazione di esperienze non accessibili alla coscienza in una modalità più attendibile rispetto ad un self-report, in cui la capacità di controllo consapevole della risposta non risulta del tutto disattivata (Castellazzi, 2010).

La salienza percettiva dello stimolo allontana il soggetto dall'utilizzo dei propri strumenti difensivi, dal controllo cosciente, dagli agiti comportamentali del Falso Sé, per introdurlo in una dimensione frustrante la cui necessità di risoluzione diventa impellente. Sotto il peso dell'ambiguità dello stimolo e della salienza interpretativa dello stesso, vengono riattivati vissuti relazionali regressivi nei quali il soggetto ha provato le medesime sensazioni: e tanto più l'interpretazione fornita si allontana da quella elicitata dallo stimolo formale, tanto più risulterà raggiunto l'obiettivo volto a riattivare risorse psichiche inconsce, senza il freno inibitore imposto dai processi intellettivi o dai domini superegoici.

Le tavole attraverso le quali il Rorschach cerca di attivare la percezione relazioni oggettuali introiettate sono raggruppabili in tre tipologie: quelle a configurazione bilaterale (III, III, VII); le tavole di colore rosso (II, III) e infine le tavole color pastello (VIII, IX, X) (Chabert, 1983).

Nel primo gruppo di tavole l'esperienza relazionale viene evocata dalla configurazione formale dello stimolo, che mostra un richiamo vagamente relazionale riferibile a soggetti umani; nei restanti gruppi, al contrario, l'interpretazione relazionale risulta elicitata dalla configurazione cromatica dello stimolo che, proprio grazie alla sua componente colorata, tende ad evocare emozioni di natura preverbale sperimentate in una fase della vita molto precoce. Si tratta quasi di emozioni viscerali, di connotazioni corporee che il soggetto ha vissuto all'interno della diade e che lo stimolo tende a riattivare inconsciamente, dotandole di connotati relazionali rievocanti la diade stessa (Castellazzi, 2010).

Le relazioni oggettuali nello stimolo visivo del Rorschach
Le relazioni oggettuali nel Test di Rorschach

La relazione indica la modalità interattiva tramite la quale due o più persone costruiscono un rapporto di reciprocità in cui l'uno tende verso l'altro, in un intento collaborante e condiviso.

La natura delle collaborazioni elicitate dallo stimolo grafico può variare in relazione alle modalità con cui il soggetto costruisce le relazioni oggettuali, e dunque i legami socio-affettivi. In questo senso la riattualizzazione del rapporto affettivo genitoriale nel contenuto interpretativo della tavole sarà rivelatore della natura del rapporto stesso.

L'evoluzione e la stabilità dell'interpretazione, la congruenza alla realtà, la solidità e l'autenticità delle relazioni descritte, lasceranno sottendere la presenza di un introietto genitoriale stabile e consolidato. Attraverso l'ambiguità dello stimolo, il soggetto sarà portato a vedere figure che collaborano attivamente per un obiettivo comune, o al contrario soggetti colti in atteggiamenti empatici volti al riconoscimento e alla validazione del Sé reciproco. Ad esempio alla tavola III possono essere viste due donne che cucinano insieme, due bambini che si sorridono, due persone che si abbracciano. La vicinanza è presente con intenti costruttivi: il legame che unisce le persone non mostra, infatti, obiettivi fagocitanti né volti ad annichilire le rispettive personalità, che al contrario vengono rispettate nella loro autonomia spaziale e individuale.

Un tratto patologico è visibile invece ove l'interpretazione relazionale evocata dallo stimolo si mostri fondata sulla dipendenza, sull'appoggio analitico. Si ritiene, infatti, che in questo caso la relazione oggettuale introiettata sia frutto di un legame opprimente, connotato di investimenti narcisistici posti in essere da un Sé genitoriale non responsivo dei bisogni del figlio. Ne deriva un'interiorizzazione affettiva soverchiante, il cui contenuto inconscio viene slatentizzato tramite una interpretazione relazionale simbolica di sottomissione e dipendenza.

Spesso le figure vengono raffigurate fantasticamente come una aggrappata all'altra, in un tentativo di sorreggersi a vicenda per sfuggire un pericolo esterno che in realtà ha natura endogena. Ad esempio sarà possibile vedere un vecchio col bastone alla tavola IV, due ragni attaccati ad un ramo alla tavola X, due orsi reciprocamente appoggiati alla tavola III. Enfatizzare il rapporto anaclitico è tipico di quei soggetti per i quali l'autonomia e l'indipendenza sono dimensioni pericolose per la sopravvivenza del Sé, e la necessità di aggrapparsi agli altri, nella convinzione di non poter fare nulla da soli, diviene un'istanza vitale. In questo caso il rapporto affettivo ha una connotazione salvifica, che ritroviamo nei disturbi da personalità dipendente, nelle depressioni analitiche, nel masochismo (Castellazzi, 2010).

Ove il legame intravisto nel Rorschach enfatizzi il Sé personale a scapito del Sé relazionale, che al contrario appare marginale o inesistente, sarà possibile individuare relazioni oggettuali che sottendono un Sé narcisistico, ipertrofico e sopravvalutante. Spesso si tratta di risposte c.d. "riflesso", che evocano scenari nei quali un soggetto percepisce la presenza della propria ombra, riflette la propria immagine attraverso uno specchio o in un corso d'acqua. Una simile relazione oggettuale sottende la presenza di un introietto genitoriale che ha fallito la costruzione di una dimensione empatica col figlio, spingendolo all'attivazione di meccanismi di difesa ipervalutanti quali quelli tipici del narcisismo (Khout, 1971).

Ma una relazione oggettuale costruita mediante il Rorschach può anche richiamare una figura materna persecutoria, minacciosa, aggressiva: in questo caso le risposte saranno volte ad identificare legami di sottomissione, di distruzione e devitalizzazione patita da uno dei soggetti della relazione. Ad esempio avremo animali che divorano una preda alla tavola VIII, un gatto schiacciato sull'asfalto alla tavola VI, due orsi che ballano sopra la preda appena uccisa alla tavola II.

Le relazione percepite come distruttive e minacciose per il Sé sono spesso originate dall'introiezione di figure genitoriali predatorie, fonti di angoscia disturbante, ove non di pericolo, per il bambino. Se ne riscontra la presenza in tutte quelle patologie psicotiche in cui la vicinanza con l'altro è avvertita come potenziale fonte di distruzione del Sé, come la schizofrenia o il disturbo borderline. Le relazioni intraviste attraverso questo introietto non richiamano rapporti in cui la prossimità fisica risulta corroborante o benefattrice, ma soltanto legami predatori, nei quali un soggetto inghiottisce, divora, distrugge letteralmente l'altro (Chabert, 1983).

Il non aver stabilito i confini, prima di tutto somatici, e i propri spazi vitali all'interno del contesto diadico, risulta il fattore scatenante del terrore dell'intimità tipicamente psicotico, in cui la prossimità fisica ed emotiva è equiparata ad una fusione fagocitante distruttiva del Sé (Castellazzi, 2010; 2000). Per questi soggetti un legame equivale sempre ad una sottomissione, ad un dominio dell'uno sull'altro: è evidente il richiamo a personalità genitoriali violente, disorganizzate e molto spesso abusanti.

In questi casi anche la percezione identitaria dei soggetti elicitati dallo stimolo appare instabile e confusa: dunque possono verificarsi risposte che hanno ad oggetto immagini simbiotiche - ad esempio due gatti siamesi, persone attaccate o neonati con il cordone ombelicale - risposte con contenuti ibridi, in cui le figure appartengono sia al genere umano che a quello animale - centauro o uomini con teste di cane - o ancora risposte che indicano soggetti non identificabili dal punto di vista sessuale, come ad esempio persona, uomo, essere vivente (Chabert, 1983; Passi Tognazzo, 1968).

I legami relazionali attraverso l'interpretazione delle figure umane

Un altro modo di valutare le relazioni oggettuali attraverso il Rorschach, oltre alla configurazione relazionale intravista nello stimolo, è l'interpretazione delle figure che costruiscono il legame relazionale. La loro conformazione, la configurazione, l'integrità, la simmetria, la direzione: una sorta di analisi formale che, in presenza di certi elementi disfunzionali o non congrui alla buona forma, lascia sottendere introietti genitoriali negativi. In particolare si è riscontrato come, a figure umane raffigurate in una modalità solida e ben costruita, ma anche inserite in un contesto realistico e consapevole, anziché fantasticato, corrispondano relazioni oggettuali organizzate e funzionali, maggiore investimento affettivo e una più marcata fiducia nei rapporti sociali. Soprattutto si è constatato come una buona interpretazione delle figura umana nello stimolo si accompagni ad assenza di patologie, laddove, in presenza di interpretazioni falsate, enfatizzate, minimazzate o comunque non funzionali, è possibile affermare il contrario (Blatte et al., 1983).

Ad esempio si è riscontrato che nella patologia schizofrenica le figure viste attraverso lo stimolo tendono ad avere una forma poco distinta e differenziata dallo sfondo, spesso poco evoluta nell'aspetto e nella relazione con le restanti parti della macchia; spesso sono identificate attraverso risposte dettaglio - specie dettaglio raro (do) - e anziché ad una natura umana letteralmente intesa, fanno riferimento a figure fantastiche, mitologiche, mascherate, che sottendono il tentativo di prendere le distanze dalla realtà; i personaggi sono inoltre spesso inerti, immotivati, e mostrano una scarsa interazione reciproca.

Nella depressione anaclitica le figure umane appaiono devitalizzate, passive ed elaborate in maniera piuttosto superficiale (G e G-) e sono coinvolte in atteggiamenti passivi, movimenti flessivi e azioni non motivate. L'altro è visto come un mero appoggio, spesso persino malevolo, in cui un soggetto più debole e vulnerabile si appoggia per non venirne distrutto (Chabert, 1998).

Nel disturbo borderline le figure umane hanno una configurazione deteriorata e poco dettagliata. Anche in questo caso sono presenti figure mitologiche e mascherate, spesso coinvolte in modalità interattive soverchianti, opprimenti e distruttive, oltre che carenti a livello di intimità, di direzionalità e meta.

Se il paziente ha tendenze suicide le figure umane possono apparire danneggiate, divorate, fatte a pezzi dall'aggressività di un altro; spesso la figura umana viene sostituta da un animale, da robot o da maschere (Chabert, 1998).

Il disturbo isterico è quello che garantisce la presenza di figure umane più articolate, globali, distinte dalle sfondo e costruite in maniera coerente; si tratta di figure in cui la componente sessuale è molto marcata e la differenza tra mascolinità e femminilità viene posta in primo piano. L'interazione, tuttavia, è dotata di scarsa motivazione intrinseca: le relazioni sono parallele, più che collaborative, e mostrano connotati infantili e vagamente regressivi soprattutto nel rapporto donna-donna. Al contrario, nel rapporto donna-uomo si percepisce una certa passività esercitata sulla donna da parte di una figura mascolina dominante: simbolo, questo, della conflittualità edipica rimossa che l'isterico avverte nel rapporto con il sesso opposto (Chabert, 1983).

I legami relazionali attraverso l'interpretazione delle risposte movimento (M)

Si è inoltre rilevato come una buona qualità delle risposte M - fattore cinestesico - possa essere predittiva dell'esistenza di buone relazioni oggettuali, e dunque di un introietto materno positivo e funzionale. Questo aspetto può essere spiegato dalla natura intrinseca delle risposte M che, provenendo dalla psiche profonda del soggetto, sono tendenzialmente legate alla sperimentazione di stati emotivi primordiali generati proprio dalla relazione con l'oggetto affettivo primario (Passi Tognazzo, 1968).

Le risposte M si riferiscono dunque ad un movimento esterno ispirato da una pulsione endogena, ad una attività cinestesica con la quale il soggetto svela la rappresentazione di Sé e della figura genitoriale arcaica (Castellazzi, 2010). Dal loro contenuto è possibile rilevare la natura delle relazioni oggettuali che il soggetto è portato a strutturare: siano esse di amore o di odio, di collaborazione o divisione, di competizione o affiliazione (Simon, 1990).

Il primo elemento di valutazione è la fonte di attribuzione del movimento: effetti cinestesici che il soggetto identifica in un movimento svolto da un essere umano, coerente e orientato nel contesto di inserimento della risposta, lasceranno sottendere la presenza di moti pulsionali che affiorano a livello cosciente, e vengono percepiti, verbalizzati e non elusi dal soggetto, che ne cerca l'appagamento funzionale senza minimizzazioni né enfatizzazioni difensive. Un movimento umano svolto da un essere umano in un contesto realistico testimonia dunque la presenza di una buona relazione oggettuale basato su di un buon rapporto genitoriale.

Al contrario, le risposte in cui un moto cinestesico risulta parziale, ovvero compiuto da una parte limitata del corpo umano (solo un braccio, un piede o una gamba si muovono), oppure in cui il movimento è intravisto attraverso un piccolo dettaglio della figura, o viene attribuito ad un animale, lasciano ipotizzare la presenza di moti pulsionali non interamente consci, in quanto non verbalizzati e presumibilmente rimossi (Castellazzi, 2000).

Una dimensione di disagio emotivo analogo - e, forse, ancora maggiore - può essere evinta dalle risposte cinestesiche in cui il movimento viene attribuito ad un'entità inanimata, sia essa reale o immaginaria. Esse rappresentano i moti pulsionali incompatibili con il controllo cosciente e con il Sé consapevole, e dunque tutte quelle pulsioni libidiche che l'adulto, e prima di lui il bambino, ha vissuto con angoscia disintegrante.

In questi casi, proiettare sugli oggetti l'intensità psichica delle pulsioni si è rivelato l'unico modo per devitalizzarle e annichilirle, oltre che per disconoscere dal Sé la loro carica distruttiva. È pertanto ipotizzabile la presenza di un introietto genitoriale eccessivamente frustrante, e quindi abbandonico, oppure oltremodo accudente e invasivo - una classica madre oggetto - la cui presenza ha provocato il consolidarsi dell'incapacità di percepire i propri moti pulsionali senza doverli al contempo temere, e dunque disconoscere e allontanare dal Sé, nel timore che possano distruggere se stessi e gli altri (Castellazzi, 2010).

Conclusioni

L'interpretazione delle relazioni oggettuali attraverso il Rorschach consente di validare l'assunto psicoanalitico in base al quale le sofferenze della vita sono per la maggior parte la ripetizione di quelle avvertite durante l'infanzia (Klein, 1927). Gli eventi psichici attuali sono dunque inscindibilmente legati ad accadimenti che li hanno preceduti. Nulla è slegato dal passato.

Vi sono interpretazioni, nel test di Rorschach, in cui le relazioni oggettuali appaiono snaturate nell'intento e nel contenuto: laddove il ruolo e la finalità oggettiva delle stesse dovrebbe essere volta alla sicurezza, alla collaborazione, alla condivisione adattiva di scopi e contesti, alcune di esse appaiono invece fondate su vissuti di sofferenza, di distruzione, di violenza, o al contrario su esperienze di solitudine e sottomissione. In un caso avremo timore delle relazioni oggettuali, e quindi del legame con l'altro visto come possibile distruttore del Sé, e nell'altro avremo un legame affettivo visto come unico strumento di sopravvivenza per un Sé fragile e non supportato da adeguati livelli di autostima.

Il messaggio che si può evincere da entrambe le prospettive è relativo ad un fallimento evolutivo occorso dalla presenza di una figura genitoriale inastabile e abbandonica, la cui presenza introiettata dal bambino prima, e dall'adulto in seguito, ha direzionato in senso involutivo la natura dei suoi legami affettivi.

Riferimenti bibliografici
  • Blatt, S.J., Lerner, H.D. (1983), The psychological assessment of object representation, in Journal of Personality Assessment, vol. 47, pp. 7-28;
  • Castellazzi, V.L. (2010), Il test di Rorschach: manuale di siglatura e di interpretazione psicoanalitica, edizioni LAS, Roma;
  • Castellazzi, V.L. (2000), Introduzione alle tecniche proiettive, LAS, Roma;
  • Chabert, C. (1983), Il Rorschach nella clinica adulta. Interpretazione psicoanalitica, tr.it. Hoepli, Milano 1988;
  • Chabert, C. (1998), Psicopatologia e Rorschach, tr.it. Raffaello Cortina, Milano, 2003;
  • Klein, M. (1927), Tendenze criminali nei bambini normali, in Scritti (1921-1958), tr.it. Bollati Boringhieri, Torino 1986, pp. 197-213;
  • Klein, M. (1957), Invidia e Gratitudine, Martinelli Firenze, 1986;
  • Khout, (1971) Narcisismo e analisi del Sé, tr.it. Bollati Boringhieri, Torino;
  • Passi Tognazzo, D. (1968), Il test di Rorschach, Giunti editore, Firenze, 1994;
  • Simon, R. (1990), M reponses on Rorschach's and very early object relations (adhesive identification), Rorschachiana, vol. 16, pp. 756-767;
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