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Recensione film: ... e ora parliamo di Kevin

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Recensione film: ... e ora parliamo di Kevin

L'articolo "Recensione film: ... e ora parliamo di Kevin" parla di:

  • Il figlio senza emozioni e la conflittualità materno-filiale
  • La criminalità dell'adolescente e i disturbi di personalità
  • Psicopatologia. Tratti di personalità, famiglia e società
Psico-Pratika:
Numero 77 Anno 2012

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Articolo: 'Recensione film: ... e ora parliamo di Kevin'

Recensione film: ... e ora parliamo di Kevin<BR>Una madre e un figlio: un rapporto dai risvolti drammatici

Scheda film:
Anno: 2011
Durata: 112 minuti
Regia: Lynne Ramsay
Cast: Tilda Swinton, John C. Reilly, Ezra Miller, Siobhan Fallon

    INDICE: Recensione film: ... e ora parliamo di Kevin
  • Trama
  • Il trittico delle vite di Eva
  • Rosso sangue - Kevin ed Eva
  • Kevin è l'attore dei sentimenti
  • La psicopatologia di un giovane mass murderer
  • Possibili utilizzi per la professione
  • Da vedere perché
  • Suggerimenti bibliografici
Trama

Eva è una donna sola che vive una situazione di degrado e abbandono; in passato, invece, era stata una donna in carriera, una moglie innamorata e una madre di due figli, ed è proprio il suo primogenito, Kevin, ad avere dato avvio alla metamorfosi dell'esistenza della madre.

Kevin, bambino che ci viene raccontato dall'infanzia, ha compiuto una strage nella sua scuola, dopo aver colpito orribilmente anche alcuni membri della sua famiglia.

Da questo dramma, che viene ripercorso nelle pieghe più intime degli antefatti, Eva rinasce in una dimensione perduta e infelice, una dimensione disegnata per ricostruire, man mano, il passato.

Il trittico delle vite di Eva

Una folla palpitante cosparsa di un intenso colore rosso - il rosso della celebre battaglia di pomodori che si tiene nei pressi di Valencia - e sopra questa folla, quasi in trionfo, si vede una donna. Il suo volto è attraversato da un'espressione estatica, gioiosa, come se fosse la protagonista di una cerimonia di liberazione e leggerezza.

La donna si chiama Eva - interpretata dall'androgina e talentuosa Tilda Swinton (come non ricordare la sua interpretazione in "Orlando"?) - e questa immagine iniziale che apre il film "... e ora parliamo di Kevin" è un suo sogno, una dimensione onirica dalla quale si sveglia per ritrovarsi in ben altro ambiente.

Attorno a lei c'è solo squallore: avanzi di cibo, miseria, disordine, pillole sparse e solitudine. Un villino fatiscente è il suo rifugio, e la penombra della stanza non dà ristoro, è triste.

Non è semplicissima da seguire questa pellicola, almeno all'inizio, perché vive di salti temporali che ci trasportano in dimensioni diverse, mostrandoci come sia orribilmente mutata la condizione di Eva.

Un narrare che parte dagli inizi, quasi un excursus interiore che si fa lentamente più comprensibile allo spettatore: c'è appunto l'Eva attuale, che assorbe le giornate in uno stato di abbandono e che trova lavoro in un piccolo ufficio dove nessuno sa chi lei sia, un ufficio esso stesso spoglio; c'è l'Eva che accorre verso il luogo ove è accaduta una tragedia, un fatto di sangue che solo più avanti ci sarà noto ma, soprattutto, c'è l'Eva del tempo perduto.

... e ora parliamo di Kevin

Il passato è stato ben altra cosa per questa donna il cui viso ci appare sempre senza trucco, essenziale e quasi severo nei lineamenti: sbirciamo Eva e il suo futuro marito, un uomo affabile ed estroverso, con cui andrà a vivere in una splendida casa e avrà due figli... ma qualcosa non funziona.

Ecco che entra in scena Kevin, il primogenito (interpretato da Rocky Duer, Jasper Newell come Kevin bambino e da Ezra Miller come Kevin adolescente), il protagonista assieme a sua madre di questo film inusuale e a tratti spietato.

Eva ha da subito con Kevin un rapporto più che conflittuale e sembra addirittura che sin dalla gravidanza qualcosa la disturbi.
Dopo le grida dolorose del parto c'è il pianto continuo del bambino, un pianto ininterrotto quando è con la propria madre.

Queste urla son talmente fastidiose per Eva che preferisce attutirle col rumore dei martelli pneumatici incontrati per strada, forse afflitta dalle difficoltà che il nuovo ruolo le impone o, forse, vittima di una depressione post-partum: il suo palese essere esausta e disperata, la sua impossibilità di dormire e il suo disinteresse - quasi rifiuto - per il bimbo, fanno avanzare anche questa ipotesi.

Nel suo ruolo di genitore, per il quale ha rinunciato a molto (in particolar modo ai suoi amati viaggi in giro per il mondo), lei si trova a disagio, sperduta, e questa conflittualità materno-filiale prosegue senza sosta con il passare degli anni.

Nemmeno Kevin si trova bene con lei, tra i due si instaura una lotta continua e il piccolo per anni non parlerà e continuerà a portare il pannolino, anche quando non sarà più necessario, come se l'attrito tra i due dovesse giocarsi sul campo di quelle conquiste quotidiane cui Kevin non appare interessato.

Stranita da questo sviluppo tardivo e insolito, Eva consulta alcuni medici, che non trovano nulla di patologico in Kevin, facendo quasi sembrare che sia la madre ad avere una percezione distorta di suo figlio.

Durante questo lungo e lento affresco osserviamo Kevin, col suo sguardo truce, mentre cresce alternando comportamenti quasi affettuosi con il padre Franklin (l'attore J.C. Reilly) e, per contro, un rifiuto netto di Eva.

Questa madre, esasperata dal rapporto con questo figlio ingestibile, incidentalmente lo ferisce a un braccio lasciandogli una cicatrice. Questo segno cutaneo pare essere per Kevin una sorta di memento e ricatto per la donna: lui stesso la indica alla madre per ricordarle l'accaduto quando vuole ottenere qualcosa da lei.

Kevin che rovina l'unica camera che Eva si era costruita per sé, come proprio studio per pensare e coltivare le sue passioni; Kevin che fa notare a Eva che abituarsi a qualcosa non significa farsela piacere, «come te con me», battuta che mostra come il figlio sia consapevole delle difficoltà della madre nei suoi confronti; Kevin ed Eva che malgrado tutto si somigliano, negli occhi sottili e nella loro bellezza insolita e forse anche più in profondità.

Rosso sangue - Kevin ed Eva

Questo conflitto - che non è chiaro quanto sia generato dalle particolarità del bambino e quanto sia generato dall'adulta - sfocerà durante l'adolescenza di Kevin in quel dramma verso cui alcuni flashback (che puntellano il film dal principio) già ci stavano conducendo.

Questo figlio complicato, a due giorni del suo sedicesimo compleanno, con arco e frecce si reca alla propria scuola e compie una di quelle stragi che non sono rare nella cronaca americana: è questo il climax, il punto chiave attorno a cui ruota tutto il film e che spinge a ripercorrere il passato per tentare di capire la genesi di una cronaca drammatica.

Il rosso del pomodoro presente nella scena iniziale è un colore che si fa costante in "... e ora parliamo di Kevin". Lungo tutta la pellicola compaiono ridondanti richiami a questa tinta color sangue, come fosse monito e preveggenza: il rosso della marmellata spalmata con rabbia da Kevin sul tavolo; il rosso della vernice che anonimi scagliano con spregio sulla casetta cascante di Eva; il rosso di quel sangue che non si vede, ma scorrerà abbondantemente.

Un padre e una sorella sullo sfondo

Ed è invece sullo sfondo che si stagliano il padre e la sorellina Celia, amabile e vivace, adorata dai genitori e trattata da questo fratello maggiore come un disturbo, una nullità da evitare.

Anche il marito di Eva è una persona calorosa e stabile, e quindi si ricama il dipinto di una famiglia dai solidi principi e dalla situazione economica invidiabile, anche se i soldi che verranno spesi per le spese processuali e i risarcimenti ridurranno Eva nelle condizioni che già sappiamo.

Eppure col padre Kevin è sorridente, quasi gentile nei modi: lui è il genitore "buono", che non dissente e non ostacola, che non riesce a recepire quelle sfumature del ragazzo che Eva invece coglie profondamente; un papà cui andare incontro correndo da bambino e con cui allenarsi in giardino da ragazzo.

Una famiglia relativamente tranquilla, quindi, che viene però completamente disgregata dal comportamento di Kevin, dalla sua azione che investe non solo i compagni del liceo, ma anche i suoi cari.

I protagonisti assoluti sono madre e figlio.
I due orbitano in una costellazione in cui chi è attorno è comunque lontano da questo loro essere nucleo dissestato.

Kevin è l'attore dei sentimenti

Kevin cambia atteggiamento ed espressione facciale con velocità repentina, a seconda dell'interlocutore: questo fa sì che, in più occasioni, si abbia l'impressione che le sue emozioni siano assolutamente recitate, ma solo la madre coglie e percepisce tale aspetto.

Kevin calcola ogni sua azione a proprio beneficio, pensando persino entro quale data compiere il proprio truce piano in modo da essere processato come minorenne.
Kevin che si lascia mettere le manette e, mentre viene portato via, fissa sua madre senza distogliere lo sguardo, quello stesso sguardo che poi punterà alla telecamera durante una sua dichiarazione filmata per dire, con aperta soddisfazione, che nessuno avrebbe parlato di lui se avesse preso un bel voto in matematica, mentre ora tutti si occupano di Kevin.

Il ragazzo non ha rimorso verso le vittime, o perlomeno non lo mostra, né esprime sentimenti per il padre e la sorellina o per la madre che deve affrontare il rifiuto sociale derivante dalle azioni criminose del figlio.

L'unico sentimento che si legge sincero sul viso di Kevin è un guizzo di paura verso la fine del film, quando abbraccia Eva prima di essere condotto in un carcere per adulti.
Possiamo pensare che questo guizzo sia il timore che Kevin ha per sé stesso, nei suoi meticolosi calcoli non aveva previsto l'eventualità di scontare la pena come un adulto.

Tutto il resto del mondo e le conseguenze delle sue azioni gli sono totalmente indifferenti. I colloqui in carcere tra madre e figlio non sono colloqui ma lunghi silenzi, estensione delle loro sempiterne incomprensioni. Silenzi perché non c'è più nulla che si possa dire, così come era stato fallimentare il loro passato tentativo di "fare cose" insieme, un mimare un rapporto madre-figlio che non riusciva.

La psicopatologia di un giovane mass murderer

Un film duro, senza reticenze e senza assoluzioni, che ti obbliga a chiederti se l'elemento disturbante sia Eva o Kevin oppure Eva e Kevin assieme.

È ovviamente impossibile definire "sociopatico" o meglio affetto da "disturbo antisociale di personalità" un bambino: la clinica ce lo insegna; ma sin da piccolo Kevin mostra i segni di un disturbo della condotta.

Basti pensare al grave incidente che la sorellina ha all'occhio, e che non viene palesemente attribuito a Kevin, ma che viene lasciato sospeso nel dubbio.

Ora che Kevin è un giovanissimo adulto, il suo disinteresse per l'altrui sentire e la sua freddezza emotiva di fronte al crimine fanno pensare che tutta la sua infanzia sia una preparazione a un disturbo antisociale.

Occorre però ricordare che la diagnosi di questo disturbo è legata alla maggiore età, per cui non possiamo estenderlo al giovane protagonista della pellicola, sedicenne per l'appunto.

Inoltre in Kevin non si riscontrano, ad esempio, quell'incapacità di pianificare e quell'aggressività che sono tra i criteri che il DSM IV-TR elenca tra gli elementi potenzialmente presenti nel disturbo antisociale.

In Kevin sono l'assenza di rimorso e l'inosservanza della sicurezza altrui e propria a parere gli aspetti rilevanti, spie di un possibile disturbo psico-patologico.

Possibili utilizzi per la professione

Un film che tratta dimensioni così delicate - come la criminalità dell'adolescente e i disturbi di personalità potenzialmente correlati - non può certo essere indifferente a uno Psicologo.

Il fatto che questo lavoro creativo sia un lungo viaggio verso una strage, con particolare attenzione al periodo della crescita, ricrea un quadro complesso che ci permette di indagare la formazione di quello che la società definisce un "mostro" (basta ricordare il caso della Columbine High School).

Inoltre, nell'ambiguità con cui talvolta non si rende palese quanto della madre è proiettato nel figlio e quanto è oggettivamente patologico nel ragazzo, si esplicita una domanda sul peso dell'ereditarietà.


Quanto è in noi innato e quanto proviene dall'ambiente?
L'infelice attaccamento tra Kevin e sua madre non può bastare a spiegare fatti tanto crudi, eppure ha un peso, per quanto non calcolabile.

Venendo a mancare quella "base sicura", teorizzata da John Bowlby, ecco che possiamo ipotizzare che in quella definita "Strange Situation", il piccolo Kevin avrebbe verosimilmente manifestato un attaccamento insicuro-evitante: un bambino che smette di cercare quella presenza materna che non gli dà sicurezza, un bambino che "fa da sé", distaccato dagli altri.


    E ciò basterebbe?

    Si può definire in maniera teatrale "malvagità" quella di Kevin?
    Oppure è Eva ad alterare ciò che vede e vive?

    Eva è una madre "sbagliata" o è dotata di un atroce intuito che altri non hanno avuto?
    E ancora: Kevin è una profezia che si auto-avvera?

Il non poter differenziare e quantificare nettamente queste due dimensioni - madre/figlio, genetica/ambiente - sgomenta e non permette di cogliere quella stortura in grado di spiegare come Kevin abbia fatto a divenire se stesso.


    Perché non avere risposte spaventa, dà un senso di vago malessere.
    È così raro diventare Kevin? È veramente così altro, da noi?
Da vedere perché

In un Paese che pubblicizza poco il cinema impegnato e di nicchia, è piuttosto ovvio - purtroppo - che "... e ora parliamo di Kevin", col suo essere impegnativo e introspettivo, venisse trascurato dalle sale cinematografiche.

Ma i risultati raggiunti da questa pellicola sono notevoli.
Ha vinto il premio come miglior film al "London Film Festival", ha ottenuto tre nomination ai "BAFTA Awards" e a Tilda Swinton è andato il premio come miglior attrice ai "National Board of Review Awards", agli "European Film Awards", e ai "San Francisco Film Critics Awards", senza dimenticare la nomination ai "Golden Globes", agli "Screen Actors Guild Awards" e ai "Broadcast Film Critics Awards"; e ancora sei candidature ai "British Independent Film Awards" e la vittoria per la migliore regia.

Ma al di là dei gloriosi trofei, la capacità del film di entrare nelle dinamiche familiari con occhio acuto e quasi feroce, la sua abilità nel rendere fruibile allo spettatore i movimenti vischiosi all'interno di un patologico nucleo affettivo, rendono questo lavoro degno di essere visto con attenzione.

Questo ragazzo, fattore "disturbante" della propria famiglia, diviene il simbolo e l'elemento corrosivo che porta alla luce le falle di ognuno, la facilità con cui la così definita "normalità" si fa labile e illusoria.

Suggerimenti bibliografici
  • Ammaniti M. ( a cura di), "Manuale di psicopatologia dell'adolescenza", Raffaello Cortina, Milano, 2002
  • Novelletto A., Masina E., "I disturbi di personalità in adolescenza", Franco Angeli, Roma, 2003
  • Shriver L., "... e ora parliamo di Kevin", Piemme, Milano, 2012
Commenti: 6
1 marino alle ore 09:40 del 05/09/2013

Recensione molto bella ed equilibrata. Complimenti. Sarebbe opportuno applicare tutta questa competenza allo studio di casi reali. Troppo spesso, nel raccontare episodi cronaca simili a quello di K., ci si sofferma eccessivamente sui dettagli trucculenti del fatto, su quanto fosse "un ragazzo assolutamente normale", su "quanto la società sia corrotta" e quasi per nulla sulla dettagliata ricostruzione della storia familiare e personale del criminale. I giornali e gli "esperti di turno" si precipiatano ad ammonire la popolazione sul "male potenzialmente insito in ciascun essere umano" e sulla necessità di autocontrollo e di una "restaurazione dei valori di un tempo". Tutte queste banalizzazioni, come hai accennato, nascono dal bisogno di trovare punti fermi di fronte a misteri inquietanti. Credo che non si farà mai un passo verso la risposta a tutti i "perché" dei tanti Kevin, fino a quando non verranno approfonditi e divulgati i dati scientifici relativi alla personalità di questi criminali, raccolti attraverso l'impiego di metodi rigorosi e di strumenti validati che facciano da antidoto ale troppe storture ideologiche.

2 Giacomo alle ore 12:07 del 06/10/2015

Sono capitato in questa pagina dopo la visione del film con l'intento di cercare una possibile "diagnosi" per i due protagonisti del film, in particolare di Kevin. Sono laureato in psicologia ed in procinto di sostenere l'Esame di stato, e sebbene K. sia adolescente e, come è stato scritto nella recensione, non sia possibile fare una diagnosi corretta in assoluto in base alle scene di un film, la prima "diagnosi" a cui ho pensato è stata il Disturbo schizoide di personalità. L'introversione patologica di Kevin, la sua chiusura verso le relazioni (c'è una scena in cui emerge il fatto che non ha amici), la sua evidente freddezza e l'anedonia (la stessa frase, sono gli elementi che mi hanno fatto pensare alla schizoidia. Ripeto, sono consapevole che non è possibile questa diagnosi in quanto non adulto, ma non vi pare che Kevin stia andando in questa direzione piuttosto che verso l'antisocialità? 
Grazie.  

3 rossella alle ore 13:27 del 15/11/2015

Ottima recensione ed analisi psicologica nei confronti del figlio e della madre, ma non viene mai citato il problema principale di Kevin, l'anafettività ed indifferenza a tutta la sfera emotiva, sia interna che esterna di cui soffre, già da bambino. Kevin è Incapace di provare sentimenti, privo di morale, enpatia ed etica. La sua espansività col padre è pura finzione messa in atto solo per far soffrire la madre. Kevin è incapace d'amare ma odia la madre dalla nascita perché sa di non essere voluto. Kevin è molto intelligente, forse super dotato e la mancanza di affettività lo rende pericoloso. Kevin, per vendicarsi dell' incoscio rifiuto materno, le distruggerà la vita, pianificando ogni cosa congrande cinismo. Vedendo il film mi domandavo perché il padre rifiuta ogni minima ipotesi di problematica psichica nel figlio, e perché la madre non lo portasse da psichiatri invece che dai medici del corpo. Purtroppo nella realtà, di patologie del genere, ne sono pieni i giornali come le cartele cliniche. Non sapevo che il disturbo di personalità è riconosciuto solo in età adulta, e mi domando il perché dal momento che si riscontra spesso fin dall 'infanzia. Consiglio il film a tutti, davvero bello, profondo e disperato quanto un amore impossibile e contrastato come quello del figlio rifiutato e di una madre divorata dal senso di colpa per l'odio che prova nei suoi confronti, pur amandolo. Come biasimarla, chi può essere felice nel aver generato un mostro?!

4 FLAVIA alle ore 12:38 del 16/04/2016

Non ho ancora visto il film che mi riprometto di vedere, ma ho letto il romanzo "divorandolo" in un giorno e mezzo e mi sono formata la convinzione che non bisogna trascurare i così detti "segnali", la scuola è preoccupata del rendimento scolastico, la famiglia spesso della "rappresentazione" di se stessa e così si trascurano aspetti fondamentali.

Forse non c'è nulla da fare per i casi come quello narrato nel romanzo. Forse nessuno specialista - per quanto abile - potrebbe fare qualcosa per rendere "normali" questi soggetti. Può darsi, ma magari si eviterebbero le stragi capendo che le persone come "Kevin" sono elementi pericolosi a causa della propria personalità sociopatica e che un reparto psichiatrico è  più adatto di una casa per seguirli.

Spesso facciamo come gli "struzzi" che mettono la testa nella sabbia, mentre alla base dell'equilibrio c'è la consapevolezza della realtà per quanto la medesima possa apparirci terribile. Attenzione però a non pensare che sia solo questo a non farci prendere provvedimenti più "severi" e adeguati, c'è anche la reale difficoltà a capire un contesto (per usare una espressione del romanzo) così lontano dalla normalità, a capire che certi comportamenti siano o possano essere il preludio di fatti così nefasti, così contrari al principio naturale della sopravvivenza.

Non siamo preparati a capire questa complessità. Tutti coloro che sopravvivono e che forse potevano fare qualcosa che non hanno fatto  saranno dilaniati dai sensi di colpa per il resto dei loro giorni; tutti coloro che sopravvivono varcheranno "la soglia"  e nulla sarà più come prima.

5 Dana alle ore 20:29 del 02/11/2016

Un affascinante film ... è sicuramente bisogno di vederlo... Bravo!

6 Rosanna alle ore 20:53 del 02/07/2019

Sono madre. Avrei cercato di condividere il mio disagio col figlio ancora piccolo con mio marito prima e poi, insieme, con esperti. La madre trascina a lungo le intolleranze e le sue reazioni troppo buoniste nei confronti delle provocazioni del figlio sono poco credibili. Mai uno scatto d’ira. Eppure un bambino di 10 anni non può fare ancora “popo’”, senza che un genitore si ponga qualche interrogativo. All’inizio del film la madre mi è sembrata troppo algida, ma non penso che sia bastato per crescere un “mostro”.

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