|
| >> HT Psicologia \ psicologia articoli \ Il richiamo dell'Ombra \ |
|
|
Piu' di 150 anni fa la filosofia ci ammoniva:
E' su questo semplice aggettivo che si gioca la nostra vita. In certi momenti critici dell'esistenza individuale questa influenza degli archetipi sull'Io diviene molto potente e le immagini archetipiche si possono fare riconoscibili, ad esempio, attraverso certi sogni che danno alla crisi una configurazione immaginativa personale, quasi il carattere di un mito individuale:
Essi fanno la loro comparsa anche in situazioni particolarmente importanti psicologicamente. Sembra che questi sogni vengano principalmente in momenti o periodi in cui l'uomo dell'antichita' o il primitivo avrebbero ritenuto necessario eseguire certi riti religiosi o magici, per ottenere in tal modo risultati positivi o per impetrare il favore degli dei (nota 2)." La trasformazione individuale che la situazione impone, richiede il sacrificio dell'attuale identita', e questo sacrificio puo' avere
conseguenze diverse a seconda che sia rifiutato e contrastato o assecondato e investito di senso. Questo processo inizia generalmente con una lacerazione della personalita' e con la sofferenza che ne consegue. Queste costruzioni fittizie sono funzionali alla propria sopravvivenza poiche', se l'individuo accetta di "tradirsi", di nascondere a se
stesso la propria intimita', la propria interiorita', ciò avviene perche' questo appare in quel momento l'unico sistema possibile per contenere
le proprie tensioni interne. Puo' anche darsi che, visto dall'esterno, il soggetto presenti un aspetto sereno, ma sotto la superficie soffre. L'uomo in queste condizioni e', per restare nella metafora, come il sole che, raggiunto il suo apogeo, inizia l'ineluttabile discesa verso l'abisso da cui era sorto: la forza contro cui ha lottato fino a quel momento per affrontare le incombenze della vita, forza che si era col tempo indebolita e sembrava sconfitta, dimenticata, adesso, sara' l'eta', sara' la situazione del momento, riemerge nuovamente potente ad attirarlo verso le sorgenti un tempo abbandonate, e cosi:
Si avverte uno slittamento e si comincia a combattere contro questa tendenza e a difendersi contro la montante oscura marea dell'inconscio e la sua seduzione a regredire, che si paluda ingannevolmente di sacrosanti ideali, princìpi e convincimenti. Volendo sostenersi all'altezza raggiunta, occorre fare uno sforzo continuo per mantenervi la propria coscienza e l'atteggiamento da essa assunto. Si fara' pero' l'esperienza che questa lotta encomiabile e apparentemente indispensabile porta con il trascorrere degli anni a un inaridimento e a una lignificazione interiori. I convincimenti divengono banalita' trite e ritrite, gli ideali rigide e inveterate abitudini e l'entusiasmo gesto automatico. La sorgente dell'acqua di vita fluisce ormai a gocce. Se non saremo noi ad avvedercene, sara' il prossimo a farlo, e cio' e' penoso. Solo che ci arrischiamo a gettare uno sguardo dentro di noi, non disgiunto eventualmente da uno slancio di rara onesta' per lo meno di fronte a noi stessi, potremo avere una vaga idea di tutti i bisogni, i desideri, le ansieta' che vi stanno ammassati - uno spettacolo tetro e ripugnante. [...] il daimon pero' ci precipita nell'abisso e fa di noi dei traditori di quelli che fino a quel momento erano stati i nostri ideali e i nostri piu' nobili convincimenti, anzi di cio' che noi presumevamo di essere. Questa e', a dirla schietta, una catastrofe, in quanto e' un sacrificio non voluto. Le cose pero' vanno diversamente quando il sacrificio e' volontario. In tal caso esso non significa piu' crollo, 'sovvertimento di tutti i valori', distruzione di tutto cio' che un tempo fu sacro, ma trasformazione e conservazione (nota 3)." Trasformazione e conservazione, dunque.
Quello che a un osservatore esterno puo' apparire il risultato di coincidenze fortuite, e' invece il risultato di un lungo lavoro psicologico sulle proprie ferite, di una sofferta elaborazione delle problematiche interiori. Solo il paziente riandare alle immagini, ai complessi puo' consentire di udire la chiamata e di mutare il corso della propria vita. Coloro i quali sono riusciti a esprimere in modo creativo la loro dimensione interiore hanno sperimentato questo richiamo proveniente dalle profondita' dell'anima. Gauguin lascio' il suo lavoro di impiegato, la moglie, i figli per vivere in Polinesia, in quel mondo primitivo, naturale, incontaminato che aveva sempre sognato, e nel quale pote' esprimere la ricchezza delle sue immagini inconsce. Le magiche fanciulle dipinte nei suoi quadri, con i loro sorrisi, la naturale sensualita' del corpo, sono forse una delle piu' splendide immagini dell'Anima, dell'Eterno Femminino. Ma sono anche il sogno di un Eden del quale l'uomo conserva, dall'origine dei tempi, un nostalgico ricordo. Mentre il destino di Gauguin incarna il mito dell'europeo che fugge dalla civilta' alla ricerca di un paradiso personale, quello di Albert Schweitzer illustra una diversa modalita' di realizzazione personale. Dopo essere stato uno dei piu' grandi organisti d'Europa, dei piu' sensibili interpreti di Bach, a trent'anni decise di studiare medicina e di dedicare il resto della sua esistenza alla cura dei lebbrosi, nell'Africa equatoriale francese. Nel suo caso la chiamata si esprime attraverso una forma di pietas. Per ciascuno di noi il destino e' racchiuso in questo richiamo che pone di fronte a un bivio. Da una parte c'è la vita, l'autenticita', la capacita' di accogliere e rispettare le nostre piu' profonde esigenze, mentre dall'altra non si trova che la morte interiore, la sterilita', la paralisi. Soltanto chi ha avuto il coraggio di compiere una scelta decisiva, abbandonando un'esistenza divenuta ormai troppo angusta, soffocante e inadeguata, puo' aiutare gli altri a procedere nel cammino di individuazione. Lasciarsi dietro le vie conosciute per seguire una nuova strada ha in se' una tragica bellezza, racchiusa nel fatto che la meta non e' mai visibile. Cio' che conta e' il percorso. Si tratta a volte di decisioni difficili, poiche' non si ha mai la certezza che quella che stiamo per intraprendere sia la strada giusta, la nostra. In tali momenti e' possibile contare solo sull'intuizione avvertita. Quando ci si trova in questi momenti cruciali dell'esistenza, ci si accorge tristemente della propria solitudine. Non soltanto nessuno puo' aiutarci, indicandoci con chiarezza cio' che e' giusto fare, ma pare anzi che il mondo esterno ci ostacoli. Dobbiamo lottare contro la famiglia, contro chi ci sta accanto e vorrebbe, per pigrizia o egoismo, rinchiudere la nostra esistenza in schemi prestabiliti. Non sempre sono le nostre paure, i nostri dubbi, le incertezze a frenarci, poiche' la vera e piu' ardua lotta siamo spesso costretti a ingaggiarla con coloro che ci circondano, per i quali il nostro agire rappresenta un severo monito, un muto rimprovero. La nostra capacita' di trasformarci, rischiando tutto cio' che abbiamo costruito fino ad ora, costituisce una segreta accusa nei confronti della paura che li ha paralizzati, impedendo loro di ascoltare la voce dell'inconscio. L'ostilita', la sfiducia, l'ironia, con le quali vengono accolti i nostri tentativi, somigliano a volte a una sorta di silenzioso complotto, il cui scopo e' quello di impedirci di intraprendere la nuova scelta. Rispondendo a una voce interna, invece che a una scelta standardizzata, per la prima volta ci comportiamo da individui che si distaccano dai parametri del collettivo, per obbedire solo alla voce interiore. Dal momento in cui nasciamo veniamo eterodiretti, dapprima dai progetti dei nostri genitori, poi da quelli dell'ambiente in cui viviamo. Soltanto quando operiamo delle scelte personali diventiamo autodiretti. Nell'immaginario collettivo questa capacita' di auto–dirigersi, di essere responsabili delle proprie decisioni, e' raffigurata dal mito di Ulisse. Nei dieci anni del suo peregrinare, egli incontra e ama delle creature bellissime: ninfe, maghe, o donne mortali. Ma deve sempre abbandonarle, per seguire il suo destino, quel richiamo inconscio, personificato da Ermes. Ulisse e' la perfetta incarnazione dell'uomo spinto dal suo demone interiore, quel demone che costringe l'individuo creativo a seguire sempre la propria strada, rimanendo fedele a se stesso, nonostante il dolore arrecato a se' e agli altri. Troncare gli affetti, voltare le spalle al mondo che noi abbiamo costruito, e' terribile, perche' non abbiamo nessun altra giustificazione, all'infuori della fedelta' a noi stessi. Tale modalita' di agire equivale al tradimento. Cio' che io tradisco, voltandogli le spalle, e' il collettivo. Si capisce allora come in tali situazioni si venga assaliti dai rimorsi, dai dubbi, dai sensi di colpa (nota 4)." Tradire va inteso dunque in questo contesto come il liberarsi dai lacci e dai vincoli che, sotto la maschera della fedelta' e
della coerenza, nascondono il volto del conformismo e della paura di cambiare ed emanciparsi.
Chi va verso se' stesso rischia l'incontro con se' stesso. Lo specchio non lusinga; mostra fedelmente quel che in lui si riflette, e cioe' quel volto che non mostriamo mai al mondo, perche' lo veliamo per mezzo della Persona, la maschera dell'attore. Ma dietro la maschera c'e' lo specchio che mostra il vero volto. Questa e' la prima prova di coraggio da affrontare sulla via interiore, una prova che basta a far desistere, spaventata, la maggioranza degli uomini. Infatti l'incontro con se' stessi e' una delle esperienze piu' sgradevoli, alle quali si sfugge proiettando tutto cio' che e' negativo sul mondo circostante. Chi e' in condizione di vedere la propria Ombra e di sopportarne la conoscenza ha gia' assolto una piccola parte del compito: ha perlomeno fatto affiorare "l'inconscio personale". Ma l'Ombra e' parte viva della personalita' e vuole vivere con lei sotto qualche forma. Non e' possibile impedirle di esistere con argomenti, ne' con altrettanti argomenti la si puo' rendere anodina. Questo problema e' estremamente difficile poiche' non soltanto mette in causa l'uomo intero, ma gli ricorda al tempo stesso la sua miseria e la sua incapacita'. Le nature forti - o dovremmo piuttosto dire deboli? - non amano sentirsi porre questo problema; preferiscono quindi escogitare un qualche
eroico "al di la' del bene e del male", e tagliano il nodo gordiano invece di scioglierlo. Rispondere alla chiamata del Daimon, tradire la propria appartenenza, andare incontro a se stessi, al contrario della maggior parte
delle persone per le quali il lato oscuro della personalita' rimane al livello inconscio, rendersi conto inevitabilmente che l'Ombra esiste,
ma anche che puo' essere una risorsa. L'atto eroico consiste dunque prima di tutto nel rispondere alla chiamata del proprio Daimon, del proprio centro interiore, cioe' nel
riconoscere e accettare il richiamo del proprio profondo, del proprio inconscio, che e' come il richiamo di un tesoro seppellito, affondato, e'
il grido d'aiuto di parti di noi che vogliono venire alla luce, alla coscienza, che vogliono "vivere con noi". Perche' sono noi. L'eroe riesce nel suo intento rinascendo. 1) K. Marx, Manoscritti economico–filosofici del 1844, Einaudi, Torino, 1968, III manoscritto p. 123, cit. - A. Carotenuto, Senso e contenuto della psicologia analitica, Bollati Boringhieri, Torino, 1990, p. 36 2) C.G. Jung, Psicogenesi della schizofrenia, in Opere, vol. III, Psicogenesi delle malattie mentali, Boringhieri, Torino, 1971, p. 254 3) C.G. Jung, Simboli della Trasformazione, in Opere, vol. V, Boringhieri, Torino, 1970, pp. 348-349 4) A. Carotenuto, La chiamata del daimon, Bompiani, Milano, pp. 144-145 5) C.G. Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri, Torino, 1998, pp. 38-40 Enrico Palumbo |
| Mappa del sito | 2001-2007 - HumanTrainer.Com - HT psicologia |