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Il masochismo delle donne: una violenza silenziosa

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Il masochismo delle donne: una violenza silenziosa

L'articolo "Il masochismo delle donne: una violenza silenziosa" parla di:

  • Autosvalutazione e maturazione psicologica
  • Deragliamento evolutivo della soggettività
  • Onnipotenza del materno
Psico-Pratika:
Numero 130 Anno 2016

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Articolo: 'Il masochismo delle donne: una violenza silenziosa'

A cura di: Rita Terranova
    INDICE: Il masochismo delle donne: una violenza silenziosa
  • Introduzione
  • Il masochismo delle donne
  • Bibliografia
  • Altre letture su HT
Introduzione

L'attribuzione di masochismo alle donne, da sempre ritenuto nella cultura occidentale - e non solo - una caratteristica peculiare del modo d'essere femminile, si connota come una dimensione così astorica e simbolica da configurarsi come un vertice d'osservazione significativo per una riflessione sui processi attraverso i quali le donne oggi, nelle nostre società, costruiscono la propria soggettività e la propria identità di genere. Esporrò, perciò, le mie considerazioni su questo tema e lo farò attraverso la presentazione di alcune vignette di un caso clinico: quello di Caterina.

Il masochismo delle donne

Caterina ha 55 anni e da qualche anno avverte sempre più frequentemente ondate di angoscia apparentemente immotivate: sente che una catastrofe, incombente sulla sua vita, presto si verificherà. Tuttavia a portarla alla richiesta di una psicoterapia, tenuta segreta a tutti, è il senso di vergogna che le suscita il suo vissuto d'angoscia, perché si sente consapevole di avere una vita ricca di affetti e di soddisfazioni, così piena che, semmai, l'unico problema reale che individua è di non avere per se stessa il tempo che vorrebbe per realizzare anche piccoli e quotidiani desideri.

Il masochismo delle donne: una violenza silenziosa

Sono molte le donne che portano in psicoterapia temi simili a quelli di Caterina. Donne che, per prime, sentono normale, quasi fossero egosintonici, la propria autosvalutazione e il vivere in funzione delle esigenze degli altri.
Tradizionalmente questi atteggiamenti sono ricondotti alla categoria del masochismo, un termine spesso abusato e, comunque, ricco di accezioni ma che, riferito alle donne, acquista la coloritura di un giudizio morale e offensivo, definendo le donne strutturalmente e inconsciamente motivate a godere nel ricercare la sofferenza.

Gli stessi riscontri clinici potrebbero far pensare all'esistenza di un nucleo inossidabile della psicologia femminile che non farebbe che confermare la naturale e biologica disposizione delle donne a sottomettersi e a sacrificarsi. Anche i risultati degli studi neurofisiologici riferiti da Schore relativi al funzionamento del cervello femminile - risposte emozionali più ampie che nel cervello maschile, favorite da una trasmissione callosale più forte e da una maggiore reattività del sistema limbico - potrebbero essere considerati delle evidenze di quell'eccesso del femminile che le renderebbe strutturalmente poco evolute moralmente ed emozionalmente, dunque, bisognose di una guida protettiva.
In fondo la teorizzazione freudiana sulla maturazione psicologica - le cui tappe, essenzialmente, si fondano sul rifiuto della madre, sulla sottomissione al padre e sull'interiorizzazione della sua autorità come coscienza colpevole - ha sostenuto proprio questa concezione. Sono stati i successivi sviluppi del pensiero psicoanalitico in una prospettiva interpersonale e intersoggettiva (grazie, in particolare, a K. Horney e a C. Thompson) ad avere, al contrario, focalizzato quanto questa concezione si fondi su un pregiudizio: il pregiudizio patriarcale, che tuttora persiste come paradigma implicito nelle nostre società.

In quest'ottica, perciò, faccio riferimento al masochismo femminile come ad un "deragliamento" evolutivo dalla propria soggettività, motivato dallo sforzo di mantenere una coesione strutturale mente-corpo, attraverso la soddisfazione di parametri imposti dall'esterno; una strategia di coping, una reazione difensiva sollecitata dal fallimento della "sintonizzazione convalidante" nella relazione con le figure di attaccamento, e non solo (Stolorow); un "disturbo di riconoscimento" che, amplificato dalla "medesimezza" corporea ed emotiva tra madre e figlia, fonda quel "conoscere per identificazione" che Winnicott ritiene tipicamente femminile; una modalità di regolazione narcisistica dell'autostima, infine, con riferimento non al narcisismo primario e pre-oggettuale ma alla sua accezione di specularità e di rapporto di identificazione con un'immagine allo specchio.

D'altra parte, la cultura di massa delle nostre società, patologicamente narcisista, offre un mondo-specchio, luogo di proiezione di paure e desideri, in cui il soggetto e l'oggetto si confondono e si sovrappongono - l'oggetto soggettivo di Winnicott - tendendo ad un nirvanico annullamento delle differenze sia sessuali che generazionali attraverso la spinta verso un apparente indifferenziato che, in realtà, risulta connotato da un fallocentrismo patologico. In questo specchio le donne - e le configurazioni fantasmatiche del femminile - si riflettono come immagini spezzate e distorte. Da una parte, attraverso comportamenti pragmaticamente organizzati e pratiche discorsive correnti, viene denegato "il nome della madre" che diventa, così, una macchia nera nel simbolico; dall'altra il codice materno viene dotato di una forma di onnipotenza in cui l'eccesso è confinato a quell'amore spietato - come lo ha definito Winnicott - che permea l'unione tra madri e figli.

In risposta alle mie domande esplorative sui suoi vissuti di madre, Caterina, mimando l'atto di tenere un bambino disteso sulle braccia protese, alza gli occhi al cielo illuminandosi di un incontenibile piacere: "Cos'è la maternità? Essere Dio! Avere il potere di vita e di morte su un essere umano!"

L'onnipotenza del materno si rivela, tuttavia, fallimentare nella misura in cui il suo unico antidoto è rappresentato dal rifugio rassicurante del fallico.
Sottomettersi agli uomini - e non solo - per le donne significa salvarsi dall'estasi fusionale materna, dalla madre arcaica divorante che non consente la differenziazione e che respinge l'odio in quanto primo segnale di soggettività. L'oscillazione tra l'estasi e la rabbia viene così bloccata, mentre la funzione regolatrice del senso di vergogna, come transazione da uno stato affettivo grandioso, precipita, al contrario, in uno stato di svuotamento affettivo che consente solo il nascondersi e il dissimulare.

Tuttavia, la preclusione dell'esperienza della perdita e della separazione insedia un altro polo di oscillazione: quello tra il terrore di essere abbandonate e la speranzosa tensione verso un "abbondono" (Ghent) come premio finale del sacrificio - e della scissione - del proprio Sé soggettivo. Infatti, sottomettersi al fallico implica anche l'accettazione della razionalità strumentale, corollario del funzionamento delle nostre società, la cui logica sostituisce alla gestazione creativa, fondata sulla tensione tra separatezza e unione, tra individuo e altro, la necessità di produrre risposte "adeguate" all'adattamento sociale: e una delle risposte più adeguate per le donne è l'aderenza a quel codice materno di oblatività e annullamento di sé che si offre come fonte sicura di gratificazione narcisista e di conferma identitaria sia sociale che culturale. I frammenti del materno e del fallico vengono così legati non in una relazione d'oggetto, ma in una relazione di potere e di dominio mantenuta attraverso la distorsione e il rovesciamento della realtà e del vero. Il masochismo finisce per capovolgersi in violenza, una violenza spesso invisibile perché silenziosa: le sue parole, che originano da parti scisse spaventevoli, sono trasversali e indirette, concretizzate in comportamenti che instaurano una vera e propria perversione relazionale. In questo modo i rapporti affettivi, soprattutto quelli familiari che dovrebbero contenere in sicurezza le proiezioni delle parti più infantili indifferenziate, vengono trasformati in un veicolo di ambiguità come difesa non conflittuale ad una realtà intollerabile, mentre la ferita narcisistica, sottesa al masochismo, si riproduce attraverso i processi di attaccamento e i meccanismi di trasmissione intra e intergenerazionale.

Caterina è sempre al servizio della sua fitta rete di relazioni sociali e affettive ma soprattutto delle due figlie avute dal primo matrimonio che, sebbene adulte e indipendenti, richiedono costantemente la sua presenza e il suo intervento. "Poi non fanno che accusarmi di egoismo, di pensare solo a me stessa... non fanno che rimproverarmi il divorzio dal loro padre...". Un padre definito da Caterina un eterno Peter Pan che, comunque, le è rimasto "in carico" insieme ai figli di lui, fratellastri delle sue due figlie, poiché tutto bisogna fare per mantenere l'unione familiare! Caterina non si arrabbia mai ma, poiché possiede una riconosciuta moralità adamantina, sa essere severa nell'impartire piccole punizioni di carattere privativo ed è legittimata a lanciare irose filippiche sul dovere di proteggere i figli.

Il tortuoso "trionfo" della donna che soffre di masochismo è nella sua capacità di essere l'unica a saper sopportare le limitazioni e la sofferenza (a disconferma della debolezza del Super Io femminile) e si esprime nella ripetizione infinita dell'accoglienza negata, nella dolorosa celebrazione della disfatta della propria soggettività, attraverso un'implacabile presenza di accudimento che alimenta una dipendenza tanto amorevole quanto insidiosa: il rifornimento narcisistico, infine, è assicurato dall'erotizzazione dell'odio (Stoller) che alimenta i rapporti fondati sul diniego della realtà dell'altro.

Dopo 5 anni di analisi, Caterina riporta per la prima volta un episodio in cui, a fronte dell'imposizione di diverse incombenze, dice "no" pur sentendosi tremare dentro di rabbia e di paura; riceve reazioni di scherno e derisione che racconta con voce rotta e riconosce per la prima volta di permettere d'essere trattata come una "cenerentola", umiliata e disprezzata.

Nella mia esperienza di analista donna con tematiche simili a quelle di Caterina, la medesimezza corporea condivisa con la paziente è stata spesso veicolo di fantasie fusionali e desideri controtrasferali d'essere accudita: un ribaltamento dei ruoli che facilmente può scivolare in un enactment collusivo, tradendo il mandato terapeutico.

Enactement: l'insieme dei messaggi, sia coscenti, sia inconsci, che il paziente emette allo scopo di attivare nel terapeuta il controtransfert.

La tenuta del campo analitico, assieme al valore che l'analista ha di se stessa come donna e come persona, sono indispensabili, ma fondamentale è, a mio avviso, la costruzione di un oggetto transizionale linguistico in cui le parole del femminile che parlano di morbidezza, accoglienza, sensualità diffusa, unione, fantasia, etc., siano vissute e incarnate così da poter esistere in parallelo con le parole del maschile che parlano di durezza, centralità, separazione, ragionamento lineare, esplorazione, etc.

E certo, è importantissima l'esistenza di oggetti culturali (norme giuridiche e strutture sociali) che svolgano la funzione di oggetti transizionali capaci di orientare verso una restaurazione tra la divisione e l'unità, tra la perdita e l'alterità, capaci di fornire la tensione creativa necessaria a fare della vita l'arte del vivere "insieme".

Bibliografia
  • Rita Terranova, Ph.D. "Women's Masochism: A Silent Violence", XIX International Forum of Psychoanalysis "Violence, Terror and Terrorism Today: Psychoanalytic Perspectives", New York City, May 12th -15th, 2016
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