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Il complesso di Medea: figlicidio al femminile e al maschile

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Il complesso di Medea: figlicidio al femminile e al maschile

L'articolo "Il complesso di Medea: figlicidio al femminile e al maschile" parla di:

  • Sindrome di Medea
  • Casi di cronaca
  • Sindrome di Medea negli uomini
Psico-Pratika:
Numero 140 Anno 2017

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Articolo: 'Il complesso di Medea: figlicidio al femminile e al maschile'

A cura di: Valentina Zappa Autore HT
    INDICE: Il complesso di Medea: figlicidio al femminile e al maschile
  • Introduzione
  • Figlicidio, infanticidio e neonaticidio
  • La Sindrome di Medea
  • Primo Caso: conflitti coniugali, violenza e delirio di persecuzione
  • Secondo Caso: minacce, conflitti e paura di perdere la figlia
  • Riflessioni
  • Medea al maschile
  • Conclusioni
  • Bibliografia
  • Altre letture su HT
Introduzione

In questo articolo descriviamo il figlicidio attraverso tre esempi (2 al femminile ed infine 1 al maschile) e cerchiamo di rapportare gli esempi con il mito di Medea.

Figlicidio, infanticidio e neonaticidio

Secondo indagini psicologiche/criminologiche la maggior parte dei figlicidi, ossia l'uccisione da parte di un genitore del proprio figlio quando la vittima ha più di un anno, sono stati commessi più frequentemente da madri con un certo tipo di caratteristiche o che nella storia della propria vita hanno vissuto esperienze particolari:

  • madri solitamente maltrattanti che reagiscono in modo impulsivo a grida e pianti e, senza progettare l'omicidio, arrivano a farlo in un impeto di ira;
  • madri con atteggiamento passivo e con grosse difficoltà nell'affrontare i compiti della maternità, che possono far cadere il bambino procurandogli fratture o, nel caso più infausto, la morte;
  • madri che uccidono i figli non voluti, nati ad esempio a seguito di una violenza sessuale;
  • madri che hanno subito violenza dalla propria genitrice e trasferiscono l'aggressività verso il figlio;
  • madri che soffrono di grave depressione post-partum;
  • madri che desiderano uccidersi e uccidono anche il figlio perché pensano di salvarlo o di non farlo soffrire.

In criminologia esso si distingue dal neonaticidio, che avviene nell'immediatezza della nascita, e dall'infanticidio, che avviene entro il primo anno di età del bambino.

La Sindrome di Medea
Il complesso di Medea: figlicidio al femminile e al maschile

Negli esempi citati sopra volutamente non è stata presa in considerazione la conflittualità con il partner, per poterla trattare in modo più compiuto in questo secondo paragrafo.
Già il medico, antropologo, sociologo, filosofo e giurista italiano - nonché padre della moderna criminologia - Cesare Lombroso e lo storico scrittore italiano Guglielmo Ferrero (1927) facevano cenno al "bisogno di vendicarsi sul bambino del marito infedele" da parte delle mogli, e anche lo psichiatra forense canadese Philip Resnick (1969) parlava di "vendetta del coniuge", ossia l'aggressività veniva spostata dal reale oggetto di risentimento (il marito) verso il figlio, che rappresentava il frutto di tale unione.
Quindi, ancora una volta, a fare le spese dei complicati rapporti tra adulti sono i bambini ed è il caso della Sindrome di Medea.

Medea nella mitologia greca era esperta in arti magiche ed era figlia di Eete, re della Colchide, custode del Vello d'oro. Quando arrivarono gli Argonauti, presa dall'amore per Giasone lo aiutò a conquistare il vello d'oro, uccidendo il proprio fratello; dopo il tradimento alla patria e la perfidia verso la sua famiglia, fuggì con Giasone e visse con lui pacificamente, finch´ il re greco Creonte propose di dare la propria figlia in sposa a Giasone, il quale accettò.
A questo punto Medea, oltre a Creonte e sua figlia, uccise anche tutti i propri figli avuti con l'eroe greco per vendicarsi del suo tradimento; da qui l'immagine di Medea associata al figlicidio per vendetta contro il coniuge.
La psicoanalisi interpreta questo gesto come il voler "amputare" Giasone, poiché i figli erano una parte sua e il voler imporre da parte di Medea il totale possesso su di loro: "io li ho partoriti, io ho il diritto di ucciderli".

Resnick definisce questo omicidio "un attentato deliberatamente concepito per far soffrire il proprio coniuge"; lo Psichiatra inglese P. T. D'Orban delinea madri che uccidono i figli per rivalsa, descrivendo la presenza di situazioni vacillanti e conflittuali con il coniuge; il Direttore del Dipartimento di Psichiatria Forense dell'Università Saint Louis del Missouri Alan R. Felthous riprende il pensiero di Resnick secondo cui, in questi casi, l'aggressività viene spostata sul figlio, il quale rappresenta la personificazione tangibile della fonte della propria sofferenza, ma anche un antagonista meno temibile rispetto all'adulto; il Criminologo e Psichiatra forense Italiano Roberto Catanesi e il Criminologo G. Troccoli, infine, commentano questo "tipo" di figlicidio, dichiarando che "il bambino viene utilizzato come un vero e proprio strumento, con la finalità di creare sofferenza o attirare attenzione da parte di chi è il vero oggetto della propria ostilità" e solitamente l'azione è preceduta da un evento che funge da fattore scatenante (ad esempio un'ennesima lite con il partner).

Passiamo ora a descrivere brevemente i 2 casi di figlicidio da parte di madre.
Questi due casi sono stati presi da articoli di cronaca e vengono qui riportati come sono stati descritti negli articoli di giornale.
Non è importante focalizzarsi sull'esatta diagnosi clinica, ma cercare di capire le eventuali congruenze con il mito di Medea.

Primo Caso: conflitti coniugali, violenza e delirio di persecuzione

Una madre ha ucciso, soffocandola, la propria bambina di un anno e mezzo; quando sono arrivati gli agenti poco dopo il delitto, la donna era sotto shock e le sue uniche parole erano state "la bambina era in preda ad una crisi di tosse... con mio marito la situazione è difficile".
Una volta in ospedale, le diagnosticano uno stato di Psicosi acuta (*) e i sanitari riferiscono di come fosse terrorizzata dal fatto che il marito potesse portarle via la figlia. I conflitti in famiglia con episodi di violenza erano all'ordine del giorno, tanto che la donna aveva già precedentemente presentato un esposto contro la condotta del marito nei suoi confronti e nei confronti della propria figlia; il marito, a sua volta, la aveva querelata per lesioni (gli aveva fratturato il naso) e si era dichiarato esasperato dalla sua gelosia.
Poche ore dopo il fatto la donna dichiarò di aver ucciso la bambina perché non voleva che soffrisse. Al colloquio con gli specialisti si identificò un delirio di persecuzione, all'interno del quale vi era un complotto tra marito, suocera, cognato e vicini di casa mirato a farla impazzire o addirittura ad uccidere sia lei che la figlia.
A questo si aggiungeva un altro delirio per il quale il destino della figlia sarebbe stato quello di replicare la sua vita infelice e sfortunata e, pertanto, l'unica soluzione per far evitare alla propria bambina simili disgrazie sarebbe stata la morte.

Secondo Caso: minacce, conflitti e paura di perdere la figlia

La donna, dopo un litigio con il convivente, perdeva il controllo e lanciava dalla finestra la figlia di quasi due anni.
Una volta giunta la polizia dopo l'accaduto, la donna, essendo sudamericana, riferì di essere stata minacciata più volte dal compagno di volerla far espellere dal paese e tenersi la bambina; quella mattina egli avrebbe voluto portare la bambina a lavoro con sé e, al suo rifiuto, era iniziata una lite che aveva portato all'uccisione della piccola: se non fosse potuta rimanere con lei, non sarebbe nemmeno rimasta insieme al padre.
Al colloquio si dimostrò disponibile, presentando saldezza emotiva, forza del carattere, autonomia, poca vulnerabilità alle emozioni, portando i sanitari ad escludere qualsiasi patologia mentale.
In questo caso, i giornali raccontano che il raptus era stato dovuto alla travolgente paura di perdere la propria figlia (unico oggetto del suo affetto, poiché i rapporti con l'uomo erano già tesi da tempo), non rendendosi conto, in quel momento, di perderla realmente per sempre.

Riflessioni

I casi esposti hanno molte analogie con il mito di Medea, sia per i dissapori tra i partner che per l'utilizzo del proprio figlio come mezzo per nuocere all'altro; è anche evidente il senso di onnipotenza materna, per cui la madre si erge come giudice di vita e di morte per la propria "creatura" e la volontà di estromettere il padre per avere il possesso totale sui figli.
C'è però una grande differenza tra i due casi citati: mentre nel primo caso alla madre venne assegnata una chiara diagnosi psichiatrica, nel secondo sembrerebbe di no e questo è qualcosa che lascia ancora più amareggiati, perché quando una madre compie tali gesti si è sempre portati a credere che sia per forza "qualcosa di patologico".

Nonostante ogni situazione sia totalmente diversa dall'altra, i disturbi più frequenti da cui risultano affette tali madri sono appunto disturbi psicotici, disturbi dell'umore (depressione), dipendenza da sostanze, disturbi della personalità, accompagnati da una condizione di instabilità familiare e dalla mancanza di un supporto emotivo.

Medea al maschile

Anche se con meno frequenza, esistono padri che tolgono la vita ai propri figli per una ritorsione nei confronti delle mogli. Anche in loro sono presenti gli analoghi sentimenti di vendetta, di onnipotenza, di incapacità nel rispettare il bambino come persona, usandolo come "arma".

Riporto l'esempio di un padre che chiamava ambulanza e polizia, dichiarando che il proprio figlio di 10 anni durante la notte si era gettato dalla finestra della sua abitazione. Informava che si era separato dalla moglie qualche mese prima e che, nel corso della sera, aveva rimproverato il ragazzino di riferire troppe cose - che lui gli diceva in confidenza - alla madre.
Cinque mesi dopo l'accaduto l'uomo, a causa del rimorso che lo opprimeva, si presentava davanti al Pubblico Ministero confessando l'omicidio del figlio. Spiegava di aver compiuto questo gesto perché la moglie cercava di allontanare il figlio da lui e il bambino stava diventando, "come tutti gli uomini", un pupo nelle mani di sua madre; da una parte voleva far sì che crescendo il figlio non soffrisse come lui e dall'altra punire la sua ex moglie. Aveva pensato di uccidere la moglie, ma non voleva finire in prigione e non voleva che il figlio andasse in un Istituto.
Parlando con la Psicologa emerse che in realtà circa due mesi prima della tragedia aveva iniziato una cura per la depressione che lo aveva colpito dopo la separazione, ma egli l'aveva interrotta di sua iniziativa, proprio pochi giorni prima di avere il figlio con sé, poiché sosteneva di non averne necessità.

In effetti la depressione psicotica (*) è tra le patologie più frequentemente citate dagli Autori che si occupano di questo tema. Solitamente è seguita dal suicidio del genitore stesso, che vuole sottrarre anche il proprio figlio dalle atrocità del mondo. In questo caso il padre "omicida" si considera "una mosca bianca" poiché ha avuto il coraggio di rimanere in vita e confessare invece di "sparire" ammazzando anche se stesso.

Conclusioni

Le "Medea" dei giorni nostri cercano di autoconvincersi e di far credere agli altri di commettere il figlicidio per "altruismo", per "estremo atto d'amore", sottraendo i propri bambini ad ogni sofferenza e proteggendoli da un futuro di infelicità.
In realtà l'atto è puramente egoistico, in quanto, in questo caso, l'eliminazione del proprio figlio avviene per non condividere o lasciare ad altri qualcosa che considera suo; non vedono il bambino come un individuo a sé stante, ma come un prolungamento della propria persona, la quale può deciderne vita e morte e utilizzarlo come strumento per nuocere e produrre disperazione nel proprio consorte.

Oltre a "Medea" c'è un altro mito ancora più cruento che parla di una situazione analoga: Ovidio nelle Metamorfosi racconta che Tereo, re della Tracia, ebbe in moglie Procne, figlia del re di Atene, che però in quella terra di barbari soffriva e chiese la compagnia della sorella Filomena. Il marito la accontentò, ma durante il viaggio per portare Filomena dalla propria consorte venne colto da passione e la violentò, per poi reciderle la lingua. Anche se Filomena non poteva più parlare, trovò il modo di raccontare tutto alla sorella, tramite un ricamo in cui rappresentò la vicenda. Procne si vendicò del marito uccidendo il proprio figlio e dandoglielo in pasto.

È vero che i miti rappresentano eventi eccezionali, ma la frequenza nella ricorrenza di tali temi fa pensare che eventi del genere accadessero più spesso di quanto pensiamo.
Anche se azioni simili sono sempre esistite, non per questo vanno accettate con pessimismo rinunciatario o bisogna desistere dal combatterle, senza impegnarsi per porvi rimedio.
L'Istituto di Medicina Legale di Milano tra il 1928 e 1990 ha registrato 40 casi di figlicidi compiuti da parte delle madri e dagli studi effettuati dagli psicoanalisti Glauco Carloni e Daniela Nobili e dalla psicologa Gallina Fiorentini la conflittualità tra partner risulta essere la causa più frequente. L'instaurarsi di rapporti patologici, conflitti affettivi, sentimenti di gelosia, odio, vendetta, l'incapacità di accettare l'abbandono, le controversie per l'affidamento dei figli, sono tutti fattori che possono portare alla inattivazione delle capacità inibitorie a causa del grave turbamento affettivo, che conseguentemente può giungere a commettere tragedie.

Non è facile riuscire a capire quando queste condizioni possono arrivare a sfociare nell'uccisione del figlio, ma ciò che ognuno può fare è ascoltare, porre attenzione allo stato emotivo altrui; sia i familiari che, soprattutto, i sanitari (medici di base, pediatri, ecc.) dovrebbero ricevere un'adeguata formazione professionale anche dal punto di vista psicologico, per potere, nel caso sospettassero qualcosa o vedessero una madre particolarmente stressata, approfondire le cause, donando un supporto empatico e consigliando terapie psicologiche di coppia o individuali.

Bibliografia
  • Green C. M., "Neonaticide and hysterical denial of pregnancy", British Journal of Psychiatry, 156, 1990
  • Lewis C. F., Baranoski M. V., Buchanan J. A., Benedek E. P., "Factors associated with weapon use in maternal filicide", Journal of Forensic Sciences, 43, 613-618, 1998
  • Lombroso C., Ferrero G., "La donna delinquente, la prostituta e la donna normale", Fratelli Bocca, Torino, Quinta Edizione, 1927
  • Merzagora Betsos I., "La Sindrome di Medea davanti al giudice", in Infanzia Maltrattata, Granco Angeli, Milano, 58-68, 2002
  • Resnick P. J., "Child murder by parents. A psychiatric review of figlicide", American Journal of Psychiatry, 126, 325-34, 1969
Altre letture su HT
Commenti: 3
1 Michela alle ore 10:29 del 03/10/2017

molto interessante. Grazie

2 Valentina alle ore 10:52 del 05/10/2017

Grazie a lei!

3 Erminia De Paola alle ore 18:37 del 12/10/2017

Il mito credo possa essere una chiave di lettura  per entrare nel mondo pulsionale e primordiale dell'umanità che, nonostante l'evoluzione ed il trascorrere dei secoli, nonostante l'ispessimento della corteccia cerebrale, resta fragile e debole di fronte a eventi che la mettono a dura prova nella gestione di conflittualità, di emozioni tinte di violenze e di aggressività. Credo che il lavoro di rete e di supporto di figure specifiche e competenti possa essere una variabile sostanziale nella prevenzione di delitti e di violenze in genere. Credo sia necessario, anche, un'attenzione all'educazione scolastica e familiare, all'educazione all'intelligenza emotiva ed al rispetto dell'altro.

Articolo molto interessante. Grazie.

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