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I fondamenti antropo-filosofici della psicoterapia basata sull'enneagramma

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I fondamenti antropo-filosofici della psicoterapia basata sull'enneagramma

L'articolo "I fondamenti antropo-filosofici della psicoterapia basata sull'enneagramma" parla di:

  • La Quarta Via di Ouspensky
  • Conoscenza di Sé e Cambiamento
  • Il Ricordo si Sé e Attenzione Divisa
Psico-Pratika:
Numero 42 Anno 2009

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Articolo: 'I fondamenti antropo-filosofici della psicoterapia basata sull'enneagramma'

I fondamenti antropo-filosofici della psicoterapia basata sull'enneagramma
PERSONALITÀ ED ESSENZA

L'essenza è ciò che è suo. La personalità è ciò che non è suo... ciò che gli è venuto dall'esterno, quello che ha appreso.

Nel lavoro su di sé vi è un momento molto importante: quello in cui l'uomo incomincia a distinguere tra la sua personalità e la sua essenza.

Il vero "Io" di un uomo, la sua individualità, può crescere solo a partire dalla sua essenza.
Si può dire che l'individualità di un uomo, è la sua essenza divenuta adulta, matura.

Ma per consentire all'essenza di crescere è innanzitutto indispensabile attenuare la pressione costante che la personalità esercita su di essa, perché gli ostacoli alla crescita dell'essenza sono contenuti nella personalità. Ma per essere capaci di giungervi o perlomeno di intraprendere questa via, l'uomo deve morire.

Questo vuoi dire che deve liberarsi da una moltitudine di attaccamenti e identificazioni che lo mantengono nella situazione in cui è. Nella sua vita egli è attaccato a tutto, attaccato alla sua immaginazione, attaccato alla sua stupidità, attaccato persino alle sue sofferenze, forse più alle sue sofferenze che a ogni altra cosa.

Egli deve liberarsi da questo attaccamento.
L'attaccamento alle cose, l'identificazione con le cose, tengono vivi nell'uomo migliaia di "io" inutili.
Questi "io" devono morire, perché il grande Io possa nascere.

Ma come si possono far morire?
Essi non lo vogliono. È qui che la possibilità di svegliarsi viene in nostro aiuto.

Svegliarsi significa realizzare la propria nullità, cioè realizzare la propria meccanicità, completa e assoluta, e la propria impotenza, non meno completa, non meno assoluta.
E non è sufficiente comprendere queste cose filosoficamente, a parole.
Bisogna rendersene conto attraverso fatti semplici, chiari, concreti, fatti che ci concernono. Quando un uomo comincia a conoscersi un po', vede in se stesso delle cose che lo fanno inorridire.

Fintanto che un uomo non si fa orrore, non sa niente di se stesso.

«Un uomo ha visto in se stesso qualcosa che lo inorridisce; decide di respingerlo, di ostacolarlo, di liberarsene. Tuttavia, per quanti sforzi faccia, sente che non lo può, che tutto rimane come prima. Vede così la sua impotenza, la sua miseria, la sua nullità; o ancora, quando comincia a conoscere se stesso, vede che non possiede niente, tutto ciò che ha considerato come suo, le sue idee, i suoi pensieri, le sue convinzioni, le sue tendenze, le sue abitudini, le sue stesse colpe e i suoi vizi, niente di tutto questo gli appartiene: tutto si è formato per imitazione, oppure è stato copiato da qualche parte, tale e quale.
L'uomo che sente tutto ciò, sente la sua nullità; sentendo la sua nullità, l'uomo si vedrà come egli è in realtà, non per un secondo, non per un momento, ma costantemente, senza dimenticarlo mai più».
Georges Ivanovic Gurdjieff

Nel sistema si dice che l'uomo è composto di due parti: la personalità e l'essenza.
L'essenza è ciò che appartiene all'uomo, che gli è proprio, la personalità è ciò che ha acquisito ed imparato nel corso della sua vita.

La personalità viene qui intesa nel senso latino del termine, quello di "persona" o "maschera" indossata dall'attore. Essa esiste per filtrare ciò che proviene dal mondo esterno a favore dell'essenza e si sviluppa attraverso l'educazione e l'acculturazione.
Tutto ciò che non abbiamo elaborato e integrato nell'essenza sarà riflesso al nostro esterno.

La condizione dell'essere umano contemporaneo è spesso caratterizzata dalla divergenza tra essenza e personalità e dallo sviluppo della falsa personalità, una sorta di corazza caratteriale con funzione difensiva che si sviluppa molto precocemente e che impedisce all'essenza di emergere e di crescere.

Le nostre scuole non ci insegnano a conoscere noi stessi e spesso persino ci impongono ruoli non collegati alla nostra essenza. Più ci allontaniamo dall'essenza, più scivoliamo nel mondo della meccanicità e maggiore è il numero delle leggi a cui siamo sottoposti.

In realtà la personalità dovrebbe servire l'essenza e non il contrario: quando le leggi si sovvertono la crescita dell'essenza si arresta. È per questo che nel sistema della Quarta Via si afferma che l'anima non è innata ma va acquisita attraverso il lavoro su di sé.

Alcuni individui hanno personalità troppo sviluppate e piccole, nascoste essenze.
Spesso sono cresciuti così a stretto contatto con la civiltà contemporanea da ritenere che sia l'unico mondo possibile, rinforzati nella loro credenza dai continui rimandi positivi che ricevono da coloro che li circondano.

Altre persone, cresciute più a contatto con la natura e con livelli di istruzione più bassi, hanno maggiori probabilità di aver preservato la loro essenza ma, ciononostante, non avranno maggiori possibilità di lavoro dei primi.

Per sostenere lo sviluppo dell'essenza è necessario che la personalità si sviluppi in una certa misura, che essa sia in grado di sostenere il lavoro intrapreso e di favorire la sostituzione della falsa personalità con quella vera.

Ogni tentativo di cambiamento in tal senso, che non provenga al momento giusto e da una consapevole intenzionalità, è destinato a fallire e, nel caso della psicoterapia, ad allontanare le persone che a noi si rivolgono.

IL PRESENTE

Il passato parla di noi, è il contenitore delle nostre esperienze, ma spesso ci rifugiamo in esso e in esso troviamo giustificazioni per ciò che nel presente non riusciamo a fare.

Carichi di emozioni negative e di risentimento, tendiamo così, ad esempio, ad attribuire i nostri fallimenti attuali ai nostri genitori o all'ambiente in cui siamo cresciuti, non rendendoci conto che questa è solo una costruzione della nostra mente meccanica e che esiste la reale possibilità di agire, qui e subito: basta solo volerlo davvero.

Il presente è l'unica realtà che esiste, esiste solo il qui e ora e solo ciò che viviamo nella presenza ha veramente un senso per il nostro sviluppo. Tuttavia molti di noi vivono nel ricordo del passato che è già stato o nell'attesa carica di aspettative di un futuro che non è ancora.

È in questa tensione che spesso si sviluppa il disagio psichico: da un lato cerchiamo di risolvere i nostri problemi con risposte già sperimentate ma che contribuiscono ad alimentare il problema; dall'altro immaginiamo un futuro magicamente libero da conflitti, di cui però non ci assumiamo la responsabilità e che deleghiamo al lavoro del medico o dello Psicologo.

Ma l'uomo che può "fare" è solo quello che sta nel presente, che non si affida a risposte precostituite del passato e che non rimanda a domani ciò che potrebbe fare oggi.
La realtà e il nostro futuro, dicono i fisici quantistici, sono costruiti e modificati in ogni istante dalla nostra volontà.

IL RICORDO DI SÉ
D: Il ricordare se stessi è il processo iniziale di questo sistema?
R: È il centro del processo iniziale, e deve procedere, deve entrare in ogni cosa.
Da principio vi sembra improbabile, in quanto potete provare a ricordare voi stessi e poi accorgervi che per lunghi periodi di tempo ciò non vi viene a mente; poi di nuovo cominciate a ricordarlo. Ma sforzi di questo genere non sono mai perduti; qualcosa si accumula e ad un certo momento, allorché nello stato ordinario sareste stati completamente identificati con le cose e sommersi in esse, scoprite di poter tenervi a parte e controllare voi stessi.

Non sapete mai quando ciò sarà e come accade.
Dovete fare soltanto ciò che potete: osservare voi stessi, studiare e principalmente cercare di ricordare voi stessi; poi, a un certo momento, vedrete i risultati. Ma il problema è: come ricordare se stessi, come rendere se stessi più consapevoli? Il primo passo sta nel rendersi conto che non siamo consapevoli.
Quando ci rendiamo conto di ciò e l'osserviamo per un po' di tempo, dobbiamo cercare di cogliere noi stessi in momenti in cui non siamo consapevoli e, poco a poco, ciò ci renderà più consapevoli.
Questo sforzo ci mostrerà quanto siamo poco consapevoli, perché nelle condizioni di vita ordinaria è difficilissimo essere consapevoli.
Ricordare se stessi non è in realtà collegato con la memoria; è semplicemente un'espressione. Significa essere presenti a se stessi, cioè consapevolezza di sé. Bisogna essere consapevoli di se stessi.

Ciò comincia con il processo mentale del cercare di ricordare se stessi.
Tale capacità di ricordare se stessi va sviluppata, perché nell'osservazione di noi stessi dobbiamo cercare di studiare le nostre funzioni separatamente l'una dall'altra: la funzione intellettuale separatamente da quella emozionale, l'istintiva separatamente dalla motoria. È importantissimo ma non facile.

Vi ho dato un metodo pratico, semplicissimo.
Cercate di arrestare i pensieri, e tuttavia non dimenticate il vostro scopo: che lo fate al fine di ricordare voi stessi. Ciò può essere di aiuto.
Cosa impedisce il ricordare se stessi? Questo costante turbinio di pensieri.
Arrestate quel turbinio e forse ne avrete un saggio.
Pëtr Demianovic Ouspensky
D: Il proprio lavoro è più accurato se si ricorda se stessi e il lavoro che si sta facendo?
R: Sì, quando siete desti potete fare qualsiasi cosa meglio, ma per arrivare a ciò occorre molto tempo. Quando vi siete abituati a ricordare voi stessi non sarete capaci di comprendere come mai abbiate potuto lavorare prima.
Ma da principio è difficile lavorare e contemporaneamente ricordare se stessi.
Tuttavia sforzi in questa direzione danno risultati interessantissimi: non c'è alcun dubbio.

Tutta l'esperienza di ogni tempo mostra che questi sforzi vengono sempre ricompensati. Per giunta, se fate questi sforzi, comprendete che determinate cose uno le può fare soltanto nel sonno e non quando è sveglio, perché alcune cose possono essere soltanto meccaniche.

Supponete per esempio che dimenticate o perdete delle cose: non potete perderle di proposito, le potete perdere soltanto meccanicamente.
Pëtr Demianovic Ouspensky
D: Mentre stavo suonando il piano, allorché ho pensato "io sono qui", non sapevo cosa stessi facendo.
R: Perché questo non è essere consapevole; è pensare al ricordare se stesso.
Allora ciò interferisce con quello che state facendo; esattamente come quando state scrivendo e all'improvviso pensate: "Come si compita questa parola?" e non potete ricordarlo.
Questo è il caso di una funzione che interferisce con un'altra.
Il vero ricordare se stessi non sta nei centri, ma sopra i centri.
Esso non può interferire col lavoro dei centri; soltanto che uno vedrà di più, vedrà i propri errori. Dobbiamo renderci conto che la capacità di ricordare noi stessi è un nostro diritto. Noi non l'abbiamo, ma possiamo averla; abbiamo tutti gli organi necessari per essa, per così dire, ma non siamo allenati, non siamo abituati ad usarli.

È necessario creare una determinata energia particolare o punto, usando questa parola in senso ordinario, e questo può essere creato soltanto in un momento di seria tensione emotiva. Ogni cosa prima di questa è soltanto preparazione del metodo.
Ma se vi trovate in un momento di forte tensione emotiva, e allora cercate di ricordare voi stessi, essa rimarrà dopo che la tensione è passata e allora sarete capaci di ricordare voi stessi.

Solamente quindi con emozione intensissima è possibile creare questo fondamento del ricordare sé stessi. Ma non può essere fatto se non vi preparate in anticipo.
Possono arrivare momenti, ma non otterrete nulla da essi. Questi momenti emotivi giungono di tanto in tanto, ma noi non li usiamo perché non sappiamo come usarli.
Se provate con sufficiente energia a ricordare voi stessi durante un momento di intensa emozione, e se la tensione emotiva è sufficientemente forte, essa lascerà una certa traccia e ciò vi aiuterà a ricordare voi stessi in futuro.
Pëtr Demianovic Ouspensky

Il primo passo verso l'acquisizione della liberazione consiste in un accurato lavoro di "risveglio"; l'individuo deve cioè rendersi pienamente conto che allo stato attuale sta dormendo.

Come abbiamo già osservato, lo stato che normalmente definiamo di coscienza è in realtà uno stato di sonno in cui operiamo in modo meccanico. Abbiamo anche visto come il più grande ostacolo al risveglio consista nel fatto che noi pensiamo già di essere coscienti, proprio come i protagonisti di Matrix.

Lo sforzo di ricordarci di noi stessi nell'arco della giornata ci permette di vedere come siamo fatti e in quale stato viviamo tutti i giorni; serve a farci comprendere che durante il giorno "dormiamo" e di conseguenza non siamo mai coscienti di noi.

Il "ricordo di noi stessi" ci permette di evitare di lasciar scorrere nell'inconsapevolezza la nostra esistenza quotidiana, ci permette di vivere in salute e in sintonia con il resto dell'universo e di riconoscerlo dentro di noi.

È difficile spiegare a parole in cosa consista, anche perché si sviluppa attraverso l'esercizio pratico e non è limitato a uno stato mentale, bensì si espande, attraverso l'attivazione del centro emotivo superiore, a tutto il nostro essere.

È l'Ars Regia di cui parlano gli alchimisti, il processo di "cottura a fuoco lento" a cui deve essere sottoposta la materia per ottenere la sua trasformazione in oro.
È il processo di individuazione di cui parla Carl Gustav Jung e che è caratterizzato dallo sviluppo pieno delle proprie predisposizioni individuali e dell'essenza. L'uomo che raggiunge questo stato e che riesce a mantenerlo costantemente attivo è dotato di poteri immensi perché agisce in conformità alle leggi dell'universo.

Gli esercizi proposti dalla Quarta Via possono sembrare all'inizio laboriosi e impegnativi: spesso potranno verificarsi degli insuccessi o dei cali di energia e ci accorgeremo rapidamente di come sia difficile mantenere attiva la nostra coscienza mentre agiamo nel mondo ma ciò che conta, almeno inizialmente, non è il risultato bensì l'intenzione.

Durante gli esercizi impariamo intanto a esercitare l'attenzione divisa, cioè la capacità di prestare attenzione a ciò che stiamo facendo e contemporaneamente a noi stessi.
L'attenzione prende così due direzioni: una verso l'esterno e una verso l'interno. Sviluppare il nostro osservatore interno o, come viene definito in Oriente, il "Testimone", ci aiuta a liberarci dalla meccanicità, ci permette di accedere al terzo stato di coscienza, di modificare la chimica del nostro corpo e dell'intero sistema in cui viviamo.

L'energia così liberata aumenta la frequenza vibratoria del nostro essere: se non siamo seguiti da qualcuno che è più avanti di noi nel percorso potremmo rischiare di utilizzare malamente le nostre energie, ad esempio, facendole risucchiare dalla personalità, rendendola ipertrofica e rendendo inutile, se non dannoso, il lavoro svolto fino a quel momento.

Se opportunamente supportati, potremmo invece scoprire quanto è semplice liberarci dai pregiudizi che abbiamo introiettato circa noi stessi e il mondo che ci circonda; potremmo intimamente realizzare la connessione (l'entanglement di cui parla la fisica contemporanea) di tutte le cose del creato e agire con coscienza ed efficacia.

È importante sottolineare che il ricordo di sé può operare solo attraverso lo stare nel mondo e l'esperienza quotidiana concreta e diretta: il ricordo di sé non è una memoria depositata nel nostro cervello, un semplice gioco intellettuale fine a se stesso ma l'accesso a una nuova funzione che apre le porte a una più elevata forma di consapevolezza.

Come dice Jung, il percorso di individuazione è un percorso che non ha mai fine.

LA FRIZIONE
«Fusione, unità interiore, sono ottenute nell'uomo per "frizione" per mezzo della lotta tra il Sì e il No. Se un uomo vive senza lotta interiore, se in lui tutto accade senza opposizione, se va sempre seguendo la corrente o come il vento lo spinge, allora resterà com'è. Ma se una lotta interiore ha inizio in lui e soprattutto se questa lotta ha una linea definita, allora gradualmente certe caratteristiche permanenti cominciano a formarsi in lui, egli comincia a "cristallizzare". Ma se la cristallizzazione è possibile su una base giusta lo è anche su una base sbagliata».
Georges Ivanovic Gurdjieff

Quello che in Psicologia viene normalmente descritto come "conflitto", nel sistema della Quarta Via trova la propria definizione nel concetto di "frizione".

In fisica la frizione è l'energia che si genera attraverso un'azione di sfregamento tra due parti che generano attrito. Questo effetto, che sprigiona energia, è causato dal fatto che una delle due parti si oppone al movimento. Anche la vita dell'essere umano è spesso caratterizzata dall'attrito tra le sue parti interne, oppure si sviluppa nella sua relazione con il mondo esterno.

La frizione si genera in modo automatico quando i nostri gruppi di Io entrano in contraddizione tra di loro o con quelli dei nostri interlocutori.
Nell'uomo-macchina tanto le frizioni quanto le risposte a esse associate nascono in modo meccanico e accidentale e l'energia che si sviluppa durante il fenomeno viene sprecata inutilmente.

Molte delle persone che si rivolgono a uno Psicoterapeuta si trovano proprio in questa condizione e necessitano di capire cosa in loro generi un conflitto e perché, nonostante i loro sforzi, questo non venga superato ma, casomai, rinforzato.
Dispongono, in sostanza, di una discreta quantità di energia che però non sanno come utilizzare.

In genere questa condizione è inoltre accompagnata da un vissuto emotivo negativo che non permette di prendere in considerazione gli elementi positivi che ogni crisi porta con sé.

Il termine "crisi", che trova la propria radice etimologica nel greco krinéin=distinguere, separare, parla infatti delle potenzialità evolutive dell'essere umano e contiene in sé il germe del cambiamento.

È proprio nel conflitto che possiamo imparare qualcosa di nuovo su noi stessi e sulla nostra relazione con il mondo esterno e, se riusciamo a comprendere tutto ciò, allora saremo in grado di dare una nuova direzione alle nostre energie e di utilizzarle in modo da accrescere il livello del nostro essere.

Ogni volta che rispondiamo a un conflitto in modo meccanico, pescando nel repertorio delle risposte stereotipate immagazzinate nei nostri centri inferiori non facciamo che peggiorare la situazione.

Quando impariamo a mettere una distanza tra la frizione e la nostra reazione, quando utilizziamo l'attenzione divisa e non ci identifichiamo con ciò che ci accade possiamo allargare il repertorio delle nostre risposte e scoprire cosa si intende per falsa personalità.

Le difficoltà del momento si trasformano allora in opportunità di crescita della consapevolezza e, quindi, nello sviluppo dell'essenza e della corretta personalità.

A un livello più evoluto, la frizione non è semplicemente qualcosa che accade e che cerchiamo di combattere ma una condizione che l'uomo può ricercare attivamente.
L'induzione intenzionale della frizione ci aiuta non solo a non identificarci ma anche a sviluppare i "corpi sottili" e a essere soggetti attivi dell'esperimento a cui, di volta in volta, ci sottoponiamo.

ATTENZIONE DIVISA

Quasi tutte le persone pensano al cambiamento in termini di inclusione, ma solo coloro che sono saggi sanno che l'Insegnamento opera anche per esclusione: l'esclusione degli elementi che rendono l'uomo cieco e sordo.

Quando osservo qualcosa, la mia attenzione è diretta su ciò che osservo:




IO --------------------> il fenomeno osservato

Quando, sempre osservando, tento di ricordarmi di me, la mia attenzione è diretta contemporaneamente verso l'oggetto osservato e verso me stesso:


IO <-------------------> il fenomeno osservato

Pëtr Demianovic Ouspensky

Dallo sviluppo dell'attenzione divisa traiamo la materia necessaria per portare avanti il lavoro su noi stessi.

Nel sistema della Quarta Via si intende con questo termine non solo la capacità di osservare un dato fenomeno ma anche la capacità di osservare contemporaneamente se stessi. In particolare, osservare noi stessi ci permette, ad esempio, di capire quali gruppi di Io agiscono in noi, quale centro e quale sua parte sono in gioco quando forniamo una data risposta.

Come abbiamo visto in precedenza, ogni centro è infatti suddiviso al suo interno in parti motorio-istintive, parti emotive e parti intellettuali. Nel sistema si utilizza spesso l'analogia con le figure delle carte per spiegare questo concetto: usare il fante significa allora rispondere con la parte istintivo-motoria del centro; la regina corrisponde alle risposte reattivo-emotive, mentre il re è coinvolto in tutte quelle azioni che richiedono l'attenzione focalizzata.

Riflettere sulle parti che agiscono in noi è un esercizio di comprensione molto utile e ci apre alla possibilità di utilizzare in modo corretto i centri e le loro funzioni e di combattere la meccanicità delle risposte stereotipate. Questo non significa che ogni nostra azione debba essere compiuta con il re, cioè con la parte intellettuale: alcune azioni, come ad esempio guidare l'automobile, sono efficaci solo se eseguite con il fante, mentre altre, come l'apprendimento di un nuovo concetto, richiedono uno sforzo di attenzione supplementare e l'utilizzo del re del centro intellettuale.

Riconoscere il luogo in cui si formano le nostre risposte ci permette di scegliere la risposta di volta in volta più adeguata, di essere più efficaci nelle nostre azioni e di risparmiare energia utile alla prosecuzione del Lavoro e del Ricordo di sé.

È importante far notare che l'uso dell'attenzione divisa è un espediente utilizzato per differenziare e comprendere il proprio funzionamento ma l'obiettivo non è separare, dividere, bensì riunire il tutto all'interno di un contenitore più ampio attraverso l'espansione della nostra consapevolezza.

GLI SCOPI

Lo scopo fondamentale del Lavoro è connesso al Ricordo di sé.
Come abbiamo visto, il Ricordo di sé ci permette di risvegliarci, di agire intenzionalmente, di modificare noi stessi e il mondo in cui viviamo.

La formulazione dello scopo agisce su un magnete che orienta le nostre azioni, permettendoci di discriminare ciò che ci avvicina o ci allontana da esso.
La definizione dello scopo funziona contemporaneamente come mappa e come guida e la motivazione che accompagna il suo raggiungimento ci permette di superare le difficoltà che incontriamo lungo la via.

Perseguire lo scopo significa allora utilizzare al meglio le nostre energie senza sprecarle in azioni inutili o dannose. A tal fine è sempre utile confrontarsi con altre persone di cui ci fidiamo che sono già in cammino, che ci possano sostenere, guidare e che, eventualmente, ci aiutino a non perdere l'orientamento nei momenti di scoraggiamento.

Percorrere la via in vista dello scopo significa attraversare il deserto e diventare ciò che siamo.

GLI AFORISMI DI GURDJIEFF
  • Ama quello che non ti piace.
  • La più grande conquista per un uomo è quella di essere capace di fare.
  • Più sono difficili le condizioni di vita, più sono buoni i risultati del lavoro, sempre ammesso che ti ricordi il lavoro.
  • Ricorda sempre e ovunque te stesso.
  • Ricordati che sei venuto qui perché hai capito la necessità di lottare contro te stesso, soltanto contro te stesso. Sii grato dunque a tutti coloro che te ne forniscono l'occasione.
  • Qui noi possiamo soltanto dare una direzione e creare alcune condizioni, ma non aiutare.
  • Sappi che questa casa può essere utile solo a coloro che hanno riconosciuto la propria nullità e credono nella possibilità di cambiare.
  • Se sai già che è male e lo fai ugualmente, commetti un peccato a cui è difficile rimediare.
  • Il sistema migliore per essere felici in questa vita consiste nella capacità di considerare esteriormente sempre, e interiormente mai.
  • Non apprezzare l'arte con il sentimento.
  • Il vero indizio di un uomo buono è che ama suo padre e sua madre.
  • Giudica gli altri in base a te stesso e raramente sbaglierai.
  • Aiuta solo chi non è ozioso.
  • Rispetta ogni religione.
  • Io amo chi ama il lavoro.
  • Noi possiamo soltanto sforzarci di diventare capaci di essere cristiani.
  • Non giudicare un uomo dalle parole altrui.
  • Tieni conto di ciò che la gente pensa di te e non di ciò che dice.
  • Prendi la comprensione dell'Oriente e la scienza dell'Occidente e poi cerca.
  • Soltanto chi può vegliare sul bene degli altri meriterà il proprio bene.
  • Solo la sofferenza cosciente ha significato.
  • È meglio essere temporaneamente egoista che non essere mai giusto.
  • Se vuoi imparare ad amare, comincia con gli animali, perché sono più sensibili.
  • Insegnando agli altri, imparerai su te stesso.
  • Tieni presente che qui il lavoro non è fine a se stesso, ma è solo un mezzo.
  • Può essere giusto solo colui che sa mettersi al posto degli altri.
  • Se non sei dotato di uno spirito critico, la tua presenza qui è inutile.
  • Chi si è liberato dalla malattia del "domani", ha qualche speranza di trovare ciò che è venuto a cercare qui.
  • Beato colui che ha un'anima. Beato chi non l'ha.
    Ma sventura e dolore per chi ne ha solo l'embrione.
  • Il riposo non dipende dalla quantità ma dalla qualità del sonno.
  • Dormi poco senza rimpianti.
  • L'energia spesa nel lavoro interiore attivo si trasforma immediatamente in una nuova riserva, ma quella spesa nel lavoro passivo è perduta per sempre.
  • Uno dei mezzi migliori per risvegliare il desiderio di lavorare su di sé è quello di rendersi conto che si può morire da un momento all'altro. Ma bisogna imparare a non dimenticarselo.
  • L'amore cosciente risveglia l'amore cosciente. L'amore emozionale evoca l'opposto. L'amore fisico dipende dal tipo e dalla polarità.
  • La fede cosciente è libertà. La fede emozionale è schiavitù.
    La fede meccanica è stupidità.
  • La speranza incrollabile è forza. La speranza piena di dubbi è vigliaccheria.
    La speranza piena di paura è debolezza.
  • All'uomo è concesso un numero limitato di esperienze: risparmiandole, l'uomo si prolunga la vita.
  • Qui non ci sono né russi, né ebrei, né cristiani, ma soltanto uomini che perseguono un solo scopo: diventare capaci di essere.

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