Professione ECM, Formazione Psichiatria
A cura di: Lara B, Specializzanda
Siamo in CSM, è venerdì pomeriggio, un giorno come tanti. Il reparto è animato dai soliti tumulti quotidiani, gente che va, gente che viene, telefoni che squillano, il vociare che attraversa i corridoi.
Lo psichiatra, che affianco come tirocinante psicologa, viene informato che è in arrivo dal pronto soccorso un'urgenza. Di lì a poco sentiamo bussare alla porta, "è arrivata l'urgenza" ci dice l'infermiere. Mi affaccio in corridoio e vedo un giovane ragazzo "accartocciato" sulla sedia, lo invito ad entrare. Molto lentamente si alza, ma la sua postura inscrive un arco nello spazio, spalle curve, sguardo fisso a terra, trascinando pesantemente i piedi raggiunge la stanza e qui sprofonda nella sedia che gli indico.
Lo psichiatra inizia il colloquio, ci presenta al giovane, e gli pone le domande di rito. Il ragazzo continua a tenere lo sguardo inchiodato a terra, ogni parola che emette è accompagnata da un tangibile sforzo che egli compie per articolarla. I tempi di risposta sono lunghissimi e il volto è scolpito dai segni della fatica.
Il tempo sembra essersi fermato, immobile e pesante lo sento incombere su di noi, e mi chiedo, è questo che sta provando ora questa persona?
Calamitata da questo ragazzo sento fluttuare le parole dello psichiatra nell'aria, e sento un vago fastidio che comincia ad insinuarsi in me.
"come dorme?", "mangia?", "ha pensieri brutti ultimamente?" ...
Capisco che la mia sensazione dipende da ciò che lo psichiatra chiede, non tanto dal contenuto, quelle domande le deve fare, è la prassi, ma da come lo chiede. Le domande si susseguono a raffica. Il giovane è confuso e sembra molto spaventato. Tra le poche cose che è riuscito a dire ci ha riferito di non capire cosa gli stia succedendo.
Lo psichiatra concluso il rosario di domande comunica al giovane la diagnosi: "Lei è gravemente depresso, e ritengo opportuno un ricovero almeno per qualche giorno. Nel frattempo deve prendere questo e quest'altro farmaco".
A me sembra un verdetto. Quanto espresso dal medico non è accompagnato da alcuna formulazione, quanto meno grammaticale, dubitativa. Tutto è ammantato di perentorietà senza appello, senza scampo.
Il ragazzo alza di scatto la testa e per la prima volta rivolge lo sguardo allo psichiatra e poi a me, e scuote la testa. Visibilmente "terrorizzato" balbettando dice di non capire, "un ricovero? E per fare cosa? Depresso, io?".
Lo psichiatra incalza ed insiste, più lui parla, più il giovane scuote la testa e sgrana gli occhi, che si fanno sempre più rossi e lucidi, e se le lacrime non scendono è perché sono frenate dalla vergogna, penso io.
Mentre loro parlano io sono lì muta che mi sto chiedendo quale sia il senso di quanto avviene lì di fronte me, che senso ha "mitragliare" una diagnosi addosso ad una persona in quel modo? Che senso ha utilizzare termini tecnico-scientifici, che il senso comune ha "terrificato" associandoli alla "pazzia", con una persona visibilmente terrorizzata? E' come sparare sulla croce rossa. "Dallo psichiatra ci vanno i matti" "dalla pazzia non si guarisce", è questo ciò che sottende il senso comune
Io sono lì che guardo questo ragazzo, e me lo immagino fino a qualche giorno fa mentre lavora, mentre parla con gli amici e sorride, lo guardo e mi chiedo, può capitare anche a me?
Anche a me in un particolare momento esistenziale potrebbero attivarsi fragilità che innescano un dolore profondo, come ciò che stai vivendo tu ora?
Se ci fossi io sulla "tua sedia" ora, come vorrei che mi fossero dette le cose?
E ancora mi chiedo, se fossero state usate altre parole, per aiutarti a capire cosa stai vivendo ora, come avresti reagito? Se prima di dirti come si chiama "tecnicamente" il dolore che ti abita, fosse stata accolta la tua paura, saresti ancora così spaventato?
Il colloquio, durato oltre un'ora è mezza, si è concluso con patto di differimento del ricovero, lo psichiatra ha concordato con il giovane di rinviare la possibilità del ricovero al lunedì nel frattempo lui però doveva assumere i farmaci prescritti.
Non so come sia andata a finire, di questo ragazzo non ho più saputo niente. Lo psichiatra mi ha riferito che il giovane non si è presentato all'appuntamento del lunedì. Però sono ancora qui che penso a lui, al suo dolore e al "peso" delle parole.
Professione ECM, Formazione Psichiatria
L'articolo «Ma che senso ha? Primo colloquio dallo psichiatra» è stato pubblicato nel N° 227 della Newsletter.
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