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Adozione Evolutiva Genitorialità

Il "bambino restituito": il doloroso caso delle adozioni fallite

A cura di: Dott.ssa Rebecca Farsi

Introduzione

Parlare di "fallimento" dell'adozione evoca vissuti non in linea con la motivazione, solida e consapevole, da cui sono mosse le coppie che scelgono di intraprendere un percorso genitoriale spesso complicato e sofferto. È infatti soltanto al termine di un complesso cammino - umano, emotivo, burocratico - che la coppia candidata riesce ad ottenere l'affidamento di un bambino, realizzando definitivamente l'obiettivo di dar vita, insieme a lui, ad un nuova famiglia.

All'inizio tutto sembra facile.
L'arrivo del figlio crea un sostanziale allentamento della tensione all'interno della coppia. Le statistiche lo confermano. Ma questo dato, pur incoraggiante, non consente di fugare possibili ombre sulla costruzione di un legame in fondo colmo di insidie e criticità, mai adeguatamente previste.
All'improvviso tutto può cambiare, e al progetto di costruzione del nucleo familiare si sostituisce un deprimente groviglio di conflitti. Un contesto teso e indisponibile in cui le incomprensioni diventano l'unico mezzo di comunicazione, gli scontri aumentano fino a risultare insostenibili, e quelle difficoltà che all'inizio venivano considerate superabili si trasformano in un ostacolo relazionale di fronte al quale "ci si arrende".

Alcuni genitori decidono che, in fondo, non ne vale la pena. Quel figlio arrivato da chissà dove ha deluso le loro aspettative, creando una quantità di problemi non preventivata, che non si sentono in grado di gestire.
"Forse era troppo presto, forse non siamo i genitori adatti... Ce l'abbiamo messa tutta, ma questo bambino è davvero ingestibile. Non è più possibile proseguire la convivenza..."; sono queste le giustificazioni più frequentemente fornite dalle coppie che decidono di interrompere un'adozione.
Ma alla base di una resa per certi aspetti opportunistica, emerge più che altro l'impossibilità di accogliere un elemento estraneo all'interno della famiglia, al fine di preservare il più possibile l'identità dei confini generazionali.
Non solo: la restituzione può risultare l'unico modo per salvaguardare gli equilibri di coppia, la cui tutela torna dominante rispetto al tanto vagheggiato, ma ormai non più investito, progetto genitoriale.

E il bambino?
Una restituzione adottiva determina la cesura definitiva di un'unione in fieri, l'aborto di un legame cui si associa il reinserimento all'interno dell'ente affidatario, dove inizierà per lui la nuova attesa di una famiglia disposta ad accoglierlo.

Analisi di una restituzione: i possibili fattori scatenanti

Il fallimento di un'adozione non può essere imbrigliato all'interno di pastoie statistiche. Sarebbe riduttivo e poco rispettoso, in un ambito che descrive rapporti affettivi tra esseri umani. Esistono tuttavia una serie di fattori "di rischio" ritenuti in grado di agevolarne il verificarsi, procurando una vulnerabilità nei rapporti e nelle dinamiche relazionali (Salvaggio, 2013). Tra questi:

Le sorti del patto adottivo

Affinché la famiglia adottiva rappresenti un'occasione di crescita e rinascita per tutti i suoi membri, l'accettazione deve risultare piena ed autentica. Le parti coinvolte devono legittimare, in senso reciproco, le rispettive diversità, e accoglierle in un tessuto orientato all'inclusione, frutto di un riconoscimento consapevole e condiviso. L'aspetto della legittimazione, in particolare, si mostra indispensabile per dissipare l'effetto potenzialmente distruttivo della "non appartenenza", che si staglia sui rapporti familiari come una sorta di minaccia.
Per riuscire in così delicati obiettivi è necessario il rispetto di un patto. Un accordo, per quanto implicito, che veda l'impegno unanime verso un obiettivo comune. La costruzione di un legame affettivo che genera, consolida e nutre le relazioni, consentendo la nascita di un nucleo familiare.
"La costruzione del patto è tutt'altro che scontata. Il suo esito non costituisce semplicemente la saturazione dei rispettivi bisogni, vale a dire che il suo risultato non è riducibile alla mera sottrazione dei deficit e della somma delle risorse delle parti. Il patto, per poter essere costruttivo, deve assumere le rispettive mancanze e trasformarle in un progetto-impegno generativo" (Cigoli, 2000, p. 232).
Un'evoluzione degenerativa del patto è più frequente di quanto si vorrebbe. Talvolta, ad evitare il peggio non bastano neppure accorte preparazioni pre e post adottive, supporti psicologici, impegno empatico da parte dei genitori, l'apparente disponibilità del figlio (Scabini, Cigoli, 2000). Di fatto il rapporto non si crea: l'affetto naufraga prima ancora di prendere vita, e il patto degenera in una delle seguenti strutture patologiche:

Il non lieto fine che parte dall'inizio

Il dolore del fallimento adottivo si rileva nell'impossibilità - per i genitori e per il figlio - di rispecchiarsi reciprocamente e costruire nell'incontro una nuova storia condivisa (Lombardi, 2003).

Come può accadere?
Uno dei compiti più complessi per una coppia adottante è creare una giusta distanza tra senso di appartenenza coesiva e autonomia identitaria del figlio: ciò significa riconoscere il suo diritto all'inserimento in un nuovo contesto, senza per questo dover rinunciare alle esperienze e alle trame affettive pregresse che costituiscono una parte imprescindibile del Sé.

Trovare un equilibrio non è facile.
Il rischio è che a prevalere sia l'intento difensivo: quello del bambino che vuol seppellire il vissuto traumatico dell'abbandono, e quello dei genitori, intenti a combattere la ferita narcisistica della mancata procreazione. Ma questo non può tradursi nel diniego distruttivo degli eventi che hanno condotto alla costruzione del nucleo familiare, delegittimandone ruolo, funzione e identità. Il silenzio, l'aggressività, la proiezione massiva sono tutti mezzi di difesa finalizzati a mettersi al riparo da vissuti abbandonici, il cui unico effetto è quello di far naufragare il tentativo relazionale contro un conflitto non elaborabile. Ma è proprio a questo punto che la restituzione del figlio si mostra l'unica alternativa possibile. Determinando un fallimento del rapporto che prima di tutto è un fallimento del Sé.

Come impedirlo?
Non esiste un vero e proprio vademecum, una tavola delle leggi in grado di mettere al riparo da adozioni non riuscite. Ma certamente i genitori, in qualità di adulti consapevoli e più preparati alla costruzione di un legame, devono "riparare" tutte quelle dimensioni della genitorialità che il bambino, ostacolato da un vissuto difficile e più volte messo alla prova, può danneggiare più o meno volontariamente. Il genitore adottivo deve soprattutto costruire ciò che il figlio, con atteggiamenti di sfida e di rifiuto, può cercare di distruggere, sottraendosi ai suoi tentativi di avvicinamento. Deve curare le sue ferite abbandoniche con atteggiamenti stabili, empatici e contenitivi; ma soprattutto deve trasmettergli la prospettiva di un rapporto solido e accogliente, che non verrà compromesso da nessuna difficoltà. Stando soprattutto attento ad evitare i seguenti ostacoli:

Il fallimento come tradimento

A rendere impossibile l'adozione, nella maggior parte dei casi, è la perdita di motivazione nel portare avanti il progetto generativo alla stessa connesso. E se l'adozione è un patto, un'adozione fallita rappresenta il fallimento di un patto. La mancanza di fedeltà ad una promessa. Un atto di slealtà, nel quale gli adulti si sono lasciati sopraffare da esigenze narcisistiche, preferendole ad un intento affettivo nei confronti del bambino e delle sue esigenze specifiche, che, in ogni progetto generativo degno di questo nome, dovrebbe costituire l'indiscutibile priorità (Cancrini, 2020).

Una crisi post-adottiva è una sconfitta di gruppo, ma lo scotto più alto viene pagato dal bambino. Sarà facile per lui, in seguito all'ennesimo rifiuto, consolidare vissuti di mortificazione e autosqualifica, che lo spingeranno a credere di essere destinato ad un eterno abbandono affettivo, perché in fondo se lo merita: ciò in linea con le logiche di un'autocolpevolizzazione necessaria a fornire spiegazioni plausibili laddove non è possibile trovarne di più leali.
Il bambino restituito si sente per l'ennesima volta rifiutato, tradito da un affetto genitoriale che non ha saputo proteggerlo, consegnandolo ad una solitudine dalla quale teme persino di allontanarsi, convinto che ogni nuova attesa, ogni nuovo progetto, sarà seguito dal dolore di un fallimento. È il c.d. terrore della speranza, ( Gazzillo, 2019) tipico di tutti i soggetti sottoposti a ripetuti abbandoni affettivi.

I figli adottati ritengono che nessuno sia in grado di amarli. Ma soprattutto, credono di non appartenere realmente a nessuno. Agli adulti il compito di smentirli, nel rispetto di un progetto genitoriale in cui l'affetto non viene concesso a chi se lo merita o a chi obbedisce di più, ma viene donato incondizionatamente, per dar vita a quel ciclo di continuità lineare in cui il dare non presuppone il restituire, e qualsiasi vuoto, persino il più doloroso, può essere colmato da contenuti salvifici.

Bibliografia
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L'articolo «Il "bambino restituito": il doloroso caso delle adozioni fallite» è stato pubblicato nel N° 208 della Newsletter.

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