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Studi sperimentali sull'effetto spettatore

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Studi sperimentali sull'effetto spettatore
UK. Maggiore è la folla, minori sono le probabilità che qualcuno intervenga in caso di pericolo, a meno che non si riconosca con la vittima

L'articolo "Studi sperimentali sull'effetto spettatore" parla di:

  • La Psicologia sociale indaga l'effetto "Genovese"
  • Esperimento in ambiente virtuale immersivo (IVE)
  • Situazioni a rischio, atteggiamenti anti-sociali e pro-sociali
Psico-Pratika:
Numero 109 Anno 2014

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A cura di: Redazione - Pubblicato il 3 settembre 2014

Studi sperimentali sull'effetto spettatore
UK. Maggiore è la folla, minori sono le probabilità che qualcuno intervenga in caso di pericolo, a meno che non si riconosca con la vittima

«In quali condizioni uno spettatore interviene per cercare di fermare un attacco violento da parte di una persona sull'altra?» (*). Questa è la domanda a cui cerca di rispondere uno studio sperimentale, condotto nel Regno Unito e pubblicato nel 2013, sull'effetto spettatore, locuzione che nasce a metà degli anni Sessanta del secolo scorso, dopo l'assassinio di Ketty Genovese, avvenuto a New York a pochi metri dall'abitazione della vittima, sotto lo sguardo di alcuni vicini di casa.

Gli Psicologi sociali che si occuparono del caso definirono "effetto spettatore" o "effetto Genovese" il meccanismo che porta a non intervenire nelle situazioni di emergenza e avviarono una serie di studi ed esperimenti per indagare tale fenomeno psicologico.
Da essi si evince che - in una situazione pericolosa - le persone tendono a intervenire se sono sole ovvero: più sono le persone coinvolte, meno probabilità ci sono che aiutino una persona a rischio.

Nel nuovo esperimento - condotto in sinergia fra Bournemouth University, University College London e Lancaster University - è stata utilizzata la realtà virtuale, «poiché c'è una crescente evidenza che quando le persone affrontano eventi e situazioni in un ambiente virtuale immersivo (IVE) tendono a comportarsi e reagire come se fossero reali» (*).

I ricercatori inglesi hanno reclutato 40 tifosi dell'Arsenal Football Club che, a turno, sono stati esposti in un ambiente che simulava l'interno di un bar per sportivi, con personaggi in 3D, amplificazione adeguata e un sistema di controllo per la direzione della testa e dello sguardo.

Una situazione vedeva il coinvolgimento in una disputa molto accesa di un membro virtuale dell'Arsenal con la maglietta della squadra, un'altra di un personaggio generico che indossava una maglietta rossa. Alla richiesta di aiuto diretto da parte dell'avatar attaccato, nel 40% dei casi i tifosi sono intervenuti indifesa della vittima se tifosa dell'Arsenal, solo nel 17% dei casi se indossava la maglietta rossa (*).
Questo dimostra la forte adesione psicologica che si ha nei confronti di un membro del proprio gruppo di appartenenza che, nel caso della tifoseria, travalica anche quella sociale, economica etc.

Il questionario e la seduta di debriefing, successive all'esperienza virtuale, hanno rivelato che le persone sono più preoccupate per se stesse - anche se la minaccia non le riguarda direttamente - poiché temono che la situazione possa degenerare.
Nel caso in cui i tifosi non si identificavano con la vittima, il desiderio predominante è infatti quello di uscire dalla stanza, abbandonando il virtuale malcapitato.

Non è un caso che l'esperimento sia stato effettuato nel Regno Unito, infatti alcuni «studi hanno dimostrato che il pubblico britannico, in generale, è il meno propenso in Europa a intervenire se testimone di reati o comportamenti anti-sociali. [...]
La biologia evoluzionistica suggerisce che il nostro naturale istinto genetico è quello di comportarsi in modo altruistico e solidale se si assiste all'aggressione di qualcuno.
Quindi se nella società moderna non riusciamo a farlo, sembrerebbe qualcosa sia andato storto»
(*).

Cosa si può fare per sviluppare nelle persone maggiore senso di appartenenza, responsabilità e solidarietà di fronte a comportamenti anti-sociali?

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