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E' deontologicamente corretto?

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E' deontologicamente corretto?

Libero pensiero: E' deontologicamente corretto?

Scritto da: SIS alle ore 18:16 del 20/12/2012

Vi pongo una questione.

Una ragazza adolescente ha iniziato da poco un percorso di psicoterapia. I genitori sono separati e hanno incontrato lo psicologo in due sedute volte a delineare il quadro familiare allargato in cui si trova inserita la ragazza.

Ora emerge che lo psicologo oltre a ricevere la ragazza, riceve anche la madre all'insaputa del padre. La situazione di contrasto tra i genitori è elevata. La madre si era rivolta ad avvocati per la riduzione dei giorni che la figlia passa con il padre e nelle controversie era solita riportare "questo lo diro' agli avvocati". Ora, nelle controversie, afferma "questo lo riportero' allo psicologo".

Mi domando è deontologicamente corretto che uno psicologo faccia della terapia ad entrambe in tale situazione?

Mi sembra che l'intenzione sia quella di coinvolgere lo psicologo nelle controversie per crearsi un alleato. Il professionista si sta prestando a tale gioco?

Non sono professinista in questo campo ma dall'esterno mi sembra che qualcosa non quadri.

Attendo una vostra opinione in merito.

Vi ringrazio in anticipo dei preziosi commenti.

Commenti: 19
1 francesco alle ore 21:30 del 16/01/2013

non penso ci sia un problema deontologico, certamente tecnicamente è un grave errore. La madre deve aver un terapeuta diverso dalla figlia onde evitare facili collusioni e manipolazioni..oltre che perdere l'alleanza con il padre per il lavoro terapeutico sulla figlia.

Francesco Rasponi

2 gino alle ore 21:46 del 16/01/2013

Il problema deontologico c'è.  Chiunque fa lo psicologo seriamente sa che non può avere in terapia gradi di parentela così invischiati. Non si puo poi mentire al partner della signora.  Infine non è giusto seguire  una situazione che giuridicamente assume la formato

di uno scontro giudiziari ed essere al tempo stesso il terapeuta e. Perito. Lo dice. La " carta di noti" che ogni esperto di settore deve conoscere. 

3 francesco alle ore 21:59 del 16/01/2013

Buonasera Gino,

gentilmente mi sa indicare l'articolo del codice deontologico che regola la questione?..penso sia davvero utile avere anche un punto di riferimento nel codice...grazie

4 Silvia Rossi alle ore 22:10 del 16/01/2013

Gravissimo.... Veramente gravissimo!!!!

5 Gaetano D'Alessandro alle ore 22:40 del 16/01/2013

concordo con Silvia

6 paolo alle ore 06:26 del 17/01/2013

Se non sbaglio non c'è un articolo del codice deontologico che proibisce espressamente questo tipo di invischiamento. Vero è che secondo me è molto grave eticamente. Il collega si rende complice e si schiera, condizionando la terapia con la figlia. a mio avviso è molto grave. 

7 silviagoi alle ore 08:38 del 17/01/2013

L'esposizione del caso dichiara i punti da cui può nascere 'l'invischiamento' ( psicologo comune, conflitto pregresso)  ma non dice però in quali forme si sia manifestato. Uno psicologo ha la possibilità di tentare un percorso che non è né quello del giudice di pace né di risoluzione del conflitto a tutta prima: quindi è giustissimo ed anzi corretto che abbia incontrato la coppia vedendo la dinamica di relazione. Il nodo 'scorretto' sarebbe dato dal fatto che è stato sottaciuto al padre dell'analisi 'parallela' della madre, scelta per cui ci possono essere mille ragioni consensuali che dall'esterno non vengono esposte. In poche parle: PUO' essere fattore di conflitto ulteriore - ma siamo sicuri che un controllo così pervasivo come quello dato dal padre cosciente di ogni scelta salvi la libertà di analisi e di scelta? Per me non è così scontato!Pace e bene.... 

8 Paolo alle ore 08:44 del 17/01/2013

"Una ragazza adolescente ha iniziato da poco un percorso di psicoterapia. I genitori sono separati e hanno incontrato lo psicologo in due sedute volte a delineare il quadro familiare allargato in cui si trova inserita la ragazza.  " TRATTASI DI MINORE

Ora emerge che lo psicologo oltre a ricevere la ragazza, riceve anche la madre all'insaputa del padre. La situazione di contrasto tra i genitori è elevata. La madre si era rivolta ad avvocati per la riduzione dei giorni che la figlia passa con il padre e nelle controversie era solita riportare "questo lo diro' agli avvocati". Ora, nelle controversie, afferma "questo lo riportero' allo psicologo"." NON MI PARE CI SIA MOLTO DA DIRE SE NON CHE LA DONNA, CON L'OBIETTIVO DI TROVARE ALLEATI "POTENTI" SIA PASSATA DAGLI AVVOCATI ALLO PSICOLOGO

questi sono i fatti raccontati. E' corretto? No, a prescindere, perchè è una minore in affidamento condiviso e perchè non si prende madre e figlia a meno che tu non sia un sistemico e prenda in carico L'INTERO NUCLEO. pace e bene

 

9 silviagoi alle ore 08:58 del 17/01/2013

Se dice 'riporterò allo psicologo' in sede di controversia mi pare deducibile che lei sia in cura e che il padre non può che esserlo venuto a sapere. Che sia un minore andava chiarito, e che la deontologia corrisponda esattamente alla legge attuale, a me per es. pare opinabile.....    

10 Luca alle ore 10:38 del 17/01/2013

Al di là della situazione specifica, che già, col solo buon senso, basta e avanza per sconsigliare un intervento di questo genere, non c'è nemmeno da discutere: deontologicamente è sbagliato fare terapia a entrambe, se di questo si tratta, per non parlare del setting, e disastroso per il sistema familiare e terapeutico una triangolazione del genere, con il sovrappiù del fatto che il padre sia all'oscuro di questo fatto. Corretto, come scritto sopra, vedere i genitori in fase di diagnosi, ma il resto proprio no.

11 Giulia alle ore 11:21 del 17/01/2013

Non ci sarà un articolo associabile al caso specifico, ma, limitatamente alle informazioni disponibili, rimane un invischiamento deontologicamente scorretto, in quanto va a ledere uno dei principi che regolano la professione di psicologo, ossia la tutela dell'utenza. La condotta tenuta dallo psicologo, infatti, può avere ricadute negative sulla minore e sul sistema famiglia, ed è responsabilità dello psicologo evitare situazioni eticamente scorrette. L'art. 3 del codice deontologico afferma: "... Lo psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri; pertanto deve prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici, al fine di evitare l’uso non appropriato della sua influenza, e non utilizza indebitamente la fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza dei committenti e degli utenti destinatari della sua prestazione professionale. Lo psicologo è responsabile dei propri atti professionali e delle loro prevedibili dirette conseguenze."

12 Elisabetta Ciaccia alle ore 14:39 del 17/01/2013

Ritengo il comportamento del terapeuta scorretto sotto ogni aspetto: deontologico, etico e professionale. Forse in tempi di crisi si accaparra tutto dimenticandosi ogni nozione di buon senso e teorica. Credo che situazioni come questa non hanno nessuna prospettiva terapeutica, anzi alimentano un conflitto e un assetto di rivendicazioni che affonderranno anche il terapeuta. Credo inoltre che di questo genere di situazioni ci catapultino nelle tante affermazioni comuni circa la scarsa serietà, affidabilità e credibilità della nostra professione, già di suo debole e molto spesso al centro di disinformazione e ingnoranza da parte della gente. 

13 silviagoi alle ore 09:05 del 18/01/2013

Quello che emerge però è che in sede di controversia gli argomenti sono stati portati senza che nessuno lo trovasse opinabile...ci troviamo di fronte ad un già dato, ad una situazione che si è già sviluppata e consolidata così, ed ai suoi effetti - e son certo casi dubbi come questo che poi presentano problemi da gestire, anche per la non-accettazione del modello da parte di chi si chiama fuori. Chi ha esperienza di contenziosi sa che un argomento polemico, significativo e 'critico' in una certa fase del dibattimento, può essere richiamato mille volte - non sempre per una finalità positiva. Il rischio è quello di non accettare l'avvenuto perché 'scorretto', ma che questo conntinui ad agire sul minore anche come fattore di disapprovazione complessiva, che porta a richiamare sempre i fattori critici. La ricorsività degli veneti legali, la loro ritualità, può dover essere 'spezzata' da un fattore differente...ma non è un orientamento il mio, è un dubbio. 

14 roberta alle ore 15:53 del 19/01/2013

assolutamente non professionale, etico e morale. certo al collega fa comodo guadagnare soldi da madre e da figlia, invece di inviare una delle due ad un altro terapeuta....

15 gino alle ore 00:33 del 20/01/2013

Rispondo a Francesco.

 Il collega che accetta di visitare un minore senza il consenso di uno dei genitore incorre in gravi vizi procedurali. Con quale arbitrio sottrae al genitore che è all'oscuro della vicenda il diritto di esercitare la patria potestà circa la situazione della figlia? Il difetto di consenso informato, cioè negare al padre il diritto di consocere e decidere cosa accade alla figlia, può avere risvolti giuridici molto pesanti per il collega.

 

 Nella situazione descritta lo psicologo può trovarsi ad amministrare segreti professionali che vincolano alla silenzio nei riguardi entrambi i clienti ma obbligano a mentire ad una o entrambi le parti. Se la figlia si droga è lecito nasconderlo alla madre che è tua paciente e vuole educarla in maniera retta?Da qui la radicale impossibilità di poter gestire situazioni di parentela nell''ambito di terapia individuali parallele. 

 

Rammento la carta di noto: se fai il terapeuta non puoi anche occuparti dell'aspetto peritale della separazione perchè i due processi procedono per logiche procedurali e deontlogiche completamente diverse.  Se però lassistito sono madre e figlia si crea un problema: l'interese della madre a resistere o confliggere con le richieste del coniuge controparte possono contrapporsi con l'interesse della minore ad costruire un adeguato rapporto con il padre, un rapporto che deve persino sottrarsi all'influenza eccessiva della madre. Tutte situazioni in cui il conflitto etico diventa insanabile.

 

Spero di essere stato esaustivo.

 

 

 

A

16 francesco alle ore 08:31 del 20/01/2013

Risposta per Gino

Grazie gino..sei stato veramente molto esausutivo..buon lavoro a tutti!

17 SILVIA ANNA MARIA alle ore 13:44 del 20/01/2013

Bon puoi occuparti dell'aspetto peritale direttamente, ma ti trovi a fronteggiare di certo, in ogni ( anche legalissimo) caso il rebound della situazione nel suo complesso...

che si trattasse di minore andava sottolineato: il problema dell'adolescenza è proprio questo essere a cavallo tra minorità e indipendenza, e può darsi che abbiano concesso una situazione che a noi pare eslege, allo scopo di lavorare per il minore e non contro. Un po' come NON consegnare alla legge l'adolescente che forza l'armadietto per ragioni ludiche.... 

18 Stefania Giordano alle ore 12:29 del 29/01/2013

Penso che sia stato un errore prendere entrambe come pazienti. La situazione che si è creata ne è una prova. Situazioni di questo genere mettono noi professionisti nella condizione di non lavorare serenamente non garantendo più la professionalità che magari ci ha sempre contraddistinto. 

19 Massimo alle ore 17:14 del 10/03/2015

Ecco perchè, nonostante siamo in tanti (sono psicoterapeuta), sono così ottimista circa il futuro professionale. Soprattutto per due cose: 1) i pazienti nel breve/medio periodo possono sbagliare, ma alla lunga si accorgono se un terapeuta può essere loro utile o no, 2) siamo talmente tanti che, come in qualunque professione, esiste chi fa meglio e chi fa meno meglio il proprio lavoro. Cosa voglio dire: gravissimo errore tecnico e deontologico da parte del collega (che sia eventualmente appena laureato o specializzato non deve essere una scusa). La regola tacita è un paziente-un terapeuta a parte terapie di coppia, familiari, di gruppo, etc. 

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