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Studi condivisi: una difficile convivenza...

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Studi condivisi: una difficile convivenza...

Libero pensiero: Studi condivisi: una difficile convivenza...

Scritto da: Bruna alle ore 13:58 del 14/09/2012

Qualche anno fa ormai, presi in affitto una stanza per eleggerla come mio studio.
La stanza completamente "grezza" al momento della sottoscrizione del contratto, l'ho arredata piano piano. Ogni mese, in base al budget disponibile, facevo alcuni lavori e compravo qualche cosa.
Nel giro di qualche mese, la spoglia stanza era scomparsa, e al suo posto il mio studio aveva preso forma.
Per anni lo studio è stato solo mio.

Purtroppo negli ultimi tempi, per una serie di circostanze, mi sono trovata nella condizione di dover condividere questo spazio, e non nego che ciò mi pesi notevolmente.
Mi fido ciecamente della collega con cui condivido lo studio, per cui so che ha rispetto tanto della stanza quanto della funzione che essa riveste, quindi del setting, ma accettare "altre presenze" in uno spazio solo mio, fino a qualche tempo fa, mi genera ambivalenze finora insospettabili.
Per me il setting è sacro, e so di caratterizzarmi per alcune rigidità, ragion per cui al momento dell'avvio professionale cercai un posto solo mio in cui accogliere pazienti e le loro storie di vita.
Ritrovarmi ora costretta ad allargare questo mio spazio ad altri mi crea non poche difficoltà.
Indubbiamente sono ancora nella fase di assestamento, per cui troverò (il prima possibile, spero) un funzionale adattamento a questa nuova situazione, ma per ora mi dà fastidio anche solo vedere che la poltrona è spostata rispetto a come l'avevo lasciata io...

Non so, per voi com'è?
Come vivete la condivisione dello studio con altri?
Anche voi avete dovuto condividere con altri uno spazio che prima è stato solo vostro? E come avete vissuto questa trasformazione?

Commenti: 14
1 angelo alle ore 00:53 del 20/09/2012

cara Bruna,

condividere con altri significa soprattutto svincolare tutta una serie di modalita' riconducibili a cio' che come ben sai definiamo "egocentrico". Del resto noi tutti oramai viviamo e condividiamo esperienze; ne sono un esempio i social network che sono entrati con prepotenza nel ns quotidiano, nel ns essere singolo. Accettare pertanto una condivisione significa essere oblativi e sapere che di tutto cio' che ci circonda nulla  ci appartiene, nella vita tutto cio' che ci viene regalato o che ci conquistiamo col sudore della fatica della rinuncia in realta' non e' nostro, tantomeno gli affetti. Quando perdiamo un affetto a noi caro, un genitore, un figlio, spesso ci disperiamo per il dolore del lutto, della separazione, della dipendenza affettiva.  "Il possesso" ad ogni costo.. Dovremmo invece imparare ad accettare l'altro come soggetto separato da noi rispettandone l'identita' e anche nel caso di un familiare, dobbiamo soltanto essere grati alla vita per averli incontrati, per aver semplicemente incrociato il ns cammino al loro. 

angelo

2 simona alle ore 01:38 del 20/09/2012

Cara collega Bruna, porto la testimonianza, il vissuto e l'esperienza di chi è dall'altra parte. Più di un anno fa una generosa collega più giovane, che ha uno studio di proprietà, mi ha consentito di utilizzare il suo spazio per vedere i miei pazienti; io utilizzavo la stanza di un poliambulatorio che affittavo a ore.

Mi sono introdotta nel suo spazio in punta di piedi, con discrezione e pudore, e oggi sento il suo spazio come lo spazio che permette a me di crescere professionalmente e, ancora, come lo spazio di cura dei miei pazienti.

Io utilizzo in questo periodo lo studio più della collega, semplicemente perchè sono più grande e ho più pazienti.

Entrambe siamo molto attente a lasciare in ordine, e trovare qualcosa che non è al posto consueto ogni tanto mi fa pensare che la collega ha lavorato, e bene!

Io amo lo studio della collega, non l'ho personalizzato per nulla ma amo ogni dettaglio che lei ha scelto. 

Quando necessario do una spolverata, svuoto il cestino, apro la finestra per fare cambiare l'aria, ho recentemente sostituito le batterie dell'orologio al muro non appena si è fermato, naturalmente, con libertà. 

Oggi sto collaborando a varie progettazioni al di fuori dello studio con la collega, che stimo infinitamente, non perchè mi lascia usare lo studio, ma professionalmente.

A lei, che sta conseguendo una specializzazione e che si sta formando con rigore, farò degli invii, che forse non le avrei fatto perchè senza questa importante condivisione avremmo potuto perderci di vista. 

Rispetto allo studio io sento gratitudine, e mi ritengo fortunata perchè circostanze lavorative ci hanno fatto incontrare e conoscere prima che lei avviasse lo studio.

S.

3 silvia alle ore 09:41 del 20/09/2012

Mi lascia perplessa la serie di argomenti a favore della condivisione. Viene sempre chiarito che non si tratta di una forzatura, ammettendo implicitamente che è materia sensibile e che può logicamente urtare anche il condivisore dello spazio. Tuttavia non trovo che sia un valore in sè il partaging dello studio; se incontra delle resistenze deve esser fatta chiarezza sui motivi, anche per organizzarsi meglio, per creare un 'nido' utile anche per i clienti e non una convivenza fatta di difficoltà sottaciute. Questo problema era molto sentito nell'Est. Si era formata una convenzione tacita proprio per sciogliere la difficoltà di 'darsi di gomito' quotidianamente - e distingueva anche il grado di consapevolezza e competenza professionale il saper risolvere il busillis.

4 Gabriella alle ore 09:46 del 20/09/2012

Ciao,

io ho una lunga esperienza di condivisione che vi racconto sperando che sia utile a chi legge e al contempo sperando di ricevere da voi qualche spunto di riflessione ulteriore.

Inizialmente ho preso uno studio tutto mio, che ho arredato a mio gusto, dopo qualche anno le circostanze mi hanno portato a condividerlo con una collega con la quale non ho avvertito alcuna difficoltà. Quando lei è andata via - per prendersi uno studio tutto suo - ho ricevuto la richiesta di condivisione da parte di un'altra collega. Benchè sotto il profilo finanziario sarebbe stata una soluzione ottima, qualcosa dentro di me faceva resistenza.
Ci ho pensato su, e mi sono resa conto di vivere delle fantasie persecutorie nei confronti di questa persona, temevo mi potesse sciupare le cose o lasciare "energie" negative... cose francamente assurde che avrebbero potuto essere risolte in modo razionale. Non ho accettato la condivisione.

Anni dopo, le circostanze mi hanno fatto reincontrare la prima collega con cui avevo condiviso. Abbiamo deciso di prendere nuovamente uno studio in condivisione, con il buon ricordo della prima esperienza, ma questa volta lo abbiamo arredato assieme, acquistando ciascuna alcuni pezzi all'interno di una visione comune del risultato complessivo.
Abbiamo lavorato bene per diversi anni, condividendo non solo gli spazi ma anche la soluzione di piccoli/grandi problemi relativi alla gestione, poi, di nuovo, lei ha optato per uno studio tutto suo.
La divisione è stata per me dolorosa: ho dovuto acquistare gli arredi che lei avrebbe portato via per completare l'arredamento, e dopo poco ho deciso di lasciare quella stanza.

5 Gabriella alle ore 09:47 del 20/09/2012

(continua) Attualmente ho trovato ospitalità nello studio di una terza collega, arredato da lei. Non mi sento nè bene nè male, non è "casa" mia ma non mi dà disagio, non lascio nulla in deposito e mi porto avanti e indietro il materiale che mi serve di volta in volta.
Avrei la possibilità di trovare un'altro spazio in condivisione oppure di prendere uno studio solo per me, ma al momento attuale mi sento bloccata in un impasse dalla quale non riesco a uscire.

Un'idea che mi sono fatta in base alla mia esperienza, è che la persona con cui si condivide non è affatto indifferente, la devi vedere come per qualsiasi altra relazione significativa: con qualcuno stai bene con qualcun'altro no, qualcuno lo "sposeresti" e qualcun altro lo frequenti meno possibile.
Cara Bruna, secondo me non è solo questione di tempo o di denaro (e neanche di credenze socialmente accettabili), le persone non sono intercambiabili e condividere il proprio territorio - e quanto privata è la stanza di analisi! - tocca cose molto più profonde e personali; cerca di capire quanto di tuo c'è in questo fastidio (che non è una fisima) e rivaluta il tutto. Sorridente

6 MARA alle ore 10:11 del 20/09/2012

Carissima,

benvenuta nel mondo sociale. Ma tu hai sempre vissuto da sola, hai sempre lavorato da sola? Non ti sei mai dovuta adattare?

Consiglierei un'esperienza di volontariato in Africa Nera...magari ti passano certe forme paranoidi.

Con i problemi seri della vita di ogni giorno in quest'Europa in crisi, davvero è questo il tuo unico problema? Spero tu stia operando uno spostamento. Forse sarebbe opportuno un pò di analisi. Perdona la durezza, ma mi è sembrato di leggere il diario della Principessa sul Pisello.

7 angelo alle ore 11:58 del 20/09/2012

all'interno della ns comune discussione, che poi tra l'altro risulta anch'essa una "condivisione" si scorgono diverse modalita' intro ed estroversive. Alcuni di noi risultano essere introvertivi, pertanto poco hanno a che dividere con altri, mentre la restante parte risulta estroversiva o perlomeno bisognosa di vivere in relazione ad altre persone. Il punto d'incontro e' l'adattamento alle situazioni alle persone al quotidiano, alla realta'.

Non riuscire a "condividere" e rispettare l'altro come  "diverso da noi" non e' una modalita' di cui vergognarsi, vincere questo scoglio e' diventare  oblativi, maturi pronti a vivere la vita con coraggio. soprattutto quando si svolge un'attivita' la cui missione e' riequilibrare la "noo e la  timo" psiche dell'uomo.

buon lavoro a tutti.Sorridente

angelo

8 silvia alle ore 12:27 del 20/09/2012

Mi sembra un problema dei più seri quello della convivenza - e non la convivenza sociale dei programmi di facciata, da bell'articolo di giornale, ma la serie di microspine, di aggressività negate

ed esplicitate, che è nel vissuto di ognuno e che, mi pare ovvio, determina anche scelte considerate più elevate, più sociali, più politiche. Il senso stesso del lavoro psicologico, direi. Trovo che lo sforzo globale per capire perché un bicchiere è stato spostato, abbia ancora un senso - anche collettivo...ma che appiccicoso questo aggettivo!- aImbarazzatonche sociale.

Tutta la mia solidarietà a Bruna, che ha osato indirettamente descrivere, dire che non c'è solo amore e collaborazione nel cuore dellì'uomo, ma anche qualche conflitto da capir.   

9 Sonia alle ore 16:23 del 20/09/2012

Cara Bruna, ti capisco. La condivisione del proprio spazio fisico di lavoro porta con sè la condivisione di spazio anche mentale e emotivo. In tutte le relazione, anche le più affiatate, si scoprono col tempo aspetti che precedentmente erano imprevedibili, ritengo così molto importante nell'entrare in contatto con chi offre il proprio spazio (quindi la sua intimità), delicatezza e attenzione, e quando le relazione è avviata mantenere la comunicazione aperta, soprattutto tra colleghi. E qualche volta, quando il collega, dal nostro punto di vista, 'eccede', parlare chiaro e direttamente. Buon lavoro a tutti Sonia  

10 silviag alle ore 20:32 del 20/09/2012

Certo. Ma è anche vero che apre gli occhi sulla minor indipendenza possibile ora...

11 Daniela alle ore 21:16 del 20/09/2012

Cao Bruna. Lo studio è il tuo, le difficoltà che senti le senti tu. Quello che ti potrei dire io rispetto a questa questione non ti servirebbe a nulla. Credo invece che sia un'occasione eccezionalmente favorevole per andare a "curiosare"dentro di te su dove nasce questa tua difficoltà, che sembra un "a priori", che non dipende dalle caratteristiche comportamento specifici della collega.

Cosa rappresenta per te il tuo "studio"?

Cosa significa per te "condividere"? Che effetti ti provoca questa parola nel corpo e nelle sensazioni?

Auguri per la tua avventura con te stessa.

ciao

Daniela

12 silviagoi alle ore 09:06 del 21/09/2012

E poi ho pensato: chi ha detto che tutti gli psicologi debbano essere degli imprenditori con sterminate sale d'aspetto dotate di piscina? Il fatto che prevalga un modello diverso può anzi

incuriosire l'utenza, da sempre interessata a chi condivide i problemi di altri. Anche l'immagine di compattezza e sicurezza somme pare tramontata...figuriamoci il monostudio in barocchetto imperiale...anche il divano di Freud, in fondo, era uno sgangherato divanaccio con copertona orientale...

13 Bruna alle ore 01:00 del 22/09/2012

Cara Bruna ti comprendo benissimo, non è facile condividere i propri spazi, a me accadde anni fa, misi a disposizione di una nuova collega degli spazi nella stanza, purtroppo però ella la  lasciava in disordine, e io le chiesi gentilmente di rimettere a posto l'orologio che mi serviva per regolarmi sull'orario della seduta, che trovavo sempre spostato. Dopo alcuni mesi o un anno che era andata via, seppi da alcuni colleghi che si era lamentata al contrario, per il mio ordine e la mia precisione.... Dall'anno scorso mi sono dovuta spostare nella stanza di un'altra collega dello stesso studio, già completamente ammobiliata da lei, piena zeppa di oggetti e oggettini dappertutto specie sulla scrivania (a mo' di barriera tra il terapeuta e il paziente), di quadri appesi alla parete dagli stili più disperati. La collega non ha tolto niente per concedermi un po' di spazio, nonostante io abbia provato delicatamente a chiedere di poter mettere anche qualcosa di mio. Per ora ho potuto mettere solo un orologio da tavolo, il porta biglietti da visita e un quadruccio, niente altro. Da un mese ha spostato tutto il mobilio senza chiedermi un parere in merito (e anche per me il setting è molto importante) e un armadio mio con i giochi per i bambini si trova nel corridoio, da quando sono lì, perché altererebbe lo stile della stanza.... Ti consiglierei quindi di essere ospitale con la tua collega, perché è bruttissimo non trovare uno spazio in cui trovarsi a proprio agio e che non ti rispecchia, accordatevi sulle necessità e i gusti personali di entrambe.

14 Bruna alle ore 01:03 del 22/09/2012

Sarà un lapsus freudiano ma volevo scrivere dagli stili più disparati.... Risatona

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