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L'ADHD descritto nel DSM "non esiste"

USA. Un Neurologo statunitense afferma che non esista come condizione in sé, ma come complesso di sintomi

A cura di: Redazione

Secondo recenti stime dei Centers for Disease Control and Prevention (*), 6.400.000 bambini americani fra i 4 e i 17 anni hanno ricevuto una diagnosi di ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder).
I membri dell'American Medical Association ritengono che la prevalenza del disturbo sia sovrastimata (*), alcuni esperti che i dati sull'ADHD mancherebbero di rigore scientifico; certo è che negli Stati Uniti d'America le diagnosi sono in aumento - anche fra la popolazione adulta - e il consumo di farmaci per ADHD (*), fra il 2008 e il 2012 è cresciuto del 35,5% (*).

Di fronte a quella che comunque sembra una "Epidemia globale di Deficit di attenzione e iperattività", un Neurologo comportamentale americano ha catalizzato l'attenzione mediatica con il suo «rivoluzionario e controverso libro» che mette in discussione l'esistenza stessa del Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (*).

Il libro, uscito per la Harper Collins, si intitola "ADHD does not exist": l'ADHD non esiste.
L'autore, Richard Saul (*), ha tenuto a specificare che non nega la consistenza dei sintomi, quanto piuttosto l'esistenza del disturbo così «come attualmente definito dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) e come inteso nell'immaginario collettivo» (*).

Del resto, osserva il Neurologo, la definizione diagnostica di ADHD è rimasta sostanzialmente invariata sin dalla sua introduzione nel 1980, quando l'American Psychiatric Association (APA) pubblicò le linee guida per la diagnosi nei bambini.
Nel frattempo «la prevalenza nella popolazione è salita alle stelle» (*).
Dopo 50 anni di carriera e migliaia di casi trattati, è giunto a pensare che si tratti piuttosto di un cluster di sintomi che possono derivare da oltre 20 diversi disturbi e condizioni, che possono produrre sintomi simili, ma richiedono un trattamento specifico.

I bambini in particolare potrebbero apparire distratti e iperattivi per diversi motivi: noia, stanchezza, sonnolenza; a causa di condizioni come Disturbi del sonno, difficoltà di apprendimento e problemi di salute non diagnosticati, come deficit della vista, dell'udito, anemia e carenza di ferro, fino a disturbi più gravi come Disturbo Bipolare e Depressione.
Richard Saul invita dunque a un approccio "più onesto" alla comprensione e al trattamento di questa complessa condizione e, soprattutto, alla cautela rispetto alla diagnosi e alla prescrizione di farmaci.

In merito ai criteri diagnostici, sottolinea l'importanza della diagnosi differenziale e, manifesta chiara preoccupazione in merito a quelli stabiliti dal DSM.
«La quinta edizione richiede di manifestare solamente da uno a cinque dei 18 possibili sintomi per avere i requisiti di una diagnosi di ADHD. Se non avete visto la lista andate a verificare adesso. Probabilmente vi preoccuperete» (*).

In merito ai farmaci somministrati per ADHD - per lo più stimolanti - negli Stati Uniti si è registrato un incremento notevole, soprattutto del Ritalin: nel 2005 si contavano quasi 11.000 "piccoli consumatori", nel 2012 sono diventati oltre 56.000 (*).
L'aumento di tale consumo porta inevitabilmente a riflettere su conseguenze, effetti collaterali e possibili complicazioni.

Gli stimolanti infatti «possono attenuare gravi sintomi caratteristici come disattenzione e iperattività, ma possono anche comportare rischi come deprivazione di sonno, mancanza di appetito e, più raramente, dipendenza e allucinazioni» (*); possono interagire con altri farmaci o condizioni, aumentare il rischio di altre patologie psichiatriche e, in alto dosaggio, causare convulsioni (*).

Richard Saul invita alla prudenza anche genitori ed insegnanti (nel rapportarsi ai Medici, n.d.r.), perché da una diagnosi non approfondita si giunge inevitabilmente al farmaco, correndo il rischio di non individuare il giusto trattamento.
«In molti casi il disturbo richiede un trattamento, ma non deve essere uno stimolante (...). Sono convinto che solo una piccola percentuale abbia bisogno di stimolanti» (*).

Dopo decenni di progressi nel campo delle neuroscienze, secondo Saul è giunto il momento di «riconsiderare la nostra conoscenza di questa condizione, per offrire prestazioni diagnostiche più approfondite e aiutare le persone a ottenere il trattamento opportuno per il Deficit di Attenzione e Iperattività» (*).

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Commenti: 2
1
rossella - ore 12:52 del 17 Maggio 2014
Sono d'accordo con l'autore R.Saul. L'ADHD è sovrastimato. Le cause sono da ricercare nel rapporto del figlio con i genitori e all'interno della famiglia, per cui la giusta terapia non è quella farmacologica ma psicoterapeutica. Purtroppo si tende a medicalizzare ogni sintomo psicologico, ma la mente non è il cervello!

2
daniela - ore 19:15 del 09 Giugno 2014
Sono d'accordo anch'io, l'ADHD come diagnosi nasconde spesso molte altre situazioni, compresa la disattenzione della famiglia

I commenti sono stati chiusi.
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L'articolo «L'ADHD descritto nel DSM "non esiste"» è stato pubblicato nel N° 106 della Newsletter.

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