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Caso Tutela Minori: spazio neutro, fattore di recupero della genitorialità

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Caso Tutela Minori: spazio neutro, fattore di recupero della genitorialità
Un'esperienza professionale di gestione di un incontro protetto tra madre e figlie

L'articolo "Caso Tutela Minori: spazio neutro, fattore di recupero della genitorialità" parla di:

  • Affido eterofamiliare: valutazione delle capacità genitoriali
  • Evoluzione degli incontri protetti: il clima, i ruoli, gli affetti
  • Emersione delle dinamiche familiari e riflessioni professionali
Psico-Pratika:
Numero 117 Anno 2015

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Articolo: 'Caso Tutela Minori: spazio neutro, fattore di recupero della genitorialità
Un'esperienza professionale di gestione di un incontro protetto tra madre e figlie'

A cura di: Francesca Emili Autore HT
    INDICE: Caso Tutela Minori: spazio neutro, fattore di recupero della genitorialità
  • Introduzione
  • Presentazione caso
  • L'avvio del Servizio
  • Evoluzione
  • Riflessioni professionali
  • Conclusioni
  • Altre letture su HT
Introduzione

In questo testo presenterò una mia esperienza professionale nella gestione di un incontro protetto.

Ho seguito questo caso nel ruolo di Psicologa all'interno di una Fondazione che si occupava di tutela dei minori e di prevenzione dell'abuso.

I miei compiti erano di seguire la situazione di due bambine, in affido eterofamiliare, all'interno della stanza in cui si svolgevano gli incontri con la madre, e di valutare le competenze genitoriali prima e facilitare gli incontri poi.

Presentazione caso

Qualche settimana prima dell'attivazione degli incontri protetti, le bambine di 7 e 9 anni erano state affidate a una famiglia, mentre la madre era ospite di una comunità di recupero.
La signora, ragazza madre proveniente dal sud Italia, aveva cresciuto da sola le due figlie fino all'anno precedente, ma a seguito di una segnalazione della scuola, madre e figlie erano state inserite in una comunità madre-bambino.

La scuola aveva segnalato che le bambine (in prima e terza elementare) erano molto trascurate, non venivano seguite nei compiti ed erano spesso assenti ingiustificate.
A volte la madre era stata vista fuori scuola con un abbigliamento inadeguato e alterata, probabilmente dall'alcool.
Dopo la segnalazione della scuola e le indagini dei Servizi sociali, il Tribunale aveva predisposto il loro inserimento in una comunità.

Per un anno la signora ha vissuto con le figlie, quasi sollevata e grata di essere finalmente "contenuta" e guidata nell'educazione delle bambine.
Aveva dimostrato agli operatori della comunità di essere molto affezionata a loro, ma di perdersi nella gestione delle attività più elementari, come ad esempio: vestirle adeguatamente, preparare i pasti, contattare il Dottore in caso di necessità...

A seguito dell'osservazione della comunità, i Servizi avevano predisposto un affidamento eterofamiliare e l'inserimento della signora in una comunità di recupero che potesse aiutarla nell'affrontare il suo problema di dipendenza dall'alcool, ancora presente.
La signora si era dichiarata d'accordo con qualsiasi decisione del Tribunale o dei Servizi che potesse far stare meglio le figlie.

L'avvio del Servizio
Caso Tutela Minori: spazio neutro, fattore di recupero della genitorialità

Gli incontri protetti si sono svolti nell'arco di un anno, nei primi mesi con cadenza quindicinale, poi mensile, visto che le bambine abitavano comunque in un'altra regione e frequentavano la scuola e altre attività pomeridiane.

Nei primi incontri mi era stato chiesto di valutare le capacità genitoriali della signora (capacità di cura, di differenziarsi dalle figlie, etc.) e anche per questo, come di prassi, erano stati videoregistrati in una stanza con lo specchio unidirezionale.
Dopo questa mia prima valutazione, gli incontri si sono svolti, sempre alla mia presenza, in un'altra stanza, più ampia e più attrezzata per il gioco.

Al primo incontro le bambine, prima di incontrare la madre, erano state accompagnate al nostro Servizio dai genitori affidatari e dalla loro assistente sociale.
Ho mostrato loro la stanza e spiegato le modalità degli incontri con la madre presso lo Spazio Neutro.

A ogni incontro le bambine venivano lasciate dagli affidatari nella sala d'attesa, mentre la madre le aspettava nella stanza. Questo permetteva a madre e affidatari di non incontrarsi, evitando così che venisse a crearsi una situazione di imbarazzo per tutti e alle bambine di essere "aspettate" dalla madre.

Ogni incontro, della durata di un'ora, vedeva me come figura marginale in quanto non era necessario favorire una relazione, che la signora era in grado di gestire da sola, e madre e bambine impegnate soprattutto a parlare e a raccontarsi quello che era successo.
Solo raramente tutte e tre hanno sfruttato il tempo per giocare tra loro.

Evoluzione

Riporto una parte del verbale del primissimo incontro per rendere l'idea del "clima" che si respirava.

"All'arrivo della madre le bambine le saltano al collo, baciandola e abbracciandola.
Iniziano a piangere, ma la mamma dice loro che devono essere forti.
Le bambine fanno i complimenti alla madre per il vestito, e la signora inizia a tirare fuori dalle borse i regali che ha comprato durante la settimana di vacanza con la comunità.

La primogenita parla inizialmente a bassa voce per non farsi sentire dall'operatrice, ma la mamma le risponde normalmente e la bambina smette di bisbigliare.
La signora sottolinea come abbia speso gli stessi soldi per i vestiti che ha preso per le figlie, anche se i vestiti sono pensati in base ai diversi gusti delle bambine.

Su richiesta delle figlie racconta della vacanza e delle persone che le bambine conoscono, dice che comunque non si sono divertiti come l'anno scorso quando c'erano anche loro.
La mamma dice che dovrà andare via presto dalla comunità e che quindi deve svuotare la stanza e ha portato molte cose.

Chiede cosa fanno durante il giorno, cosa mangiano e come si trovano, e le bambine raccontano dei cani, dei gatti e delle galline, delle cene fuori e delle grigliate del padre affidatario.
La bambina più piccola chiede alla madre quando finirà l'affidamento e la signora risponde che non lo sa.

La figlia chiede se verranno adottate, la signora non risponde, ma la grande spiega alla sorella che loro non saranno adottate come quella bambina che conoscono, perché loro una mamma ce l'hanno. La primogenita ricorda alla mamma le date dei prossimi incontri, ricordandole anche il suo compleanno. Trascorrono il tempo prevalentemente parlando, raccontandosi a vicenda quello che hanno fatto e facendo domande sulla vita quotidiana.

Le bambine si lamentano di alcune regole della famiglia affidataria, che si discostano dall'educazione finora ricevuta (non possono avere dei soldi da spendere autonomamente, orari da rispettare...), ma la signora non raccoglie le provocazioni e risponde sempre che devono ascoltare gli adulti.

Al momento di salutarsi si commuovono tutte e tre, ma la mamma le abbraccia e con gli occhi lucidi dice: «Dobbiamo essere forti e ce la faremo».
All'arrivo degli affidatari, dieci minuti dopo, raccontano cosa ha portato la mamma e escono serene parlando della serata che avrebbero trascorso".

Il clima del primo incontro, sereno e affettuoso, si è mantenuto per tutta la durata del mio intervento.

È sempre stato evidente il legame che le univa e la funzione della figlia grande: "strutturante" nei confronti della madre (che le ha chiesto come doveva fare per restituire un libro alla scuola e le chiedeva di ricordarle nomi o episodi passati); "genitoriale" nei confronti della sorella, che veniva invece trattata da "piccola" da entrambe.

La signora si è dimostrata adeguata fin dall'inizio, mantenendo sempre un atteggiamento positivo nei riguardi della famiglia affidataria e interessandosi alla vita delle figlie.
Le bambine hanno in questo modo potuto dire alla madre, nel corso degli incontri, di trovarsi bene con la nuova famiglia, ma anche di avere una grande nostalgia.

Il legame affettivo non è mai stato messo in discussione, ma tutte hanno sempre potuto esprimere i loro sentimenti. La signora ha ammesso i propri limiti e le bambine l'hanno sempre accettata per quello che era, comunque contente di poter avere una serie di opportunità con la nuova famiglia (la casa in campagna e gli animali, gli scout e un corso di teatro, le nuove amicizie e relazioni sociali...).

Al termine degli incontri, ossia a distanza di un anno, la signora era riuscita a trovare un lavoro stabile e un piccolo appartamento in autonomia e, forse alleggerita dalla responsabilità delle figlie, era riuscita ad affrontare alcuni problemi personali e riusciva a gestire il suo rapporto con l'alcool. Veniva sempre seguita dal SerD (Servizi per le Dipendenze) al quale si rivolgeva volentieri, come a una figura genitoriale.

Gli incontri protetti erano quindi terminati, adesso alla signora veniva solo richiesto di voler bene alle sue figlie e questo riusciva a farlo spontaneamente e con naturalezza.
Le bambine si sentivano amate e alleggerite dalla responsabilità della madre, finalmente potevano occuparsi di cose adeguate alla loro età, sapendo che altri adulti si occupavano della salute e della vita della signora.

I Servizi hanno stabilito che la signora poteva incontrare le figlie in autonomia e passare con loro una giornata intera senza dover essere affiancata da un operatore.

L'affidamento eterofamiliare è stato confermato sine die (ossia in maniera indeterminata).
Nell'ultimo incontro è apparso evidente come le bambine abbiano modificato la loro relazione con la madre, non svolgendo più un ruolo genitoriale ma permettendosi di essere bambine, anche più capricciose di prima e, se vogliamo, più superficiali ma finalmente con un atteggiamento adeguato alla loro età.

La signora percepisce benissimo il cambiamento nei loro rapporti, sente che i suoi limiti vengono come sottolineati dalle capacità della nuova famiglia, ma è anche sicura dell'affetto che lega tutte e tre e sa accettare la sua nuova posizione. Si dimostra comunque sempre contenta con loro per le nuove esperienze e felice che le figlie abbiano potuto avere opportunità che lei non ha avuto e non sarebbe mai riuscita a offrire.

Riflessioni professionali

Questa situazione - non era la prima che seguivo all'interno del Servizio e non è stata l'ultima - mi ha colpito molto, sia per l'esito felice (né scontato né tanto frequente) sia dal punto di vista umano.

Inizialmente era stato stabilito che il mio ruolo fosse quello di supervisionare gli incontri per tutelare le bambine da interventi fuori luogo della madre, viste le sue poche risorse forse anche cognitive.
In realtà poi mi sono trovata ad assistere a incontri pieni di affetto e con il chiaro obiettivo della signora rivolto al benessere delle bambine.

Mi sono quindi lentamente fatta da parte, lasciandomi coinvolgere nella misura in cui qualcuna di loro mi coinvolgeva, ma diventando sempre di più "una parte dell'arredamento" della stanza, se vogliamo.

Nelle mie relazioni e nei verbali della seconda parte dell'anno ho sottolineato come secondo me la mia figura fosse superflua, ma i Servizi hanno sempre avuto il sospetto che la signora si comportasse così bene solo perché io ero presente.

In realtà, secondo la mia esperienza, anche negli incontri che vengono costantemente videoregistrati, la presenza dell'operatore viene quasi dimenticata e anche le registrazioni non influenzano il comportamento degli utenti.

Se con le parole è possibile controllare quello che si dice, la mia esperienza mi ha fatto vedere come la prossemica e il non verbale parlino in modo molto più spontaneo e siano difficilmente controllabili per un periodo così lungo (intendo sia all'interno del singolo incontro di un'ora sia nel corso dei vari incontri).

Mi sono capitate situazioni in cui, malgrado un genitore dicesse sempre le cose giuste, i suoi modi, la mimica facciale esprimevano ben altro e avevano un forte impatto sui figli.
In questo caso io ho sempre visto una signora che voleva bene alle sue figlie e seguiva le indicazioni di chi riteneva più competente di lei per il bene delle bambine.

Rivedendo questa situazione a distanza di tempo, forse avrei maggiormente lavorato con la signora sul rafforzare la sua autostima e la consapevolezza che, malgrado la sua situazione difficile, era riuscita a fare le scelte giuste e offrire alle figlie il meglio possibile.
Ma forse questo non era il mio compito e spero che il Servizio o il SerD abbiano saputo valorizzare quello che di buono la signora aveva trasmesso alle figlie, compresa la sua capacità di essere affettuosa ed empatica.

Conclusioni

Gli incontri protetti sono sempre stati per me ricchi di insegnamenti umani e professionali. Credo siano uno spazio privilegiato per l'operatore per far parte e osservare delle dinamiche familiari altrimenti non osservabili in altri modi.

Ben diverso è il lavoro che si può fare in studio e a mio avviso più povero: spesso si parla solo con alcuni componenti di una famiglia.
Anche se si incontra la famiglia, non la si osserva relazionarsi in un contesto più libero, ma si "parla" con loro di alcune questioni.

Questo a mio avviso offre una visione parziale (per quanto sia sempre "parziale" anche nel contesto dell'incontro protetto) e artefatta della situazione.

Mi dispiace prima di tutto di non avere più l'opportunità di mettermi in gioco in questa situazione (purtroppo ora il Servizio per il quale lavoravo non esiste più e non credo ci sarà ancora modo di lavorare con quelle modalità) e mi dispiace di come questo spazio venga sottovalutato, ridotto al mero "controllo" della situazione, senza che venga colta l'opportunità di una maggiore riflessione per i genitori.

Spesso, in altri contesti, viene gestito da persone impreparate e improvvisate, come se bastasse essere "presenti" perché sia garantita la tutela dei minori e questo, oltre a non portare un qualsiasi sviluppo delle situazioni, spesso incancrenisce dinamiche patologiche o inadeguate.

Quello che ho imparato nel periodo in cui mi sono occupata di incontri protetti mi ha permesso poi in studio, lavorando con i genitori soprattutto in situazioni di separazione e divorzio, di fare riflessioni sul loro modo di "stare insieme" e su come loro si sentono più o meno competenti rispetto alla relazione con i figli.

L'attenzione che nello spazio neutro dovevo mettere nello "scovare" le risorse, anche in quelle situazioni in cui pareva che di risorse proprio non ce ne fossero, mi ha fatto prendere l'abitudine di pensare che qualcosa di buono seppur minimo c'è sempre: qualcosa che può essere salvato e recuperato.

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