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Lacan, Super-Io e senso di colpa

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Una lettura del testo Kant con Sade di Jacques Lacan
'Super-Io, fantasma e senso di colpa'

scritto da:

Dott. Fabio Tognassi

- Psicologo

Parla di:
- Analisi comparativa tra Kant e Sade
- Lacan e il paradigma del fantasma
- Super-Io, Altro e Godimento

articolo tratto da psico-pratika - Guarda tutti gli articoli

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Super-Io, fantasma e senso di colpa

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Super-Io, fantasma e senso di colpa
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SUPER-IO, FANTASMA E SENSO DI COLPA


Kant con Sade (1) e' uno scritto del 1963, all'interno del quale Lacan costruisce il suo paradigma del fantasma.

Lo psicoanalista francese prende le mosse dalla lettura del materiale letterario e filosofico, diversamente da quanto aveva fatto Freud (2).

Lacan aveva proposto questo testo come introduzione all'edizione integrale delle opere di Sade che stava per essere pubblicata a quel tempo; ma lo scritto venne rifiutato dall'editore e, come ricorda Jacques Alain Miller (3), Lacan riusci' a pubblicarlo, soltanto dopo un ulteriore rifiuto ottenuto da un'altra casa editrice, grazie all'aiuto del cognato, direttore in quel momento della rivista fondata da Georges Bataille.

Possiamo suddividere il testo in tre parti: una prima analisi comparativa tra Kant e Sade; una messa in schema del fantasma cosi' come emerge nell'opera di Sade; ed infine la differenza tra questa e lo schema del fantasma del Marchese De Sade scrittore, dunque il fantasma nella vita reale di Sade.

Nella prima parte Lacan rilegge l'opera sadiana, in particolare La filosofia nel boudoir (4).
Questo testo fu scritto dal Marchese De Sade otto anni dopo la Critica della ragion pratica (5) kantiana.

Il boudoir sadiano viene paragonato da Lacan all'Accademia, alla Stoa, al Liceo, ai luoghi dell'insegnamento in cui l'individuo incontra i suoi maestri di vita; tali sono i personaggi presenti nel testo sadiano: maestri che insegnano alle allieve le buone pratiche... del godimento.
Il testo non si esaurisce tuttavia nella messa in forma del fantasma sadiano.
In esso vi si ritrova anche un insegnamento sulle condizioni di esistenza della psicoanalisi stessa e sull'etica su cui si fonda.

Per Lacan, in fondo, l'oggetto su cui opera la psicoanalisi viene messo in luce in primo luogo da Kant in una forma, potremmo dire, negativa, per poi essere rivelato positivamente da Sade, nelle cui opere emerge la verita' nascosta nel testo kantiano.

Secondo Lacan, lungo tutta la Critica dedicata alla ragione pratica, si avverte la presenza negativa, la presenza mancante di un oggetto che si sottrae al discorso, che resta nascosto.
Sara' quest'oggetto che, con Sade, potra' essere riportato in superficie.

La Critica della ragion pratica e' il testo in cui viene sviluppata l'etica kantiana.
Quest'etica potrebbe essere definita come un'etica senza oggetto.
Proprio come nell'altra Critica (6), l'intento di Kant e' quello di reperire, nell'universo della sola Ragione, dei principi universali di funzionamento del pensiero che non dipendano dalla contingenza dell'incontro con il particolare mutevole della realta'.

Questo intento lo aveva condotto a delineare quei campi di conoscenza, definiti "sintetici a priori", nei quali la conoscenza non viene ad essere marcata dal carattere contingente dell'incontro con il dato percettivo; il "giudizio sintetico a priori" di cui parla Kant e' costituito da una formulazione sintetica - che accresce qualitativamente la conoscenza - pur non dipendendo dall'esperienza sensibile.

Per Kant il paradigma di questo tipo di giudizi e' fornito dalla matematica.
Nel suo celebre esempio, 7+5=12, cio' che conta e' proprio il carattere indipendente dei numeri 7 e 5 rispetto alla loro risultante 12 nella somma.
In altri termini, l'operazione 7+5=12 non sarebbe un giudizio tautologico.

Nella Critica della ragion pratica il ragionamento messo in atto da Kant e' del tutto analogo, dal momento che il suo obiettivo e' reperire quella dimensione "trascendentale", ovvero a priori dell'esperienza, in grado di far discendere l'agire umano dalle leggi universali della Ragione.
Si tratta, dunque, del tentativo di fondare la condotta umana non sull'adeguamento mutevole del comportamento alle differenti situazioni contingenti, bensi' su di un'etica universale, valida per tutti, a prescindere dall'esperienza.
In questo senso il giudizio morale parrebbe essere un giudizio "senza oggetto".

Per utilizzare i termini kantiani, nessuna "intuizione" - nessun giudizio puramente percettivo - puo' offrire alla Ragione Pratica un oggetto fenomenico su cui fondarsi.

Costruire un'etica edificata sul terreno della Ragione pura significa costruire un etica "razionale", a scapito di un' "etica del ragionevole", come precisa Lacan.
Il ragionevole ha a che vedere con il buon senso e dunque, ancora una volta, con le differenti prospettive contingenti da cui l'individuo guarda la realta'.
Il ribaltamento teorico compiuto da Lacan ha lo scopo di mostrare l'altra faccia dell'etica kantiana, la quale non sarebbe affatto un'etica senza oggetto; si tratta di un'illusione, di un gioco di prestigio, il cui trucco viene rivelato da Sade.

La formulazione kantiana giunge a porre come legge fondamentale della ragione pura pratica un imperativo categorico cosi' formulato:

"Agisci in modo che la massima della tua volonta' possa valere sempre, al tempo stesso, come principio di una legislazione universale" (7).

L'altra faccia di una massima senza oggetto, fondata sull'autoriferimento, e' quella di una legge incondizionata.
La ragione trova in se stessa la legge del proprio agire, senza alcun riferimento esterno, contingente, che ne delimiti il campo d'azione.
La felicita', valore fondamentale dell'etica classica, non puo' essere per Kant il punto di mira, ne' la causa dell'agire morale, dal momento che non porta con se' alcun carattere di necessita' e universalita'.
La felicita' e' propria a ciascuno.

Il celebre esempio fornito da Kant e' il seguente.
Prendiamo il caso di un uomo che affermi di avere un'inclinazione lussuriosa irrefrenabile; gli venga offerta la situazione propizia per assecondarle tale impulso, ad una condizione: dopo la consumazione del suo godimento ad attenderlo vi sara' il patibolo.
Per Kant non e' difficile immaginare che costui rinuncera' sicuramente al suo intento.

Supponiamo ora di domandargli cosa farebbe se, sotto le minacce di morte di un principe, fosse spinto a dare falsa testimonianza contro un uomo innocente.
Ecco una situazione in cui, secondo Kant, entrerebbe in funzione la Legge morale, insieme alla liberta' autonoma che essa porta con se'.
Leggendo l'articolazione kantiana attraverso le lenti dell'edificio teorico freudiano, Lacan precisa come la massima kantiana non si sia fondata sul principio del piacere, su "la legge di quel bene che e' il wohl, diciamo il ben-essere" (8), dal momento che quest'ultimo non puo' che scaturire da sensazioni momentanee e contingenti.

Nella Critica di Kant, in cui, insinua Lacan, si esprime dell'erotismo, abbiamo a che fare piuttosto con uno star bene nel male: "Nessun fenomeno puo' arrogarsi un rapporto costante col piacere. Dunque, di un tale bene non puo' essere enunciata alcuna legge che definisca come volonta' il soggetto che l'introducesse nella sua pratica" (9).

In altri termini, non si da' imperativo categorico, ovvero incondizionato, a partire dal principio del piacere.
Ne consegue che il bene introdotto da Kant non e' paragonabile al piacere, al godimento nei limiti del buon senso.
Si tratta piuttosto del Bene con la B maiuscola, proprio nella misura in cui si differenzia categoricamente da "ogni oggetto che gli impone la propria condizione, perche' si oppone a qualsiasi di quei beni incerti che tali oggetti potrebbero apportare, in un'equivalenza di principio, per imporsi come superiore per il suo valore universale" (10).

Ogni riferimento ad un oggetto particolare in grado di suscitare sentimento viene effettivamente definito da Kant come "patologico", generante pathos, implicazione emotiva particolare e contingente.

Questo Bene non agisce come contrappeso del piacere ma, precisa Lacan, come "antipeso"; opera cioe' attraverso la sottrazione di peso che produce nell'effetto di amor proprio.
Vale a dire: quanto piu' tradisce, si discosta dall'amor proprio, tanto piu' si avvicina per sottrazione al Bene supremo, al non-oggetto implicato nella massima.
In questo senso, il soggetto incontra una legge universale proprio nel momento in cui non ha davanti a se' alcun oggetto.

Per questi motivi abbiamo a che fare qui con una legge che si presenta come pura articolazione significante, una voce nella coscienza che esprime una volonta': "La volonta' si obbliga soltanto a respingere dalla sua pratica ogni ragione che non sia quella della sua stessa massima" (11).

Ecco perche' questa volonta' esprime una massima universale, che non vale in alcun caso se non vale in tutti i casi.
In cio' consiste l'erotismo kantiano, nell'exploit, nell'esaltazione e nella soddisfazione che emerge quando il soggetto si trova a confronto con la grandezza della massima della Ragione pura pratica.

Proprio a partire dalla constatazione di questa soddisfazione morale, Lacan finisce per torcere la massima kantiana, mostrandone il rovescio e paragonandola inaspettatamente con quella che suppone essere la massima sadiana e che enuncia in questi termini:

"Ho il diritto di godere del tuo corpo, puo' dirmi chiunque, e questo diritto lo esercitero', senza che nessun limite possa arrestarmi nel capriccio delle esazioni ch'io possa avere il gusto di appagare" (12).

Cio' che colpisce fin da subito e' la compatibilita' tra le due massime.
Abbiamo a che fare qui con il paradosso insito nella massima sadiana, la quale, pur essendo compatibile con quella kantiana, annienterebbe ogni forma di legame sociale qualora venisse applicata con rigore dalla Ragione.
Tuttavia, la regola del godimento implicata nella massima sadiana rispetta i vincoli imposti dalla massima kantiana, dal momento che si tratta di una formulazione senza oggetto e, pertanto, necessaria e sufficiente ad orientare il comportamento dell'individuo nella forma di una Volonta' universale.

Proseguendo nella dissezione concettuale della massima kantiana, Lacan afferma che in essa si realizza un meccanismo del tutto particolare, ovvero la scissione del soggetto dell'enunciazione dal soggetto dell'enunciato.
La massima non viene proferita da alcun luogo particolare, alla stregua di una formula matematica.
E tuttavia, in essa si cela un'enunciazione nascosta: "E' dall'Altro che il comandamento della massima ci rivolge la sua intimazione" (13).
La massima dice: "Agisci...".
Si tratta dunque dell'Altro che parla all'interno del soggetto.
Questa precisazione e' fondamentale per comprendere a fondo la logica del fantasma sadiano, del fantasma sadico, dal momento che l'individuo che lo incarna si colloca precisamente nel posto dell'Altro, e non in quello del soggetto, rappresentato piuttosto dalla persona della vittima.

Nell'imperativo sadiano e' dunque la liberta' dell'Altro, il suo diritto al godimento assoluto che viene rivendicato: "E' proprio l'Altro in quanto libero, e' la liberta' dell'Altro che il discorso del diritto al godimento pone come soggetto della sua enunciazione e non in fondo in modo differente dal Tu es che s'evoca dal fondo uccisore di ogni imperativo" (14).
Ovvero, laddove la massima indica il posto del Tu, la' dove si dice Tu es - tu sei -, ci si riferisce al posto dell'uccisore - Tues - (Tu) uccidi.

Non a caso l'unica esperienza emotiva con cui Kant arriva a connotare l'esperienza morale e' proprio il dolore.
Seguire la volonta' della Ragione non garantisce il piacere ma, nel perseguimento della sua rettitudine, lascia piuttosto intravvedere l'incontro con la sofferenza.

J.-A. Miller suggerisce che volere qualcosa al di la' del benessere e' una caratteristica in comune sia alla perversione che alla moralita'; in effetti, la moralita' implica, ad esempio, il sacrificio.
Si puo' morire per una causa invece di continuare tranquillamente a vivere.

Inizia dunque ad apparire sulla scena l'oggetto della massima, quel Bene che Kant e' costretto a ricondurre all'impensabile della Cosa-in-Se', al noumeno in quanto opposto al fenomeno.
Il noumeno non puo' essere colto a partire dall'esperienza sensibile, resta in se stesso inintellegibile.
Per questo motivo Lacan vede nel noumeno kantiano il Bene, la Cosa-in-Se', la Cosa, Das Ding, il Bene supremo, l'oggetto incandescente di godimento che risiede al centro dell'economia libidica, l'oggetto mira della pulsione di morte.
E' dal posto di Das Ding, dal posto dell'Altro Assoluto che viene emanata la massima.
E' l'Altro assoluto a rivestire i panni dell'agente del tormento nella massima sadiana e ad avere diritto di godere del soggetto.

In altri termini, la massima sadiana rivela come nella massima kantiana la voce dell'Altro che pronuncia la Legge morale sia un tutt'uno con la spinta alla Cosa.
Questo Altro assoluto non e' altro che un nome di Dio e, piu' precisamente, del godimento di Dio: la Legge-per-la-Legge in Kant e l'Essere-supremo-in-cattiveria, che Sade e' costretto ad ipotizzare come legislatore morale che pronuncia la massima.

E', in effetti, il godimento di Dio, il godimento in nome dell'Altro Assoluto, che la massima sadiana persegue.
Ad avere diritto di godere del corpo del soggetto e' sempre l'Altro.
Si tratta del diritto del Dio-Altro al godimento.
E' cio' che fara' dire a Lacan, in un'altra sede (15), che il perverso e', in fondo, un paladino della fede, dal momento che si mette al servizio dell'Altro non castrato, facendo di se stesso lo strumento del suo godimento e, in questo modo, assumendo agli occhi degli uomini la forma pietrificata, perfetta, immobile e completa del Dio: "Quando il godimento vi si pietrifica, esso diviene il nero feticcio in cui si riconosce la forma offerta tale e quale, a tempo e a luogo ed ancora ai giorni, perche' vi si adori il dio" (16).

Il sadico si fa statua per soddisfare il godimento del Padre.
Prima di Kant l'etica e' sempre stata fondata sul presupposto che vi fosse un ordine prestabilito tendenzialmente armonico in grado di accordare il piacere al Bene.
Il buon senso insegna che, quando si segue la regola del proprio bene, si ottiene anche il Bene, ad esempio il bene collettivo.
Si tratta dell'insegnamento classico greco-romano sull'etica.
L'etica dipende da una misura prestabilita, dev'essere inserito all'interno di precise coordinate simboliche.
L'etica trova le sue fondamenta nel discorso del padrone.

Da questo punto di vista, Kant e' un vero precursore di Freud per quanto concerne l'esplorazione di quel territorio sconosciuto, al di la' del principio del piacere, ovvero il regno della pulsione di morte.
Dunque, situarsi al di la' del piacere significa entrare di diritto nel campo del godimento.

Ma cosa ne e' del desiderio all'interno del fantasma sadico-perverso?
Lacan precisa che in questo caso il desiderio potrebbe essere definito come "volonta' di godimento".

Nella nevrosi il fantasma rende conto del piacere proprio del desiderio.
Non bisogna pero' confondere il desiderio con il soggetto, dato che il desiderio non e' reperibile in alcun significante, non essendo in alcun modo articolabile.
Questa precisazione e' essenziale per comprendere lo statuto del soggetto nel fantasma; piu' precisamente, nel fantasma il soggetto sparisce, svanisce, eclissato dal godimento che l'eccesso di piacere, cosi' come l'eccesso di dolore puo' ingenerare.

Lacan puo', a questo punto, offrire la definizione algebrica del fantasma: S ◊ a, dove ◊, la losanga, e' da intendere da un lato come "desiderio di", dall'altro come "non reciprocita' assoluta"; in altri termini, o l'uno o l'altro.
O e' in primo piano il soggetto del desiderio, mentre l'oggetto resta inafferrabile; o ad essere in primo piano e' l'oggetto di godimento, al cospetto del quale il soggetto del desiderio si eclissa, sparendo nella sua divisione.
Di seguito fa il suo ingresso nel testo lo schema del fantasma sadiano, in cui appaiono questi quattro termini: l'oggetto a, V (volonta' di godimento), ◊ ed S, il soggetto bruto del godimento e indiviso.

Lacan: Lo schema del fantasma sadiano

In basso abbiamo la formula del fantasma, ma al contrario, proprio perche' lo schema e' visto dalla prospettiva dell'Altro; il soggetto diviso si trova in basso a destra.
L'apparizione sulla scena dell'oggetto a, che per Lacan e' il rappresentante psichico di Das Ding, permetterebbe una nuova riformulazione della Critica kantiana, dal momento che darebbe un volto a quell'oggetto nascosto, rivelandone la dimensione di causa, instaurando "sul perno dell'impuro una nuova Critica della Ragione" (17).

L'oggetto a e' qui per Lacan il luogotenente dell'Oggetto Assoluto, la sua degradazione, come mostra chiaramente quella perversione che prende il nome di feticismo, in cui l'oggetto-causa e' la condizione necessaria per il dispiegamento del desiderio.

L'oggetto a, l'oggetto di godimento, e' dunque il motore del grafo, cio' che mobilita in ultima istanza la Volonta' kantiana, intesa da Lacan, grazie a Sade, come Volonta' di godimento.
E' questo il modo con cui Lacan utilizza Sade come strumento per carpire la verita' kantiana.

Questa Volonta' di godimento ha di mira la produzione di S, punta alla divisione del soggetto.
Il perverso mira a far emergere la divisione sul lato del soggetto, ma al fine di oltrepassarla e di restaurare il soggetto non castrato, il soggetto come pura sostanza godente.
L'obiettivo e' riportare il soggetto diviso, il soggetto implicato nella massima kantiana, il soggetto che soffre per la sua virtu' morale, al livello di soggetto indiviso, del soggetto bruto del piacere.

Occupando il posto di oggetto causa del desiderio, ponendosi come luogotenente della Cosa, il personaggio del tormentatore sadiano mira a far sorgere l'angoscia sul lato del soggetto, mettendolo a confronto con l'oggetto a che causa, fa emergere la sua divisione, che lo produce come soggetto diviso.
In questo modo il perverso, che si colloca sul lato dell'Altro, rigetta la castrazione sulla vittima; piu' precisamente, se ne fa causa per non incontrarla di persona.
Egli si fa strumento della castrazione per non subirne gli effetti, proprio come esemplificava Freud nello scritto sul feticismo a proposito del tagliatore di trecce (18); il tagliatore di trecce esegue la castrazione sostituendosi al Padre che incarna la Legge.

La modalita' sadiana di produrre l'angoscia e la divisione del soggetto si attua attraverso il ricorso alla minaccia; e' fondamentale che le vittime sappiano quello che sta per succedere loro.
L'intento e' quello di produrre il soggetto di pura angoscia, smembrandolo, sottraendogli ogni parte del corpo, pezzo dopo pezzo, nel tentativo di raggiungere il soggetto puro, al di la' della sua immagine.
In fondo, si tratta dell'omologo dell'operazione di sottrazione prodotta da Kant.
Per questo motivo Sade dota le sue vittime sacrificali di una resistenza formidabile, allo scopo di permettere al torturatore di continuare a far sperimentare loro l'angoscia suprema.

Il punto di afanisi, di sparizione del soggetto dev'essere nell'immaginazione indefinitamente spostato in avanti.
Del resto, la vittima preferita nei romanzi di Sade e' proprio la fanciulla che incarna la virtu' morale; quest'ultima fa, in un certo senso, la fine che merita, la fine che gli assegna lo stesso Kant, la fine del soggetto sofferente e diviso, spinto dalla Legge morale ad evitare di agire per il proprio tornaconto egoistico e finendo, pertanto, ad essere vittima del suo stesso masochismo nelle mani del suo partner sadico.

Nella storia a lei dedicata, ricorda sempre J.- A. Miller (19), Justine subisce ogni tipo di abuso e di violenza, incontra ovunque personaggi sadici travestiti da benefattori; eppure resiste, tanto che per farla fuori bisogna che il lettore attenda la storia di Juliette, che termina con il suo corpo colpito da un fulmine: Juliette fa letteralmente la fine del soggetto diviso, S.

L'altra caratteristica delle vittime di Sade e' la bellezza, nella quale Lacan aveva identificato, nel Seminario sull'etica della psicoanalisi (20), l'ultima barriera, dopo quella del Bene, che separa l'individuo dall'orrore dell'incontro con il reale.
La bellezza come barriera deve essere deturpata per varcare la soglia che conduce nella landa desolata del godimento.

Dunque, il godimento sadiano dipende dalla soggettivazione che si produce sul lato della vittima, mentre l'Altro e' nella posizione del carnefice.
Il dolore e' la chiave sadiana per aprire la porta del godimento, trasgredendo i limiti imposti dal principio del piacere.

E' questo un tratto che la Volonta' sadiana ha in comune con il Super-Io, il quale punta anch'esso a ingenerare la mancanza nel soggetto, a farlo vacillare, a produrre dall'esterno una sua divisione interna, al fine di poter godere di questo vacillamento.
Dietro il Super-Io si nasconde l'Altro che gode attraverso il soggetto.
Il nevrotico interpreta il desiderio dell'Altro come se quest'ultimo volesse, bramasse la sua castrazione, condensando questa volonta' nel Super-io.
Nel tentativo di far consistere l'Altro in forma di Super-Io, il soggetto nevrotico lo fa godere attraverso il proprio vacillamento.
Il Super-Io ordinerebbe, quindi, al soggetto di godere nel farlo godere, nel far godere quell'Altro di cui Il Super-Io e' il rappresentante.

In altri termini, l'Altro, che per il nevrotico esiste e consiste nel Super-Io, gode della castrazione del soggetto.
Da questo punto di vista, spinta al godimento - a raggiungere Das Ding - e senso di colpa di fronte alla coscienza morale, sarebbero due facce della stessa medaglia, proprio come Kant e Sade.

Puntando a far sentire in colpa il soggetto, il Super-io non puo' attuare il suo piano se non attraverso l'invito alla trasgressione, come a dire: "Godi! Cosi' io, Super-Io, potro' godere del tuo vacillamento, del tuo senso di colpa!".

Ecco dunque il destino del perverso-sadico: "Il sadico rigetta nell'Altro il dolore di esistere, ma senza vedere che per questa via egli si muta in un "oggetto eterno" (21).

In conclusione, l'unione di Kant (S) con Sade (a) permette a Lacan di scrivere la formula del fantasma.
Nell'opera di Kant viene mostrata la posizione del soggetto del desiderio di fronte all'imperativo del Super-Io, alla Volonta' dell'Altro, alla Legge morale; nell'opera di Sade, correlativamente, si rende conto della presenza nascosta dell'oggetto, dell'oggetto a, nascosto nei meandri della massima kantiana.
Con Kant emerge come il fantasma abbia "almeno un piede nell'Altro, quello che conta anzi, anche e soprattutto se giunge a zoppicare" (22), quel piede che costituisce il soggetto in quanto diviso, zoppicante; nella Legge morale e' in primo piano il desiderio, mentre l'oggetto svanisce, si eclissa.
Il protagonista della Legge kantiana e' S, il soggetto diviso come effetto della Legge pronunciata dall'Altro.
Cio' che non si intravvede e' l'oggetto.

La presenza di quest'ultimo viene resa manifesta grazie a Sade: "L'oggetto del desiderio la dove si propone nudo, altro non e' che la scoria di un fantasma in cui il soggetto non si riprende dalla sua sincope. E' un caso di necrofilia. In generale, esso vacilla in modo complementare al soggetto" (23).
Ancora una volta, o svanisce l'oggetto e resta in primo piano il soggetto del desiderio, o svanisce il soggetto e appare in primo piano l'oggetto del godimento.

Vorrei infine soffermarmi brevemente sulle considerazioni presenti nel testo in merito allo statuto della Legge nei suoi rapporti con il desiderio.
Lacan, riprendendo l'esempio utilizzato da Kant per provare l'esistenza della liberta' implicata nella Legge morale, afferma che al filosofo sfugge il fatto che un "partigiano della passione" potrebbe essere portato a precipitarsi verso il suo scopo proprio a partire dalla consapevolezza dell'esistenza del patibolo come conseguenza della consumazione del godimento.
E tuttavia, continua Lacan, la Legge non e' da confondersi con il patibolo: "Il patibolo interviene solo perche' egli (Kant) possa apprendervi, col soggetto, il suo amore per la vita" (24).

Nell'ottica di Lacan, la Legge e' insita nel desiderio stesso in quanto rimosso.
La Legge e' una cosa sola con il desiderio rimosso e la sua paladina e' Antigone, eroina nera del Seminario sull'etica.
Cio' che vi e' in gioco nella vicenda di Antigone e' la liberta' di morire, la pulsione di morte in quanto deriva sempre possibile del desiderio.

La spinta al patibolo e' solo l'indice di un imperativo non regolato dai limiti imposto dal principio del piacere.
E' la "verita'" pulsionale che si nasconde dietro l'imperativo folle, autoriferito e senza limiti del Super-Io, che spinge il soggetto a godere al di la' del piacere.
Quanto al desiderio nei limiti del piacere, esso rimane in se stesso sempre e comunque il desiderio dell'Altro; solo cio' rende concepibile l'accordo tra desideri, anche se inevitabilmente nella forma, evocata da Lacan, della processione dei ciechi di Brueghel, dove ciascuno ha la mano nella mano di colui che lo precede, senza che nessuno sappia dove si stia andando: "Ora, invertendo la marcia tutti fanno si l'esperienza di una regola universale, ma per non saperne piu' di prima" (25).

Per saperne piu' di prima, per conoscere la direzione lungo la quale si sta procedendo, occorre mettere a fuoco l'oggetto che causa il movimento stesso e che sospinge l'individuo nella sua processione.
E' questo, in fondo, l'obiettivo che l'esperienza psicoanalitica si prefigge.



Note
    1. J. Lacan, Kant con Sade, in Scritti, Vol. II, Einaudi, Torino
    2. S. Freud, Un bambino viene picchiato (1919), in Opere, Vol. IX, Bollati Boringhieri, Torino
    3. J.-A. Miller, Delucidazioni su Lacan, Antigone edizioni, Torino. J.-A. Miller suggerisce qui di mettere in opposizione questo testo al Seminario di Lacan dedicato a James Joyce: Joyce il sintomo, Sade il fantasma
    4. D.A.F. De Sade, La filosofia nel boudoir (1795), Garzanti, Milano
    5. I. Kant, Critica della ragion pratica (1788), Bompiani, Milano
    6. I. Kant, Critica della ragion pura (1781), Adelphi, Milano
    7. I. Kant, Critica della ragion pratica (1788), Bompiani, Milano, Pag. 87
    8. J. Lacan, Kant con Sade, Op. cit., pag. 765
    9. Ibid., pag. 765
    10. Ibid., pag. 766
    11. Ibid., pag. 769
    12. Ibid., pag. 768
    13. Ibid., pag. 770
    14. Ibid., pag. 770
    15. J. Lacan, Le Seminaire. Livre XVI. D'un Autre a l'autre (1968-69), Seuil, Paris, pag. 256
    16. J. Lacan, Kant con Sade, Op. cit., pag. 772
    17. Ibid., pag. 774
    18. S. Freud, Il feticismo (1927), in Opere, Vol. X, Bollato Boringhieri, Torino
    19. J.-A. Miller, Delucidazioni su Lacan, op. cit., pag. 71
    20. J. Lacan, Il Seminario. Libro VII. L'etica della psicoanalisi (1959-60), Einaudi, Torino
    21. J. Lacan, Kant con Sade, Op. cit., pag. 778
    22. Ibid., pag. 780
    23. Ibid., pag. 780-81
    24. Ibid., pag. 782
    25. Ibid., pag. 785


    Dott. Fabio Tognassi

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