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Tra lo Jura francese e la Lapponia finlandese

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Tra lo Jura francese e la Lapponia finlandese

scritto da:
Dott.ssa Franca Scarlaccini

psicologa
lavora nelle carceri francesi

articolo tratto da psico-pratika - Numero 9 Anno 2004

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Articolo: 'Tra lo Jura francese e la Lapponia finlandese: la mia esperienza di Psicologa in un centro per il recupero di minori delinquenti'


TRA LO JURA FRANCESE E LA LAPPONIA FINLANDESE:
LA MIA ESPERIENZA DI PSICOLOGA IN UN CENTRO PER IL RECUPERO DI MINORI DELINQUENTI

Centre educatif renforce' (CER): una via francese per far fronte alla delinquenza minorile.

L'associazione Hemisphere Nord per la quale opero e' assimilabile alle nostre cooperative sociali. In Francia esistono molte associazioni private che, abilitate dal Ministero della Giustizia e in collaborazione con la Protection Judiciaire de la Jeunesse, si occupano di offrire un'alternativa alla prigione ai minori che commettono reati. Hemisphere Nord ha la sua sede nel Parco Nazionale dello Haut Jura, in Francia, ai confini con la Svizzera, a circa due ore da Courmayeur e dirige due CER (letteralmente centri educativi rinforzati), uno femminile ("Aïka" che in finlandese significa tempo, periodo) ed uno maschile ("Avanaa", che significa "andare verso il Nord"). La popolazione accolta e' costituita da minori "multirecidivisti", che hanno commesso infrazioni penali di lieve entita' (come piccoli furti, detenzione di cannabis a uso personale...) o di maggiore gravita' (come aggressioni, rapine, ma anche violenze sessuali…) e per i quali il giudice ritiene che un affido ad una struttura di recupero sia piu' adeguato di un'incarcerazione. Infatti, secondo la legge di riferimento sulla delinquenza minorile (Ordonnance 2 fevrier 1945), la giustizia francese si pone come obiettivo di privilegiare l'aspetto di protezione, rieducazione e inserzione dei minori soggetti a procedure penali, piuttosto che la semplice repressione e sanzione, fondando gli interventi sulla dialettica decisione penale/misura educativa. La maggior parte di questi ragazzi si trova per lo piu' in situazione di grande sofferenza, di disagio psichico e in condizioni di estreme difficolta' famigliari. Per molti si puo' parlare di veri e propri "casi sociali", ma per quasi tutti si puo' legittimamente ritenere che il ricorso a pratiche devianti e illegali sia l'espressione di un disagio in un passaggio, quello dell'adolescenza, particolarmente difficile. Spesso, per questi giovani, si sommano difficolta' relazionali, mancanza di figure adulte in grado di fornire dei punti di riferimento stabili e rassicuranti, ma anche storie di abusi, di violenza, di abbandoni, di passati famigliari al limite dell'immaginabile. Il recupero e' dunque il fine prioritario dei CER, che, sulla base di un progetto educativo fondato sui concetti di "rupture" (rottura) con il contesto e di "vivre avec" (vivere con) le figure educative del centro, offrono ai ragazzi la possibilita' di scoprirsi e mostrarsi diversi da come appaiono nelle "cites", nei quartieri "caldi" delle loro citta'.
I minori trascorrono cinque mesi nel centro, con la presenza permanente di quattro educatori (l'equipe e' composta da 10 educatori, una psicologa, un'educatrice scolastica e dal direttore). All'arrivo nel centro, i ragazzi sono separati da tutti i loro effetti personali, che ritroveranno alla fine del soggiorno. Il regolamento interno non autorizza alcun oggetto dell'esterno: tutti i capi di abbigliamento e il necessario per la toilette sono forniti loro dalla struttura. Le sigarette, quattro al giorno, sono gestite dagli educatori e vengono distribuite solo a coloro che hanno gia' compiuto sedici anni, in momenti precisi della giornata. Le regole sono rigide: praticamente nessuno di loro puo' trovarsi solo in una stanza, tutte le attivita' sono obbligatorie, sono fissati degli orari precisi e le corvees sono realizzate dai ragazzi stessi a turno con l'aiuto degli educatori (pulizie, lavaggio delle stoviglie, preparazione dei pasti…). Dopo una settimana nello Jura, durante la quale vengono accolti i sette giovani, il gruppo parte per due mesi in Lapponia finlandese, precisamente a Sevettijarvi, una localita' a nord del lago Inari, a confine con Norvegia e Russia. Immersi in uno spettacolare paesaggio di nevi e ghiacci d'inverno e di distese di laghi d'estate, i ragazzi trascorrono un mese d'itineranza in autonomia completa. In inverno si spostano sui laghi ghiacciati in sci da fondo e slitte trainati da cani, raggiungendo di volta in volta dei piccoli chalets dove passano la notte. Le condizioni sono davvero dure: la temperatura puo' raggiungere i 40 gradi sotto lo zero e lo sforzo fisico da fornire per realizzare ogni giorno una media di 15 chilometri richiede molta energia. In questo contesto del tutto inabituale, le risposte che i ragazzi sono soliti fornire (i passaggi all'atto, atti di violenza…) si rivelano completamente inappropriati. In questa realta' non possono comportarsi come nelle loro bande e il confronto con le condizioni estreme fornisce dei limiti che bisogna rispettare, altrimenti e' la vita stessa in gioco; non si tratta di infrangere la legge, ma di non rispettare delle regole di sopravvivenza: le conseguenze sono diverse. Se qualcuno, in collera, getta i suoi guanti nella neve, si congelera' le mani; se le persone designate rifiutano di fare, arrivati allo chalet, il buco nel ghiaccio per recuperare dell'acqua dal lago, nessuno potra' mangiare una minestra calda o bere un the… La natura diventa quindi censore e repressore e gli educatori si rivelano compagni "d'avventura", che condividono le difficolta' quotidiane; per molti e' la prima volta che si trovano ad avere un rapporto cosi' stretto e particolare con gli adulti che li circondano. Non si tratta allora piu' del rifiuto adolescente dell'adulto, ma di un avvicinamento alle persone che conoscono il percorso da affrontare, la lingua del paese, che hanno delle conoscenze tecniche indispensabili e senza le quali questi adolescenti sarebbero perduti in quel contesto.
In estate, il percorso itinerante si svolge sui laghi con canoe a due posti; le condizioni sono comunque difficili perche' la temperatura resta bassa (intorno ai 15 gradi) e il gruppo si trova spesso ad affrontare forti venti e onde alte sul lago. Anche in questo contesto lo sforzo fisico e' notevole, con delle condizioni di umidita' permanente; i ragazzi provvedono ogni sera al montaggio delle tende e all'allestimento del bivacco: per un mese dormono alla "belle etoile", all'agghiaccio.
Questo mese e' un momento davvero particolare e fondamentale del programma educativo: i meccanismi psicologici in atto in tali situazioni di sradicamento, di lontananza con tutto cio' che puo' essere familiare ai giovani sono particolari e complessi. Di fatto, quello che si osserva e' che in un primo momento di grande difficolta', gli adolescenti esprimono le loro angosce attaccando le persone che stanno intorno a loro e che rappresentano l'autorita', ovvero gli educatori. Testano gli adulti e i loro limiti infrangendo le regole, ma si scontrano presto con la sanzione immediata, con il contenimento anche fisico e si accorgono che attorno a loro esiste un "contenitore" costituito da adulti che non scappano davanti a tali attacchi, che non li abbandonano, che non si stancano di dar loro delle risposte e che sono presenti e condividono le difficolta' imposte dal contesto ventiquattro ore su ventiquattro. Gli adulti possono cosi' finalmente servire da supporti all'identificazione e i limiti attorno ai ragazzi diventano allora, piu' che motivi di frustrazione, delle barriere rassicuranti, in grado di proteggerli dalla loro violenza interna. Si assiste ad una diminuzione dell'angoscia e dell'aggressivita', i ragazzi accedono gradualmente al pensiero, a discapito del ricorso all'atto. I momenti di sforzo fisico (pensiamo alla marcia per quindici chilometri con gli sci da fondo), nei quali ognuno e' concentrato su se stesso, obbligano ciascuno a trovarsi di fronte alla propria realta' interna e a riflettere. La maggior parte degli adolescenti puo' allora rivedere con una certa distanza quello che li ha portati fino a li', riflettere sulle loro difficolta' in un contesto protetto, ideare dei progetti per l'avvenire. Perche' possano proiettarsi nel futuro, e' importante che i ragazzi si sentano valorizzati diversamente che nella loro banda per gli atti delinquenziali che sono capaci di commettere. I ragazzi hanno la possibilita' di scoprire delle capacita' che non sospettavano di avere e non solo perche' riescono ad affrontare delle situazioni estreme. Infatti, il resto della sessione in Lapponia e poi in Francia prevede diverse attivita', che permettono loro di avvicinarsi a diversi mestieri. Il gruppo e' portato a realizzare diverse opere, dalla costruzione in campo edilizio, al lavoro con il legno, dalle opere di giardinaggio, al recupero di sentieri di montagna, dalla meccanica, ai lavori saldatura. Per questi ragazzi, che hanno accumulato in passato molteplici insuccessi (in primo luogo l'esclusione scolastica), e' davvero nuovo riuscire ed essere riconosciuti per le proprie capacita'. In parallelo alle attivita' piu' "manuali", sono anche previsti dei momenti di sostegno scolastico che, secondo il livello, hanno l'obiettivo di ridare gusto all'apprendimento cercando di infondere nuovamente una certa sicurezza. E' sorprendente, infatti, come questi ragazzi, che si mostrano nei loro quartieri come dei bulli che non temono nulla, siano fondamentalmente insicuri e abbiano un'infima stima di loro stessi.
L'ultimo mese di soggiorno prevede degli stage lavorativi presso aziende, imprese o piccoli artigiani, secondo gli interessi e dei progetti formativi di ciascuno. E' l'occasione di farli confrontare con la realta' della vita professionale, in condizioni ancora protette. Possono inoltre mettere in pratica le nuove competenze acquisite e cominciare a riprendere un contatto con la realta' esterna dopo quattro mesi di vita collettiva nel centro.
I ragazzi rientrano una sola volta in famiglia per trascorrervi due giorni e una notte, a circa quindici giorni dalla fine del soggiorno. Per le ragazze il progetto educativo prevede in piu', al rientro dalla Finlandia, una visita in famiglia: la giovane, il direttore e la psicologa si recano in casa per un momento d'incontro. Si cerca di organizzare la visita durante un pranzo, che si trasforma in un momento molto intenso, durante il quale gli scambi sono ricchissimi: e' l'occasione per dare ascolto e sostegno alle famiglie che vivono spesso momenti di grande sconforto davanti ad un figlio ingestibile, ma anche di avere informazioni sulla dinamica famigliare, che permettono di arricchire la presa in carico dell'adolescente.
Alla fine del soggiorno, grazie alla collaborazione con gli organismi educativi esterni, che continuano a seguire il divenire dei ragazzi, ogni ragazzo deve partire con un progetto definito: un luogo di residenza (ritorno in famiglia, istituto, famiglie di affido…) ed una formazione (contratti di apprendistato che possono portare a diplomi qualificanti, istituti professionali… ).

Questo tipo di lavoro con i ragazzi non puo' esimersi dal tener conto della realta' psicologica di questi adolescenti in difficolta'. E' anche per questo che, nei CER, all'equipe educativa, e' affiancato uno psicologo, che ha la liberta' di organizzare il suo lavoro e decidere le modalita' dei propri interventi, secondo il proprio approccio teorico. Il mio modo di operare ed il mio intervento tengono conto, in particolare, del fatto che questi pazienti non sono li' per scelta loro e che devono essere in relazione ed avere dei colloqui con lo psicologo pur non essendo loro all'origine della domanda. In piu', molti, hanno gia' visto altri psicologi, alcuni hanno persino passato dei periodi in ospedale psichiatrico, cio' che contribuisce a dar loro un'idea gia' confezionata e negativa dello psicologo. In questo periodo di "rottura" con l'esterno, l'obiettivo principale che mi pongo e' creare dei legami con questi giovani, il cui sintomo (il passaggio all'atto, l'aggressione sull'altro, l'agire) e' particolarmente distruttore di legami. Mantenendo come linea guida il "vivre avec", su cui si basa il progetto educativo, cerco di creare con loro un "terreno di esperienza comune" e per questo, all'inizio del soggiorno faccio con il gruppo tutte le attivita' sportive (marce a piedi, sci, canyoning, escursioni in racchette…). Naturalmente la mia presenza nell'equipe e' ben definita a priori: ai ragazzi e' spiegato che sono psicologa e non educatrice e che passero' dei momenti con loro al di fuori delle quattro mura del mio ufficio. Il mio ruolo e' delicato e la mia presenza nelle attivita' quotidiane richiede una collaborazione ed una sensibilita' particolari da parte dell'equipe educativa. Infatti, gli educatori, non solo devono accettare la mia presenza un po' silenziosa, quasi di osservazione (ma che mi porta ad "incontrare" i ragazzi), ma devono anche anticipare i miei interventi in situazioni delicate. Infatti, in qualita' di adulto, non potrei non intervenire su dei comportamenti che sarebbero da sanzionare, perche' cio' vorrebbe dire autorizzarli; allo stesso tempo, entrare in conflitto significherebbe minare le possibilita' di instaurare in seguito un rapporto clinico con i ragazzi. E' fondamentale, quindi, che gli educatori siano particolarmente attenti a questo aspetto e mi permettano di astenermi da interventi direttivi o che abbiano come obiettivo di far rispettare le regole. La condivisione di momenti di vita quotidiana permette indiscutibilmente di creare con questi adolescenti un primo contatto che favorira' l'instaurazione di un rapporto di fiducia prima e terapeutico poi. Allo stesso modo e' importante che i ragazzi vedano che lo psicologo e' presente anche nella struttura in Lapponia; e' per questo che mi reco anche in Finlandia e, anche se non trascorro i due mesi con loro, passo una decina di giorni nella struttura a Sevettijarvi. Durante questo periodo realizzo colloqui individuali, ma approfitto anche per affacciarmi sulla vita quotidiana del gruppo: ancora una volta i momenti comuni saranno sovente la base di partenza dei colloqui individuali, che non si arrestano pero' mai allo scambio sulla semplice realta' dei fatti. Man mano i colloqui individuali vengono avviati e prendono spazio (sono quasi sempre i ragazzi che poi chiedono di venire in colloquio), la mia presenza nella vita del gruppo diminuisce. Resto nel gruppo al momento dei pasti, mi capita di lavare i piatti con il ragazzo di turno, ma evito di partire in attivita' con loro. Questo perche' con i colloqui individuali, divento depositaria di un certo sapere che riguarda intimamente ciascuno dei ragazzi e la mia presenza nel gruppo puo' disturbare, diventare sconveniente. All'inizio della mia esperienza, non avevo prestato troppa attenzione a questa dinamica e mi accorgevo che, ad un certo punto, proprio coloro che sembravano aver fatto un lavoro profondo di elaborazione dei propri vissuti, portando in colloquio elementi importanti della loro storia, diventavano piu' scontrosi nei miei confronti quando ero nel gruppo. Dopo analisi, e' apparso chiaro che la mia presenza metteva in luce una contraddizione tra l'identita' nel gruppo (di bulli, forti, invincibili) e quella parte di loro che avevano potuto esprimere in colloquio individuale. La diminuzione della mia presenza nella vita del gruppo, una volta che i colloqui individuali si instaurano, non solo evita dei movimenti aggressivi nei miei confronti, ma permette ai ragazzi di investire di piu' i colloqui salvaguardando maggiormente il rapporto di fiducia (probabilmente viene meno l'idea ch'io possa rivelare certi elementi al resto del gruppo).
La rottura con il loro ambiente famigliare, la distanza, la vita in gruppo e il contesto in generale riattivano dei conflitti intrapsichici e inoltre i ragazzi si trovano a vivere difficolta', angosce, paure, conflitti; i colloqui individuali con lo psicologo costituiscono dunque un sostegno psicologico indispensabile, ma sono anche l'occasione di far accedere il ragazzo alla verbalizzazione e permettere di dare un senso al proprio percorso di vita. Durante i colloqui cerco di realizzare con loro un lavoro di elaborazione e di riprendere con ognuno la sua storia e le ragioni dell'inserimento nel CER, dalle piu' evidenti o dirette, ad altre piu' lontane, che sono in relazione con la storia personale. Avvalendomi anche dell'utilizzo di strumenti "mediatori" derivanti dalla terapia sistemica cerco di fare in modo che il giovane possa fare delle associazioni tra gli eventi importanti della propria vita e l'entrata nella delinquenza o il proprio funzionamento. Tutto questo e' anche realizzato, per esempio, partendo dal modo di entrare in relazione con gli altri (educatori, adulti in generale, gli altri ragazzi del gruppo…), ma anche cercando di mettere delle parole su quello che provano e sugli eventi che hanno segnato la loro esistenza (decessi, separazioni, violenze…). Cosi' facendo, possono riappropriarsi della loro storia, diventando soggetti e attori, piuttosto che subire la propria vita.
L'osservazione e i colloqui individuali mi forniscono anche gli elementi necessari per realizzare un altro compito che mi e' assegnato: la redazione dei rapporti psicologici dei ragazzi, che assieme ai rapporti educativi, permetteranno ai giudici di valutare l'evoluzione degli adolescenti e decidere del loro avvenire.
Il mio intervento e' rivolto inoltre all'equipe educativa. Partecipo alle riunioni ed il mio ruolo consiste nell'apportare dei chiarimenti clinici sulla storia dei ragazzi e sui meccanismi psicologici alla base dei loro comportamenti. Il ruolo dello psicologo consiste, inoltre, a promuovere in continuazione una dinamica di riflessione e interrogazione sui comportamenti dei ragazzi, incoraggiando una "politica" del pensiero, evitando il ricorso a spiegazioni dettate solo dall'intuito o dal buon senso. E' importante infatti, che tra equipe educativa e psicologo esista una stretta collaborazione, perche', se il ragazzo potra' evolversi, progredire ed abbandonare le pratiche devianti, deve poter trovarsi in un contesto che non lo stigmatizza, che non lo giudica, ma che, al contrario, e' pronto a comprendere e a dargli la possibilita' di cambiare.

Questa descrizione rende solo in parte quello che accade durante i cinque mesi di soggiorno nel CER. Inoltre, ho tentato di generalizzare una pratica che, sebbene segua delle linee guida e si fondi su una teoria, puo' in ogni momento subire delle modifiche, variare, trovarsi di fronte a delle emergenze, delle novita' perche' i ragazzi che accogliamo sono continuamente unici e diversi. Ognuno di questi adolescenti, per quanto difficili, capaci di mettere in difficolta' il piu' abile degli educatori, il piu' forte degli adulti, vive fondamentalmente in una grande sofferenza; anche se non e' sempre facile mettersi all'ascolto della sofferenza di qualcuno che ha commesso talvolta degli atti davvero riprovevoli, chi lavora in questi centri crede che valga la pena scommettere e dare la possibilita' a questi ragazzi di diventare degli adulti migliori. Tanto piu' che questi giovani non sono solo una questione che riguarda semplicemente i loro genitori o la giustizia, ma l'intera societa'.

Franca SCARLACCINI, psicologa

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