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Recensione film: Melancholia

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Recensione film: Melancholia

L'articolo "Recensione film: Melancholia" parla di:

  • La depressione su pellicola, raccontata da Lars Von Trier
  • Verso "il male" tra relazioni disadattive ed eventi precipitanti
  • Lettura in ottica cognitivo-comportamentale e applicazioni
Psico-Pratika:
Numero 72 Anno 2012

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Articolo: 'Recensione film: Melancholia'

A cura di: Irene Bellodi Autore HT
Recensione film: Melancholia<BR>Il dramma della fine del mondo conosciuto

Scheda film
Anno: 2011
Durata: 130 minuti
Sceneggiatura: Lars Von Trier
Regia: Lars Von Trier
Cast: Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling, John Hurt, Alexander Skarsgård, Stellan Skarsgård, Brady Corbet, Udo Kier, Cameron Spur

    INDICE: Recensione film: Melancholia
  • Trama: tra metafora e realtà
  • Justine: protagonista del saturo vuoto
  • Claire: pilastro traballante
  • La fine del mondo
  • Utilità per il professionista
  • Da vedere perché
  • Letture consigliate per il clinico
  • Letture consigliate per il paziente e il familiare
Trama: tra metafora e realtà

Melancholia è la storia di un pianeta in rotta di collisione con la Terra, è la storia di due vite, quella di due sorelle, ma è anche la metafora di una malattia.
Justine, interpretata da Kirsten Dunst, e Claire, interpretata da Charlotte Gainsbourg, sono le due protagoniste, molto diverse tra loro ma unite, allo stesso tempo, dall'incombenza di un destino nefasto che aleggia nell'aria: la fine del mondo.

In un'atmosfera di incertezza sulla reale possibilità che il pianeta Melancholia distrugga la terra, le vite di Justine e Claire si muovono sullo sfondo mettendo in risalto vulnerabilità e punti di forza nell'affrontare e nel tollerare un futuro incerto.

Il film, formalmente diviso in due capitoli, è introdotto da una lungo preludio musicale ("Tristan und Isolde Prelude" di Richard Wagner) e visuo-percettivo, che accoglie e accompagna lo spettatore verso la storia.
La suddivisione in capitoli apre uno sguardo unico e focalizzato su ognuna delle due sorelle, mentre tutto il film si sviluppa in un tempo e uno spazio surreale.
La cornice è alto-borghese, i dialoghi sono sintetici ma carichi di emotività.
La fotografia è glaciale e colma dei connotati dell'attesa.

Justine: protagonista del saturo vuoto

Justine è la sorella minore. Donna in carriera arriva al matrimonio organizzato meticolosamente dalla sorella piena di dubbi e incertezze.
Sostenuta da un sorriso che non leva mai davanti agli altri, attraversa faticosamente
il festeggiamento nuziale lasciandosi trasportare dagli eventi e nascondendosi, metaforicamente e fisicamente, agli invitati per lunghi periodi.

Alla ricerca di una pace interiore che sembra sfuggire di momento in momento, Justine si muove talvolta con curiosità talvolta spinta dalla necessità di celarsi al mondo nelle stanze del sontuoso palazzo senza una meta precisa.
Contenuta e diretta dalla sorella Claire e dal neo sposo Michael (interpretato da Alexander Skarsgård), si lascerà apparentemente dirigere dagli eventi per poi farli precipitare irrimediabilmente alla fine della serata.

Justine, nel capitolo che il regista le dedica, si muove all'interno del suo mondo reiterando e subendo le relazioni disadattive con la sua famiglia.
In crescente difficoltà nel ruolo di moglie, Justine esprime l'incertezza nelle relazioni intime derivanti da un padre in costante ricerca di relazioni superficiali con il sesso femminile e da una madre priva di empatia ed estremamente alessitimica.

Justine è, in un ottica sistemico-relazionale, il paziente designato.
Figlia di genitori divorziati, è in cerca disperata di una relazione con il padre sfuggente, Dexter (interpretato da John Hurt), e in costante distanziamento dalla figura materna, Gaby (interpretata da Charlotte Rampling), estremamente disturbata.
La spinta relazionale di Justine nei confronti dei genitori è tenera e disperata allo stesso tempo, carica di impegno e di dedizione nel fronteggiare le mancanze delle figure genitoriali.

Nei confronti del padre, sempre in cerca di donne e assiduo bevitore, Justine ricerca attenzioni e affetto, bisogni che, seppur promessi, vengono nella realtà sempre declassati per fare posto alle necessità narcisistiche e edonistiche del padre.

Posizionata esattamente nell'estremo psicologico opposto, troviamo la madre di Justine, Gaby, donna criticante e aggressiva, capace di esprimere solo giudizi negativi e concentrata solo sulla sua vita.

La sorella Claire, che in questo capitolo appare come forte, direttiva ma anche supportiva, oscilla nel rapporto con Justine tra il controllante e l'affettivo-supportivo.

Molte scene nel film ci richiamano a questo ruolo di Claire, soprattutto nei momenti in cui Justine si defila dal suo matrimonio per riflettere in solitudine. Claire riuscendo sempre a ritrovarla, esorta la sorella a parlare del suo malessere per poi convincerla ogni volta a continuare con il matrimonio, usando un tono conciliante ma chiaro e diretto.

Questo primo capitolo dà una sensazione di attesa. Il continuo scrutare del cielo da parte di Justine ci prepara all'imminente arrivo di qualcosa, anticipato dalla scomparsa di una stella, Antares.

Lo spettro della fine del mondo, come lo spettro della patologia, la depressione,
si uniscono in un'unica cosa e in un unico concetto "Melancholia": il pianeta che forse si scontrerà con la terra, e la malattia che erode vita e vitalità dell'uomo.

Ecco come il regista ci propone in chiave metaforica quella che è una concettualizzazione perfettamente sovrapponibile dell'esordio depressivo, da una parte troviamo la perdita (la scomparsa del pianeta Antares) e dall'altra vediamo l'esordio (Melancholia).

In questa parte del film si osservano tutte le dinamiche che possono essere scatenanti, nei nostri pazienti, di una sintomatologia depressiva.
Abbiamo lo stile di attaccamento problematico, con figure genitoriali distanzianti e responsabilizzanti verso le figlie. Ci sono eventi di vita precipitanti, come il matrimonio e il lavoro che creano una serie di aspettative da soddisfare e di performance da sviluppare che sono tematiche che, in soggetti vulnerabili, possono essere estremamente precipitanti nello sviluppo di una sintomatologia depressiva.
Ciò che infatti si coglie dall'atteggiamento di Justine è l'estrema fatica che caratterizza il suo ingaggio nella relazione con il neo marito, la difficoltà nel credere a un sentimento di amore e l'impotenza appresa.

Ecco come in questi due passaggi Justine si svela nei suoi tratti più profondi.

Con il marito:
Michael: «Poteva essere tutto diverso».
Justine: «Sì, poteva essere tutto diverso. Però Michael, che cosa ti aspettavi?».

Con la sorella:
Justine: «Ma io ci ho provato Claire».
Claire: «Certo lo so, con tutte le tue forze».

Claire: pilastro traballante

Sorella maggiore e secondo capitolo del film. Claire, che nel primo capitolo abbiamo visto dirigere la festa di matrimonio della sorella, ci appare ora come madre di famiglia.
Immersa nel suo ruolo di moglie e madre, fa trasparire tutte le paure e le fragilità che questo ruolo le suscita.

In questo capitolo l'attesa è finita. Melancholia, il pianeta, e la depressione di Justine sono ora reali, visibili e presenti.

Claire, nell'assistere la sorella nell'acuzie della patologia, mostra il suo duplice lato fragile e assertivo nell'affrontare la malattia di Justine e nel gestire allo stesso tempo
la sua famiglia in un momento così delicato.

Claire diventa il perno su cui i personaggi ruotano in una giostra fatta di attenzioni da dare e da ricevere. Da un lato c'è il marito di Claire, John (interpretato da Kiefer Sutherland), che si vede diminuire le attenzioni della moglie a causa della malattia, dall'altra c'è Justine che, in uno stato di completo abbandono, non richiede attenzioni, anzi spesso le rifugge, ma di cui Claire si sente di dover occupare.

Personaggio interessante è anche Leo (interpretato da Cameron Spur), figlio di Claire, che ha un ruolo di mitigatore degli stati depressivi di Justine e di cui è interessante vedere la reazione alla malattia.

Il paziente, il contesto familiare e come la depressione influenzi, modifichi e interceda su entrambi questi elementi, sono alcuni dei cardini che il terapeuta si trova ad affrontare in terapia.

Molto importante è il lavoro di psicoeducazione rivolto ai familiari del paziente,
in cui si spiegano le tematiche specifiche della malattia e come questa influisca sul comportamento del paziente/familiare. Ciò che è utile sottolineare in questi interventi
è la mancanza di volontà del paziente di perseverare nello stato depressivo e apatico.

Ciò che il caregiver spesso arriva a pensare è che il familiare affetto da depressione voglia stare a letto o non si impegni abbastanza nel liberarsi dalla sua condizione di ritiro.

Frasi come "se solo lo volessi riusciresti a farlo" oppure "non capisco cosa ci sia di così difficile nel farlo" sono altamente disturbanti per il paziente e spesso il familiare non ha
la reale percezione del danno che queste frasi producono nel momento in cui vengono dette, tanto che spesso l'obiettivo reale per cui vengono pronunciate è quello di spronare o motivare, ottenendo l'effetto contrario.

L'obiettivo del terapeuta nel lavoro con i familiari (concordato con il paziente in seduta) consiste nel fornire delle informazioni tecniche relative alla patologia depressiva e soprattutto riguardo al ruolo della critica nei confronti dell'apatia.

Il paziente che si sente spronato prova ulteriori sentimenti di inefficacia proprio perché incapace di portare a termine ciò che gli viene suggerito, mentre è molto più utile validare in maniera sincera e supportiva le attività che il paziente ha compiuto, anche se possono apparire minime o trascurabili.
Questo, in termini terapeutici, servirà al nostro paziente per stare in un ambiente accogliente e non iatrogeno.

Il lavoro con le famiglie è necessario in un'ottica cognitivo-comportamentale,
per aiutare il paziente a liberarsi dai pensieri automatici negativi che lo bloccano
nelle attività e lo lasciano nella totale passività che aumenta, come in un circolo vizioso, le emozioni negative.

La fine del mondo

Il dubbio che la fine del mondo possa o non possa avvenire trova un collegamento diretto e imprescindibile con la malattia di Justine, con la depressione e con la paura della ricaduta.

Nel film, il gioco di parole determinato dal nome del pianeta, Melancholia, e dalla patologia di Justine crea parallelismi continui e affascinanti con il mondo della malattia mentale.

La malattia mentale è, per molte famiglie, la fine del mondo.
La depressione è, per i nostri pazienti, la fine del mondo. Il non sapere se passerà, quando passerà e se ritornerà sono punti focali all'interno della terapia.

Il modo in cui Lars Von Trier rappresenta l'incombenza di questo nefasto destino all'interno di dinamiche personali e familiari è una dimostrazione di profonda conoscenza della malattia e di come essa si insinui all'interno delle vite delle persone.

In terapia cognitivo-comportamentale, la sintomatologia depressiva si affronta in diversi modi e da più prospettive.

Come primo intervento viene privilegiata l'attenzione al miglioramento del tono dell'umore, attraverso l'esplorazione di attività piacevoli che il paziente è motivato a fare. Parallelamente all'esplorazione di nuove attività, che in prima battuta si possono anche prescrivere sotto forma di compiti a casa, si esplorano i pensieri e le emozioni provate durante questi esercizi, con lo scopo di individuare i pensieri automatici negativi e modificarli attraverso la ristrutturazione cognitiva.

Particolare attenzione è rivolta alla ruminazione depressiva, vista come motore di mantenimento dell'emotività negativa e dei sintomi, che va rilevata e affrontata aiutando il paziente a riconoscerne l'entità, il contenuto di irragionevolezza e gli svantaggi che porta. Grande attenzione, dopo questi interventi che si sviluppano in una fase di acuzie, va posta alla prevenzione delle ricadute.

La depressione è una patologia estremamente sensibile alla ricaduta.
Il numero di ricadute determina, nel lungo periodo, la gravità degli episodi depressivi
e l'outcome del paziente.

Compito del terapeuta è dunque rendere cosciente il paziente dei segnali di allarme
che precedono l'esordio depressivo, in modo tale da interrompere il circolo vizioso:
episodio depressivo-guarigione-ricaduta.

L'individuazione dei segnali di allarme deve necessariamente passare per l'esperienza delle ricadute avvenute in passato del paziente.
È importante individuare quali tematiche di pericolo per il sé porta il nostro paziente e collegarle agli eventi di vita che hanno preceduto l'esordio. È necessario rendere il paziente attento ai cambiamenti di umore che hanno una connotazione depressiva e durata prolungata.

Questo intervento, estremamente delicato, deve portare due messaggi fondamentali che il paziente deve cogliere:

  • il primo è di non saltare a conclusioni affrettate - "se sono triste per una settimana intera non vuol dire che avrò necessariamente una ricaduta",
  • il secondo, legato indissolubilmente al primo, è di riconoscere la propria difficoltà e chiedere aiuto prima che si verifichi l'episodio depressivo conclamato - "anche se probabilmente non avrò una ricaduta, non posso smettere di pensarlo e non riesco a uscirne".
Utilità per il professionista

"Melancholia" può diventare uno strumento utile nelle mani del professionista che voglia sensibilizzare familiari e congiunti di pazienti affetti da depressione, attraverso momenti di incontro o intervento specifici su questa tematica.

Il film dona ottimi spunti clinici e momenti di confronto con il grosso vantaggio dell'uso di un linguaggio metaforico e quasi subliminale.
Interessantissimo è l'uso delle immagini che il regista mostra prima dell'inizio del film che, incontrate nuovamente nello svolgimento della storia, creano l'effetto déjà vu.

L'attenzione del regista agli scambi comunicativi tra i diversi personaggi, che sono lenti e carichi di significati verbalmente e figurativamente espressi, aiuta la catalizzazione dell'attenzione su passaggi relazionali cruciali demarcando le problematicità, le emozioni e i comportamenti che portano alla degenerazione delle fragilità di Justine in malattia.

Seppure carico di significati espliciti, i contenuti del film possono apparire, a un pubblico di non esperti, troppo metaforici o sottili e l'occhio del professionista diviene necessario per tradurre in contenuti operativi, le tematiche celate dal talento cinematografico.

Allo scopo di trarne massimo vantaggio e crescita personale da parte del fruitore è indispensabile l'intervento del professionista psicologo atto a mediarne i contenuti.

Il linguaggio cinematografico è sottile e l'uso è consigliato per un pubblico adulto che ne possa comprendere appieno la sottigliezza.

Da vedere perché

Il film è di una bellezza geniale.
L'emotività espressa, i silenzi ancora più che i dialoghi, convergono armonicamente verso l'obiettivo che il regista si è prefissato: la creazione di un film che è uno stato mentale.

L'uso dei tempi e degli spazi, l'atmosfera surreale, accompagnata a una colonna sonora vibrante, catturano lo spettatore e lo immergono all'interno del film senza chiedere il permesso.

Il film, a mio parere, è una delle esperienze che più si avvicina all'incarnazione della sofferenza psichica depressiva.

Letture consigliate per il clinico
  • Rainone A., Mancini F., "Gli approcci cognitivi della depressione", Franco Angeli, Roma, 2009
Letture consigliate per il paziente e il familiare
  • Morosini P., Piacentini D., Leveni D., Mc Donald G., Michelin P., "La depressione. Che cos'è e come curarla", Avverbi edizioni, Roma, 2004
Commenti: 10
1 Vito Merola alle ore 13:12 del 15/06/2012

La recensione mi sembra colga nel segno, è utilissima per la lettura del film; nonostante lo spazio espositivo ristretto di cui dispone, riesce ad evidenziare alcuni tratti essenziali d'interpretazione ed a valorizzare la densità narrativa, oltre ad offrire alcuni strumenti per un'analisi più profonda. Un unico limite, non da poco e con diverse conseguenze. Melancholia non è una metafora, bensì un'allegoria della depressione.

Vito Merola

2 Vito Merola alle ore 16:54 del 15/06/2012

Melancholia non è una metafora, bensì un'allegoria della depressione. Come tale, per meccanismi propri dell'allegoria e troppo complessi da dire qui, trasmette un senso di ineluttabilità, di irrimediabilità, ben rappresentato dal bambino che dice a Justine: "se ci colpisce, non c'è un posto dove nascondersi per salvarci".

3 Vito Merola alle ore 16:55 del 15/06/2012

A questo punto Justine assume il ruolo protettivo materno, con lucidità e forza maggiore di Claire, perchè già da tempo consapevole dell'ineluttabile. Fin dal momento in cui, dopo aver visto Antares arrossarsi - fine simbolo messo in campo da von Trier, Antares - manda all'aria ingiuriosamente il suo matrimonio ed il suo lavoro, Justine è rassegnata. Così, a differenza di Claire che ha sperato fino all'ultimo, Justine ha la forza di denegare mendacemente la morte imminente al cospetto del bambino, gli narra della capanna magica, la costruisce e gli fa credere (ci riesce?) che lì saranno al sicuro.

4 Vito Merola alle ore 16:56 del 15/06/2012

 

Non evita l'impatto, non allontana nè vince Melancholia, risparmia (cerca di risparmiare) al piccolo solo l'angoscia "che ci colpisca". Come dire, nel fondo della condanna a morte che è la depressione e che von Trier ritiene chiaramente irredimibile, l'amore non è vinto, agisce ancora. Bellezza sublime, commovente fino allo strazio, supportata da pensiero di livello sommo. In quest'ottica, mi sembra però chiaro che il film è poco adatto a scopi terapeutici (diretti al paziente e/o al suo ambiente affettivo-relazionale), perchè il convincimento di fondo dell'autore, che trasmette con la potenza di un'arte altissima, è la disperazione, l'accettazione rassegnata della morte che la depressione invincibilmente ed incurabilmente, secondo von Trier  - la psichiatria non ha opinioni, semplicemente ancora non sa ed attende solo, giustamente, d'arrivare a conclusioni scientifiche con il proprio lavoro - porta.

 

 
5 silviag alle ore 09:18 del 02/08/2012

Ricordi tu di Ansgard le alte dimore?

La questione mi pare risolvibile con un'occhiata alla storia della Danimarca. Anzi la genialità di von Trier mi pare proprio risiedere in questo, di trarre tutta l'intensità 'involontariamente drammatica' da quella che potrebbe risolversi in una cartolina del jet-set.

6 Blandina Pirocchi alle ore 09:57 del 27/01/2013

Interessantie articolo su splendido film. Ma c'è ancora molto di più. La depressione latente, ben più grave, è quella di Claire che difronte alla paura che la attanaglia si difende immaturamente con massiccia rimozione seguita da negazione, fondata a sua volta sulla dipendenza intellettuale dal marito e dal sapere scientifico. Ricorre alla proiezione che la spinge a curare in qualche modo se stessa attraverso le cure alla sorellala cui patologia è conclamata.  Si rifugia in illusori rituali formali (dal matrimonio - di nuovo per la sorella - al calice di vino da bere insieme in terrazza nell'attesa dell'impatto). La caduta delle difese segna il crollo e il pianto disperato nell'ormai inutile ricerca di aiuto per se stringendo la mano di Justine.

7 silviagoi alle ore 10:11 del 27/01/2013

Forte....ma Von Trier mi stupisce sempre, anche se l'aggancio psicologico mi fa un po' Sigfried Freud....Santarellino

8 Blandina Pirocchi alle ore 10:25 del 27/01/2013

Ancora: Il marito di Claire è l'uomo del telescopio. La sua vita è regolata dalle risposte - e dalle certezze - della scienza. Se la scienza promette "vita" si adopera e agisce positivamente, tutelandosi anche realisticamente dui rischi di errore. Non conosce la dimensione dell'ansia ("non ha paura" dice Claire). Se la scienza dice "morte", muore. Non attende l'impatto, sapere che avverrà = morte. Difende la moglie di cui vede lucidamente la fragilità, ma la sola difesa che concepisce è quella di "farle vedere" che Melancholia si allontana, ma con cio la condanna a vedere anche il contrario. Difende suo figlio educandolo al sapere scientifico, ma con ciò lo condanna alla resa "Non c'è alcun luogo in cui ripararsi". Quanto a se stesso la sua reazione è esemplare: il fascino della scoperta nell'"incontro ravvicinato" che sarà bellissimo. Potremmo vedere in lui lo psicologo cognitvista e il fascino che prova per la patologia che affronta: capire, spiegare, istruire. Conoscere il fenomeno e agirvi, col piacere tipico della sublimazione. Ma non può reggerlo sul piano personale se le sue difese sono rigidamente intellettive. In tal caso è come nel film il primo a soccombere.

9 Blandina Pirocchi alle ore 10:55 del 27/01/2013

Justine e' colei che "sa le cose" con la sua potente intuizione (funzione principale in senso junghiano) che non le lascia scampo. Puo' solo superare con l'aiuto di Claire la fase puramente passiva della resa depressiva non elaborata per approdare ad una accettazione fatalistica, ormai  asserenata. Esce dalla passivita' per ritrovare le energie costruttive - e la speranza di salvezza per il nipotino - solo per amore, l'unica molla realmente potente, specie se si allea alla fantasia creatrice e costruttrice. Tema caro a Von Trier. Basta ricordare "Dancing in the dark". Justine stava per ricadere nel cinismo distruttivo di sua madre ( sembra di sentire lei quando boccia con durezza spietata l'infantile proposta di Claire di attendere l'impatto bevendo insieme il vino - avvelenato - in terrazza..) ma la resa del bimbo la riscuote e la spinge a dare FEDE, per quanto illusoria possa essere, e con quella spingere alla costruzione di difese attive: scortecciare con duro lavoro i lunghi bastoni, materia naturale recuperata dal bosco (quante, quante metafore, una dentro l'altra!) per costruirvi lo scheletro di un edificio primordiale, struttura ancora aperta, tenda, capanna, piramide... Come terapeuta Justine puo' essere il guru carismatico, il santone tra illusione e buona fede (il MASTER, del film di Trantino). Il solo che forse ce la puo' fare in casi disperati.

10 Blandina Pirocchi alle ore 11:32 del 27/01/2013

Il finale e' davvero totalmente catastrofico o resta in parte aperto? ( Von Trier crede nei miracoli. Basta ricordare il finale de "Le onde del destino") Nella sequenza finale di questo film, attraverso la vampata di inconsistente luce che attraversa la tenda magica, vediamo crollare - mi sembra, dovrei riveredere - solo Claire.  E viene da riflettere agli altri messaggi. Quella "grotta magica", sconosciuta allo scienziato, va costruita. "Chiunque puo' costruirla?" chiede il bambino. Risposta "Zietta Spezzaferro" puo'"  In effetti lei puo' e con cio' puo' trasmettere lo stesso potere per mezzo della fede.  Quante notazioni suggestive! Melancholia e' sempre esistito ma sconosciuto perche' nascosto "dietro il sole". Dietro la solarita' sorridente di Justine. Si parla poi della scienza e dei suoi strumenti. Quello piu' efficiente e veritiero non e' il potente telescopio ma un attrezzo elementare e primitivo costruito da un bambino. E non trascuriamo di notare la barriera invalicabile del ponticello nel bosco. Il gruppo patologico e' isolato e imprigionato nel proprio ricco microcosmo. Claire per un attimo solo tenta la strada giusta: cercare gli altri e andare in paese. ma le macchine non partono e anche il cavallo lasciato in liberta' torna indietro.   Innumerevoli sono le  trasposizioni tra metaforiche e allegoriche - come giustamente distingue VITO MEROLA  nei suoi bei commenti - ma dietro e al fondo c'e' l'ARTE mirabile e visionaria che scavalca senza annullarla tutta la profonda componente intellettiva.

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