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Siamo cosi' abituati e assuefatti alla classica interpretazione del mito di Edipo, che l'idea che il complesso di Edipo possa essere letto differentemente, puo' trovare grandi difficolta' ad essere accettata. Eppure, come si vedra', non tutti traduciamo il mito allo stesso modo. Voglio iniziare questo articolo citando subito E. Neumann, l'autore che, dopo l'opera di Jung, ha dato forse il maggior contributo alla Psicologia Analitica: "ogni pulsione e ogni istinto, ogni tendenza arcaica e ogni tendenza del collettivo puo' allearsi con l'immagine della Grande Madre e opporsi all'io. (nota 1)Vuol dire che l'io, sviluppandosi e rafforzandosi per affermare il proprio diritto a un'esistenza autonoma, entra inevitabilmente in conflitto con questa "potenza psicologica" che tende a sacrificare il singolo, l'individuo, in nome del gruppo, della collettivita', della specie. Si deve porre grande attenzione a come l'immagine di questa Grande Madre, onnipotente e terribile nella sua indifferenza all'io, possa arrivare ad assumere dei tratti altamente drammatici e sconvolgenti, come e' rappresentato ad esempio dalle 'Madri' faustiane: "Mal volentieri ti scopro un alto segreto ... Auguste dee troneggiano in solitudine.Dopo questa breve premessa si puo' provare a dare una lettura del mito di Edipo sotto una luce diversa: l'aspetto ostile della Grande Madre e' rappresentato dalla Sfinge e da Laio che, entrambi, vogliono impedire a Edipo di avere accesso all'aspetto benevolo e creativo del femminile che e' rappresentato dalla citta' da governare (Tebe) e dalla donna da fecondare. Cio' che rende Edipo un eroe mancato e' l'avere realmente posseduto sua madre naturale (Giocasta) e non simbolicamente quella transpersonale, quella archetipica. Anche E. Neumann interpreta la vicenda di Edipo in termini di combattimento con la Grande Madre: "Cio' che fa di Edipo un eroe uccisore del drago e' la vittoria sulla sfinge, che e' la nemica antichissima, il drago dell'abisso, la potenza della madre terra nel suo aspetto uroborico.La liberazione della citta' dal mostro che ne impedisce la prosperita', il governo di essa e l'accoppiamento fecondo con la regina, sono tutte azioni che rappresentano l'accrescimento del potere dell'io, l'espansione dei suoi domini inconsci e l'aumento delle capacita' di rapporto con il mondo femminile benigno e generativo. Ma l'aver commesso realmente incesto trasforma quello che sarebbe stato un percorso eroico in una disfatta per l'io: Tebe e' colpita dalla pestilenza, Giocasta si uccide, ed Edipo? Edipo segue il destino che colpisce chi perde la battaglia con la Grande Madre, e cosi' regredisce allo stadio di figlio, subisce cioe' la castrazione, tale infatti si puo' considerare simbolicamente l'accecamento. D'altronde anche la cecita' di Fenice, tutore di Achille, e' considerata dai greci come una metafora dell'impotenza.(nota 4) Con che cosa poi Edipo si acceca? Con un fermaglio della madre-sposa: se ce ne fosse bisogno il mito ci spiega ancora meglio, quasi esplicitamente, che e' l'aspetto fallico del femminile il nemico dell'eroe, dell'io che vuole crescere, e che lo vuole ridotto all'impotenza, castrato. Quindi il complesso di castrazione puo' si' essere esercitato, elicitato, dal padre, ma in quanto incarnazione degli aspetti distruttivi, punitivi dell'inconscio piu' profondo. Istinti, pulsioni, non affrontati, non elaborati, non assimilati sono cosi' vissuti ad un livello piu' alto di coscienza in maniera deformata. Il nocciolo rimane la separazione, l'individuazione. La tragedia di Edipo e' la tragedia di chi non e' riuscito a differenziarsi, a trovare se' stesso e quindi esistere come individuo. Il Drago, battuto la prima volta sotto le arcaiche sembianze della Sfinge, si ripresenta sotto le sembianze di Giocasta e racconta la storia dell'invasione della Grande Madre nel rapporto dell'uomo col femminile. Sposando la madre egli si preclude la possibilita' di essere "altro" dal padre e quella di essere uomo e non piu' bambino. Edipo vive intrappolato nelle spire del drago materno, vittima del potere castrante della madre fallica, non puo' avere ne' un regno ne' una stirpe (i figli Eteocle e Polinice sono anche suoi fratelli), il suo rapporto con il femminile e' infecondo, egli infatti vaga in compagnia non della sposa ma della figlia (Antigone). La sua stessa morte e' riconducibile all'aspetto terribile della Grande Madre, sono infatti le Erinni, le feroci divinita' femminili, che lo spingono alla morte. Dunque, piu' l'io si emancipa, piu' vive la Grande Madre anche come nemica e terribile. Voglio solo brevemente accennare al fatto che la differenza tra questa impostazione e quella classica e' sostanziale, quest'ultima infatti, come e' noto, utilizza la leggenda di Edipo per affermare che tutti nella propria fantasia infantile siamo stati almeno una volta parricidi, sarebbe cioe' il padre personale e non la madre archetipica, il "drago" dell'eroe. Freud scrive a proposito di Edipo: "Il suo destino ci commuove soltanto perche' sarebbe potuto diventare anche il nostro, perche' prima della nostra nascita l'oracolo ha decretato la medesima maledizione per noi e per lui.Anche Rank, seguendo la traccia freudiana, vede nell'eroe il "punitore" del padre: "I miti non sono creati certo dall'eroe, tanto meno dal giovane eroe, bensi', come sappiamo ormai, da un popolo di adulti.L'eroe cosi' soddisferebbe il nostro desiderio omicida, liberandoci in piu' dalla colpa, considerato che l'ucciso e' quasi sempre meritevole della sua fine. Personalmente, mentre ho difficolta' a riscontrare desideri francamente sessuali verso la propria madre naturale, ho molte piu' occasioni di trovare grandi tensioni verso la madre simbolica, collettiva e fusionale, in contrasto con la spinta individualizzante e creativa. Il combattimento dell'eroe, cioe' dell'io, ha un significato sovrapersonale e la figura contro la quale e' diretta la sua lotta non puo' essere considerata un genitore personale del romanzo familiare, ma un simbolo dietro cui si nasconde lo stesso archetipo materno, il cui aspetto divorante viene avvertito dall'io come tendenza dell'inconscio ad inghiottire la coscienza. Cioe' si instaura una lotta per la conquista di maggiori quantita' di libido, una lotta per superare l'inerzia della libido che e' simboleggiata dal drago materno che imprigiona l'io nelle sue spire, una lotta per permettere alla coscienza di appropriarsi di maggiori porzioni di inconscio, una lotta che richiede l'emergenza, l'attivazione, dell'archetipo dell'eroe. Cio' che l'io sperimenta come distruttivita' e' lo strapotere energetico della Grande Madre accoppiato alla debolezza della propria struttura conscia. Questa opposizione dell'io alla Grande Madre si traduce appunto nell'atteggiamento combattivo dell'eroe mitologico che si oppone attivamente contro il "drago". Note 1 E.Neumann, Le origini della coscienza, Astrolabio, Roma, 1978, p. 261 2 C.G.Jung, La libido, simboli e trasformazioni, GTE Newton, Roma, 1993, p. 187 3 E.Neumann, Op. cit., p.151 4 R.Graves, I Miti Greci, Longanesi, Milano, 1983, p. 596 5 S.Freud, L'interpretazione dei sogni, (1899), in Opere, Vol. III, Boringhieri, Torino, 1966, p. 244 6 O.Rank, Il mito della nascita dell'eroe, Sugarco, Milano, 1987, p. 93 Enrico Palumbo |
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