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L'ombra della famiglia. Recensione Film: The Fighter

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L'ombra della famiglia. Recensione Film: The Fighter

L'articolo "L'ombra della famiglia. Recensione Film: The Fighter" parla di:

  • Relazione madre-figlio e ruolo della figura paterna
  • Legame viscerale tra fratelli
  • Incontro con l'anima secondo la prospettiva Junghiana
Psico-Pratika:
Numero 62 Anno 2011

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Articolo: 'L'ombra della famiglia. Recensione Film: The Fighter'

A cura di: Giulia Regoli
L'ombra della famiglia. Recensione Film: The Fighter

Scheda tecnica
Anno: 2011
Durata: 115 minuti
Regia: David O. Russell
Cast: Mark Wahlberg, Christian Bale, Amy Adams, Melissa Leo, Jack McGee
Premi: Oscar, Golden Globe e Bafta miglior attore non protagonista Christian Bale
Oscar e Golden Globe miglior attrice non protagonista Melissa Leo
Bafta miglior attrice non protagonista Amy Adams

    INDICE: L'ombra della famiglia. Recensione Film: The Fighter
  • Trama del film
  • Nella tela del ragno: l'ombra della famiglia
  • I fratelli: due lati della stessa medaglia
  • L'incontro con l'anima secondo la prospettiva Junghiana
  • La storia vera
  • Da vedere perché...
  • Battute significative
Trama del film

Ancora una volta, dopo "The Wrestler" e "Cinderella Man", il mondo dello sport è il pretesto ideale per raccontare una vicenda carica di significato.

Lowell, cittadina di provincia del Massachusetts, fa da sfondo alla reale vicenda del pugile Micky Ward, classe 1965, impegnato a combattere per ottenere il titolo mondiale nella categoria dei Welter leggeri.
La storia del protagonista, interpretato da un convincente Mark Wahlberg, è indissolubilmente intrecciata a quella del fratello maggiore Dicky, ex pugile noto per aver mandato a tappeto il celebre Sugar Ray Leonard e suo attuale allenatore.
Completamente calato nei panni di Dicky e fresco di un Oscar come migliore attore non protagonista, Christian Bale ci regala l'interpretazione magistrale di un personaggio dominato dal senso di fallimento e di frustrazione.
Dicky è un tossicodipendente avvezzo al crack e alla vita delinquenziale con più di venti arresti alle spalle; vive della gloria passata e si muove tra le "crack houses", il centro di boxe nel quale - droga permettendo - allena il fratello, e la casa genitoriale, popolata da una bizzarra quanto mai disturbata famiglia.

Numerose e indistinte sorelle dalla piatta personalità e un padre inconsistente si raccolgono, infatti, intorno alla figura dominante di Alice (Melissa Leo), madre e manager di Micky, donna aggressiva e manipolatrice che sfrutta le vittorie del figlio per sostenere economicamente l'intero nucleo familiare.

Micky appare completamente irretito dai giochi parentali e privo di una situazione affettiva positiva alla quale aggrapparsi; anche il rapporto con l'unica e amata figlioletta è ostacolato dall'ex moglie, che si frappone tra lui e la piccola.
Chiave di svolta della vicenda è l'incontro con la barista Charlene, ragazza ruvida e schietta che, senza peli sulla lingua, mette il pugile di fronte alla realtà e lo spinge ad affermare la propria volontà contro il volere familiare.
A spalleggiare la ragazza, ci sono il padre di Micky, seppur flebile e timoroso e varie figure del mondo del pugilato che, di volta in volta, cercano di aprire il pugile a nuove possibilità sportive che non coinvolgano necessariamente il fratello maggiore.

Micky si trova di fronte ad un bivio: svincolarsi dalle proprie debolezze e dalla famiglia d'origine, compiendo scelte personali in direzione di un ipotetico quanto agognato successo, oppure rimanere nel contesto conosciuto e sperare nella capacità di Dicky di condurlo al podio.
Il tentativo di Micky nel trovare un punto d'incontro tra due realtà antitetiche e per lui ugualmente significative sarà la sfida fondamentale che dovrà vincere, prima di poter affrontare quella ufficiale sul ring del mondiale.

Nella tela del ragno: l'ombra della famiglia

Ciò che rende notevole la pellicola è l'abilità di David O. Russell nel rappresentare la complessa trama dei rapporti familiari, sottile e distruttiva come una tela di ragno che imprigiona il protagonista fino quasi a soffocarlo.

La famiglia è il punto di inizio d'ogni individuo e rappresenta una realtà con la quale confrontarsi per il resto della vita: che sia di sangue o acquisita, che sia una famiglia in grado di dare il necessario affetto oppure di negarlo, che sia una famiglia dalla quale ci si è allontanati o alla quale si è rimasti ancorati, nel bene e nel male è la culla della vita psichica.
Simboleggia il primo amore del bambino e la sua prima delusione, il legame generazionale, il passato dal quale si proviene e il futuro che ci si augura di avere.
La famiglia è un archetipo potente che racchiude in sé molteplici significati e che sembra esistere per garantire uno sviluppo adeguato dell'identità individuale: proprio per la sua significatività, racchiude tuttavia aspetti ambivalenti ed oscuri che la rendono terreno di scontro di dinamiche di potere e proiezioni distruttive e che ne mettono in evidenza gli aspetti Ombra.

Micky apparentemente vive sostenuto dai familiari e li tollera di buon grado: lavora con il padre, è allenato dal fratello e supervisionato dalla madre.
In realtà, prova inconsapevolmente un'intensa solitudine affettiva perché è circondato da parenti che, come parassiti, lo isolano dal resto del mondo per poter disporre della sua energia e capacità.
Con la scusa di aiutarlo a realizzare i suoi sogni, ne gestiscono la vita impedendogli ogni movimento.
La madre ha una personalità mascolina, fagocitante, intenta ad irretire i figli con invadenza e ricatti emotivi.
Incapace di ammettere l'evidente tossicodipendenza di Dicky, lo tratta come il preferito di casa, il più valente perché ex promessa del pugilato e assieme a lui manovra il fratello minore.

Micky asseconda il gioco alla perfezione: la famiglia gli ha assegnato il ruolo del "buono", dell'"onesto" capace di sobbarcarsi il peso di una situazione disturbata senza lamentarsi, ma anzi cercando di rattoppare i buchi dove è possibile.
Micky non può dire di no alla famiglia perché il messaggio implicito ed illusorio è che, senza di lui, andrebbe in pezzi; non può dire di no alla madre perché questo significherebbe affrontare i sensi di colpa nell'abbandonarla e non può dire di no al fratello perché lo priverebbe del pugilato, sua unica ragione di vita.
Quando, per motivi economici, lo obbligano a disputare un incontro fuori programma con un pugile di categoria superiore, Micky si fa immolare e viene massacrato di botte.
Fa tenerezza vederlo così sprovveduto e disarmato, ma la sua ingenuità nasconde il rifiuto di una presa di coscienza.
I guantoni da boxe gli permettono di combattere avversari sul ring, ma lo lasciano nudo di fronte al sabotatore dentro di lui.

Sembra una situazione senza uscita, nella quale il bambino non è mai diventato uomo ed è rimasto schiavo della figura materna.
Se facciamo un salto nella psicoanalisi freudiana, ci ricordiamo che Freud denomina la madre "la prima seduttrice": per quanto inadeguata si possa dimostrare, rimane agli occhi del bambino come l'oggetto fusionale per eccellenza.
Solo la capacità di separarsi e tollerare il distacco può evitare che questa fusione si trasformi in un "abbraccio mortale" (A. Carotenuto, "Riti e miti della seduzione").
Per la formazione di un Io integro, la relazione madre-figlio deve essere gratificante e la madre deve aiutare l'elaborazione psicologica del reale da parte del piccolo, fornendogli una giusta "traduzione".
Come teorizza Neumann, la madre deve assolvere la funzione di "Sé compensatore", rassicurandolo e sostenendolo nell'accettare positivamente ciò che lo circonda.
Una madre possessiva, ansiosa o depressa manderà al figlio messaggi angoscianti che non lo invoglieranno ad aprirsi al mondo e ne mineranno le future relazioni.
Inoltre, i rapporti parentali frustranti, aumentando nel bambino il senso di instabilità, lo indurranno ad intensificare il legame d'attaccamento per compensare il senso d'insicurezza interna.

Non dobbiamo dimenticare il ruolo della figura paterna, che in taluni casi potrebbe rappresentare una via d'uscita da questa insidiosa situazione.
Il padre è simbolicamente la figura deputata a favorire il processo di differenziazione, perché "rompe" la diade perfetta madre-bambino e stimola l'infante ad elaborare l'assenza materna.
Se, tuttavia, il padre è esautorato da una madre dominatrice che ne ha assunto il ruolo, sarà più difficile per il bambino muovere i passi verso un'identità autonoma.

In "The Fighter", il padre di Micky è l'unico familiare a cercare di dare man forte al figlio, ma i suoi tentativi di affermarsi sono nulli: anche quando picchia Dicky per averlo trovato stravolto di crack, risulta ridicolo piuttosto che minaccioso.
E' semplicemente lo sfogo dell'aggressività circolante in casa che, come lui stesso sa, non intaccherà minimamente gli equilibri patologici esistenti da sempre.
A questo proposito, è apprezzabile la scelta del regista di pennellare con un tocco di comicità alcuni momenti drammatici, con il risultato di stemperare i toni e rendere ancora più evidente la follia familiare.
Indimenticabile la scena tragicomica in cui Alice e lo stuolo delle figlie, schiacciate in un macchina troppo piccola, arrivano sgommando a casa di Micky per punire Charlene di essersi intromessa nella loro vita.
Voleranno botte da orbi in un crescendo di ilarità.

I fratelli: due lati della stessa medaglia

La dinamica relazionale più interessante della pellicola si gioca tra Micky e Dicky e costituisce il perno attorno al quale ruota il destino del pugile.
E' un rapporto di affetto e reciproco sostentamento, ma anche di dannosa dipendenza.

I due uomini provengono dallo stesso ambiente e hanno intrapreso la stessa strada, seppur con esiti diversi.
Dicky ha bruciato la promettente carriera buttandosi nella droga, vive a casa dei genitori assieme al figlio piccolo e riesce a sentirsi vivo solo quando allena il fratello.
Micky si mantiene facendo l'operaio e cerca faticosamente di salire la china del mondo del pugilato, costantemente intralciato dall'ingombrante famiglia.
Dicky è infantile e mascalzone, Micky serio e responsabile.
Vediamo più volte Dicky calarsi dalla finestra per fuggire da chi lo cerca e atterrare sui sacchi della spazzatura, metafora della sua situazione esistenziale, mentre Micky si allena incessantemente, focalizzato sull'obbiettivo.

Come le coppie mitologiche Eros/Thanatos (mitologia greca) e Asura/Deva (mitologia vedica) sembrano rappresentare l'uno l'opposto dell'altro, pur essendo in realtà complementari, anche i due fratelli condividono gli stessi contenuti emotivi e li esprimono secondo modalità e ruoli differenti.
Il fatto di avere nomi quasi identici fa presupporre che l'intenzione inconscia, a livello familiare, sia stata proprio quella di considerarli come due lati della stessa medaglia, indissolubilmente uniti in un gioco di proiezioni.
Dicky affonda nella droga i sentimenti di fallimento che Micky combatte con tutto se stesso, nel tentativo di regalarsi una vittoria e "riscattare" il fratello dalle sconfitte della vita.
Al tempo stesso, alimenta la dipendenza da lui per mantenere almeno un briciolo della visione ideale che aveva da bambino, quando lo considerava il "suo idolo".
La realtà è che Micky ha paura di non farcela senza Dicky, non sa se può avere fiducia nel mondo esterno.
Esplicativa la risposta di Dicky quando un allenatore propone a Micky un'offerta allettante: "Non fidarti, non è della famiglia".

Il legame tra i due è così viscerale che quando Dicky viene sorpreso dalla polizia a compiere un furto, Micky non ascolta chi gli scongiura di non cacciarsi nei guai e si catapulta ad aiutarlo, finendo con una mano rotta.
Ancora una volta, danneggia se stesso per salvare il fratello.
In una delle scene successive, vediamo Dicky in prigione acclamato dai detenuti: sembra non essergli rimasto che il carcere per trovare la considerazione di cui ha bisogno.

L'incontro con l'anima secondo la prospettiva Junghiana

Inaspettatamente, ciò che appare la ripetizione ossessiva dello stesso schema comportamentale innesca la possibilità di un mutamento: Micky compie un balzo in avanti e decide di escludere il fratello, affidandosi ad un nuovo allenatore.
Lo "zampino" di Charlene in questa fase di transizione è innegabile: la ragazza rappresenta una dimensione femminile antitetica rispetto a quella materna e, pur ricalcandone non a caso la risolutezza e l'energia, incoraggia l'uomo a perseguire i suoi sogni, non quelli familiari.

In termini junghiani, ciò che accade al protagonista è l'incontro con la propria Anima attraverso la personificazione dell'altro sesso.
Secondo Jung, infatti, l'uomo e la donna hanno una natura complementare e possiedono nel proprio inconscio la rappresentazione ideale l'uno dell'altro.
L'archetipo dell'Anima assume la forma di figura femminile ideale nell'uomo, così come l'archetipo dell'Animus si materializza in una figura maschile ideale per la donna.
Come afferma Jung, l'anima dell'uomo vive solo di relazioni umane e riconoscere ciò che ci lega all'altro porta ad un ampliamento della personalità.
Essere consapevoli delle proiezioni che ci spingono alla relazione significa capire che, attraverso l'altro, diamo ascolto prima di tutto ai nostri contenuti inconsci.
L'Anima e l'Animus, secondo Jung, testimoniano la necessità innata di integrare gli aspetti controsessuali attraverso l'esperienza erotica e sentimentale, che diventano pertanto un'esperienza di congiunzione psichica.
Idealmente, la relazione può rappresentare così un percorso di consapevolezza nel quale l'inconscio viene gradualmente riportato alla luce, permettendo il distacco dai vecchi legami libidici e la scoperta di nuovi aspetti dell'identità personale.

Ciò che Micky scopre con Charlene è un rapporto nel quale essere finalmente supportato e non più sfruttato, riconosciuto nelle sue reali aspirazioni e non piegato ad un destino già deciso per lui.
Da ciò cercherà di trarre la forza necessaria ad intraprendere un nuovo percorso ed a confrontarsi inevitabilmente con il passato.
La canzone di Ben Harper, "Glory and Consequence", è perfetta per accompagnare un finale che non rivelo e che invita ad una riflessione sul desiderio di gloria - inteso come emancipazione ed evoluzione - ed alle sfide che esso comporta.

La storia vera

Micky Ward, soprannominato "Irish" (l'irlandese), è attualmente un ex pugile statunitense, peso Welter.

Diventò professionista nel 1985, dopo aver già conseguito numerose e importanti vittorie, ma nel 1990, dopo aver perso quattro incontri di fila, si ritirò temporaneamente dalla boxe.
Nel periodo successivo, lavorò come operaio nel rifacimento dell'asfalto stradale.
Nel frattempo, il suo fratellastro ed ex pugile Dicky Eklund, che lottava contro problemi di tossicodipendenza, venne rilasciato dal carcere dove era rinchiuso per possesso di droga e convinse Micky a fare ritorno al pugilato.
"Irish" conseguì numerose vittorie e ottenne il titolo mondiale Welter nel 2000, proseguendo fino al ritiro nel 2003.
Oltre che per le vittorie, divenne famoso per la disciplina mostrata sul ring e verso gli avversari, meritando il soprannome di "superleggero cuor di leone".
Nel 2010 il Comitato Direttivo dei giornalisti americani di pugilato (Boxing Writers Association of America), gli ha attribuito il premio James A. Farley Award, per l'Onestà e Integrità nella Boxe.

Da vedere perché...

David O. Russell ci regala la fotografia chiara di una dimensione familiare problematica e tentacolare, che impedisce all'individuo di separarsi e differenziarsi.
Non sarà difficile per lo spettatore identificarsi nel protagonista e nella sua lotta per trovare una strada autentica e personale.

Battute significative

Micky: "E' mio fratello. Mi ha insegnato tutto. Se non c'è lui non posso farlo"
Dicky: "Non fidarti, non è della famiglia"
Charlene: "E' triste che ti lasci portare via il tuo sogno"

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