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L'ipnosi, Milton Erickson e la disseminazione.

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L'ipnosi, Milton Erickson e la disseminazione.
I presupposti filosofici

L'articolo "L'ipnosi, Milton Erickson e la disseminazione." parla di:

  • Ipnosi e comunicazione terapeuta-paziente
  • La disseminzione come metodo
  • Il non-metodo di Milton Erikson
Psico-Pratika:
Numero 46 Anno 2009

Tutti gli articoli
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Articolo: 'L'ipnosi, Milton Erickson e la disseminazione.
I presupposti filosofici'

A cura di: Roberto De Pas
    INDICE: L'ipnosi, Milton Erickson e la disseminazione.
  • L'ipnosi, Milton Erickson e la disseminazione: i presupposti filosofici
  • Note
  • Bibliografia
L'ipnosi, Milton Erickson e la disseminazione: i presupposti filosofici

Nella concezione clinica di Milton Erickson, l'induzione non è il fine di una seduta di psicoterapia ipnotica, ma lo strumento con cui il terapeuta procederà nel suo lavoro (dialogo) con il paziente.
Erickson non ha mai attribuito troppo peso alle tecniche induttive, per privilegiare invece il contenuto della comunicazione all'interno dello stato di trance.

La comunicazione terapeuta-paziente deve creare lo stato di trance, ma quella comunicazione ha già l'incarico di determinare il cambiamento nel paziente.
Il momento dell'induzione non è separato dall'intervento contenutisticamente mirato del terapeuta.

La capacità all'induzione viene data per scontata da parte di Erickson, e con qualsiasi paziente. La sua personalità, la sua storia, che non a caso ne hanno fatto un caposcuola, erano sicuramente alla base di questa capacità. Cui si deve aggiungere una forte tendenza all'introspezione, all'autoascolto.

Quindi, la sua struttura personologica, la sua storia, unite al sapere e alla capacità di elaborazione, hanno prodotto questo personaggio che ha saputo ridare impulso allo studio e alla pratica dell'ipnosi in psicoterapia.

Sarebbe, quindi, stato lecito aspettarsi da lui una organica produzione teorica capace non solo di mettere alcuni punti fermi sulla psicoterapia ipnotica, ma anche di assicurare una continuità, anche teorico-epistemologica, al proprio lavoro. Così non è stato, come ben sappiamo.

Anche se alcuni punti fermi del suo corpo teorico è, oggi, possibile stabilirli:

  1. Pragmatismo terapeutico: la vera preoccupazione del terapeuta è il cambiamento del paziente.
    Il che, non necessariamente, passa da una costruzione teorica del proprio intervento. Anzi, le modalità del proprio intervento sono, devono essere, assolutamente variabili.
  2. Empirismo, strettamente consequenziale al pragmatismo: molta attenzione deve essere posta alla fenomenologia del paziente.
    Questo è un dato importantissimo, su cui torneremo a proposito dell'ascolto in psicoterapia.
  3. Operazionismo: la seduta è un luogo in cui l'istanza del cambiamento necessita di strumenti operativi.
    Il dialogo terapeuta/paziente deve avvenire in uno stato modificato di coscienza e non vi deve essere preoccupazione per gli enunciati di angoscia o di disagio esistenziale del paziente.
    L'ascolto che il terapeuta fa del suo paziente non porterà all'interpretazione, ma ad una operatività basata sullo stato di trance, finalizzata, appunto, al cambiamento.
  4. Soggettivismo esperienziale: l'osservazione e l'ascolto che il terapeuta farà, avviene su quel particolare paziente, unico e irripetibile.
    L'approccio è, cioè, personologico, non generalizzabile, non protocollabile.
  5. Sistematizzazione in cinque punti dei procedimenti per arrivare alla trance: fissazione dell'attenzione, depotenziamento degli schemi rituali (metafore, ecc.), stimolazione della ricerca inconscia, processo inconscio, risposta ipnotica.
    Ma anche questi cinque punti, poi, non sono da interpretare come schema fisso operativo: vedi, per esempio, l'interpolazione di nuove "esperienze" create dal terapeuta all'interno di una medesima induzione ("L'Uomo di Febbraio").
  6. Teoria dell'inconscio o, per meglio dire, della mente inconscia: non è un luogo di conflitti, ma sede di potenzialità inespresse o, se espresse, non memorizzate, casa delle energie. Compito della psicoterapia è riesumarle e attivarle.
    Vi si accede solo grazie alla trance.
  7. Non-direttività del terapeuta.
  8. Differenziazione emisfero Dx/Sx: è attraverso l'emisfero non dominante che si può accedere alla mente inconscia.

Li ho elencati con il preciso intento di sottolineare i punti mancanti:

  • in primo luogo una teoria organica della mente;
  • quindi una teoria clinica sistematizzata;
  • non ultima, una istituzionalizzazione della teoria dell'ascolto.

Che, poi, significa stabilire:

  • che cosa significa "ascolto";
  • quali sono i canali della comunicazione da ascoltare (o da privilegiare);
  • perché Erickson, che così tanto ha insistito sull'empatia con il paziente, non ha definito l'oggetto stesso dell'ascolto.

Cioè: i temi, i disagi denunciati dal paziente hanno un peso nel trattamento psicoterapico, oppure il peso maggiore è occupato dall'induzione e dalla trance quindi, in ultima analisi, dal terapeuta?
E, se così fosse, non è in contraddizione con l'empatia terapeuta/paziente?

È mio parere che Milton Erickson avesse ben chiara e una teoria della mente e una teoria clinica.
Certo è, però, che era anche figlio del suo tempo e, soprattutto, del suo luogo.

Ancor più, era figlio delle proprie esperienze di malattie, di cui credo che, poi, sia riuscito a diventare "padre", nel senso che su di esse ha voluto esercitare per prima cosa il proprio potere, stabilendo subito chi doveva comandare sul proprio corpo.

Successivamente, proprio come un padre fa con i figli, così Erickson ha trattato i propri dolori fisici e le proprie paralisi: dolori e paralisi sono stati accolti e ospitati ed educati con lo scopo preciso di arrivare, insieme, ad un reciproco "cambiamento", proprio nell'accezione tecnica che a questo termine si dà in psicoterapia.

Occorreva, cioè, eliminare o lenire il proprio dolore, occorreva eliminare la paralisi.
Quindi, lui stesso, portatore di quel disagio, doveva cambiare: entrare in una percezione diversa di sé, del proprio corpo, e, quindi, riuscire a cambiare l'intero modo di pensare.
Cosa che cominciò a fare, come sappiamo, sin da quando era molto piccolo.

In questo senso, sono d'accordo con Ernest Rossi, con cui, invece, molti sono i casi in cui si deve dissentire.

Ma non si possono non condividere affermazioni come queste:

"La tecnica di Erickson proveniva dalle ferite nella sua carne; la sua originalità come terapeuta aveva radici nella sua lotta di vita o di morte per far fronte alle sue carenze congenite e alla malattia che lo paralizzava. Io sono convinto che la vera fonte della sua efficacia come terapeuta sia questa... Ognuno di noi, in un modo o in un altro, ha qualche ferita. La nostra riuscita sempre parziale nel guarire le nostre proprie ferite ci porta alla vocazione di esplorare insieme agli altri ulteriori modi per adattarci alla nostra comune condizione umana e di ampliarne le possibilità".1

Da questa "paternità" verso il proprio corpo, è quindi derivato, esistenzialmente, tutto il lavoro di Milton Erickson.

Figlio del suo tempo, e del suo luogo, dicevo: sono abbastanza convinto di una cosa, solo apparentemente ovvia.
L'Europa non avrebbe potuto produrre una figura del genere: nato alla fine del '800, Erickson poté iniziare il suo percorso di medico "non in linea", diciamo, senza dover pubblicare corposi trattati che avvallassero il proprio operato.

Le sue pubblicazioni su riviste scientifiche sono numerose, ma non hanno la sostanza dei saggi organici che sistematizzino una teoria.

Siamo nell'America del pragmatismo, nell'America di Dewey, per esempio, dove la prassi, appunto, prevale sulla teoria.
È l'America che accoglie i cervelli in fuga dall'Europa, assassinata da sistemi e regimi forti, e non solo nella politica.

Il pensiero di Freud, per esempio, è fortemente influenzato dalla filosofia.
Il medico Freud è anche figura di intellettuale mitteleuropeo di stampo liberale, e non riformista, che risente del clima culturale che venne a stabilirsi nella repubblica di Weimar, tra l'800 e il '900: dove prevalevano concezioni capaci di generare la teoria di bildung - la costruzione sociale frutto della collaborazione umana - dove forti erano le speranze per un affrancamento delle masse oltre che delle minoranze o, ancora, si pensava ai rapporti tra le persone o tra le classi in termini di rapporti umani, del tutto svincolati rispetto ai rapporti di produzione.

Era insomma il clima, per esempio di Marcuse, nato a Berlino, o di Adorno - li ritroveremo in America, dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Era l'Europa che vedeva nascere gli stati nazionali, obbligando dentro a percorsi sempre più contraddittori - e comunque complessi - quel concetto di "modernità", quale si era affermato dopo la Rivoluzione Francese con la caduta dell'Ancién Regime.

L'Europa era la culla della grande filosofia, dei grandi sistemi filosofico-politici, le cui conseguenze, poi, avrebbe purtroppo pagato a caro prezzo.
E Freud è autore di un grande sistema, di un grande impianto che, con i 12 volumi delle sue opere complete, viene oggi studiato dai filosofi come dagli psicoanalisti.
I quali ultimi, oggi, si trovano a dover dipendere da un sistema forte, cui si sforzano, spesso anche con ottimi risultati, di apportare modifiche o riforme.

In America, niente di tutto questo: filosoficamente, lì, non si è mai prodotta una costruzione di pensiero particolarmente forte, forte nel senso "europeo" del termine; politicamente ed economicamente, il capitalismo, nelle sue varie forme, ha determinato il modus vivendi, dando l'oscillazione massima del pendolo che va da un liberismo sfrenato a una visione più democratica, più tollerante, più da stato sociale.

Non vi è mai stata una preoccupazione filosofico-politica "forte" ma, semplicemente, una capacità politica di accoglienza verso tutti (anche se non sempre realmente concretizzata), un empirismo basato sul principio di responsabilità del singolo, che doveva imparare a costruirsi da solo; una società multiculturale, il cui logico e tacito presupposto era, ed è, una capacità dialettica interna, basilarmente generatrice di fusioni e non di intolleranze; una tendenza più scientifica che non umanistica, ma anche il sorgere di tutte quelle forme d'arte e di libero pensiero cui ormai l'America ci ha abituato nell'arco di quasi tutto il secolo scorso (il '900, intendo).

Erickson è esattamente questo, con il suo pragmatismo, intriso di creatività e di determinazione esistenziale, di forza del pioniere. L'impianto teorico viene dopo, molto dopo, rispetto alla necessità del "fare" e dell'esserci, esserci proprio come situazione (il situazionismo di Sartre?) che si offre per lenire il male dell'umanità.

Da quanto detto fin'ora, si possono trarre alcune conclusioni:

  1. La situazione socio-storica più su delineata non deve indurci in giudizi di valore rispetto alle condizioni europea e americana: la seconda guerra mondiale ha già sancito bilanci e fallimenti e, in questa sede, non siamo chiamati a simili giudizi.
    Rimane il fatto che il divario qualitativo culturale Europa/America permane: ben venga la diversità, se intesa come stimolo a elaborazioni e confronti.
    Detto diversamente: occorre riflettere su una possibilità di diversificare psicoterapia ericksoniana americana e psicoterapia ericksoniana europea.
    La ritengo una necessità antropologica. Il che è esattamente il contrario dell'etnocentrismo: perché è rispetto delle diversità culturali.
  2. La rilettura dell'intera opera di Erickson, necessità teorica imprescindibile, dovrà compiersi sul piano filologico, come primo gradino rispetto alla necessità, altrettanto imprescindibile, di compiervi una lettura critica e di rielaborazione, che ci dovrà portare a contenuti reali che giustifichino, appunto, quel prefisso "neo", posto davanti all'illustre nome di Milton Erickson.
  3. La personalità di Erickson ci è comunque sufficientemente nota, oramai: la rielaborazione del suo pensiero si impone anche per demistificare quelle tendenze che spesso accreditano un Erickson irripetibile e non trasmissibile.
    Insomma con il rischio di usare espressioni un po' forti, si potrebbe dire di dover abbattere un culto della personalità2, per favorire la sistematizzazione del suo pensiero.
  4. Pensiero che, poi, a ben guardare, non è poi così inespresso.
    Dicevo prima delle lacune teoriche rispetto a una mappa della mente, a una teoria della clinica e a una coerente organizzazione della teoria dell'ascolto.

Vediamole meglio:

  • Teoria della mente: Il metodo di Erickson è induttivo e mai teorico.
    I suoi interventi sono empirici e non vengono mai sottoposti a processi deduttivi.
    Non vi è, quindi, pretesa di giungere a nette formulazioni teoriche.
    Era un "lucido naturalista"3, che non voleva mai andare oltre le osservazioni effettuabili.
    Riservava alle sue induzioni il compito di andare nel non-visibile.
    Le differenze emisfero Dx/emisfero Sx, e la sua idea della mente inconscia costituiscono i cardini del suo lavoro: a ben vedere, una sostanza teorica di non poco conto.
    La lettura dell'emisfero Sx come sede delle resistenze al cambiamento (le strutture di riferimento dominante), per esempio, informa di sé tutta l'opera di Erickson: stabilisce tre modalità, tramite cui si attua una differenziazione tra la realtà e il modello che di quella realtà si fa il paziente: la cancellazione, la deformazione e la generalizzazione.
    Per cui, i modelli di rappresentazione costituiscono, in Erickson, un altro tassello della sua teoria della mente.
  • La Teoria clinica: qui, la situazione è ancora più rosea. Non credo di peccare di ottimismo: il vero problema consiste nell'astrarsi dalle magnificazioni, a volte anche trionfalistiche, che spesso hanno dell'incredibile (sono reazioni comuni, queste, quando leggiamo i vari testi di Erickson, Rossi, ma anche di Bandler e Grinder).
    Si può generare un rifiuto, insieme all'incredulità, insieme a sensazioni di inadeguatezza, in chi voglia approcciarsi a questo tipo di terapia.
    Si tratta di leggere questi Autori (Erickson compreso, non solo i suoi "allievi"), al netto di tali "magnificazioni", appunto.
    Se facciamo quest'operazione mentale, allora ci sentiamo in possesso di alcune tecniche di lavoro, coerentemente presentate.
    Non mi dilungo, ma mi riferisco, al ricalco, all'uso delle metafore, alle risposte del corpo del paziente, alla doppia e tripla presa, alle descrizioni delle esperienze in corso (in stato di trance) osservabili e non osservabili, le distinzioni visive e auditive, le causative implicite ecc.
    Ripeto, non mi dilungo, perché intendo privilegiare il terzo punto del mio elenco, che riguarda la teoria dell'ascolto (gli altri due punti dell'elenco sono, lo ripeto, la mappa della mente e la teoria clinica).
    Rispetto, però, a questa parte della teoria clinica, mi preme sottolineare un mio pensiero, a proposito della sistematizzazione della teoria ericksoniana.
    È possibile avvertire l'esigenza di protocollare le modalità di intervento terapeutico, per poter organizzare le nostre induzioni.
    Ma se appena appena abbiamo capito lo spirito che sottostà a tutto il mondo ericksoniano, ci accorgiamo subito che questa pretesa avrebbe solo l'effetto di distruggere, e di tradire quello spirito. L'aspetto personologico della terapia ericksoniana vieta qualsiasi prassi istituzionalizzata.
    Al terapeuta, Erickson chiede la massima creatività, sempre e in qualsiasi momento del suo lavoro.
    Se così non fosse, tutto sarebbe un controsenso: avremmo la fissità della pietra che vuole smuovere un fiume.
    La necessità di modificare i modelli di rappresentazione del paziente prevede, necessariamente, la capacità del terapeuta di attuare costantemente queste modificazioni dentro la propria persona.
    Perché una cosa è certa del pensiero di Erickson: non ci sono, né possono esservi, metodi strutturati.
    Credo che proprio volutamente Erickson non abbia mai sistematizzato né i propri interventi né le proprie teorie: per evitare, appunto, che lo psicoterapeuta cercasse le proprie certezze in sistemi creati da altri.
    Con Erickson, lo psicoterapeuta è sempre sulla breccia, mai protetto da nessun metasistema, e le uniche risorse su cui dovrà fare leva sono il suo sapere, le sue intuizioni, la sua creatività.
    E la sua umanità: il suo lavoro si attua sempre in una stanza, dove appunto lavora con un'altra persona, per parafrasare il titolo di un saggio che Luciana Nissim Momigliano, psicanalista didatta della SPI, dedicò appunto alla interrelazione terapeuta/paziente.
    Quel saggio, la Nissim lo dedicava proprio alla capacità di ascolto del terapeuta (Due persone che parlano in una stanza)4.
  • E sull'ascolto in Milton Erickson, vi sono alcune cose da evidenziare:
    semplicemente grandiose io trovo essere le modalità di ascolto che Erickson ci insegna. Apparentemente, esse sembrano basate su una sommaria raccolta di dati, per poi passare, in alcuni casi anche mentre il paziente sta ancora parlando, all'induzione.
    E quando il terapeuta passa all'induzione, allora sembra mettersi, lui e solo lui, alla guida della situazione.
    In realtà, non è così: l'ascolto, in Erickson, è sempre attivo, il suo parlare è sempre in funzione dell'ascoltato; il parlare del terapeuta ha l'intenzionalità di sollecitare il paziente.
    L'attenzione ai contenuti realmente espressi dal paziente, si accompagna ad un'osservazione attenta del suo corpo, del suo volto, della sua espressione.
    Su questa base, inizia anche un dialogo stabilito dal corpo del terapeuta, i cui movimenti non sono mai casuali ma, diciamo, offerti a una interrelazione con il paziente.
    Erickson parte dal presupposto che le tematiche di angoscia, di ansia, di dolore, di disagio espresse dal paziente abbiano sicuramente un diritto di cittadinanza e di ascolto e su queste, a sua volta, baserà i propri interventi.
    Ritiene, però, anche che quelle tematiche siano il frutto di tutte le difese espresse dalla mente razionale.
    La risposta non può essere congrua, cioè condotta, anch'essa sui medesimi livelli di razionalità.
    Il terapeuta deve essere capace di spostare l'asse della conversazione sempre di più sulla "mente inconscia": in altre parole deve essere capace di spiazzare il percorso che il paziente sta tracciando.
    L'ascolto, in Erickson, non è fatto di un prima (tu parli, io ti ascolto) e di un dopo (tu hai parlato, adesso ti dico io), ma di una sincronica empatia attiva, per la quale il terapeuta si frappone tra il paziente e il suo parlato: la tecnica che Erickson usa l'ha definita - lui stesso - "disseminazione"5.
    Che significa, appunto, buttare per raccogliere, e, fuor di metafora, distogliere il paziente dai propri copioni.
    Anzi, proprio perché butto per poi raccogliere, distruggo quei copioni che, distruggendosi, consentono quella raccolta, la quale si attua già per il fatto che indico nuove vie al mio paziente.
    Il termine disseminazione è assolutamente illuminante rispetto a tutta la filosofia che sottostà alla clinica ericksoniana.
    Intanto ci ricorda Joyce, la sua prosa appunto disseminata, svolta cioè su basi associative e non consequenziali, non concepita come una linea retta (razionale), ma come un libero svolgersi di sé stessa nelle direzioni più disparate ("mente inconscia").
    E Joyce ha voluto, con il suo "Ulisse", rappresentare l'uomo nei suoi percorsi interiori: un lungo romanzo, nel quale non succede niente, se non la narrazione di una normalissima giornata di Leopold Bloom, venditore di pubblicità a Dublino, che si incrocia con il proprio alter-ego Stephen.
    È un vero e proprio laboratorio di scrittura: flussi di coscienza si alternano a monologhi interiori, allusioni, comiche o tragiche, si inseriscono in un andirivieni continuo dentro/fuori da parte dei singoli personaggi, il mondo si dilata o si restringe con l'io e viceversa.
    Insomma, frequentemente, protagonisti di questo romanzo sono il conscio e il subconscio, quasi in un dialogo aperto.
    Infiniti i passi che potremmo citare: ricordiamo solo il finale, il monologo di Molly, con quel che viene scandito ripetutamente come espressione di un sentire e un pensare plurimo che si snoda non solo con le parole del monologo, ma, appunto, con quel disseminato, che è disseminazione semantica.

Un altro esempio:

"Una vita è tutto. Un corpo. Fai. Ma fai. Fatto comunque. Vaglia francobollo. Ufficio postale un po' più giù. Ora quattro passi. Basta...".

Leggiamo Erickson:

"Sorse la questione se una parte della verbigerazione potesse essere una maschera per nascondere dei significati, frammentati e dispersi nell'insieme delle espressioni verbali. In base a questo, l'autore si pose la questione di come fare per produrre lui stesso una serie di discorsi incoerenti tra cui poter nascondere, in forma frammentaria, una comunicazione significativa".6

La pagina (la seduta) si destruttura e, con lei, anche il racconto, che è costretto a cedere il passo ai movimenti dell'Io, al suo mondo immaginifico e al flusso dei pensieri, che non sono più ordinati secondo la classica successione causale e logica, ma per associazioni di idee. Modalità disseminante. La stessa di cui ci si serve, per esempio, per accedere al significato di un sogno: Erickson vuole portare il paziente a questo tipo di comunicazione.

Poiché non vuole "dirigere" il paziente, allora lui parla "disseminando", e lo fa mentre ascolta. L'ascolto, in Erickson, è disseminazione.
Dissemina e ascolta e osserva il suo interlocutore.

Per riprendere lo schema di Bandler e Grinder7: output del cliente - input dell'ipnotista - output dell'ipnotista - input del cliente - output del cliente, circolarmente e all'infinito.

Ma con disseminazione, contro l'immobilismo degli enunciati.

In terapia, quindi, occorrono forme stilistiche nuove.
Questo è l'insegnamento di M. Erickson. Forme stilistiche che stabiliscano categorie mentali nuove, quindi anche il viceversa: categorie mentali nuove, capaci di produrre nuove forme stilistiche.

Più che pertinente è allora il ricorso alla filosofia contemporanea, limitandoci qui a un percorso Heidegger-Zambrano-Derrida.

In "Che cosa significa pensare" (l'edizione tedesca è del 1954), Heidegger, nel tentativo di rintracciare il fondamento del linguaggio, quindi del pensiero, cerca nuove forme stilistiche, capaci di non imbrigliare l'inconscio nella catena della causalità e della consequenzialità.

Le caratteristiche del Dire originario sono quelle della poesia e non della scienza.
Non solo: il pensare e il dire sono possibili solo all'interno della relazione. Il luogo in cui avviene il pensiero è quello della relazione, fosse anche, questa relazione, l'incontro tra il filosofo e l'albero, per riprendere un esempio citato, appunto, da Heidegger.
Quindi "incontro e poesia", indivisibili, come elemento primario della comunicazione.

La poesia è la forma stilistica scelta per i propri scritti, tutti però in forma di prosa, da Maria Zambrano, filosofa spagnola allieva di Heidegger.
Sono pagine dense, a tratti oscure, proprio perché non ubbidiscono alle regole tradizionali della scrittura. In "Chiari del bosco" cerca di stabilire un percorso conoscitivo.
Leggiamo:

"il chiaro del bosco è un centro nel quale non sempre è possibile entrare; lo si osserva dal limite e la comparsa di alcune impronte di animali non aiuta a compiere tale passo. È un altro regno che un'anima abita e custodisce. Qualche uccello richiama l'attenzione, invitando ad avanzare fin dove indica la sua voce. E le si dà ascolto. Poi non si incontra nulla, nulla che non sia un luogo intatto che sembra essersi aperto solo in quell'istante e che mai più si darà così. Non bisogna cercarlo. Non bisogna cercare. È la lezione immediata dei chiari del bosco: non bisogna andare a cercarli, e nemmeno a cercare nulla da loro.
Nulla di determinato, di prefigurato, di risaputo".8

Il chiaro del bosco è il luogo in cui si dà ascolto e nel quale non si cerca nulla, così come non si cerca il chiaro stesso. Lo si incontra.
Il chiaro del bosco può essere lo stesso luogo della relazione di Heidegger che è, insieme alla poesia, il luogo in cui nasce il pensiero.
Lì avviene la presa di coscienza di sé e dell'altro da sé.
A quel punto, i chiari possono promettere "un mezzo di visibilità in cui l'immagine sia reale e il pensiero e il sentire si identifichino senza che ciò sia a costo di perdersi l'uno nell'altro o di annullarsi".9

Il chiaro del bosco è luogo della relazione e mezzo di visibilità, quindi metodo, reso possibile dalla coincidenza tra pensiero e sentire, capace di aprirsi solo un istante per perdersi subito dopo. Che, però, può risvegliare tutte le zone della vita, anche quelle censurate.
È quindi anche un metodo di indagine, il chiaro del bosco, discontinuo, non organizzato né organizzabile.

È, cioè, disseminazione, disseminazione che assurge a metodo.

Di disseminazione esplicitamente parla Jacques Derrida, filosofo francese: se per Maria Zambrano è metodo della conoscenza, per lui è metodo della scrittura.

La disseminazione è polisemia, è il frangersi della significazione, è "un progresso rispetto alla linearità di una scrittura o lettura monosemica, sempre preoccupata di ormeggiarsi al senso tutore, al significato principale del testo, anzi al suo referente maggiore".10

Nella disseminazione, invece, "il supplemento e la turbolenza di una certa mancanza fratturano il limite del testo".11

Esempi di disseminazione li abbiamo nei testi del suo ideatore: in particolare "La farmacia di Platone" e, soprattutto, "Glas", finora non tradotto in italiano e, anche graficamente, costruito sull'idea di abbandonare il testo lineare.

Ma la polisemia è solo un primo passo verso la disseminazione:

"La differenza tra polisemia del discorso e la disseminazione testuale è precisamente la differenza, una differenza implacabile. Quest'ultima è senza dubbio indispensabile alla produzione di senso... ma in quanto si presenta, si raccoglie, si dice, è là, il senso la cancella e la respinge.
Il semantico ha per condizione la struttura (il differenziale), ma non è esso stesso, in se stesso, strutturale. Il seminale invece si dissemina senza essere mai stato se stesso e senza ritorno a sé. Il suo impegno nella divisione, cioè nella sua divisione a perdere e a morire, lo costituisce come tale, come proliferazione vivente".12

Insomma, nella disseminazione, il discorso è dilatato, "linkato", cioè collegato, nel senso proprio dell'ipertesto, il quale mette in luce il carattere elettrico di tale gesto, come quando, fisiologicamente, il cervello umano stabilisce collegamenti tra fatti e pensieri diversi.

La disseminazione è testo innestato o parola che innesta diventando testo.
Qui, è sufficiente ricordare il titolo di uno scritto di Erickson: "La tecnica ipnotica di disseminazione per la correzione dei sintomi e per il controllo del dolore".13

E il significato del termine disseminazione è assolutamente identico a quanto ci dice Derrida. Erickson: "disseminare le suggestioni psicoterapeutiche", oppure, altrove:

"In modo apparentemente molto casuale, Erickson impiegò confusione, stimoli minimi e movimenti ideomotori per creare un contesto di opposti che portarono il soggetto a riconoscere di star sperimentando una trance anche se la sua mente conscia non voleva ammetterlo".14

Erickson e Derrida arrivano alla disseminazione esattamente per un medesimo scopo: la liberazione (dal disagio psichiatrico il primo, dai vincoli dell'essere l'altro).
Con Erickson, insomma, la disseminazione diventa l'acting out di una istanza filosofica.

La disseminazione è strumento della "decostruzione", che il filosofo francese compie nella ricerca ermeneutica: deve portare, o almeno questo è l'intento più o meno dichiarato, a una maggiore libertà dell'essere.

"Se insomma la decostruzione insegna qualcosa, se essa, come credo, ha una valenza pedagogica, essa si risolve tutta in questo difficile esercizio di presa di distanza... dalla passione per il proprio, dal desiderio fantasmatico di trovare un'origine... ricostruibile in tutte le sue articolazioni".15

Il tema dell'identità.
Decostruire significa dare movimento all'identità propria, non pensarla in termini statici e definitivi.
Per quel che ci riguarda, significa portare fuori il paziente dai propri schemi di riferimento prevalente: un sintomo viene vissuto dal paziente come una propria identità.
E il cambiamento, quindi la sparizione del sintomo, viene temuto proprio - o anche - come perdita dell'identità.
Erickson è quindi da collocare in questo filone filosofico.

Certamente, tale ricerca va allargata e portata oltre il capitolo dell'ascolto/comunicazione, su cui, in questa sede, ci siamo soffermati con l'intento di dimostrare:

  • la concretezza, oltre che la dignità, teorica di questo singolo aspetto del non-metodo ericksoniano, per cui il non-metodo assurge a metodo, nel senso derridiano del termine, ma anche nel senso di una prassi terapeutica ben precisa.
  • Sulla base di questa sistematizzazione della teoria dell'ascolto, è possibile procedere, strutturalmente, a una ricomposizione teorica dell'intero sistema ericksoniano.
  • È possibile che questa linea da me seguita non trovi riscontro o ragion d'essere in un eventuale filone americano sia della ricerca che della terapia.

Ritengo, però, che una visione antropologica della psicoterapia imponga, per il paziente europeo, la necessità di privilegiare questo tipo di ricerca.

Note
  1. in Milton H. Erickson, "Guarire con l'ipnosi", a cura di E. L. Rossi, M. O. Ryan, F. A. Sharp, vol. I, Astrolabio, 1985, Introduzione di Ernest Rossi: "Milton H. Erickson: Profilo biografico", p. 54
  2. v. E. Rossi
  3. E. Rossi, Ibid., p. 48
  4. "Una ricerca sul dialogo analitico", in "L'esperienza condivisa. Saggi sulla relazione psicoanalitica", a cura di L. Nissim Momigliano e A. Robutti, Raffaello Cortina Editore, 1992, e anche: Luciana Nissim Momigliano, "L'ascolto rispettoso. Scritti psicoanalitici", Raffaello Cortina Editore, Milano, 2001
  5. v., per esempio, L'approccio di disseminazione, p. 37 di "Ipnoterapia", di Milton H. Erickson e Ernest L. Rossi, Astrolabio, Roma, 1982
  6. p. 44, R. Bandler e J. Grinder, "I modelli della tecnica ipnotica di Milton H. Erickson", Astrolabio, Roma, 1984
  7. Ibid., p. 24
  8. p. 11, Feltrinelli, Milano 1999
  9. Ibid., p. 14
  10. "Posizioni", Ombre corte, Verona, 1999, pp. 79-80
  11. p. 80
  12. "La Disseminazione", Jaca Book, Milano, 1989, p. 357
  13. in "Opere", IV, ma anche in Bandler e Grinder
  14. "Guarire con l'ipnosi", Astrolabio, Roma, 1985, p. 41
  15. Leghissa, p. 134
Bibliografia
  • E. L. Rossi, M. O. Ryan, F. A. Sharp (a cura di), "Guarire con l'ipnosi", Astrolabio, Roma, 1985
  • M. Heidegger, "Che cosa significa pensare?", SugarCo, Milano, 1996
  • R. Bandler e J. Grinder, "I modelli della tecnica ipnotica di Milton H. Erickson", Astrolabio, Roma, 1984
  • M. Zambrano, "I chiari del bosco", Feltrinelli, Milano 1999
  • J. Derrida, "Posizioni", Ombre corte, Verona, 1999
  • J. Derrida, "La Disseminazione", Jaca Book, Milano, 1989
  • M. Erickson, "Opere compelte", Vol. IV, Astrolabio, Roma, 1984

HT Psicologia - L'ipnosi, Milton Erickson e la disseminazione.

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