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Un colloquio dal profumo clinicamente sognante

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Un colloquio dal profumo clinicamente sognante

L'articolo "Un colloquio dal profumo clinicamente sognante" parla di:

  • Scontro genitore-figlio
  • (Ri)sistemazione terapeutica e rêverie materna
  • Terapeuta "sufficientemente buono"
Psico-Pratika:
Numero 62 Anno 2011

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Articolo: 'Un colloquio dal profumo clinicamente sognante'

A cura di: Nunzia Santacroce
    INDICE: Un colloquio dal profumo clinicamente sognante
  • Lo scenario
  • Il mio assetto
  • La notturna (ri)sistemazione terapeutica
  • Bibliografia
Lo scenario

Sera fredda.
Nella mia cucina col camino acceso.
Mia madre mi aspetta seduta sulla sua poltrona di rattan nero che legge una rivista di gossip: strategia per darsi leggerezza dopo un'estenuante giornata lavorativa in ufficio prima e a casa poi.
Io di rientro dopo la mia di giornata, prendo una sedia e mi sistemo di fianco a lei.
Entrambe verso il fuoco del caminetto accendiamo una sigaretta.
Questo normalmente è il nostro gesto condiviso, che accompagna la domanda di mia madre "Come è andata oggi?", ouverture del rituale dialogo serale di rendicontazione quotidiana.

Anche quella sera la consueta domanda non si fece attendere.
La mia risposta fu un silenzio di qualche secondo e una lacrima che tentò di scorrere dall'occhio sinistro.
Feci in tempo a nasconderla con un gesto estemporaneo che l'asciugò, facendo sì che lei non si accorgesse di nulla anche grazie al fatto che era il mio lato destro ad appaiarci.
La sua risposta fu di silenziosità speculare e tranquilla che fece da letto al fiume dei pensieri e delle emozioni del momento duro che stavo vivendo.

Le manifestazioni di chiusura verso gli altri e soprattutto verso mia madre erano il riflesso stabile dei miei vissuti di tristezza, sconforto che partivano dalle vicissitudini lavorative incerte e poco gratificanti.
Altalenanti invece, erano le intenzioni che si celavano dietro quell'atteggiamento: a volte dietro il ritiro c'era la volontà di dimostrare a me e anche lei di essere adulta e affrontare autonomamente la vita; altre volte vi erano puerili richieste di attenzione, di cura che sentivo venir meno da parte sua.
Le attribuivo il compito di raggiungere la mia anima e la mia mente, e la frustrazione che derivava dalla sensazione che non sentisse la mia sofferenza, favoriva la reazione di collera, rifiuto, disapprovazione nei suoi confronti.
Fu proprio questo richiamo all'aiuto, al soccorso da parte sua che io agì quella sera per mezzo del silenzio.
Evidentemente mia madre lo ascoltò, lo riconobbe, vi si identificò, e dopo un po' prese a raccontare.

Tante volte avevamo parlato e ricordato con amore la nonna, la cara nonnina che si era presa cura di me.
Ma, quella sera mia madre mi rivelò qualcos'altro: di lei, di sé, della sua infanzia, delle volte in cui le erano mancate delle attenzioni, delle risposte da parte di sua madre.
Sentendomi nuovamente trascurata, privata dell'affetto, della comprensione, la interruppi urlandole: "Possibile che ogni volta che qualcuno accenna alla sua sofferenza, tu non perdi attimo per portare il discordo su di te!".
Con questa mia esternazione provocatoria calò il sipario su una scena per molti, e forse anche per me in altre circostanze, di abituale scontro genitore-figlio.
Al contrario, quello scambio fu la cornice di un colloquio speciale.
Si trattò di un colloquio squisitamente clinico tra me e mia madre.
Illuminante per me, per la mia pratica professionale.

Il mio assetto

Attraversavo un momento di quelle giornate che desideravo finissero appena iniziavano.
Era un periodo di instabilità lavorativa che diventò terreno fertile per dubbi, incertezze su di me, sulla mia carriera.
C'era la rabbia autodiretta, per non essere stata brava abbastanza; eterodiretta, verso chi non aveva riconosciuto e dato valore al mio lavoro, al mio contributo; verso le persone più care, che non si erano adoperate in tempo per evitare che quel disagio mi si affacciasse.
Questo era il mio repertorio congetturale ed emotivo, con grande ambivalenza nell'attribuzione di responsabilità.

Oscillavo tra una prevalenza di atteggiamento di autocolpevolizzazione e uno di accusa verso l'esterno, quando il senso di colpa diventava insopportabile.
Inevitabile il contraccolpo emotivo.
Desolazione, amarezza, tristezza divennero background, sfondo talmente radicato da divenire trascurabile, su cui si stagliavano per necessità le azioni, le mosse, le corse della routine.

Del mio vissuto, mia madre era parzialmente a conoscenza.
Sapeva l'oggettiva difficoltà lavorativa ma non la profondità dell'abbattimento emotivo che ne conseguì.
Fu mia, la scelta di evitare di condividere il disagio più intimo.
La tutelavo dal rischio di trasmetterle la sofferenza e l'empatia che potevano devastarla, così come proteggevo l'idea di me di essere autosufficiente, in grado di risolvere i miei problemi, privilegiandomi della tecnica.
Mi difendevo qualora mi fossi rivelata, dall'osservazione:
"Come!?!?!?! Proprio tu che fai questo mestiere! Hai gli strumenti per sostenere gli altri e non te stessa?!?!".
Stavo colludendo con lo stereotipo di invulnerabilità cui spesso noi psicologi veniamo ricondotti.
E, la pericolosa identificazione con l'immagine dell'invincibile era la stazione di arrivo del tragitto psichico che avevo iniziato a percorrere.

La notturna (ri)sistemazione terapeutica

Quella notte ci misi un po' prima di addormentarmi.
Considerando il tentativo di mia madre quale monopolizzazione sacrilega della scena, rabbiosa mi abbandonai a tante riflessioni.
Fu duro il lavoro di organizzazione dei contenuti mentali ed emotivi.

Ma, il mattino a seguire iniziai la giornata forte per aver acquisito una più intima conoscenza di me, di lei, dei nostri profondi vissuti.
Conoscenza indispensabile per rendere fruttuoso il nostro lavoro che si avvale del colloquio il cui unico scopo come sostiene Semi è quello di essere "strumento per capire nel modo più preciso possibile come è fatta la mente" (Semi, 1895).

La prima conclusione a cui giunsi durante quella notte, fu che quello tra me e mia madre fu un colloquio clinico a tutti gli effetti, in cui entrambe chiedevamo aiuto all'altra, riconoscendoci reciprocamente capacità di messa a fuoco e sostegno.
Di certo, per quanto mi riguardava, ero una paziente particolare e oggi dico, avvantaggiata, solo di conseguenza al fatto che utilizzai gli arnesi del mestiere per fare chiarezza e dare un senso clinicamente autentico a quello che era accaduto tra noi, nella sua e nella mia mente.
Quelle ore notturne rappresentarono la fase che Semi definisce "Fase della revisione" (Semi, 1895), in cui lo psicologo, dopo il termine materiale del colloquio con il suo paziente, effettua il passaggio dall'attività clinica a quella scientifica in senso lato.
Nella prima, si lascia impregnare da ricordi, scene, emozioni, pensieri, sensazioni che si affastellano nella sua mente; nella seconda deve essere fatto un lavoro razionale di risistemazione degli oggetti del momento precedente.
Per fare ciò, si deve ricorrere a due codici di significazione, uno logico-scientifico e l'altro logico-affettivo.
Per spiegare al meglio cosa accade nella seconda attività ho volutamente utilizzato un ossimoro.
Perché ciò che è paradossale nella logica pura del sillogismo, nella logica degli affetti è plausibile, non ha più il senso dell'assurdo.
D'altro canto, con l'affermazione "Vergine Madre, figlia del tuo figlio", si deve a Dante il merito di aver espresso molto prima la peculiarità dell'inconscio: la sua "simmetria".
In e grazie a quella componente dell'apparato psichico, una persona è allo stesso tempo genitore e figlio.
Allo psicologo non resta che oscillare tra frutti della libertà dell'inconscio e frutti dell'ordine della logica pensante, avendo cura di non rifiutare né gli uni né gli altri per poter elaborare un'ipotesi di lavoro da restituire nella proposta al paziente.

E queste sono le rielaborazioni di quella revisione notturna.

  • In cucina davanti a quel caminetto acceso c'erano: prima, una mamma e la sua bambina che piangeva, e dopo, due bambine che piangevano.
    La figlia era una bambina che urlava attraverso il suo silenzio, il bisogno di conforto, di calore.
    La mamma che aveva ben inteso cosa quel mutismo celasse, restò tale in accogliente silenzio.
    Poi per avvicinarsi fino in fondo al dolore distruttivo, alla solitudine di sua figlia, diventò bambina lei stessa.
    La bambina che fu, sofferente quando i suoi bisogni di attenzione vennero frustrati da sua madre.
  • Subito dopo essermi chiarita i protagonisti dei due tempi del film di quella sera, ricordai lo scritto di Selma Fraiberg "I fantasmi nella stanza dei bambini" (Fraiberg, 1999).
    Io e mia madre nel secondo tempo, ci ritrovammo "a rappresentare un momento o una scena di un altro tempo con un'altra compagnia di attori" (Fraiberg, 1999), giacché il processo empatico avviatosi in mia madre, aveva spalancato la porta ai fantasmi del suo passato.
    E quegli "...ospiti inattesi al battesimo..." (Fraiberg, 1999), si erano insidiati nella sua mente e nel dialogo tra me e lei.
  • La chiarificazione della trasposizione del passato di mia madre è stata la guida indispensabile per riconoscerle la capacità di provare e condividere le mie tristi emozioni.
    Lei riuscì a sentire e a essere partecipe al mio turbamento.
    E lo fece talmente fino in fondo che si riportò indietro nel tempo per rivendicare la possibilità di dimostrarmi che lei era lì per me.
    Esattamente come non fu per lei in un altro tempo con sua madre.
  • Fu così che la sua volontà di contenermi mi raggiunse, ristabilendomi.
    Di fatto il mio silenzio corrispose all'identificazione proiettiva con cui mettevo fuori vissuti indigeribili con l'intenzionalità, comunque inconscia, di andare a colonizzare lei.
    E strettamente legata alla mia difesa, raggiunsi la consapevolezza di essere stata destinataria privilegiata della Bioniana rêverie materna (Lis A. et al, 1999).

Anch'io quella notte vissi quella condizione onirica di rêverie, una situazione di va e vieni dove scatta qualcosa, l'insight che mi permise di fare ordine in me e di dare un senso a quel colloquio interrotto solo verbalmente dalla mia emergenza di vomitare.
Quella rêverie fu la posizione in cui mi ritrovai in quello che definirei il terzo tempo di quel film.
Un tempo che necessariamente un terapeuta deve attraversare per poter trasformare le afferenze espulse dal paziente dirette e su di lui.
In questo modo, egli fa sì che il paziente si riappropri di quella stessa esperienza, ora tollerandola, perché depurata dalle sensazioni che non gli avevano permesso di trattenerla.
Tante sono state le volte nel percorso accademico e formativo in cui mi son sentita dire che siamo della stessa pasta di chi ci chiede aiuto.
Oggi, per me, questa considerazione é diventata il paradigma che mai perdo di vista nella mia attività.
Perché un buon terapeuta è proprio come la "madre sufficientemente buona" di Winnicott, deve illudere e disilludere.
Deve empatizzare con l'onnipotente richiesta del suo paziente di vivere solo il bene, presentandogli pillole di realtà che dimostrano la sua vulnerabilità, la sua finitudine.
E per far ciò inevitabilmente deve diventare un equilibrista tra fantasia e realtà, passato e presente.
Così un terapeuta "sufficientemente buono" trasmette al paziente e a se stesso la gratificante consapevolezza che non si è né onnipotenti né non potenti.

Bibliografia
  • Semi A.A., "Tecnica del colloquio", Raffaello Cortina Editore, Milano, 1985
  • Lis A., Stella S., Zavattini G.C., "Manuale di Psicologia Dinamica", il Mulino, Bologna, 1999
  • Fraiberg S., "Il sostegno allo sviluppo", Raffaello Cortina Editore, Milano, 1999
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