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Cinema e Psicoterapia: Come costruire una realta' inventata
scritto da: "Penso che ogni immagine cominci ad esistere solo quando qualcuno la sta guardando" (Wim Wenders). Basterebbero queste parole del grande regista tedesco per esemplificare con una evidenza dirompente il legame tra cinema e psicologia. L'immagine filmica lavora sull'apparenza, sulla cosiddetta impressione-illusione di realta', sulla visione di qualcosa che non e'
il mondo, ma sembra il mondo. Di tanti "meccanismi" della mente, di tanti comportamenti piu' o meno "devianti" da un'ipotetica "normalita'",
quello che sembra rispecchiare pienamente la profonda assonanza tra queste due "realta' fittizie" e' la cosiddetta "profezia che
si autoavvera" ed il potere della logica (detta della "credenza") che ne e' alla base. Perche'? Faccio un esempio, ma non del mondo "reale". Essendo un'appassionata di cinema, mi viene in mente l'indimenticabile protagonista del film Matrix: Neo e' davvero l'Eletto o in qualche modo lo diventa perche' si convince di esserlo? Domande, queste, riconducibili ad un unico, profondo, se vogliamo "arcaico", quesito: A me piace rispondere: "tanto!" Credere di poter diventare qualcuno o sognare di poter fare una certa cosa, pero', non significa automaticamente riuscirci: "Saper sognare"... sembra quasi un ossimoro! Cosa accadrebbe se ci rendessimo conto di non essere all'altezza delle nostre (o altrui?) aspettative? L'uomo ("reale" e quello "non reale" dei film, dei fumetti e prima ancora delle favole) vive di credenze, che altro non
sono che profonde convinzioni o speranze che tracciano le linee guida del percorso della sua vita, proprio come i sassolini lasciati da
Pollicino. Proviamo ad immaginare: cosa sarebbe accaduto a Biancaneve se, dopo un anno di matrimonio con il Principe Azzurro, si fosse accorta che il suo maritino era
si "principe", ma davvero poco "azzurro"? E che dire della Bella Addormentata nel Bosco che ha atteso ben sedici lunghi anni l'incontro con il suo prode cavaliere? Insomma, a parte il fatto che non tutte le "addormentate" sono belle e non tutti i "principi" sono impavidi e nobili d'animo, vivere
per sempre felici e contenti non e' il finale impossibile di una bella favola, ma l'obiettivo concreto che ciascuno di noi (streghe e gnomi
inclusi) puo' provare a perseguire... Come?! Come terapeuta strategica non chiedo ai miei pazienti di scegliere tra una pillola rossa e una blu, perche', a differenza di
Morpheus, non ho nessuna Verita' da offrire, ma di non dimenticare che "la verita' non e' cio' che scopriamo, ma cio' che creiamo"
(A. De Saint-Exupéry). Ma vediamo piu' da vicino le analogie strutturali della cinematografia e della psicoterapia con gli aspetti piu' rilevanti del simulacro. Innanzitutto, l'immagine filmica e' un'impressione o illusione di realta', una rappresentazione illusiva del mondo in una condizione di
assenza e di negazione del mondo stesso. Lo stesso vale per una seduta psicoterapeutica: le parole del paziente si riferiscono ad una realta' (quella passata, presente e futura)
ipotetica, intangibile, sia perche' gli episodi raccontati dal paziente potrebbero non essere corrispondenti ad una realta' "oggettiva"
e, quindi, essere frutto di una sua rielaborazione travisata dei fatti, sia perche' il terapeuta si serve di "benefici imbrogli" per
raggirare le resistenze del paziente, con l'obiettivo di guidare la persona nel processo di costruzione di una "realta' inventata", che,
tuttavia, produce effetti concreti. Il film e' un "falso", elaborato per ingannare lo spettatore, che nasconde la propria struttura (quella impressa su un fotogramma e
stampata su una pellicola), per proporne un'altra totalmente diversa. Il regista, cosi come il terapeuta, non si pone come rivelatore di una "realta' profonda", non c'e' qualcosa da smascherare, ma
solo "visioni-altre" da aggiungere. Il concetto di illusivita' si lega strettamente a quello della credenza: il mio autoinganno e' il frutto di quello che io ritengo
reale. Significativa, a tal proposito, ritornando all'ambito cinematografico, la scena del film "Schatten" (2), in cui il marito
geloso (che e' convinto che la moglie lo tradisca) percepisce in maniera alterata le immagini della moglie e di alcuni pretendenti che la
guardano: i riflessi nel vetro e gli effetti ottici provocati da una tenda trasparente delineano contatti di seduzione che non hanno
effettivamente luogo. "Simulare significa imitare, rappresentare, riprodurre; ma significa anche fingere, ingannare, mentire" (Bettetini) (3). La simulazione e' quindi una pratica di produzione programmata di qualcosa, realizzata attraverso una procedura funzionale. Il terapeuta e' di fatto un abile manipolatore. Anche nel cinema il mondo deve essere manipolato e simulato. La terapia strategica e' di stampo pragmatico, si basa sugli effetti, non sulle cause: un problema si puo' definire solo grazie alla sua
soluzione, se ha funzionato. E questo e' il motivo per cui, parafrasando il best-seller di Piergiorgio Odifreddi, "non possiamo essere psicoanalisti!!" Dare etichette non solo e' inutile, ma puo' essere fortemente controproducente. Se qualcuno con tanto di camice bianco, spessi occhialetti di celluloide sul naso, espressione sicura di chi la sa lunga, e capelli
brizzolati, che lo rendono non un adulto attempato, ma un professionista di certa esperienza, mi da' la sentenza: "disturbo paranoide
di personalita'", nella migliore delle ipotesi penserei: "forse c'e' qualcosa che non va in me!". Purtroppo raramente una persona che soffre e chiede aiuto all'"esperto" ha la forza mentale di non credere all'etichetta e pochi
sono quelli che ironicamente pensano: "il pazzo sara' lui!". L'aspetto paradossale consiste nel fatto che il paziente in questione, una volta stigmatizzato, fara' di tutto per rendere vera la
profezia: si comportera' da paranoico! Di nuovo: e' l'interpretazione (di un evento, di un episodio, di una immagine, di una scena...) che mi porta a credere qualcosa, ma e'
altrettanto vero che le mie credenze condizionano le mie interpretazioni in un circolo vizioso. Lo sguardo del regista rappresenta la direzione interpretativa lungo cui muoversi per comprendere il senso del testo filmico. Wim Wenders, regista tedesco molto interessato alle riflessioni metalinguistiche sul cinema, sostiene nel suo "Lisbon Story"
che senza quello sguardo lo spettatore non vedrebbe nulla. Il cinema, certo, "significa" principalmente attraverso le immagini, ma la sua specificita' non risiede in questo modo di significare,
poiche' altri linguaggi non verbali utilizzano le immagini (linguaggio fotografico, linguaggio pittorico). L'essenza del cinema non si trova nel singolo fotogramma; se cosi fosse, non ci sarebbe alcuna specificita' filmica. Pensiamo ad un romanzo: la scrittura non indica solo cio' che viene scritto; la parola umana e' gia' scrittura per l'eccedenza del
"dire" sul "detto" (Lévinas), per il suo significare piu' di cio' che dice. J. Jaynes (5) sottolinea che, se riuscissimo a pervenire ad un linguaggio che avesse il potere di esprimere esattamente qualsiasi
cosa, la metafora non avrebbe motivo di esistere. La specificita' filmica risiede nella possibilita' di collocare le immagini in una successione spazio-temporale che produce senso. Musatti (8) sostiene che il cinema, in misura maggiore rispetto ad un romanzo e ad uno spettacolo teatrale, conferisce allo
spettatore la sensazione di realta' delle immagini percepite. Secondo l'autore, la realta' delle vicende di un romanzo e', per il lettore,
una realta' immaginata (dallo scrittore e che il lettore stesso puo' immaginare). A teatro, invece, lo spettatore percepisce una porzione di spazio reale, il palcoscenico, dove, attraverso le scenografie, i costumi, i
gesti e i discorsi degli attori, si ottiene la rappresentazione di una realta' fittizia. Anche Metz (9) ha rimarcato questa differenza: "la finzione teatrale e' maggiormente avvertita... mentre la finzione cinematografica
e' piuttosto sentita come la presenza quasi reale di questo irreale". Questo paradosso, per cui la maggior finzione e' avvertita come la maggior verita', non era sfuggita a Galileo Galilei, che nel 1612 in
una lettera al suo amico Ludovico Cardi, detto il Cigoli, a proposito della preminenza della pittura sulla scultura cosi scrive: Ciascuno di noi, come "personaggio" della propria vita, non si pone come "decodificatore" di una testualita' che si presenta
come "data", bensi come interprete, lettore, capace di riempire di significato i punti ambigui, ma anche di intraprendere cammini
autonomi rispetto al senso vero, ammesso che esista. Come non pensare a Dick? "La realta' e', forse, non tanto qualcosa che si percepisce, bensi qualcosa che si costruisce. Esemplare la versione cinematografica del racconto "Impostor" (12). Dick ci ha lasciato in eredita' una domanda senza risposta: come facciamo ad essere sicuri che cio' che chiamiamo realta' non sia
illusione? Ogni tentativo di risposta non tarda a rivelare la sua inconsistenza e la sua "finzione" e si dissolve nell'opacita' del
"reale", come sembra sciogliersi il replicante Roy, sotto la pioggia acida, verso la fine di "Blade Runner". | |||
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