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Caso: il rischio di collusione nel primo incontro

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Caso: il rischio di collusione nel primo incontro
Fedeli alla tecnica o al paziente?

L'articolo "Caso: il rischio di collusione nel primo incontro" parla di:

  • Presa in carico del paziente e interferenza dell'inviante
  • Difesa del setting e rischio di collusione
  • Il lavoro di supervisione
Psico-Pratika:
Numero 66 Anno 2011

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Articolo: 'Caso: il rischio di collusione nel primo incontro
Fedeli alla tecnica o al paziente?'

A cura di: Ranaida
    INDICE: Caso: il rischio di collusione nel primo incontro
  • Introduzione
  • L'invio: le prime avvisaglie di una possibile collusione?
  • Primo colloquio
  • Il bastione: la difesa del setting
  • Il rischio di colludere
  • Il lavoro di supervisione
  • Conclusioni
  • Bibliografia
Caso: il rischio di collusione nel primo incontro. Fedeli alla tecnica o al paziente?
"Un fatto è qualcosa che è sempre definito rispetto ad una cornice di riferimento e questa cornice è un sistema di relazioni".
Matte Blanco
Introduzione

La psicologia clinica, intesa come metodo psicologico-clinico, può essere rappresentata come una cornice teorico-tecnica all'interno della quale prendono vita fantasie relazionali definite dalla soggettività dei clinici e dei loro pazienti, dalle simbolizzazioni affettive che si creano fra di loro, dai mondi da cui provengono, dalla cultura in cui sono immersi, dagli obiettivi che si pongono, all'interno di un setting chiaramente definito, uno spazio-tempo "dove dare senso alle cose che accadono".

La situazione di seguito descritta si colloca all'interno di un intervento di counseling, in ambito privato.

L'invio: le prime avvisaglie di una possibile collusione?

Il primo contatto avviene per telefono: una madre, dopo aver selezionato il mio riferimento professionale da un elenco in cui sono inserita, chiama per chiedere un appuntamento per la figlia di 18 anni, con cui riferisce di avere delle difficoltà di relazione.

Dopo aver chiesto espressamente un chiarimento rispetto al richiedente la consulenza (era lei o la figlia ad avere bisogno d'aiuto?) ed essermi accertata del fatto che la figlia fosse a conoscenza dell'intenzione della madre di prendere per lei un appuntamento dallo psicologo e che fosse concorde, ho invitato la signora a farmi chiamare dalla figlia per fissare direttamente con lei un appuntamento.
La figlia mi ha chiamato poco dopo e abbiamo concordato un appuntamento per la settimana successiva.

L'elaborazione della richiesta apre, dentro di me, uno spazio di riflessione sulla "particolare fermezza" da me espressa nel tenere fuori la madre della ragazza dallo spazio richiesto, come a definire un confine chiaro tra l'identità della ragazza e quella della madre, nonché fra le rispettive motivazioni ... tutto mi sarebbe stato più chiaro dopo il primo colloquio.

Primo colloquio

La ragazza, che chiameremo Lucilla, si presenta all'appuntamento in compagnia del fidanzato, contrariamente alla fantasia-attesa della madre come accompagnatrice.
Dopo aver fatto accomodare il ragazzo in sala d'attesa, invito Lucilla ad accomodarsi nella stanza del colloquio.

Dopo un iniziale disagio, espresso con silenzio e risposte secche alle mie domande d'apertura, Lucilla si apre ad una lunga e dettagliata descrizione di una situazione familiare caratterizzata da aggressività e violenza, fisica e verbale, per opera del padre, affrontata e condivisa insieme alla madre, di cui la figlia è da sempre alleata e figura protettiva.

Questo "fragile e patologico equilibrio" è stato rotto dal "tradimento della madre", nel momento in cui è stata chiamata a svolgere il ruolo di alleata della figlia nel difendere la sua scelta d'amore, fortemente ostacolata dal padre, esplicitando così elementi di conflitto anche nella relazione madre-figlia.

La rabbia e l'oppositività di Lucilla erano chiaramente espresse, ma sembrava esserci poca chiarezza rispetto alle motivazioni alla base di queste emozioni.
Abbiamo così concordato la necessità di elaborare meglio le tematiche emerse dal colloquio in un ciclo di incontri volto all'analisi della domanda.

Alla fine del colloquio mi sentivo soddisfatta ed entusiasta di lavorare con Lucilla, ma non avevo previsto la "forza" con cui la madre avrebbe fatto "sentire la sua presenza, nell'assenza".

Il bastione: la difesa del setting

Dopo pochi minuti che Lucilla aveva lasciato il mio studio, la madre mi chiama per chiedermi informazioni sul colloquio.
La signora motiva la sua richiesta come espressione del suo bisogno di "capire cosa succede ed essere aiutata a recuperare il rapporto con la figlia".

Pur rifiutando di fornire informazioni dettagliate su come si era svolto il colloquio, ho accolto il bisogno sottostante la richiesta, offrendo una disponibilità a fissare un appuntamento con lei, dopo averlo concordato con Lucilla, in cui esplorare e confrontarsi sul problema da lei esposto. Mi sembrava opportuno definire chiaramente un confine tra la madre e la figlia, attraverso una prima definizione del setting, come spazio personale di Lucilla, pur offrendo possibilità di incontro e confronto.

Il tentativo di superare il confine è stato immediato e dirompente: la signora ha cominciato a chiedere insistentemente informazioni precise su alcuni "dati di cronaca su come si erano svolti i fatti".

Al mio netto rifiuto, la signora mi ha "aggredita verbalmente" per poi "riattaccarmi il telefono in faccia".

Il rischio di colludere

Che cosa fare?

Richiamare e accettare una collusione minima per mantenere la possibilità di continuare a lavorare con Lucilla? Un colloquio non era sufficiente per contare su un'alleanza; nello stesso tempo però ciò avrebbe potuto costituire una china scivolosa.

Decisi così di non richiamare, mantenendo fede a quanto espresso e concordato con Lucilla, nonché coerenza con il mio modello teorico e tecnico di riferimento.

Il giorno in cui Lucilla doveva venire all'appuntamento la madre mi chiama per comunicarmi che la figlia non sarebbe più venuta da me, per poi nuovamente "riattaccarmi il telefono in faccia".

Un senso di rabbia ed impotenza ha pervaso il mio interno, lo stesso che Lucilla mi aveva comunicato nel primo colloquio, insieme al rammarico di aver fatto sì forse la scelta giusta dal punto di vista tecnico, ma di aver così "abbandonato" Lucilla.

Il lavoro di supervisione

Tutta la situazione mi aveva lasciato un senso di impotenza e di fallimento: avevo fatto la cosa giusta?
Quante volte ci facciamo questa domanda nel nostro lavoro! E guai a non farcela! Smetteremmo di riflettere sull'esperienza e dunque di crescere, professionalmente e non solo!

La supervisione ci viene in aiuto come spazio in cui "ripensare l'accaduto" e "ri-narrare l'incontro terapeutico".
La narrazione dell'esperienza al supervisore ha fatto emergere la paura di essere stata "aggressiva e rifiutante con la madre" al punto da "aver perso Lucilla".
L'elaborazione della fantasia distruttiva ha permesso di trasformare "un fallimento" in "un nuovo apprendimento".

Avevo risposto ad un "agìto aggressivo" con un contro-agìto altrettanto aggressivo?
La risposta al perché mi ero posta questa domanda mi ha permesso di scoprire come, "quando mi sento attaccata dall'altro, la tecnica diviene per me uno strumento di difesa, dietro la quale nascondo la mia paura di sbagliare".

Riconosciuta la mia parte, sono riuscita a vedere chiaramente l'altro.

La chiusura allo spazio d'aiuto, richiesto ed offerto, può essere letta come una risposta di paura rispetto all'emergere delle grosse difficoltà familiari che da sempre sono state coperte e giustificate.

Autorizzare l'esplicitazione del "non detto", del "segreto familiare", senza avere controllo su questo era un aspetto con cui la madre non era pronta a confrontarsi, confermando così la mia sensazione iniziale che anche la Signora aveva bisogno d'aiuto.

Nel quadro clinico illustrato, il ruolo di Lucilla come strumento materno è chiaramente messo in luce dal fatto che lei "entra ed esce dalla scena" secondo il volere-potere materno.

In quest'ottica la decisione di non prendere in carico Lucilla, accettando di "tradirla per riferire tutto alla madre" e "di usarla come strumento del volere materno", appare in un'ottica non collusiva con le dinamiche in atto, pur non offrendo un'alternativa possibile.

Questa lettura permette anche di sfuggire alla trappola dell'onnipotenza, che riesce a "risolvere il problema" anche con un intervento unidirezionale, laddove invece il campo bipersonale è lo spazio indispensabile ad un buon intervento, in termini d'efficacia.

Conclusioni

La riflessione tecnica resta però ancora aperta: meglio una collusione iniziale minima con la famiglia quando il paziente è un giovane adulto, così come indicato per un minore?
Oppure questo finisce con il ricostruire le dinamiche familiari per cui il paziente ci chiede aiuto?

Forse l'intervento giusto non esiste, forse esiste l'intervento giusto per quel caso ... e l'equilibrio tra la flessibilità e la rigidità può essere un buon metro di ogni intervento, così come la giusta distanza.

Nello stesso tempo è importante accettare che non sempre si riesce a fare la cosa giusta o ad aiutare tutti ... ed apprendere dall'esperienza.

Bibliografia
  • Baranger e Baranger, "La situazione psicoanalitica come campo bi-personale", Raffaello Cortina Editore, Milano, 1998
  • R. Carli, "Psicologia clinica", Utet, Torino, 1987
  • A. Ferro, "Evitare le emozioni, vivere le emozioni", Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007
  • G. O. Gabbard, E. Lestern, "Violazioni del setting", Raffaello Cortina Editore, Milano, 1999
  • P. Gentili, A. Micheli, "La rinarrazione, in Psicologia clinica e Psicoterapia 9", collana diretta da Di Sauro, Aracne Editore, 2010
  • M. Grasso, B. Cordella, A. R. Pennella, "L'intervento in psicologia clinica", Carocci Editore, Roma, 2003
  • A. R. Pennella, "L'interazione clinica", Franco Angeli Editore, Milano, 2008
Commenti: 2
1 ANNA alle ore 10:41 del 06/02/2012

Buongiorno non ho risposte ma apprezzo molto la Sua capacità e desiderio di mettersi professionalmente in discussione a beneficio della persona

2 ranaida alle ore 18:31 del 07/02/2012

Grazie! Credo che la relazione sia lo strumento più efficace del lavoro terapeutico e il "dare senso alle cose che accadono" in essa implica la capacità di leggere le dinamiche fra sè e l'altro, frutto soprattutto di un buon lavoro di suoervisione!

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