Società Evolutiva Giuridica Sessuologia Casi
A cura di: Dott.ssa Tania Carlucci
In questo articolo farò riferimento al mio studio su un caso di presunti abusi collettivi sui minori in ambito scolastico appreso dalle cronache dei giornali e dai mass-media qualche anno fa.
Questo caso risulta, a mio avviso, rappresentativo della complessità in cui ci si imbatte quando si lavora per raccogliere elementi pregnanti e rilevanti che contraddistinguono un presunto evento di natura penale in ambito minorile.
L'obiettivo della mia riflessione è mettere in luce quanto è importante per i professionisti psicologi che operano in questo settore attenersi ad una metodologia di rilevazione dei dati che sia il più possibile condivisa anche dalla letteratura internazionale.
Questo per ridurre il rischio di danneggiare la ricerca della verità fattuale e processuale che caratterizza il processo penale.
Questa riflessione non vuole essere in alcun modo né una critica né una accusa, ma viceversa si prende spunto dalle informazioni e dai dati che sono stati resi pubblici, dati sicuramente incompleti o distorti dagli organi di stampa, al solo scopo di evidenziare alcune trappole in cui è possibile cadere e, nello stesso momento, sensibilizzare i colleghi su una corretta metodologia da poter seguire.
Partendo dall'analisi del caso emergono alcuni elementi importanti su cui focalizzare l'attenzione:
Vediamoli più in dettaglio:
Vediamo ora qual è stata la genesi delle denunce nel caso specifico da me sopra citato.
Tre coppie di genitori, senza aver avuto contatti tra di loro, sporgono denunce relative a presunti abusi nei confronti dei loro figli che
frequentano la stessa scuola materna.
Una coppia di genitori riscontra nella propria figlia atteggiamenti "strani" tra i quali un "interesse morboso per gli organi sessuali dei loro cani" e un'insistente richiesta di spiegazioni specifiche sul funzionamento degli organi sessuali.
Da questo momento in poi i genitori allarmati per questi "atteggiamenti strani" andranno alla ricerca di informazioni, osservando la loro figlia di nascosto per scovare comportamenti da leggere in modo sempre più univoco.
Oltre a ciò i genitori contattano telefonicamente uno specialista, il quale sposta l'attenzione sulla scuola, indicandola come probabile contesto attivante degli strani atteggiamenti della bimba.
A questo punto è chiaro che il punto di partenza nella genesi della denuncia sono "atteggiamenti strani" della bambina legati alla sessualità, per cui possiamo rintracciare nella letteratura le fonti di errore nella genesi dell'accusa di abuso sessuale.
Dall'analisi di altri casi simili avvenuti in Italia e conclusisi con una sentenza assolutoria perché "i fatti non sussistono",
emerge che spesso l'accusa è nata da manifestazioni di disagio dei piccoli che molto frequentemente sono sintomi comuni tra i
bambini, quali l'enuresi notturna, la comparsa di incubi, l'oppositività prima di andare a scuola; o da segni e sintomi fisici
altrettanto frequenti, quali emorroidi, arrossamenti in zona genitale o lividi su cosce e natiche.
Tali comportamenti diffusi tra i bambini e riconducibili a diverse spiegazioni vengono interpretati da genitori preoccupati in modo univoco
come segni di azione esterna.
Alcune volte capita che le preoccupazioni e le ansie dei genitori trovino conferma in "consulenze" di specialisti poco attenti.
Altre volte ancora i sospetti dei genitori nascono dall'osservazione nei bambini di giochi a carattere sessuale che vengono confusi con giochi
sessualizzati.
A conferma di quanto detto finora Schaefer e Geier (1988) individuano due tipi di comportamento da parte del bambino che possono indurre l'adulto ad avanzare un'accusa di abuso sessuale:
A tale proposito Blush e Ross (1987) hanno definito la Sindrome da accuse sessuali in divorzio (SAID Syndrome) per indicare le accuse di abuso sessuale che un coniuge rivolge all'altro durante o dopo una causa di divorzio, spesso per ottenere l'affidamento dei figli.
Alcune ricerche italiane e non, sulla sessualità infantile (Colecchia, 1991; Johnson e Friend, 1995) hanno evidenziato che bambini di età compresa tra i 18 mesi e i 5 anni mettono spontaneamente in atto i seguenti comportamenti:
A proposito del comportamento sessualizzato Friedrich e colleghi (1991) hanno condotto uno studio per misurare, attraverso il Child Sexual
Behavior Inventory (CSBI), il livello di comportamento sessualizzato nei bambini.
Dai dati ottenuti è emerso che comportamenti quali toccarsi i genitali o spogliarsi di fronte ad altre persone sono comportamenti comuni
anche tra i bambini non abusati.
Inoltre si è visto che le variabili che risultano essere maggiormente correlate alla presenza di comportamenti sessualizzati sono, in
primo luogo, il livello di nudità in famiglia a cui segue l'aver guardato rapporti sessuali.
Alla luce di tali riscontri i cosiddetti giochi sessualizzati e i comportamenti inerenti la sessualità non possono essere considerati a priori indicatori di abuso sessuale in quanto essi rappresentano manifestazioni dello sviluppo psicosessuale influenzate non solo da caratteristiche di personalità e dal livello cognitivo ma anche dall'ambiente socioculturale.
Sempre nel caso specifico da me studiato in seguito al consulto telefonico con lo specialista i genitori decidono di contattare altri genitori
per capire se i fatti raccontati dalla loro figlia riguardano anche altri bambini.
Da questo momento tre coppie di genitori ritengono di poter leggere con più precisione alcuni comportamenti che si erano verificati nei
mesi addietro ma sui quali avevano tutti sorvolato ritenendo che si trattasse di "normali curiosità" infantili.
A questo punto succede che i genitori dei bambini cominciano a fare videoregistrazioni di nascosto, addirittura all'una di notte pur di
poter raccogliere un indizio di ciò che sospettano.
È chiaro che qui i genitori sono allarmati, e gli scambi tra loro si moltiplicano giustificando tale comportamento con l'idea di dare
protezione ai figli.
La ricerca della "prova" condurrà il gruppo denunciante ad inscenare una simulazione di un atto sessuale tra una bimba e il
suo cuginetto, in cui il bambino si sdraia sopra la bambina distesa per terra.
I due bambini vengono ripresi di nascosto dai genitori, che hanno sporto contestualmente la prima denuncia.
Fino a questo punto, ovvero prima che il PM disponga una Consulenza per verificare se i bambini mostrino conseguenze di un presunto abuso,
la vicenda è stata descritta più dai genitori che non dai bambini.
Anche in questo caso possiamo spiegare i meccanismi del contagio psichico facendo riferimento alla letteratura e agli altri casi avvenuti in Italia menzionati sopra.
Il contagio si alimenta attraverso uno schema comune a molti casi: la notizia del presunto abuso circola tra i genitori che cominciano
a guardare in modo retrospettivo al recente passato.
A questo punto quei malesseri e quegli incubi notturni dei loro piccoli vengono assunti come segno evidente dell'abuso subito.
Allora si organizzano riunioni e si costituisce un gruppo di genitori che sostengono un quadro di abusi già certificati dai racconti dei
bambini ("ottenuti" con domande suggestive e interrogatori pressanti audioregistrati dagli stessi genitori) e dalle conferme degli psicologi.
In questi casi si viene a creare una situazione di suggestione, in cui i genitori si convincono dell'idea dell'abuso anche in funzione
di un contesto interpersonale che vi partecipa.
Tutti i fenomeni di suggestione hanno una forte capacità di contagio e per questo acquistano facilmente un carattere collettivo.
Si giunge così, come sostiene Gulotta, alla profezia che si auto-avvera, alla costruzione del fattoide: l'apparato giudiziario
finisce col creare il mostro che crede di combattere.
Nella maggior parte dei casi, la stampa e i mass-media hanno dato ampio spazio alla tesi delle accuse mettendo in risalto che esistono bande di pedofili che si insidiano nelle scuole nonostante la mancanza di tracce di contatti tra i vari membri della banda, di materiale video o fotografico e di anomalie su conti bancari.
In accordo con quanto dichiara G. Mazzoni, questi processi si basano spesso su un meccanismo che nella psicologia cognitiva viene definito
"illusion of truth", illusione della verità.
Essi si costruiscono su "dicerie" che diventano reali nel momento in cui finiscono sui giornali.
Dalla mia analisi dei casi giudiziari riguardanti presunti abusi su minori emerge che spesso dietro il dilagare della pedofilia anche solo presunta, possono esserci gravi errori legati alla modalità di conduzione delle indagini e alla metodologia degli esperti che potremmo definire errori procedurali.
Vediamo nello specifico quali sono:
Anche nel caso da me studiato a mio avviso sono stati commessi errori legati alla mancanza di una metodologia chiara e precisa riconosciuta dalla comunità scientifica.
Innanzitutto sarebbe stato opportuno chiedere di potersi avvalere di altri esperti e quindi di seguire il caso con un'equipe multidisciplinare considerata la complessità e anche l'elevato numero di minori coinvolti e adulti.
In tale caso non si è proceduto alla videoregistrazione degli incontri dei minori, prerequisito fondamentale per mettere a disposizione il proprio operato, rendere visibile e fruibile da chi di competenza il materiale emerso durante la valutazione psicologica.
Dall'analisi della letteratura emergono altri errori che lo psicologo può commettere:
Con questa breve disamina ho voluto evidenziare che gli esperti del settore debbano attenersi rigorosamente alle regole procedurali per evitare il rischio di errori purtroppo frequenti, in particolare sarebbero tenuti ad attenersi a metodologie standardizzate e scientificamente riconosciute, esplicitando i modelli teorici di riferimento.
Mi preme sottolineare l'importanza della ricontestualizzazione dell'evento abuso, in modo particolare quando si tratta di abuso
collettivo.
In questo ambito particolare l'indagine e l'analisi del contesto socio-familiare e scolastico sono di fondamentale importanza per giungere
ad un corretta lettura dei fatti.
Gli errori legati alle indagini nei casi di presunti abusi collettivi, evidenziano la necessità di avere a disposizione una metodologia in base alla quale leggere e interpretare i dati raccolti attraverso le indagini.
Società Evolutiva Giuridica Sessuologia Casi
L'articolo «Presunti abusi collettivi: un caso di malpractice?» è stato pubblicato nel N° 62 della Newsletter.
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