A cura di: Dott.ssa Patrizia Napoleone
Mi risveglio molto in fretta da questo oblio.
Metto frettolosamente a posto una memoria, uno smarrimento.
Una parola (classica) ha origine dal corpo, che esprime l'emozione d'assenza: "sospirare":
"sospirare per la presenza corporea":
le due metà dell'androgino sospirano l'una per l'altra, come se ogni respiro, incompleto, volesse confondersi con l'altro:
immagine dell'abbraccio, in quanto esso fonde le due immagini in una sola:
nell'assenza amorosa io sono, tristemente, un'"immagine staccata", che si secca, ingiallisce, s'accartoccia.
Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso
La coppia oggi: quando se ne incomincia a parlare, il discorso diventa immediatamente difficile, perché la "coppia" è un sistema delicato e complesso, in cui si devono considerare diverse dinamiche in gioco: quelle individuali - infatti nella coppia l'individuo deve continuare a esserci -, quelle interne e anche quelle esterne, cioè derivanti da tutto il mondo che circonda la coppia e dal quale non può isolarsi, pena l'impoverimento e quindi il decadimento della coppia stessa.
Vista tale complessità, non stupiamoci allora della difficoltà delle relazioni al suo interno, anche perché la coppia si costruisce su una relazione comunicativa che non può prescindere dall'intimità, intesa come sicurezza, confidenza, empatia, cioè la capacità di entrare nel sentire dell'altro e, nel contempo, di rispettare la libertà e la diversità di se stesso e dell'altro, capacità non certo facile a esercitare.
Le statistiche sulla coppia oggi non sono affatto incoraggianti e sono proprio li' a dimostrare le difficoltà inerenti questo rapporto.
La percentuale del divorzio è del 50%.
L'altro 50% sarà soddisfatto? Forse il 20% di questo restante 50% continua a stare insieme soltanto per i figli? Forse l'altro 20% non si separa per interessi economici? E del 10% restante? Che dire? Quanti hanno relazioni extraconiugali? Quanti sono rassegnati, depressi o somatizzano malattie?
Scoraggiante!
Allora perché l'uomo e la donna si cercano, perché si sposano o comunque diventano compagni di vita, per fortuna, anche con entusiasmo e, nonostante tutto, con il loro carrettino carico di progetti e di desideri?
La risposta è elementare: è così, semplicemente: siamo di fronte a un bisogno primario e imprescindibile - Natura e Cultura ci hanno costruito per la relazione.
Fromm nè L'"arte di amare" dice che se l'uomo è conscio di se stesso, si sente entità separata dal Tutto della Natura e la ricerca della relazione è anche ricerca di ricongiungimento dell'Uno col Tutto. Potrei qui citare un poeta, Montale, che simbolicamente trasfigura noi uomini in "ossi di seppia" rifiutati dal mare, il Tutto acquoreo, e da qui nasce la solitudine esistenziale; potrei anche ricordare l'antico mito del dio ermafrodita in cui perfettamente e armoniosamente congiunti erano il maschile e il femminile, che un altro dio invidioso separò, provocando lo squilibrio, l'ansia di solitudine e la ricerca di ricongiungimento.
Fatto sta che nella relazione uomo - donna c'è quell'energia motore, senza la quale la specie umana si sarebbe presto estinta.
Oggi, sul piano socio - culturale siamo approdati a un'epoca nuova, critica e difficile per la coppia, ma anche, nonostante le statistiche, ricca di potenzialità costruttive verso un progetto fondato sulle ragioni dell'amore, se saremo buoni traghettatori, come sempre succede nei passaggi di guadi.
Infatti, grazie anche all'emancipazione della donna con il lavoro, almeno nell'area del mondo economicamente più avanzata, diventare coppia non è più regolato da scopi esterni alla relazione uomo - donna, come invece nella vecchia istituzione familiare, che un tempo costituiva una cellula economica da cui dipendeva la sopravvivenza di tutti i suoi membri, con l'obbligo che ne derivava rispetto all'erogatore di un unico reddito. Oggi, venute in gran parte meno queste necessità, lo scopo è la relazione in se stessa. Una relazione creativa, dalla quale nasca nei due individui coinvolti qualcosa qualitativamente significativo che prima, come individui, non c'era, ma che sia anche frutto dell'indipendenza di chi forma la relazione. Dice Fromm che questa si ha quando "posso stare in piedi o camminare senza bisogno di grucce, senza dover dominare o sfruttare un'altra persona: l'amore è figlio della libertà, mai del dominio".
Potremmo dire che il rapporto di coppia non segue le regole matematiche dell'uno più uno uguale a due, poichè non è la somma, in termini quantitativi, di due individui, ma qualcosa di diverso e di più, in termini di qualità, e tanto meno è una relazione dove o si domina o si è dominati.
Come si fa allora a costruire una 'relazione creativà?
È proprio partendo dal riconoscimento e dall'apprezzamento nell'altro della parte che è minore in noi (il femminile o il maschile) che possiamo avvantaggiarci dell'energia diversa dell'altro sesso e nel medesimo tempo continuare a coltivare, anche da soli, noi stessi e gli interessi che derivano dalla nostra identità sessuale e socioculturale.
Si tratta di un rapporto di integrazione, all'interno del quale vanno costruendosi interessi e attività che la coppia porta avanti insieme lungo un percorso di comune crescita, che prende inizio dalla condivisione del quotidiano e dall'intesa sessuale, ma che va anche oltre, fino a creare i valori, non dei due individui nella loro separatezza, ma della coppia stessa.
Questo è il punto di forza ma anche di debolezza della coppia di oggi; perciò ho parlato di epoca di traghettamento e della necessità di addestrarsi a essere buoni traghettatori.
Infatti, non più sostenuta da puntelli e scopi esterni alla relazione stessa, la coppia si scopre quale essa è: si sfalda se non esiste nella sostanza o diventa un camicione contenitivo se è in funzione di bisogni impropri e non un luogo di espressione e di comunicazione creativa quale dovrebbe essere.
La complessità è comunque ancora più a monte. Il significato di "uomo" non si esaurisce tutto nel genere "maschile", così come quello di "donna" nel genere "femminile". Dire maschile e femminile non significa perciò dire uomo e donna; infatti non si tratta soltanto di una differenziazione fisica, organica ed emotiva, ma fondamentalmente psichica.
Per parlare in termini junghiani, l'archetipo del maschile è l'"animus" e l'"anima" quello del femminile, intendendo per archetipo l'immagine arcaica iscritta dalle origini nella psiche collettiva, in cui, per dirla con Hilmann, è prescritto il nostro destino personale.
I caratteri del maschile, l'animus, sono la forza, l'azione, il verbo, il pensiero e derivano dal Logos; quelli del femminile sono l'indifferenziata e ciclica simbiosi con la Natura che deriva dall'Eros. Ma tali caratteri non sono così separati come si potrebbe pensare secondo
la differenziazione dei sessi: il maschile e il femminile, come energie psichiche inconsce e come funzioni psichiche consapevoli coabitano nell'uomo e nella donna: l'anima è anche quel "femminile" che fa parte dell'uomo come sua femminilità inconscia e così l'animus per la donna. "Nessun uomo" dice Jung "è tanto virile da non avere in sè nulla di femminile", anzi è da dire che "la rimozione dei tratti femminili fa sì che queste pretese controsessuali si accumulino nell'inconscio. Allora l'immagine della donna diventa per l'uomo il ricettacolo di queste pretese e l'uomo nelle sue scelte amorose soggiace alla tentazione di conquistare quella donna che meglio risponde al particolare carattere della propria femminilità inconscia". Questa stessa cosa avviene nella donna che proietta il suo "animus" inconscio sull'uomo che trova più simile al suo materiale maschile proiettato.
Più sono estremizzati i caratteri naturali e primitivi del proprio sesso e rimossa e respinta nell'ombra la propria parte controsessuale, più il maschio e la femmina sono dipendenti l'uno dall'altra, in quanto affidano all'altro il compito di agire una parte di se stessi che non conoscono. Gli uomini per le donne e viceversa sono allora soltanto tramiti, passaggi attraverso i quali accedere alla parte maschile o femminile non riconosciuta e non rielaborata di se stessi. Se mi si concede un esempio che potrebbe sembrare scherzoso, porto quello di Tarzan e Jane, l'uno il prototipo del maschile in assoluto, senza mediazioni, l'altra del femminile. Ma nè Tarzan, così "macho", nè Jane, così "femmina" sono persone intere, in cui sia avvenuta un'integrazione: nella donna del suo "maschile", nell'uomo del suo "femminile", come processo di riappropriazione che è fonte di creatività e di armonia, senza il quale nella coppia si producono legami simbiotici e di dipendenza. La mancata integrazione porta all'unilateralità, come nel caso di Tarzan e Jane, ma può portare anche all'impossessamento della propria persona da parte della figura inconscia non riconosciuta, dando la preminenza a quei tratti che sono considerati caratteristici del sesso opposto: è il caso dell'uomo troppo sentimentale che esprime il suo "femminile" inconscio nella ricerca lamentosa di protezione da parte della donna; è il caso della donna rigida, dogmatica, castrante, incapace di stabilire veri rapporti erotici con l'uomo. L'uomo, in questi casi, ha rinunciato al suo "logos" e la donna al suo "eros" e la forza inconscia controsessuale agisce distruttivamente nei confronti della loro identità sessuale.
Da tutto ciò si deduce che la prima relazione uomo - donna si ha dentro noi stessi e si elabora nel riconoscimento, accettazione e integrazione della nostra parte controsessuale. Questo rende l'uomo e la donna anche indipendenti da quello che si deve o non si deve fare secondo i canoni collettivi e patriarcali e, nel rapporto di coppia, permette di scegliere, e non di subire, come essere uomo e donna.
Solitamente la relazione con l'altro da sè nell'innamoramento è una proiezione che spesso è immediatamente preceduta dal cosidetto "colpo di fulmine" e seguita dall'illusione.
Questa è una fase transitoria in quelle relazioni in cui l'inizio seduttivo, proiettivo e simbiotico verrà traghettato verso l'intimità, dove la dipendenza per il soddisfacimento dei bisogni reciproci si evolve in rispetto della diversità e della libertà dell'altro.
Molti però, direi troppi, non reggono l'urto della caduta delle illusioni perché non hanno maturato una personale integrazione e consapevolezza. Una proiezione infatti nasce da un'immagine inconscia e collettiva e non può coincidere con un individuo. La discrepanza tra l'ideale e il reale genera il conflitto, che non è in sè negativo, ma necessita di rielaborazione e di differenziazione tra la realtà e la proiezione, il riconoscimento della propria parte controsessuale e del ruolo che questa svolge a livello di personale consapevolezza, infine una valutazione delle autentiche parti del partner reale con il quale si vuole stare in contatto e se lo si vuole veramente.
Si sono scritti fiumi di parole sull'uomo, la donna e la coppia con analisi sempre più aggiornate ai contesti economici e socio - culturali nei quali la coppia è inserita, ma vorrei qui prestare attenzione a quel prodotto dell'immaginazione e dell'esperienza collettiva che sono i miti e le antiche leggende, dove troviamo rappresentata l'espressione dei modelli psicologici fondamentali. Ebbene, l'individuazione dell'uomo e della donna, se riandiamo nella notte dei tempi al mito platonico dell'ermafrodita originario, scisso in due sessi diversi, nasce dalla ferita, dall'accettazione della ferita di separazione, con la nostalgia per l'assenza e l'ansia di ricongiungimento. Sembra che nel progressivo elaborarsi dei miti e leggende in cui misteriosamente si sono iscritti nel tempo i destini dell'uomo e della donna, la "ferita" sia sempre presente.
Questa traccia rossa troviamo nella leggenda del re Pescatore, Amfortas, sovrano nel castello del Graal, che è stato ferito all'inguine, praticamente castrato e il cui regno è in pericolo.
Il simbolo sotteso alla leggenda vuole mettere in evidenza come il benessere del regno dipenda dalla virilità del re, è il suo potere e ha una funzione salvifica, che viene meno se la virilità è menomata e ferita.
In questi tempi, in occidente, il significato della leggenda sembra essere venuto a una nuova attualità.
Lo psicoterapeuta Risè afferma che la maggior parte degli uomini occidentali oggi sono re Pescatori: hanno proceduto lungo il loro sviluppo maschile ma, a metà strada, hanno incontrato qualcosa che è più grande di loro e la loro mascolinità ne è rimasta ferita.
Passando dalla leggenda alla storia e alla cultura in cui siamo inseriti possiamo elencare le cause di tale condizione: la fine della famiglia patriarcale, i cui membri dipendevano e si organizzavano verticalmente intorno al "maschio" padre o padrone: figli, moglie, sorelle; la fine della funzione dei ruoli maschili socialmente riconosciuti e della loro preminenza (potere militare, politico, economico).
Gli effetti sono stati nel maschio il disorientamento e lo smarrimento di fronte a un vuoto di potere e a una inettitudine al cambiamento, mentre le alternative di trasformazione sono rimaste nell'ombra perché fanno paura, vengono rimosse, ingoiate dentro, dove diventano oscuri nodi complessuali oppure sono proiettate negativamente sulla controparte sessuale, la donna, incolpandola della nuova condizione di re senza scettro.
Ma la ferita è anche una "felix culpa", una "ferita" che è anche "feritoia", come la chiama Carotenuto, «un minuscolo varco che ti consente di tenere d'occhio il tuo mondo interiore, di scrutare e indagare la parte più misteriosa e segreta di te stesso, la parte "sommersa"» perché si apra la via al processo di trasformazione: dalla coscienza ingenua alla coscienza di sè.
Nella leggenda questo percorso è rappresentato da Parsifal, che si allontana dalla madre per compiere la sua missione di cavaliere e sarà il salvatore del re Pescatore. La madre lo libera della sua protezione, gli dona un abito filato da lei stessa da portare sempre indosso.
Parsifal, fra le molte avventure, incontra il Cavaliere Rosso, simbolo-ombra del "maschile", forza potenzialmente distruttiva, lo sfida e lo vince.
Sotto il velo della leggenda si iscrive una grande verità: per diventare uomini bisogna lottare con l'Ombra del Cavaliere Rosso, senza tuttavia rimuoverla, perché significherebbe la rimozione della propria aggressività ( da 'adgredior': procedo, vado avanti).
Con l'emancipazione della donna e anche, almeno in certe aree, con la femminilizzazione della società, è invece aumentato il "complesso materno".
Finchè l'uomo rimane avviluppato, in linea difensiva, nel "complesso materno", non può riappropriarsi della propria mascolinità e neppure mettersi in relazione con il femminile interiore, cioè i sentimenti, gli affetti, ed esteriore, cioè le donne reali.
Per "complesso materno" si intende il desiderio regressivo di ritornare a essere bambino, allo stato di dipendenza dalla madre. È il desiderio dell'uomo di lasciar perdere, il suo disfattismo, la sua richiesta che gli altri, le donne, si occupino di lui.
Tutto questo provoca nell'uomo un malessere profondo; oggi, in una società che tendenzialmente pone l'accento sul femminile, molti uomini cercano di delegare a una donna reale la loro realizzazione e ne restano insoddisfatti, perché nessuna donna può assumersi un ruolo che non può incarnare in quanto non è il suo, a meno che non si instaurino relazioni asimmetriche e di dipendenza.
Il risvolto più pericoloso di questa situazione di disagio dell'uomo è la risposta reattiva, violenta. Il maschio "matrizzato", dipendente dalla madre, intesa questa sia come madre reale sia come idea che il maschio si fa della donna, può rappresentare l'eterno fanciullo; nella mitologia erano i fanciulli-fiore, Narciso, Giacinto, incapaci di amare se non se stessi e in maniera sterile; il loro destino ultimo è infatti un destino di morte, pensiamo al mito di Narciso, perché non si può amare se stessi se non attraverso l'amore per gli altri e la capacità di prendersi cura propria dell'adulto e di confrontarsi col diverso da noi.
Allora che cosa fare, per tornare, ma in maniera nuova, non replicante un passato improponibile, a essere maschi, padri, amanti, senza dipendenze, proiettive o reattive rispetto alla donna?
Come fare a uscire da questa frustrazione?
Simbolicamente il maschio deve andare alla riconquista del proprio "fallo".
Il maschio che non ha costruito una relazione positiva con la propria fallicità è oscillante e pauroso, ha paura del Cavaliere rosso, della sua aggressività e, senza integrarla in sè come forza equilibrata, la nega e si mette in dipendenza della donna oppure la esaspera, ma in maniera separata dalla mente e dagli affetti, ne viene come impossessato perché non la sa gestire e può diventare violento o semplicemente diffusivo, affettivamente inconsistente.
Oggi, in una società di immagine, si assiste anche al fenomeno dell'esibizione del corpo fallico maschile - il maschio che cura con la palestra la sua struttura muscolare, che si preoccupa di avere le giuste dosi di proteine, di ormoni, e, secondo l'età, anche di Viagra in funzione di buone performance sessuali, ma può trattarsi soltanto di un camuffamento del disagio per la propria inconsistenza maschile. Può accadere allora che questo tipo di uomo viene "usato" e non amato dalle donne, a causa della sua avarizia sentimentale ed emotiva, allora si sente solo come un cane.
Potremo usare le parole forti di Risè, quando prende in considerazione questi comportamenti maschili oggi diffusi: "questi uomini si sono castrati con le proprie mani, pensando anche di fare un buon affare", perché, riconoscendo passivamente la scalata compiuta in questi decenni dalla donna e non interagendo con lei, le affidano, come per alleggerirsene, responsabilità proprie.
Se l'uomo non si distacca dalla dipendenza materna e non riesce ad assumere la posizione fallica, che è generosità, prendersi cura di, paternità, rimane prigioniero dell'atteggiamento fondamentale di quella relazione: la richiesta verso di lei, il bisogno che la madre deve assolvere, la protesta anche violenta quando non lo fa.
Egli si comporta come se tutto il mondo fosse un grande seno che lo deve rifornire di alimento, senza chiedergli nulla in cambio e senza smettere mai.
Ma il maschio eterno figlio della madre è destinato a sperimentare spesso la frustrazione.
Le mamme da cui egli perennemente dipende, la fidanzata, la moglie, l'azienda, l'Associazione, la stessa madre, prima o poi esauriscono l'energia e lo lasciano a bocca asciutta; o peggio, profittano del suo stato di continuo bisogno per renderlo succube.
C'è una sola donna che potrebbe amare quest'uomo: il tipo "crocerossina", la donna che ama storie con un uomo debole, interiormente povero perché questo gratifica il suo senso di potere. Ma si sarebbe di fronte a un rapporto asimmetrico e fonte di reciproche frustrazioni.
Parsifal, per non essere deriso dalle donne che incontrava, dovette togliersi l'abito che la madre gli aveva detto di portare sempre indosso.
L'uomo deve riappropriarsi del proprio spazio maschile interiore e fare agire l'immagine interiore del padre.
Anche per spiegare la situazione in cui si trovano oggi le donne possiamo partire da un mito antico, quello di Amore e Psiche; anche qua l'attrazione - separazione è segnata dal varco rosso della ferita. Psiche è una fanciulla tanto bella da suscitare l'invidia di Venere, che la espone su una roccia in cima a una montagna, dalla quale viene salvata da Eros, figlio della stessa Venere, che di lei si innamora e la trasporta in un palazzo incantato, dove ha tutto, compreso l'amore del suo sposo, che però non deve mai vedere e i loro rapporti avvengono soltanto nel buio della notte; quando Psiche si avvicinerà a Eros con una lampada mentre dorme, la sua curiosità sarà punita: una goccia d'olio bollente cadrà sulla spalla di Eros che nel ferirsi si risveglierà e punirà Psiche con l'abbandono.
La nostra storia ci parla della scoperta di un dio in quello che nel buio era stato temuto come un mostro.
È l'iniziazione all'amore sessuale, prima temuto come divorante e poi, nella scoperta dell'innamoramento, così profondamente toccante da attribuire all'amante qualità al di sopra dell'umano tanto da diventare dolorosamente consapevoli dell'impossibilità del rapporto, perché, si potrebbe dire, troppo grande, quando è bello, quando sembra alla donna quello giusto per lei; in ultima istanza è allora che ne è soverchiata. A questo punto incomincia l'iniziazione di Psiche imposta da Venere attraverso il superamento di quattro difficili prove al compimento delle quali, presa da un sonno profondo che la porterebbe alla morte, interviene a salvarla Eros.
L'amore si realizza quando Psiche muore alla sua preoccupazione fanciullesca nei confronti della propria bellezza, innocenza e purezza e si lascia coinvolgere dalla complessità della vita, si confronta con il compito stesso dell'individuazione, che è anche riconoscere in sè, e non in un dio che la possieda, la forza e la capacità di riscatto.
Soltanto allora quello stesso dio, l'amore, la salva.
Se la donna vive anche interiormente il maschile come rimosso, rifiutato, in Ombra - si pensi al buio in cui Psiche aveva rapporti con Eros - difficilmente si individua anche come donna capace di mettersi in relazione con l'uomo.
Questo, come accade all'uomo nei confronti della madre, può avvenire con un padre assente o troppo incombente, sviante o prevaricatore, resta comunque come l'ignoto terrifico.
A questa situazione la donna può reagire inconsapevolmente cercando di fare da madre al proprio uomo per tenerlo in una dipendenza infantile che può controllare.
Oppure il maschile si manifesta interiormente in modo reattivo, ribelle e contestatore; la donna non riesce a prendersi la responsabilità di se stessa e della sua vita, ma rimane in un atteggiamento di opposizione infantile e di critica sterile.
Il femminismo pretendeva la realizzazione di una donna in sè e per sè, che non abbia bisogno del mondo maschile, negando la relazione con il diverso che è fonte di ricchezza e di trasformazione.
La donna autosufficiente non è quella che nega l'altra metà di quell'essere perfetto che era l'ermafrodita, il maschile, che, separato, provoca sofferenza come una presenza - assenza fantasma, ma è quella che riesce a essere una cosa con se stessa, senza rinunciare, anzi, coltivando la relazione con il maschile sia interiore che esteriore.
È una donna che ha incominciato a occuparsi delle cose per propria scelta, rifiutando di farle solo per amore di un uomo, e questo va bene, ma, attenzione, nella misura in cui la donna sacrifica l'eros ( che la caratterizza ) ne deriva un intellettualismo rigido e dogmatico, un'incapacità di stabilire rapporti erotici: è tagliata fuori dalla vita dei sentimenti e dalla propria natura.
La donna, se vuole compiere uno sviluppo che non sia unilaterale e snaturante per lei, non deve negare a se stessa oltre che all'uomo, il mondo dell'eros.
Occorre però una resistenza alla modalità femminile di vivere l'Eros come stato di identità con l'altro in cui ogni distanza è annullata e la donna rischia di perdere la consapevolezza di sè e la capacità di distinguersi dall'altro come individuo a se stante.
Ricordiamoci il mito di Psiche e il suo destino di smarrimento quando scopre stupefatta Amore. La relazione è invece possibile soltanto quando esiste una distanza psichica.
Invece, senza distinzione tra l 'io e il tu, non può esistere rapporto nè scambio.
Questo lo si vede anche alla fine di una relazione in quelle donne che si sentono distrutte e perdute in seguito al crollo del rapporto di coppia.
L'equilibrio della donna consiste anche nella capacità di porre una distanza nel rapporto d'amore. Ciò non significa sacrificare il proprio sentimento, ma divenire più cosciente di sè e del proprio valore.
Senza distinzione fra sè e l'altro non può esistere nè coscienza di sè nè sviluppo della personalità, nè vera relazione.
Tuttavia sono ancora troppo poche le donne che hanno raggiunto questo grado di consapevolezza.
Purtroppo molte vivono la situazione di coppia nella tradizionale condizione di simbiosi, oppure vogliono emanciparsi in modo drastico dal loro ruolo biologico, senza accorgersi che a questo l'inconscio può reagire con una vendetta dell'istinto e del corpo femminile negato.
La donna ha bisogno di superare il rischio - implicito nella sua complessità - di frammentazione, dispersività, disarmonia, non attraverso una riduzione mutilante e alienante della sua natura, ma con un sentimento unificante di amore verso di sè e verso l'altro, senza lasciarsi sviare dal fatto che l'uomo è sconcertato e disorientato dalla molteplicità inafferrabile dei suoi aspetti.
Una buona analisi rappresenta il primo movimento che stimola, in coloro che vi partecipano, dinamiche interne e di relazione che guidano al cambiamento.
I soggetti coinvolti, attraverso l'analisi, possono attivare un processo di riconoscimento che va dall'identificazione a specchio, che muove emozioni, alla disidentificazione attraverso la quale essi possono osservarsi con il giusto distacco.
Ma questo non è sufficiente per ottenere un cambiamento reale nella vita quotidiana, senza più girare a vuoto intorno al disagio o addirittura al dolore.
È importante trasformare le emozioni lungo un percorso che va da una fase di analisi e approfondimento verso una fase in cui si creano le soluzioni.
Non basta infatti la comprensione e condivisione del "problema".
Se infatti restiamo nel "problema", aumenta il peso emotivo.
È essenziale perciò uscirne con una sensazione di sollievo, perché il soggetto possa arrivare a chiedersi "che cosa farò per cambiare la mia situazione?".
Premetto che non esistono formule vincenti e che un supporto psicologico ben mirato è quello che crea le condizioni perché ciascuno, in maniera singolare ed esclusiva, attivi le sue personali energie per un cambiamento a lui consono.
Non c'è una soluzione, ma tante soluzioni quanti sono i soggetti che di soluzioni hanno bisogno.
L'ascolto profondo ed empatico è dunque il punto di partenza perché il soggetto possa esplorare le sue tensioni e approfondire le emozioni e perché lo psicologo possa individuare i metodi e gli strumenti più consoni allo scioglimento delle problematiche del soggetto, fornito dei quali, il soggetto stesso trovi le sue "soluzioni".
Vado nel concreto.
Le argomentazioni che ho proposto nell'analisi da me condotta nella prima parte dell'articolo sono le medesime con le quali ho intrattenuto durante un seminario un gruppo di persone singles o divorziate o comunque "ferite" nelle relazioni con l'altro sesso.
Ebbene, la loro attenzione è stata particolarmente focalizzata sul tema dell'integrazione del "maschile" e del "femminile" dentro noi stessi: un concetto per alcuni nuovo che ha incuriosito e anche un poco spiazzato gli interlocutori che si chiedevano - ebbene, come faccio però a fare questa integrazione?-.
È chiaro che a questo punto inducevo a riflettere quanto tale integrazione sia il risultato di un processo lento e sotterraneo, ma nel contempo sentivo che era compito mio offrire qualche strumento concreto.
Ho suggerito allora un esercizio in cui, attraverso tre movimenti viene agito in concreto l'atto del riconoscimento, dell'accettazione
e dell'integrazione della propria parte controsessuale:
1 riconoscimento: disegnare di getto ( a figura intera ) se stessi ma dell'altro sesso
2 accettazione: vedere mentalmente l'immagine del disegno come se vivesse la propria vita quotidiana, e notare come certe cose cambiano.
Se le emozioni prodotte sono positive passare al punto 3, altrimenti cambiare qualcosa nell'immagine mentale del disegno
3 integrazione: costruirsi un'immagine mentale di sè (come si è adesso) e fonderla con il risultato del punto 2.
Una personale integrazione è certamente una garanzia, ma, ammesso che si sia lavorato su questa, come concretamente gestire il conflitto nell'incontro/scontro con il partner? Come arrivare a una valutazione senza pregiudizi delle autentiche parti del partner reale?
Anche in questo caso ho offerto loro alcuni strumenti all'interno dei quali potessero scegliere quelli che ritenevano più consoni al loro vissuto personale.
La rielaborazione del conflitto può avvenire nel modo seguente:
La valutazione delle autentiche parti reali del partner può avvenire soltanto se ci disponiamo per un ascolto libero e aperto, senza barriere difensive, che sono la critica, l'interpretazione, il consiglio, la drammatizzazione, la svalutazione.
Uno strumento che ritengo essenziale nella fase costruttiva è il recupero dell'esperienza concreta.
Come dice Jerome Liss "per capire noi stessi talvolta abbiamo bisogno di approfondire l'esperienza, servendoci di situazioni concrete e di ricordi precisi. In caso contrario combattiamo contro i mulini a vento".
Perciò ho invitato i partecipanti al seminario a "stare" nel loro vissuto, finchè la mente e il cuore non uscissero dal vago fluttuare di un'ansia e di un turbamento senza nome e senza storia e finchè non approdassero invece a racconti concreti del loro vissuto di coppia.
È solo dentro una situazione concreta che possiamo attuare dei cambiamenti.
Il risultato di questa fase di lavoro è stato da me stilizzato in sette quadri di altrettante situazioni emerse sulle quali, forse, con qualche correzione, quella storia già scritta e che si è fermata a un punto "morto" o che si sta scrivendo in maniera sprecisa e disordinata, può diventare una bella storia e se la dovremo proprio cestinare, niente paura, talvolta crescere, per la coppia, significa anche "lasciare andare" senza attaccamenti e saremo più preparati per la prossima, o per la prossima ancora: sembra che l'umanità non si sia stancata di inventare storie fra uomini e donne, non ci stancheremo neppure noi, con la speranza di scriverla sempre meglio.
Certi modelli di comportamento nella coppia diventano ricorrenti e ripetitivi per mantenere artificiosamente un equilibrio omeostatico.
Se all'interno della coppia la temperatura è troppo alta tanto da fare temere che spacchi il termometro, un membro della coppia assorbe su di sè il surplus di temperatura, agendola attraverso il sintomo e riequilibra il termometro.
Il sintomo di un membro pone la coppia su un nuovo livello di organizzazione, che permette la sopravvivenza della coppia e rimuove la possibilità di conflitto attraverso l'attivazione di meccanismi di senso di colpa.
Dal momento che c'è sempre un rapporto tra il sintomo e la relazione, nel caso illustrato ci si può chiedere se è il disagio di coppia ad avere generato la depressione della donna, la quale in tale modo scarica la sua sofferenza sul sintomo, che agisce da distraente rispetto alla possibilità di affrontare il problema di coppia, che da un senso e una dignità al suo dolore e una giustificazione a tutto ciò che sta succedendo - non c'è nessun problema: è solo colpa della malattia-.
I vantaggi secondari che la donna trae dall'agire il sintomo depressivo sono già parecchi; aggiungiamoci quello di scaricarne la responsabilità sul marito, che può essere additato come la causa dichiarata della sua condizione e, attraverso il senso di colpa ingenerato in lui, quello di garantirsi, in una sorta di regressione, un accudimento e una presenza-assenza che la rassicuri.
D'altro canto il marito gioca anche lui le carte dei suoi vantaggi secondari: la moglie è malata, lui non può farci niente, non è certo colpa sua, anche la madre di sua moglie era depressa, a lui tocca scontare questa pena e con ciò si perdona ogni trasgressione e ogni "scappatella" che voglia concedersi: volta le spalle e se ne va a respirare aria diversa, fino al giorno dopo, quando, come un copione, si ripropone questo gioco della vittima e del carnefice: ma chi è la vittima? Chi è il carnefice? I ruoli si scambiano reciprocamente: vittima e carnefice giocano a ping pong.
La soluzione?
Se ciascuno dei due si ferma a chiedersi che cosa vuole da se stesso, dal partner e dalla vita, fuori da giochi e da trucchi di copertura, si riappropria almeno della sua volontà.
Tante volte però i giochi di rappresentazione di modelli sono talmente radicati che la coppia dovrebbe onestamente ammettere di avere bisogno di aiuto e accettarlo senza vergogna e senza paura della sconfitta, ma come momento di crescita.
In questo caso la vera sconfitta può essere una sconfitta negata.
In certi casi i problemi che nascono nelle relazioni intime sono l'espressione del disagio e del rifiuto di crescere.
Il "bambino" interiore che ha difficoltà ad assumersi la responsabilità dell'adulto che è cresciuto in lui, continua a tirare il cordone ombelicale non reciso dalla parte dell'infanzia, dove il genitore ha il dovere di pensare a lui e di garantirgli una duratura e cronicizzata irresponsabilità.
Per l'adulto bambino che vive un'esperienza di coppia, l'unico modo per tornare "da mamma" senza assumersi la responsabilità della rottura della relazione è quello di creare artificiosamente situazioni di litigio tali da provocare oggettivamente la rottura.
La persona che gioca questo ruolo non può che comportarsi così, poichè, in quanto psicologicamente bambino, non reggerebbe il peso della colpa, allora deve continuare a dire per l'intera vita "è tutta colpa sua. Gli uomini sono tutti mascalzoni. Ha ragione mamma!", oppure, se a correre da mamma è l'uomo" le donne sono tutte... eccetto la mia mamma, che poi, è l'unica che sa cucinare".
C'è una sola possibilità che la coppia, lasciando così le cose, trovi il suo legante; è quella in cui uno dei due giochi il ruolo di "genitore" dell'altro. Se i vantaggi secondari di questa situazione sono sufficienti ai membri della coppia, all'uno di non prendersi nessuna responsabilità, all'altro di esercitare un potere incondizionato, buon pro per loro, ma si ricordi, il "genitore", che prima o poi, ogni "figlio" prende la sua strada e se ne va, magari ringraziando.
Non resta che una alternativa: all'uno di accettare di crescere, all'altro di fare soltanto la parte che gli spetta. Talvolta non è facile farlo da soli: bisogna avere l'intelligenza di farsi aiutare.
Questo è il caso di una donna - ma la situazione potrebbe essere ribaltata - che si è innamorata di un uomo sulla base della proiezione della figura paterna idealizzata, proprio perché non sufficientemente elaborata dentro di sè; con gli "abiti" del padre questa donna ha rivestito anche il suo animus, detto in termini junghiani, cioè quel maschile inconscio che avrebbe dovuto integrarsi armoniosamente col suo essere donna - forza, responsabilità, razionalità, assertività - sono requisiti che la donna non ha fatto propri, non ha integrato nel suo femminile, ma ha lasciato stagnare nella figura paterna interiorizzata senza appropriarsene e che ha prestato al suo uomo nel momento della "luna di miele", cioè della proiezione seduttiva, attraverso la quale si è concessa, superando con questo trucco i confini del superego censore, il permesso di innamorarsi di suo padre e di avere con lui rapporti sessuali; ma al momento del naturale ritiro della proiezione, la delusione è stata così grande che, per ristabilire un certo equilibrio con se stessa, deve scaricarla sul suo uomo reale, non facendolo sentire all'altezza del suo ruolo di maschio.
E chi potrebbe gareggiare con un padre idealizzato e tirannico che non permette alla figlia di innamorarsi di un altro?
Svalutare il proprio uomo in questo caso è una maniera per non tradire il padre, al prezzo dell'infelicità propria e del partner, che, se accetta il ruolo di uomo "inadeguato", cronicizza questa situazione, rendendola senza via di uscita.
In questo caso, quello della coppia che porta addosso il fantasma del genitore, ha una sola possibilità: proporre se stesso e non sforzarsi di somigliare al fantasma.
Può salvare anche il partner; se questo non avviene, avrà almeno salvato se stesso.
C'è un libro di Harris "Io sono OK. Tu non sei OK." che illustra l'analisi transazionale di Berne, dove vengono classificati quattro possibili atteggiamenti in relazione a se stessi e agli altri. Questi atteggiamenti prenderebbero il via da comportamenti difensivi della prima infanzia, quando tutti i bambini si trovano, rispetto agli adulti, in una posizione di svantaggio.
Il persistere di tale "imprinting" in età adulta all'interno della coppia pone uno dei partner nell'affannosa ricerca delle carezze e della stima dell'altro, che vive come ok.
Egli è condannato ad arrampicarsi per tutta la vita verso il raggiungimento dell'altro, senza che ciò gli procuri il senso durevole di valere qualcosa, perché il modello di se stesso, in termini relazionali, è comunque non ok.
Il bambino può difendersi da questa frustrazione in due maniere, o catalogando come non ok. anche l'adulto e ristabilendo una strana condizione di parità verso il basso o fantasticando una condizione di onnipotenza.
L'uno e l'altro modello, se persistono nella coppia adulta, creano asimmetrie e squilibri; il partner che si svaluta, trascinando l'altro nella medesima svalutazione - non contiamo niente nessuno dei due, siamo degni l'uno dell'altra - rifiuta di conoscere il partner per quello che è e non può ricevere aiuto da lui, poichè non lo stima capace di farlo.
Di contro chi, continuando a mimare inconsciamente questo modello di superiorità difensiva, per non accettare le proprie debolezze, si sente adeguato e superiore ad un partner che vive come inadeguato e inferiore, è condannato alla solitudine anche in coppia.
Senza mai guardarsi dentro, proietta sul partner la sua parte negativa e su di lui la punisce, non accettandola come propria.
Peraltro, se da una parte genera una vittima rassegnata che getta la spugna e si deresponsabilizza per commettere meno errori possibili agli occhi del partner ok., quest'ultimo si assume il ruolo sì del carnefice, ma anche del giustiziere eroe, l'unico che nelle situazioni di coppia si sovraespone e si fa carico di tutto, perché l'altro non ne sarebbe capace.
Un ruolo vile e meschino il primo e certamente logorante e faticoso il secondo.
In un solo modo le modalità infantili in funzione difensiva possono essere superate nella coppia: rendendosi consapevoli che non vale la pena vivere in coppia per difendersi o per offendere o per affogare insieme, ma che, eventualmente, insieme bisogna remare.
Questo è l'atteggiamento della simmetria: io sono ok. Tu sei ok.
La relazione vive nella comunicazione.
L'assenza di una autentica comunicazione provoca il logoramento della coppia, che continua a vivere nell' agito quotidiano, cioè attraverso le azioni che coinvolgono i partners, ma senza che ci sia un confronto, un feed-back su ciò che fanno.
Specialmente nell'uomo c'è la paura delle parole secondo il principio - meno parlo, meno fraintendimenti si creano -. L'uomo si affida di più alle azioni, è francamente meno educato al linguaggio dei sentimenti e talvolta ha pudore a esprimerli, ritenendo di mettere allo scoperto qualcosa che può essere interpretato come debolezza.
Anche un conferenziere o un chiacchierone al bar possono diventare muti e difesi da un giornale o da uno schermo televisivo, quando rientrano a casa.
Questi stili comunicativi sono così ricorrenti da essersi addirittura stereotipati in chiave parodistica.
Pensiamo alla striscia del fumetto americano di Blondie e Dagoberto dove lei si lamenta: "La mattina tutto ciò che vedi è il giornale! Scommetto che non ti sei neppure accorto che ci sono!" Lui allora la rassicura "Naturalmente che ci sei, mia splendida moglie!" e intanto, sempre parlando da dietro il giornale, da dei colpetti affettuosi alla zampa del cane, che la moglie aveva messo al suo posto prima di uscire dalla stanza :-))
Tenendo conto delle diverse tradizioni culturali all'interno delle quali l'uomo e la donna, anche se appartengono a un medesimo contesto sociale, sono stati educati, prendiamo atto che tale differenza può derivare da linguaggi diversi e il ponte da gettare non è allora quello della provocazione - il parlare troppo della donna e il tacere dell'uomo - ma il riconoscimento della diversità.
C'è però da porsi una domanda: è solo una questione di linguaggio? O è una forma di ritiro per evitare l'intimità?
Nell'uno e nell'altro caso è una ristrutturazione della comunicazione di coppia e una rieducazione all'ascolto che può riaprire il dialogo.
"A che gioco giochiamo" è il titolo di un libro di Berne, che definisce il "gioco" in tutte le relazioni come una serie progressiva di transazioni rivolte a un risultato ben definito, con mosse insidiose, la cui conclusione ha un elemento drammatico e non semplicemente emozionante.
L'elemento drammatico è la paura dell'intimità, che spinge a nascondersi in ruoli ben definiti, e al naufragio della relazione attraverso le tecniche dell'evitamento, del rituale e del ritiro.
Nei nostri esempi precedenti abbiamo già visto come certi ruoli che condizionano i rapporti di coppia, siano talvolta provenienti da immagini genitoriali o da esperienze infantili.
Così è anche il gioco della "crocerossina" - io ti salverò! Sembra dire al partner - ma la cura non finisce mai, altrimenti cessa la dipendenza sulla quale si regge la coppia.
L'"occupatisimo" è il gioco che mette in atto il ritiro e l'evitamento.
Alcuni si servono della propria attività per evitare l'intimità con il partner e trovare una giustificazione accettabile per se stesso e per l'altro.
Ottengono con questo di non mettersi mai discussione.
"Burrasca" e "silenzio" sono due forme opposte per ottenere lo stesso risultato: non parlare.
Non rispondere a una domanda o rispondere con un urlaccio sono la stessa cosa.
"Guarda che mi hai fatto fare" è una maniera per proteggersi dalla ferita di avere sbagliato.
Singolare e altamente irritante anche per chi vi assiste è il gioco del "perché non... sì ma", dove uno dei due respinge ogni proposta di aiuto dell'altro.
Il trucco consiste nel fatto che lo scopo non è il raggiungimento dell'obiettivo dichiarato - ricevere aiuto - ma tutt'altro, è quello di dimostrare che il suo problema è irrisolvibile, svalutando l'aiuto del partner e prendendosi il vantaggio secondario di crogiolarsi in una passività vittimistica del "non c'è nulla da fare".
Un dialogo tra partners è andato così:
Anna - non sto bene in questo periodo. Da quando non ho più il lavoro e sto sempre in casa, mi sento sola, sono diventata anche brutta, non vedi come sono ingrassata? Firrò per non piacerti più -
Bruno - questo non è vero, e credo di dimostrartelo, ma se hai questa sensazione, perché non ti curi di più, ora che hai più tempo? Potresti andare in palestra e lì incontreresti anche altre persone e non ti sentiresti più sola
Anna - sì, ma la palestra costa troppo e io non guadagno più -
Bruno - se pensi a quello, potresti fare un po' di allenamento da te, andare a correre, per esempio...-
Anna - ma ho già provato e con tutte le cose che ho da fare, non riesco mai a trovare il tempo. Prima di andare a correre bisogna mettersi in tuta, e poi bisogna farsi la doccia-
Bruno - Va bene, ti capisco, eppure quando lavoravi, riuscivi a fare un po' di tutto. Perché non riprendi a lavorare?-
Anna - Sì, ma se non ho il tempo per dedicarmi a me stessa, come faccio a andare a lavorare? Non ci sono più i nonni che ci guardavano i bambini-
Bruno - È vero, ma posso sistemare i miei turni in maniera diversa e darti un poco il cambio, in fondo il tuo stipendio ci faceva comodo-
Anna - Ah, è così? Mica per aiutarmi lo dici, ma per i soldi. Poveri bambini! Arrivi sempre tardi e stanco, come faresti a occupartene?-
Bruno - Forse è vero, non la voglio prendere come un rimprovero, ma un' attenzione nei miei riguardi. Perché non li mandiamo uno al nido e l'altro all'asilo, secondo me li farebbe bene e farebbe bene anche a te-
Anna - Ma se all'asilo non fanno altro che ammalarsi! Sarebbero più i giorni che manco dal lavoro di quelli in cui ci vado-
Bruno - In fondo sono scelte tue. Se ritieni che sia meglio così per i bambini, organizzati -
Anna - Fai bene te a parlare, perché trovi tutto pronto e scodellato!
A questo punto Bruno ha troncato la conversazione e Anna ha ottenuto il suo scopo non manifesto: quello di sentirsi perdente e di potersi lamentare dell'incapacità di Bruno ad aiutarla.
L'evitamento e il diniego può essere giocato in due e quindi rinforzarsi.
Un uomo e una donna, durante il seminario, si tenevano sempre per la mano, osservavano gli altri con un vago sorriso e non intervenivano mai. Stimolati a partecipare dichiaravano che loro non litigavano mai. Col tempo si scoprirono anche a se stessi e venne alla luce che avevano due visioni completamente diverse sulla vita e sulle relazioni. Fu manifesto che temevano il conflitto e dunque evitavano ogni occasione di litigio, perché avevano paura di una eventuale separazione, specialmente per il giudizio degli altri, perciò offrivano agli altri la falsa immagine della coppia perfetta.
In casi del genere, guidare verso il confronto anche conflittuale significa guidare verso l'accettazione di ciò che è quindi anche avriconoscersi, al di la' degli infingimenti, e ad assumersi la responsabilità del cambiamento.
Ipotizziamo ora un uomo e una donna che abbiano superato le prove per una loro identificazione personale, che abbiano imparato la gestione dei conflitti di coppia, mettiamoli insieme, uno davanti all'altra: si amano e il rapporto di coppia funziona; ma quanto l'abitudine, la fretta, la distrazione, il dare per scontato quello che si è raggiunto, possono rovinare una relazione tra uomo e donna; non sono vizi capitali, eppure possono provocare, scivolando su se stessi, valanghe che travolgono e inghiottono, dal pericolo delle quali nessuno è esente.
Una relazione è dinamica e in continuo sviluppo; non basta costatarne la buona riuscita, ma è importante coltivarne costantemente la crescita, perché sia al passo con i cambiamenti, rinnovandosi e attuando le sue potenzialità.
Quanto tempo e spazio quell'uomo e quella donna dedicano alla reciproca attenzione?
Quanta memoria hanno uno dell'altra?
Quanto si dedicano al linguaggio della tenerezza e dell'ammirazione rispetto invece a quello della critica e del disprezzo?
E infine, una volta compreso il rispetto per la diversità l'uno dell'altra, quanta capacità c'è nella relazione di abbassare le difese, senza pregiudizi rispetto all'altro, di lasciarsi influenzare, accettando come arricchimento anche il cambiamento di se stessi che ne può derivare?
Queste sono domande che lasciamo aperte perché ognuno trovi in sè, non dico la risposta, ma lo spazio di riflessione.
Infine, tanto perché nessuno di noi da queste parolette esca con un senso di frustrazione, voglio dire che la coppia perfetta non esiste, quella attraverso la quale la "ferita" si rimargina e si ricostituisce l'eramafrodita, perché se ciò avvenisse, se nella coppia si cicatrizzasse la ferita, questa, continuando a usare la suggestiva immagine di Carotenuto, non potrebbe più essere feritoia, varco attraverso il quale guardare e coltivare l'"oltre": la coppia, rinunciando per paura all'utopia della congiunzione dell'Uno col Tutto, si sarebbe chiusa in linea difensiva alla ricerca e alla conoscenza.
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