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Ma è possibile che i sintomi abbiano solo valenza negativa?

A cura di: Massimo

Giusto per avere un confronto con colleghi e non rispetto all'argomento: sintomi. La percezione sociale sembra orientatata a catalogare negativamente una qualunque sintomatologia ritenuta solamente invalidante (ad es., attacco di panico, condotte anoressiche o bulimiche, comportamenti ossessivo-compulsivi, stati depressivi, etc.). La mia domanda è: ma siamo così sicuri che tali sintomi non abbiano degli aspetti (una specie di dark side of the moon al rovescio...) positivi che sarebbe addirittura iatrogeno trascurare? A voi l'ardua sentenza...

Commenti: 4
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Chiara - ore 22:27 del 29 Aprile 2013
Osservazione che condivido. Il sintomo è "negativo" se lo si percepisce come invalidante o limitante, ma diviene un valido alleato se ci si pone nella prospettiva di ricevere un suggerimento da noi stessi che ci indica qual è il problema che dobbiamo risolvere e la strada da intraprendere per la sua risoluzione. Anche quelli corporeispesso sono degli utili "campanelli d'allarme"che ci avvisano che c'è qualcosa nel nostro "sistema" che non va...e sarebbe utile accettarli per quello che sono: semplici reazioni a una serie di vissuti (sia interiori che relativi a situazioni esterne).
Ovviamente i sintomi possono essere più o meno gravi e limitanti a seconda della potenza dell'avviso che ci vogliono dare e a seconda di come il nostro sistema ha reagito alle situazioni stressanti/traumatizzanti o a quanta energia vi è stata investita, ma sempre utili sono, perché ci permettono di accorgercene e di cercare di porre rimedio!!

L'importante è assolutamente non ignorarli! Insomma, secondo me non è utile vivere il sintomo solo come una cosa solo fastidiosa, ma anche come un modo di venire a contatto con noi stessi, come funzioniamo, cosa ci blocca, quali sono gli aspetti della nostra personalità che hanno bisogno di essere ancora risolti. È il nostro sintomo, e parla di noi e con noi.

L'accettazione di un sintomo facilita moltissimo lo stato d'animo con cui ci disponiamo ad intraprendere un percorso risolutivo...che non dovrebbe secondo me essere volto soltanto alla mera eliminazione del sintomo in quanto tale (come nella medicina sintomatica attuale, che elimina i sintomi ma spesso non le cause), ma all'individuazione, comprensione ed accettazione della/e causa/e...che poi è lo scopo del processo terapeutico stesso.

2
Massimo - ore 15:03 del 30 Aprile 2013
Chiara, quello che dici è propio ciò che intendevo. Non so a quale teoria tu faccia riferimento ma io, da costruttivista post-razionalista, il sintomo lo leggo come una strategia rigida del sistema di affrontare un qualcosa che, emotivamente, non riesce a gestire e, cognitivamente, non si riesca a spiegare. Faccio spesso questo esempio ai miei pazienti per spiegare l'importanza del sintomo: se un agorafobico (chi non tollera gli spazi aperti, lo dico per i non colleghi) non esce di casa da un mese questo potrebbe essere visto solo come un sintomo invalidante. In realtà, è una strategia positiva per il sistema in quanto gli permette di evitare il contesto (ad es., una piazza) che gli causa sofferenza. Certo, questa strategia non va troppo bene per la qualità di vita del paziente ma, nell'immediato, permette la sopravvivenza del sistema. Il lavoro, dunque, non sarà quello di togliere subito il sintomo, ma trovare, insieme al paziente, modalità alternative per riuscire a gestire la piazza (però, almeno io faccio così, solo dopo aver capito come mai stare in piazza è così intollerabile). Se, infatti, si crea una strategia alternativa vincente ma non si conoscono le cause del problema, non è difficile intuire come questo potrebbe presentarsi nuovamente o in altre forme.

3
giovanna - ore 09:22 del 10 Maggio 2013
Dal mio punto di vista il catalogare può essere tranquillizzante e dare la sensazione di orientarsi meglio ma, in psicologia, è pericoloso e fuorviante. Sarebbe opportuno evitare il giudizio o l'etichetta di "negativo" o "positivo" e, invece, considerare i cosiddetti sintomi semplicemente (e profondamente) per il senso e la funzione che hanno nella vita di quella persona.

4
Massimo - ore 11:19 del 10 Maggio 2013
Giovanna, sono d' accordo con quello che dici, in realta' il mio "positivo" e' in relazione alla funzionalita' del sistema e non ad un etichettamento esterno e, dunque, un giudizio di valore per cui allora si' che ci potrebbe essere il rischio di cui parli. Per positivo, in questo contesto, intendo solo il fatto che il sintomo ha permesso la sopravvivenza (per quanto a scapito di compromessi e sofferenze varie...) dell'individuo e questo e' incontrovertibilmente positivo per lui...

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