A cura di: Bruna
Qualche anno fa ormai, presi in affitto una stanza per eleggerla come mio studio.
La stanza completamente "grezza" al momento della sottoscrizione del contratto, l'ho arredata
piano piano. Ogni mese, in base al budget disponibile, facevo alcuni lavori e compravo qualche
cosa.
Nel giro di qualche mese, la spoglia stanza era scomparsa, e al suo posto il mio studio aveva preso forma.
Per anni lo studio è stato solo mio.
Purtroppo negli ultimi tempi, per una serie di circostanze, mi sono trovata nella condizione di
dover condividere questo spazio, e non nego che ciò mi pesi notevolmente.
Mi fido ciecamente della collega con cui condivido lo studio, per cui so che ha rispetto tanto
della stanza quanto della funzione che essa riveste, quindi del setting, ma accettare "altre
presenze" in uno spazio solo mio, fino a qualche tempo fa, mi genera ambivalenze finora
insospettabili.
Per me il setting è sacro, e so di caratterizzarmi per alcune rigidità, ragion per cui al momento
dell'avvio professionale cercai un posto solo mio in cui accogliere pazienti e le loro storie di
vita.
Ritrovarmi ora costretta ad allargare questo mio spazio ad altri mi crea non poche difficoltà.
Indubbiamente sono ancora nella fase di assestamento, per cui troverò (il prima possibile,
spero) un funzionale adattamento a questa nuova situazione, ma per ora mi dà fastidio anche
solo vedere che la poltrona è spostata rispetto a come l'avevo lasciata io...
Non so, per voi com'è?
Come vivete la condivisione dello studio con altri?
Anche voi avete dovuto condividere con altri uno spazio che prima è stato solo vostro? E come
avete vissuto questa trasformazione?


nche sociale.
Regole di utilizzo
condividere con altri significa soprattutto svincolare tutta una serie di modalita' riconducibili a cio' che come ben sai definiamo "egocentrico". Del resto noi tutti oramai viviamo e condividiamo esperienze; ne sono un esempio i social network che sono entrati con prepotenza nel ns quotidiano, nel ns essere singolo. Accettare pertanto una condivisione significa essere oblativi e sapere che di tutto cio' che ci circonda nulla ci appartiene, nella vita tutto cio' che ci viene regalato o che ci conquistiamo col sudore della fatica della rinuncia in realta' non e' nostro, tantomeno gli affetti. Quando perdiamo un affetto a noi caro, un genitore, un figlio, spesso ci disperiamo per il dolore del lutto, della separazione, della dipendenza affettiva. "Il possesso" ad ogni costo.. Dovremmo invece imparare ad accettare l'altro come soggetto separato da noi rispettandone l'identita' e anche nel caso di un familiare, dobbiamo soltanto essere grati alla vita per averli incontrati, per aver semplicemente incrociato il ns cammino al loro.
angelo