A cura di: Francesca
Sono una giovane psicologa, non certo per età, ma per esperienza lavorativa, e alle soglie dell'esordio professionale mi pongo una serie di interrogativi che ovviamente riguardano il mio relazionarmi al mestiere...
Tra questi mi piacerebbe confrontarmi con voi sul tema dell'abbigliamento, cioè vi siete mai chiesti se il modo in cui ci vestiamo e quindi ci presentiamo ai pazienti ha una qualche ricaduta sul rapporto con gli stessi?
Beh io lo sto facendo, e non solo nei termini del poter dare una buona immagine di sé, per cui ovviamente curati e puliti, ma penso a dinamiche più sottili che inevitabilmente entrano in gioco.
Semplificando a puro scopo chiarificatorio penso ad esempio alla seduzione, nell'incontro tra uomo e donna, e alla competizione, nell'incontro donna e donna ma anche tra uomo e uomo (posto che la competizione tra maschi sì gioca prevalentemente su altri livelli, a volte però anche su quello che qui propongo).
Come donna nella vita di tutti i giorni curo il mio aspetto, ovviamente secondo i mie "dettami" personali per cui mi trucco, spesso uso il rossetto, a volte mi adorno con monili (orecchini & Co) e adoro i tacchi possiedo pertanto un corredo calzaturiero che si caratterizza per la totale assenza di scarpe basse.
Ecco proprio considerando il mio abituale modo di vestirmi, pensando ad es alle scarpe che indosso (anche in questo momento), se come donna le adoro, e mi diverto a giocare nell'abbinamento scarpe-borsa-cintura (come molte donne, immagino), mi chiedo però se le stesse siano adeguate per "una psicologa".
è per dirla in breve, si possono indossare i tacchi durante il lavoro? E quanto possono essere alti? Oppure le gonne, di che lunghezza? E il trucco? O ancora, pensando ad alcuni colleghi, anfibi si o no? Etc....
Finora personalmente mi sono data risposte che attengono all'area del buon senso e del buon gusto, mi chiedo però se ci sia altro da considerare....
Ovviamente so che il mio essere psicologa si fonda sul mio essere persona, in questo caso donna, per cui non posso negarmi mistificandomi di fronte ai futuri pazienti, mi chiedo però se ci siano accortezze particolari da seguire che tengano conto della fisicità e dell'impatto che la stessa, la nostra fisicità di persone-psicologi, ha sugli altri, persone-pazienti.
Ho cercato quindi di trovare risposte a questi interrogativi confrontandomi con altri colleghi più navigati di me e con i miei docenti.
Beh posto che ognuno mi ha dato delle risposte, mi piacerebbe sapere se anche voi vi ponete questa domanda e che risposte vi siete o vi hanno dato, indipendente dall'orientamento di appartenenza.
Come donna mi piacerebbe sapere che risposte vi siete date colleghe donne, ma sono anche curiosa di sapere l'opinione o la posizione in merito dei colleghi maschi. Sarei curiosa di sapere tanto l'opinione di chi come me si approccia ora alla professione quanto di chi invece la svolge già da tempo.
Tra le risposte che fin qui mi sono state date voglio condividere con voi due posizioni espresse da colleghi di lunga esperienza, una psicoterapeuta donna ed uno psicoterapeuta uomo, perchè trovo siano molto interessanti le due prospettive.....
La terapeuta donna mi ha detto che spesso la seduzione nell'incontro (consultazione, consulenza, terapia) è promossa dai professionisti maschi (più o meno consapevolmente)ma sono le colleghe donne che si pongono il problema di non essere seduttive o di fare quanto meno i conti con la propria seduttività.
Il terapeuta uomo mi ha invece detto che i terapeuti maschi non hanno particolari problemi/difficoltà nell'aera della seduttività con le pazienti donne così come invece possono avere le colleghe donne con pazienti maschi. Inoltre il collega sottolinea un altro aspetto a cui le terapeute/psicologhe donne devono prestare attenzione nel lavoro con gli uomini, ossia il tema della conquista. Secondo la sua esperienza, per un uomo è difficile affidarsi alle cure di una "femmina", e sull'onda dello stereotipo di ruolo di genere - il maschio conquista e la donna è la preda - facilmente in particolari momenti della terapia (soprattutto all'inizio, e/o in fasi di criticità), il paziente potrà "agire" dinamiche "predatorie" (come difesa) che si traducono in franchi apprezzamenti e corteggiamenti nei confronti della psicologa.
Ecco queste sono, molto succintamente, le risposte che mi hanno maggiormente colpita, sicuramente nel riportare quanto espresso da altri ci sarà stato un certo grado di involontaria distorsione da parte mia per cui sicuramente i colleghi non mi hanno detto esattamente quanto ho scritto ma è ciò che a me è rimasto.
Per cui colleghi vi domando quali sono le vostre opinioni in merito al corpo del terapeuta/psicologo (sia donne che uomini, naturalmente) nello spazio professionale, come va "trattato" o considerato nel lavoro con i pazienti? Vi siete mai posti questo interrogativo, o quanto meno avete mai riflettuto al riguardo?
Francesca psicologa 'debuttante' :).



L'articolo «Quale abito per lo psicologo?» è stato pubblicato nel N° 224 della Newsletter.
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