A cura di: Dott. Gianluca Lo Presti
Lo scopo del lavoro è quello di compiere una sintesi chiara ed esaustiva dei modelli metacognitivi. Inizieremo con la "teoria della mente" di Premack e Woodruff. Relativamente la "metamemoria" vedremo il paradigma di Flaell e Wellman, in cui l'individuo può padroneggiare specifiche tipologie d'informazioni. Approfondiremo il modello di Brown, che propone degli step di controllo metacognitivo.
Di notevole rilevanza è il modello di Borkowsky e coll., il quale presuppone che alla base delle capacità metacognitive siano presenti relazioni funzionali fra motivazione, cognizione, stati personali e situazionali.
Negli ultimi anni, Cornoldi e coll. hanno proposto la distinzione fra conoscenza e controllo metacognitivo.
"Ma vano fu di salvare i compagni il desiderio
pur grande: ne fece rovina la propria follia;
insensati, che i buoi del Sole Iperone mangiarono,
e quello il giorno a loro negò il ritorno".
Omero, Odissea, Libro I, Invocazione alla Musa, vv. 6-9
Omero fa emergere in Ulisse la figura di un eroe con la sua ricca esperienza, la brama di conoscenza e la forza di resistenza alle fatiche. In più dedica un certo spessore anche alle colpe che ebbero i suoi compagni. Questo è un concetto molto importante durante tutto il percorso del Poema. Ed oggi non possiamo nascondere che in molte situazioni problematiche servirebbe, non solo, non commettere certi sbagli, ma prima di tutto porsi nelle condizioni tali da affrontare le difficoltà che si incontrano.
Chi ha letto con attenzione l'Omero dell'Odissea1 sarà d'accordo nel considerare che nell'Opera si trovano davvero molti versi in cui i personaggi riflettono sul loro stesso agire.
Ciò con razionalità, esperienza, conoscenza delle strategie e prudenza che funzionino bene, così come faceva Ulisse.
Nota 1
Questa specificazione è necessaria in quanto negli ultimi anni è stato possibile datare vasi e sculture che solitamente venivano realizzate subito dopo il compimento di Opere come l'Iliade e l'Odissea.
Ciò ha dato modo di costatare che le due opere sono state realizzate a più di 70 anni una dall'altra, forse anche 100 anni, senza considerare il tempo che è servito per poterle realizzare. In più, si è notato che la modalità, con cui sono scritte queste due Opere, è diversa.
Questo, ma non solo, ha confermato l'idea che le due Opere siano state scritte da due persone diverse. Dunque, nelle letture classiche, recentemente si può leggere o "l'Omero dell'Iliade" o "l'Omero dell'Odissea".
Oggi potremmo indicare tutte queste funzioni, ma non solo, con il termine: metacognizione. Essa ha un ruolo primario nei processi di apprendimento.
Infatti, le difficoltà che incontra un bambino nell'esecuzione e nella soluzione di compiti scolastici, nella maggior parte dei casi, potrebbero essere anche risolte mediante una didattica metacognitiva più efficace.
In tal senso sono stati molteplici i modelli che hanno cercato di delineare un quadro che raggruppasse tutti i processi relativi alla metacognizione. Questo termine ha assunto progressivamente un significato sempre più ampio, finendo per far riferimento sia alla consapevolezza del soggetto rispetto ai propri processi cognitivi (conoscenza metacognitiva) sia all'attività di controllo esercitata su questi processi (processi metacognitivi di controllo) (Cornoldi, 1995; Cottini, 2006).
In letteratura, fra i principali studi che hanno evidenziato quei processi che si pongono come funzionali alle acquisizioni cognitive troviamo:
Le linee di ricerca appena citate rappresentano il principale background epistemologico con cui si sono aricchiti, ed in certi casi sviluppati, i modelli che prenderemo di seguito in esame.
Una spinta sperimentale certamente importante per lo studio della metacognizione è stata data da Premack e Woodruff (1978), con l'introduzione dell'espressione: "teoria della mente". Con questa terminologia, gli Autori si riferivano a tutto un insieme di abilità e di conoscenze che prima appartenevano alla così detta "psicologia intuitiva" o del senso comune.
Quando agli studenti viene spiegata la teoria della mente, spesso viene posto l'esempio denominato: Il compito di Maxi (Wimmer e Perner, 1983). Tale compito concerne nel racconto di una storia con l'ausilio di pupazzetti ed oggetti come scatole colorate.
La storiella raccontata è pressoché la seguente:
"Un bambino di nome Maxi, con la mamma, è in cucina. Maxi mette nell'armadio rosso la cioccolata, quindi esce a giocare in giardino. La mamma prende la cioccolata, ne usa un po' per preparare il dolce, poi la ripone nell'armadio giallo, invece che in quello rosso. Ora Maxi torna e vuole la cioccolata.
Dove andrà a cercarla? Nell'armadio rosso o in quello giallo?"
Vianello, 1998
Il bambino (ma d'altronde chiunque) per rispondere al quesito, deve vedere la situazione secondo la prospettiva di Maxi.
Dunque il compito risulta duplice. Non solo bisogna avere ben chiara la rappresentazione di ciò che è stato raccontato nella storia dal proprio punto di vista esterno, ma si deve tenere presente anche ciò che pensa Maxi, secondo la sua prospettiva.
In tal senso, dobbiamo inferire il pensiero di quel soggetto in quel dato momento a partire dalla rappresentazione dei pensieri che ci siamo costruiti nell'immaginare "cosa" stiano pensando i vari personaggi della vicenda, ovviamente sapendo discriminare il nostro pensiero dal loro pensiero.
Dopo il racconto della storia di Maxi, è stato rilevato come solo pochi bambini di 4 anni rispondevano correttamente (33%). Invece, i bambini di 6 anni, completano la prova praticamente senza problemi (92%) (Wimmer e Perner, 1983).
Come spesso accade in teorie così studiate, con l'affinarsi della metodologia utilizzata, variano anche le risultanze. In tal senso, alcuni autori (Lesile, 1987) arrivano a costatare che tali modalità di pensiero siano già presenti dai 18-24 mesi di vita.
Nel ripercorrere le ricerche più importanti sull'attività metacognitiva, si nota che il settore che per primo è stato studiato ed ampliamente approfondito è quello della metamemoria.
Un primo paradigma rintracciabile è di Flavell e Wellmann (1977).
In questo modello l'individuo ha la necessità di padroneggiare le seguenti tipologie di informazioni per sviluppare una conoscenza metacognitiva:
Se gli aspetti appena enunciati vengono considerati in maniera indipendente, allora questo modello potrebbe risultare notevolmente funzionale. Purtroppo una delle principali critiche al modello precedente è quello che non riesce a spiegare come facciano i soggetti a collegare le diverse conoscenze metacognitive. Ed è proprio in tal senso che si distingue il modello di Brown.
Brown (1987) ha proposto di intendere la metacognizione come un funzionale controllo dei processi. Così, si possono rilevare i seguenti step facenti parte del controllo metacognitivo:
Alla fine di questi passaggi, il controllo metacognitivo può considerarsi funzionale allo stimolo-problema. In tale modello, però,
non appaiono chiare le modalità tramite cui si intercorrelano gli step non direttamente collegati. Per fare un solo esempio, oggi sappiamo
che l'interesse di un soggetto verso un dato oggetto d'apprendimento è anche influenzato dal modo con cui un soggetto legge ed interpreta
l'ambiente in cui si esplica l'apprendimento (ad esempio, dal rapporto che istaura con il docente).
Così il primo punto diventerebbe prossimo all'ultimo (interesse diretto per risolvere il problema e capacità di adattare il
proprio comportamento in base alle esigenze della situazione). Cosa che invece non è esplicitamente prevista dal suddetto modello.
La precedente problematica è, però, ampliamente superata dal modello di Borkowsky et al. (1986, 1988, 1992). Questo
modello presuppone che alla base della capacità di conoscenza e di controllo metacognitivo siano presenti relazioni funzionali fra caratteristiche motivazionali, cognitive, stati personali e situazionali.
Vediamo un quadro più specifico concernente il modo di "funzionare" di codesto modello teorico:
Chiaramente, questi punti, rappresentano una concettualizzazione solo ipotetica, nel senso che è impossibile trovare un bambino che usi del tutto queste nozioni, ma esse rappresentano un tipo di modello teorico in grado di adattarsi con certa flessibilità a quelle che sono le peculiarità di ogni soggetto. Infatti, queste sono caratteristiche che non basta che siano acquisite per essere funzionali, ma devono anche essere apprese all'interno di un contesto specifico, come la scuola o la famiglia.
Si può notare nello schema del modello Metacognitivo di Borkowsky e Muthukrishna (1992) (figura 1), come tutte le componenti siano in diretta interazione fra loro.
Così, chi apprende, è in grado di ampliare le proprie conoscenze metacognitive proprio attraverso i continui feedback che riceve dall'esterno.
Facciamo un esempio.
In un primo caso lo studente, avendo utilizzato una strategia poco funzionale, ottiene scarsi risultati (compito > strategia > prestazione > feedback) e dunque rifletterà sul "come mai" è andato male il compito.
Mettiamo caso che attribuisca l'insuccesso sia ad un suo scarso impegno che ad un uso inefficiente delle strategie, in tal caso potrà essere portato a sperimentare nuove strategie (feedback > convinzioni e attribuzioni > compito > etc.).
I percorsi più frequentemente utilizzati, sia in caso di successo che insuccesso, saranno quelli che inevitabilmente il soggetto tenderà ad automatizzare, così da indirizzarsi sempre verso gli stessi stili di pensiero, convinzioni, atteggiamenti, strategie, etc.
Il problema che resterà da capire sarà quello di sapere se: il soggetto si indirizzerà verso un senso di sicurezza nella sue possibilità o acquisterà sfiducia nelle proprie abilità?
Però è proprio attraverso questo processo circolare che lo studente impara gradualmente ad usare strategie adeguate ed idonee per la risoluzione del compito.
Figura 1
Componenti e funzionalità del modello Metacognitivo di Borkowsky e Muthukrishna (1992)
Gli Autori parlano del "buon utilizzatore di strategie".
In sintesi, è colui che conosce le strategie e ne comprende l'utilità, sa come e quando usarle, selezionarle e controllarne l'efficacia durante l'esecuzione.
Chi crede nell'impegno, chi è intrinsecamente motivato ed orientato al compito, non teme il fallimento poiché si pone obiettivi di padronanza e concepisce le prove di valutazione come opportunità di apprendimento.
Seguendo ed integrando Borkowsky, il gruppo di ricerca MT (memoria - training), dell'Università di Padova, distingue ancor più nel dettaglio fra conoscenza e controllo metacognitivo.
La Conoscenza Metacognitiva. Tale terminologia si riferisce alle conoscenze che l'individuo ha sviluppato sul funzionamento dei propri processi mentali. Queste considerazioni implicano nozioni, impressioni, intuizioni, sentimenti, autopercezioni, etc.
In tal senso l'oggetto della conoscenza metacognitiva si riferisce a tutti gli aspetti cognitivi del funzionamento mentale.
Per tale motivo codesta conoscenza influenza attivamente l'acquisizione di altre conoscenze (Cornoldi, 1995). Alcune variabili che possono caratterizzare una conoscenza metacognitiva sono (Cornoldi e Caponi, 1991).
La metacognizione di conoscenza, come abbiamo visto, è capace di esercitare un ruolo fondamentale lungo tutto il continuum dell'apprendimento. Le prestazioni, i pensieri, le convinzioni, ciò che si pensa si sappia fare e non fare, le proprie idee, gli stati d'animo, e tutto ciò che concerne il nostro sapere come la nostra mente funziona possiamo farlo rientrare in quello che abbiamo definito metacognizione di conoscenza.
Il Controllo Metacognitivo. Lo studio sui processi di controllo in psicologia ha avuto probabilmente inizio con lo studio dell'intelligenza artificiale.
Un primo modello, semplice ma come tutte le cose semplici molto efficace, è stato il modello T.O.T.E. (Miller, Galanter e Pribran, 1960). L'acronimo completo è: Test - Operate - Test - Exit.
Tale modello presuppone che un'informazione viene prima vagliata in entrata (Test), all'interno del sistema avviene l'attività principale, come un apprendimento specifico, (Operate), quanto elaborato, appreso o prodotto viene valutato ancora una volta (Test) prima di passare all'uscita dal sistema (Exit).
C'è da dire che in un essere umano le variabili intervenenti in un processo di tale genere sono certamente innumerevoli. Comunque questo modello ha dato una sorta di linea guida a tutti gli studi successivi.
Ciò soprattutto è accaduto negli studi dello Human Information Processing (HIP).
In tal senso Brown (1975) attribuisce al sistema di controllo le seguenti funzioni chiave:
Questi meccanismi si devono ritenere in iterazione fra di loro.
Gli studenti indirizzati verso l'utilizzo di meccanismi metacognitivi di controllo sembrerebbero essere in grado di: rendersi conto dell'esistenza di un problema, ad esempio, lo studio può essere interpretato come un problema verso cui occorre adottare strategie risolutive; essere in grado di predire le propria prestazione; pianificare l'attività cognitiva conoscendo l'efficacia delle azioni programmate; controllare e guidare l'attività cognitiva in relazione all'obiettivo posto (Mazzoni, 2003).
I meccanismi di controllo costituiscono l'ingrediente essenziale del funzionamento psicologico quindi hanno una valenza adattiva positiva (Cornoldi, 1995).
Un classico esempio di controllo è rappresentato dal chiedersi, a fine pagina o paragrafo, se veramente si è capito ciò che si è letto. Oppure, nel mentre che si sta esponendo un'argomentazione di fronte ad una o più persone, se si cerca di capire se è chiaro ciò che si sta esponendo (ad esempio attraverso i feedback non verbali delle altre persone, o se la linea che stiamo seguendo in quel momento è realmente chiara come vorremmo, oppure se non sto dimenticando punti che avrei avuto intenzione di enunciare, etc.).
Tabella 1
Principali funzioni metacognitive di controllo (Cornoldi, 1990).
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- Orientamento generale - Collegamento del compito ad altri compiti simili - Generazione delle alternative per la formulazione del problema - Definizione del livello di performance attesa - Implementazione del piano strategico scelto - Raccogliere e valutare i feedback - Stabilire quando e' necessari sospendere l'esecuzione - Spiegare un eventuale insuccesso |
- Problematizzazione - Attivazione di conoscenze implicate - Automonitoraggio, tenere sotto controllo i processi - Previsione - Inibizione delle alternative - Valutare la distanza della soluzione - Valutare i risultati finali - Decidere di riprovare, o decidere un piano strategico alternativo |
- Comprensione e definizione del problema compito - Integrazione delle informazioni provenienti da fonti diverse - Valutazione delle difficoltà del compito - Esame delle alternative e decisione - Coordinazione dei processi - Aggiustamenti del piano implementato - Auto valutarsi ed auto rinforzarsi |
Nella tabella 1 vengono esposti alcuni fra i fondamentali processi metacognitivi di controllo (Cornoldi, 1990).
Come si può notare dai punti esposti, essi rappresentano parti fondamentali del processo di problem-solving.
In tal senso, appare chiaro come durante qualsiasi attività di semplice vita quotidiana, ci si venga posti di fronte a degli "stimoli-problema" in cui risulta necessario l'esecuzione di più step affinché si possa giungere ad una soluzione.
Le teorizzazioni fatte a proposito della metacognizione di controllo sono certamente quelle più prossime ad un tipo di problem-solving efficace.
I processi di controllo metacognitivo, insieme alla memoria di lavoro, sono le concettualizzazioni che meglio posso spiegare un modello di funzionamento cognitivo generale. Infatti le attività di controllo metacognitivo possono essere considerate come un ulteriore controllo delle altre operazioni mentali.
Da questo breve excursus sui principali studi dedicati alla metacognizione abbiamo potuto notare come si sia partiti da concettualizzazioni più generiche e molto ampie sino ad arrivare all'individuazione di modelli molto articolati e funzioni altamente specifiche.
Infatti, sono proprio le funzioni metacognitive di controllo che possono essere considerate come quelle componenti cognitivamente più "raffinate" del pensiero umano.
E proprio tramite queste funzioni così specifiche che riusciamo, giorno dopo giorno, a mettere insieme tutti quegli schemi mentali che sono necessari non solo alla risoluzione di stimoli-problema, dai più semplici ai più complessi, ma anche di costruire strategie, integrare esperienze e potenziare le nostre conoscenze ed abilità.
L'articolo «Studi sulla metacognizione: lo sviluppo dei modelli» è stato pubblicato nel N° 55 della Newsletter.
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