A cura di: Dott. Roberto De Pas
Nella concezione clinica di Milton Erickson, l'induzione non è il fine di una seduta di psicoterapia ipnotica, ma lo strumento con
cui il terapeuta procederà nel suo lavoro (dialogo) con il paziente.
Erickson non ha mai attribuito troppo peso alle tecniche induttive, per privilegiare invece il contenuto della comunicazione all'interno dello
stato di trance.
La comunicazione terapeuta-paziente deve creare lo stato di trance, ma quella comunicazione ha già l'incarico di determinare
il cambiamento nel paziente.
Il momento dell'induzione non è separato dall'intervento contenutisticamente mirato del terapeuta.
La capacità all'induzione viene data per scontata da parte di Erickson, e con qualsiasi paziente. La sua personalità, la sua storia, che non a caso ne hanno fatto un caposcuola, erano sicuramente alla base di questa capacità. Cui si deve aggiungere una forte tendenza all'introspezione, all'autoascolto.
Quindi, la sua struttura personologica, la sua storia, unite al sapere e alla capacità di elaborazione, hanno prodotto questo personaggio che ha saputo ridare impulso allo studio e alla pratica dell'ipnosi in psicoterapia.
Sarebbe, quindi, stato lecito aspettarsi da lui una organica produzione teorica capace non solo di mettere alcuni punti fermi sulla psicoterapia ipnotica, ma anche di assicurare una continuità, anche teorico-epistemologica, al proprio lavoro. Così non è stato, come ben sappiamo.
Anche se alcuni punti fermi del suo corpo teorico è, oggi, possibile stabilirli:
Li ho elencati con il preciso intento di sottolineare i punti mancanti:
Che, poi, significa stabilire:
Cioè: i temi, i disagi denunciati dal paziente hanno un peso nel trattamento psicoterapico, oppure il peso maggiore è occupato
dall'induzione e dalla trance quindi, in ultima analisi, dal terapeuta?
E, se così fosse, non è in contraddizione con l'empatia terapeuta/paziente?
È mio parere che Milton Erickson avesse ben chiara e una teoria della mente e una teoria clinica.
Certo è, però, che era anche figlio del suo tempo e, soprattutto, del suo luogo.
Ancor più, era figlio delle proprie esperienze di malattie, di cui credo che, poi, sia riuscito a diventare "padre", nel senso che su di esse ha voluto esercitare per prima cosa il proprio potere, stabilendo subito chi doveva comandare sul proprio corpo.
Successivamente, proprio come un padre fa con i figli, così Erickson ha trattato i propri dolori fisici e le proprie paralisi: dolori e paralisi sono stati accolti e ospitati ed educati con lo scopo preciso di arrivare, insieme, ad un reciproco "cambiamento", proprio nell'accezione tecnica che a questo termine si dà in psicoterapia.
Occorreva, cioè, eliminare o lenire il proprio dolore, occorreva eliminare la paralisi.
Quindi, lui stesso, portatore di quel disagio, doveva cambiare: entrare in una percezione diversa di sé, del proprio corpo, e, quindi,
riuscire a cambiare l'intero modo di pensare.
Cosa che cominciò a fare, come sappiamo, sin da quando era molto piccolo.
In questo senso, sono d'accordo con Ernest Rossi, con cui, invece, molti sono i casi in cui si deve dissentire.
Ma non si possono non condividere affermazioni come queste:
"La tecnica di Erickson proveniva dalle ferite nella sua carne; la sua originalità come terapeuta aveva radici nella sua lotta di vita o di morte per far fronte alle sue carenze congenite e alla malattia che lo paralizzava. Io sono convinto che la vera fonte della sua efficacia come terapeuta sia questa... Ognuno di noi, in un modo o in un altro, ha qualche ferita. La nostra riuscita sempre parziale nel guarire le nostre proprie ferite ci porta alla vocazione di esplorare insieme agli altri ulteriori modi per adattarci alla nostra comune condizione umana e di ampliarne le possibilità".1
Da questa "paternità" verso il proprio corpo, è quindi derivato, esistenzialmente, tutto il lavoro di Milton Erickson.
Figlio del suo tempo, e del suo luogo, dicevo: sono abbastanza convinto di una cosa, solo apparentemente ovvia.
L'Europa non avrebbe potuto produrre una figura del genere: nato alla fine del '800, Erickson poté iniziare il suo percorso di medico
"non in linea", diciamo, senza dover pubblicare corposi trattati che avvallassero il proprio operato.
Le sue pubblicazioni su riviste scientifiche sono numerose, ma non hanno la sostanza dei saggi organici che sistematizzino una teoria.
Siamo nell'America del pragmatismo, nell'America di Dewey, per esempio, dove la prassi, appunto, prevale sulla teoria.
È l'America che accoglie i cervelli in fuga dall'Europa, assassinata da sistemi e regimi forti, e non solo nella politica.
Il pensiero di Freud, per esempio, è fortemente influenzato dalla filosofia.
Il medico Freud è anche figura di intellettuale mitteleuropeo di stampo liberale, e non riformista, che risente del clima culturale che
venne a stabilirsi nella repubblica di Weimar, tra l'800 e il '900: dove prevalevano concezioni capaci di generare la teoria di bildung - la
costruzione sociale frutto della collaborazione umana - dove forti erano le speranze per un affrancamento delle masse oltre che delle minoranze
o, ancora, si pensava ai rapporti tra le persone o tra le classi in termini di rapporti umani, del tutto svincolati rispetto ai rapporti di
produzione.
Era insomma il clima, per esempio di Marcuse, nato a Berlino, o di Adorno - li ritroveremo in America, dopo la fine della seconda guerra
mondiale.
Era l'Europa che vedeva nascere gli stati nazionali, obbligando dentro a percorsi sempre più contraddittori - e comunque complessi -
quel concetto di "modernità", quale si era affermato dopo la Rivoluzione Francese con la caduta dell'Ancién Regime.
L'Europa era la culla della grande filosofia, dei grandi sistemi filosofico-politici, le cui conseguenze, poi, avrebbe purtroppo
pagato a caro prezzo.
E Freud è autore di un grande sistema, di un grande impianto che, con i 12 volumi delle sue opere complete, viene oggi studiato dai
filosofi come dagli psicoanalisti.
I quali ultimi, oggi, si trovano a dover dipendere da un sistema forte, cui si sforzano, spesso anche con ottimi risultati, di apportare
modifiche o riforme.
In America, niente di tutto questo: filosoficamente, lì, non si è mai prodotta una costruzione di pensiero particolarmente forte, forte nel senso "europeo" del termine; politicamente ed economicamente, il capitalismo, nelle sue varie forme, ha determinato il modus vivendi, dando l'oscillazione massima del pendolo che va da un liberismo sfrenato a una visione più democratica, più tollerante, più da stato sociale.
Non vi è mai stata una preoccupazione filosofico-politica "forte" ma, semplicemente, una capacità politica di accoglienza verso tutti (anche se non sempre realmente concretizzata), un empirismo basato sul principio di responsabilità del singolo, che doveva imparare a costruirsi da solo; una società multiculturale, il cui logico e tacito presupposto era, ed è, una capacità dialettica interna, basilarmente generatrice di fusioni e non di intolleranze; una tendenza più scientifica che non umanistica, ma anche il sorgere di tutte quelle forme d'arte e di libero pensiero cui ormai l'America ci ha abituato nell'arco di quasi tutto il secolo scorso (il '900, intendo).
Erickson è esattamente questo, con il suo pragmatismo, intriso di creatività e di determinazione esistenziale, di forza del pioniere. L'impianto teorico viene dopo, molto dopo, rispetto alla necessità del "fare" e dell'esserci, esserci proprio come situazione (il situazionismo di Sartre?) che si offre per lenire il male dell'umanità.
Da quanto detto fin'ora, si possono trarre alcune conclusioni:
Vediamole meglio:
Un altro esempio:
"Una vita è tutto. Un corpo. Fai. Ma fai. Fatto comunque. Vaglia francobollo. Ufficio postale un po' più giù. Ora quattro passi. Basta...".
Leggiamo Erickson:
"Sorse la questione se una parte della verbigerazione potesse essere una maschera per nascondere dei significati, frammentati e dispersi nell'insieme delle espressioni verbali. In base a questo, l'autore si pose la questione di come fare per produrre lui stesso una serie di discorsi incoerenti tra cui poter nascondere, in forma frammentaria, una comunicazione significativa".6
La pagina (la seduta) si destruttura e, con lei, anche il racconto, che è costretto a cedere il passo ai movimenti dell'Io, al suo mondo immaginifico e al flusso dei pensieri, che non sono più ordinati secondo la classica successione causale e logica, ma per associazioni di idee. Modalità disseminante. La stessa di cui ci si serve, per esempio, per accedere al significato di un sogno: Erickson vuole portare il paziente a questo tipo di comunicazione.
Poiché non vuole "dirigere" il paziente, allora lui parla "disseminando", e lo fa mentre ascolta. L'ascolto, in Erickson, è
disseminazione.
Dissemina e ascolta e osserva il suo interlocutore.
Per riprendere lo schema di Bandler e Grinder7: output del cliente - input dell'ipnotista - output dell'ipnotista - input del cliente - output del cliente, circolarmente e all'infinito.
Ma con disseminazione, contro l'immobilismo degli enunciati.
In terapia, quindi, occorrono forme stilistiche nuove.
Questo è l'insegnamento di M. Erickson. Forme stilistiche che stabiliscano categorie mentali nuove, quindi anche il viceversa: categorie
mentali nuove, capaci di produrre nuove forme stilistiche.
Più che pertinente è allora il ricorso alla filosofia contemporanea, limitandoci qui a un percorso Heidegger-Zambrano-Derrida.
In "Che cosa significa pensare" (l'edizione tedesca è del 1954), Heidegger, nel tentativo di rintracciare il fondamento del linguaggio, quindi del pensiero, cerca nuove forme stilistiche, capaci di non imbrigliare l'inconscio nella catena della causalità e della consequenzialità.
Le caratteristiche del Dire originario sono quelle della poesia e non della scienza.
Non solo: il pensare e il dire sono possibili solo all'interno della relazione. Il luogo in cui avviene il pensiero è quello della
relazione, fosse anche, questa relazione, l'incontro tra il filosofo e l'albero, per riprendere un esempio citato, appunto, da Heidegger.
Quindi "incontro e poesia", indivisibili, come elemento primario della comunicazione.
La poesia è la forma stilistica scelta per i propri scritti, tutti però in forma di prosa, da Maria Zambrano, filosofa
spagnola allieva di Heidegger.
Sono pagine dense, a tratti oscure, proprio perché non ubbidiscono alle regole tradizionali della scrittura. In "Chiari del bosco"
cerca di stabilire un percorso conoscitivo.
Leggiamo:
"il chiaro del bosco è un centro nel quale non sempre è possibile entrare; lo si osserva dal limite e la comparsa di alcune impronte di animali non aiuta a compiere tale passo. È un altro regno che un'anima abita e custodisce. Qualche uccello richiama l'attenzione, invitando ad avanzare fin dove indica la sua voce. E le si dà ascolto. Poi non si incontra nulla, nulla che non sia un luogo intatto che sembra essersi aperto solo in quell'istante e che mai più si darà così. Non bisogna cercarlo. Non bisogna cercare. È la lezione immediata dei chiari del bosco: non bisogna andare a cercarli, e nemmeno a cercare nulla da loro.
Nulla di determinato, di prefigurato, di risaputo".8
Il chiaro del bosco è il luogo in cui si dà ascolto e nel quale non si cerca nulla, così come non si cerca il chiaro
stesso. Lo si incontra.
Il chiaro del bosco può essere lo stesso luogo della relazione di Heidegger che è, insieme alla poesia, il luogo in cui nasce
il pensiero.
Lì avviene la presa di coscienza di sé e dell'altro da sé.
A quel punto, i chiari possono promettere "un mezzo di visibilità in cui l'immagine sia reale e il pensiero e il sentire si
identifichino senza che ciò sia a costo di perdersi l'uno nell'altro o di annullarsi".9
Il chiaro del bosco è luogo della relazione e mezzo di visibilità, quindi metodo, reso possibile dalla coincidenza tra pensiero
e sentire, capace di aprirsi solo un istante per perdersi subito dopo. Che, però, può risvegliare tutte le zone della vita, anche
quelle censurate.
È quindi anche un metodo di indagine, il chiaro del bosco, discontinuo, non organizzato né organizzabile.
È, cioè, disseminazione, disseminazione che assurge a metodo.
Di disseminazione esplicitamente parla Jacques Derrida, filosofo francese: se per Maria Zambrano è metodo della conoscenza, per lui è metodo della scrittura.
La disseminazione è polisemia, è il frangersi della significazione, è "un progresso rispetto alla linearità di una scrittura o lettura monosemica, sempre preoccupata di ormeggiarsi al senso tutore, al significato principale del testo, anzi al suo referente maggiore".10
Nella disseminazione, invece, "il supplemento e la turbolenza di una certa mancanza fratturano il limite del testo".11
Esempi di disseminazione li abbiamo nei testi del suo ideatore: in particolare "La farmacia di Platone" e, soprattutto, "Glas", finora non tradotto in italiano e, anche graficamente, costruito sull'idea di abbandonare il testo lineare.
Ma la polisemia è solo un primo passo verso la disseminazione:
"La differenza tra polisemia del discorso e la disseminazione testuale è precisamente la differenza, una differenza implacabile. Quest'ultima è senza dubbio indispensabile alla produzione di senso... ma in quanto si presenta, si raccoglie, si dice, è là, il senso la cancella e la respinge.
Il semantico ha per condizione la struttura (il differenziale), ma non è esso stesso, in se stesso, strutturale. Il seminale invece si dissemina senza essere mai stato se stesso e senza ritorno a sé. Il suo impegno nella divisione, cioè nella sua divisione a perdere e a morire, lo costituisce come tale, come proliferazione vivente".12
Insomma, nella disseminazione, il discorso è dilatato, "linkato", cioè collegato, nel senso proprio dell'ipertesto, il quale mette in luce il carattere elettrico di tale gesto, come quando, fisiologicamente, il cervello umano stabilisce collegamenti tra fatti e pensieri diversi.
La disseminazione è testo innestato o parola che innesta diventando testo.
Qui, è sufficiente ricordare il titolo di uno scritto di Erickson: "La tecnica ipnotica di disseminazione per la correzione dei sintomi
e per il controllo del dolore".13
E il significato del termine disseminazione è assolutamente identico a quanto ci dice Derrida. Erickson: "disseminare le suggestioni psicoterapeutiche", oppure, altrove:
"In modo apparentemente molto casuale, Erickson impiegò confusione, stimoli minimi e movimenti ideomotori per creare un contesto di opposti che portarono il soggetto a riconoscere di star sperimentando una trance anche se la sua mente conscia non voleva ammetterlo".14
Erickson e Derrida arrivano alla disseminazione esattamente per un medesimo scopo: la liberazione (dal disagio psichiatrico il primo,
dai vincoli dell'essere l'altro).
Con Erickson, insomma, la disseminazione diventa l'acting out di una istanza filosofica.
La disseminazione è strumento della "decostruzione", che il filosofo francese compie nella ricerca ermeneutica: deve portare, o almeno questo è l'intento più o meno dichiarato, a una maggiore libertà dell'essere.
"Se insomma la decostruzione insegna qualcosa, se essa, come credo, ha una valenza pedagogica, essa si risolve tutta in questo difficile esercizio di presa di distanza... dalla passione per il proprio, dal desiderio fantasmatico di trovare un'origine... ricostruibile in tutte le sue articolazioni".15
Il tema dell'identità.
Decostruire significa dare movimento all'identità propria, non pensarla in termini statici e definitivi.
Per quel che ci riguarda, significa portare fuori il paziente dai propri schemi di riferimento prevalente: un sintomo viene vissuto dal paziente
come una propria identità.
E il cambiamento, quindi la sparizione del sintomo, viene temuto proprio - o anche - come perdita dell'identità.
Erickson è quindi da collocare in questo filone filosofico.
Certamente, tale ricerca va allargata e portata oltre il capitolo dell'ascolto/comunicazione, su cui, in questa sede, ci siamo soffermati con l'intento di dimostrare:
Ritengo, però, che una visione antropologica della psicoterapia imponga, per il paziente europeo, la necessità di privilegiare questo tipo di ricerca.
L'articolo «L'ipnosi, Milton Erickson e la disseminazione» è stato pubblicato nel N° 46 della Newsletter.
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