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Depressione Lutto Gruppi

Il gruppo di auto aiuto nelle morti improvvise: il caso del suicidio

A cura di: Dott.ssa Rebecca Farsi

Introduzione

La scomparsa di un individuo non è sufficiente a renderlo inesistente, e non soltanto sotto un punto di vista emotivo.
Neppure il corpo sembra volersi rassegnare alla perdita, ostentando una serie di reazioni biologiche tese a negare l'accaduto.
Basti pensare che le zone cerebrali generalmente attivate in presenza del defunto continuano ad attivarsi anche dopo la morte, manifestando la volontà di ignorare un evento impossibile da accettare (Colusso, 2021): il dislivello tra un vissuto interiore di presenza si scontra così con una assenza irreversibile che rende il dolore acuto e non risolvibile.

Lo spezzarsi del legame affettivo provoca uno scossone in tutto ciò che in esso era stato investito, elaborato e costruito.
La stessa dimensione del Sé è costretta a rimettersi in discussione dopo una perdita che recide inscindibilmente la dimensione identitaria, oltre a quella relazionale.
Soprattutto se il lutto ha ad oggetto un legame affettivo solido, profondo e duraturo.

A causa di una normalizzazione non adattiva, subito dopo la perdita, il survivor adotta frequentemente condotte di chiusura e negazione difensiva, volte a mantenere lo status quo.
Dunque si continua ad andare avanti come se nulla fosse cambiato.

Ma alla fine lo scontro con la realtà: per quanto sia forte la tentazione, è impossibile sottrarsi troppo a lungo alla sofferenza dolorosamente vera dell'evento morte.
Sarebbe come rifugiarsi in un guscio incapsulante che impedisce il contatto con il mondo, ritardando la rielaborazione del lutto attraverso una disfunzionale, e in certi casi patologica, "espulsione difensiva della verità".

Il pericolo del lutto non rielaborato: l'anticipatory grief come fattore protettivo

La parola d'ordine per riprendersi da un lutto è RIELABORAZIONE.

Un lutto non rielaborato costituisce un nodo nella percezione della realtà e un'interruzione nella continuità del Sé, favorendo l'insorgenza di flussi emotivi disorganizzati, da cui una possibile reazione patologica.

"Un lutto non rielaborato provoca una cesura nella quotidianità e nel dipanarsi dell'evoluzione relazionale, cognitiva e affettiva che è all'origine dello sradicamento e della perdita dei punti di riferimento della collocazione spazio temporale, della separazione dalle proprie radici" (Colusso, 2021, p. 26).

Non si tratta di un compito facile.
Specie se la perdita avviene senza un congruo preavviso.
È il caso delle morti improvvise, in cui a far difetto è la dimensione psicologica nota come lutto anticipatorio (Lindemann, 1994; Reynolds e Butha, 2006) identificabile nell'insieme di manifestazioni comportamentali ed emotive utilizzate per fronteggiare una morte annunciata con un certo anticipo rispetto all'accadimento (ad esempio malattie oncologiche o neurodegerative).

Una morte improvvisa non consente un'adeguata preparazione all'evento, agevolando la presenza di un dolore ruminativo che ostacola la ripresa.
Si parla non a caso di lutto eccedente, per indicare come, per essere rielaborato, il vissuto di perdita improvvisa richieda una quantità di risorse superiori rispetto a quelle individualmente possedute, disegnando una traiettoria di rielaborazione spesso gestita con condotte disregolate (Colusso, 2021).

Pur nella permanenza del dolore, cominciare a vivere il lutto quando il familiare è ancora in vita consente di rendere l'impatto con la scomparsa meno traumatico.
Durante il periodo di attesa si crea infatti un processo di maturazione del dolore inevitabilmente "graduale" che agevola la gestione del lutto sotto un punto di vista emotivo, cognitivo e logistico: e se i familiari hanno maggior modo di prepararsi alla trasformazione che l'evento morte comporterà all'interno del nucleo, scardinandone ruoli, equilibri e identità, lo stesso malato avrà la possibilità di sistemare tutte quelle situazioni - personali e organizzative - che faranno seguito alla sua scomparsa.
La perdita effettiva rappresenta così l'epilogo di un processo luttuoso che ha ricevuto uno spazio contenitivo trasformante e diluito, da cui una metabolizzazione meno traumatica (Colusso, 2021).

L'assenza di questo anticipatory grief rende impossibile la parcellizzazione del dolore, e al contempo impedisce di decelerare l'intensità della perdita, i cui effetti irrompono violentemente nella sfera esistenziale distruggendone certezze e solidità.

È il caso del suicidio.

L'atto con cui un soggetto interrompe volontariamente la propria vita in modalità inattesa disegna una delle morti emotivamente più distruttive, il cui impatto può essere ben sovrapponibile a quello provocato da un evento traumatico.

Oltre che un atto altamente lesivo verso il Sé il suicidio si connota come una condotta aggressiva verso i survivors, che di questa scelta si troveranno a subire molteplici e multidimensionali conseguenze, tra cui:

Perché il gruppo

Il gruppo di auto-aiuto si mostra uno degli strumenti in grado di contenere maggiormente il dolore e di favorirne la rielaborazione in una prospettiva funzionale e adattativa.
Il gruppo sostiene e conforta quando nulla sembra in grado di farlo, ma il suo merito più grande è quello di conferire vitalità narrativa e simbolizzante a un dolore che, vissuto da soli, rischia di assumere connotati di stagnazione logorante.

In particolare nel caso di suicidio il gruppo (De Leo, 2023):

Come il gruppo trasforma il dolore

Il gruppo può considerarsi a pieno titolo un attivatore di parola, un propulsore di pensiero in grado di conferire flusso dinamico a una sofferenza pietrificata.

"Le dinamiche di gruppo catturano emozionalmente tutti i presenti, seppur con un linguaggio non verbale, fatto di silenzi, lacrime, sospiri, sorrisi. Gesti movimenti e immobilità, anche se non tutti ne avranno la consapevolezza immediata" (Colusso, 2023, p. 162).

All'interno del gruppo la parola d'ordine è ascoltare e ascoltarsi, nel corso di una narrazione rispettosa, non critica e finalizzata a rielaborare un dolore ingestibile tramite un ascolto accogliente e condiviso.
In questo contesto di sofferenza partecipata, l'esperienza del singolo assume potenzialità trasformative e rielaboranti inaccessibili al pensiero individuale (De Leo, 2023; Colusso, 2021).

Il gruppo cerca soluzioni a un dolore senza soluzione, attraverso un'attività di brainstorming multi direzionale durante la quale i componenti mobilitano collettivamente le rispettive risorse per gestire una sofferenza che li riguarda tutti, e che da tutti deve essere chiamata per nome.

Il dolore deve diventare parola.
Dialogo condiviso e "desiderato".
Pur nelle rispettive difficoltà di disclosure.

Ovviamente nel rispetto dei tempi individuali.
Negli scambi iniziali si percepisce un senso di stordimento e pudore che coinvolge tutti i partecipanti, causando una chiusura difensiva che spesso impedisce una piena partecipazione.
Talvolta il contributo personale può esprimersi tramite un agito, un pianto liberatorio, e persino con il silenzio, in linea con la regola che impone, all'interno delle varie sessioni, pieno accoglimento e sospensione del giudizio (Colusso, 2021).

Ma con il tempo, questa barriera narrativa ed emozionale verrà sostituita prima da un intento operativo (il gruppo percepisce il dovere di iniziare un lavoro esplorativo) e poi da un sentimento di sincera e condivisa partecipazione al dolore dell'altro, che ogni componente si sentirà in grado di comprendere e verbalizzare.
Senza nascondersi dietro condotte di isolamento che, cristallizzando il dolore, ne rendono impossibile la narrazione.

La normalizzazione del dolore e il ruolo dei riti di svincolo

Il gruppo aiuta a inserire la perdita in una dimensione di normalità, spinge a familiarizzare con le proprie emozioni senza rifuggirle in via denegante, contribuisce a diminuire la necessità di ricorrere a meccanismi di difesa auto colpevolizzanti o proiettivi (Casavecchia e Loperfido, 2018).
All'interno delle varie sessioni ogni componente accoglie le emozioni e le angosce dell'altro, divenendo una sorta di detonatore per tutti quei vissuti silenziati che rischiano di congelare le possibilità adattive.
In particolare al gruppo è demandato il ruolo di equilibratore dinamico, che aiuti a contenere le emozioni irruente favorendone la narrazione regolativa.

I coping privilegiati dal pensiero di gruppo sono quelli attivi e reattivi, volti all'instaurazione di un pensiero autodirezionale inserito nel qui e ora, al riparo da ruminazioni infruttuose e stagnazioni auto colpevolizzanti che aprono la strada ad un dolore eternamente presentificato, nel quale l'evento morte non può ricevere accadimento, e il defunto rimane sospeso in una condizione di vita e non vita che impedisce il distacco definitivo.

"La normalizzazione è un processo importante per le persone in lutto. Vedere altri alle prese con le stesse reazioni di dolore aiuta i membri - del gruppo - a riconoscere che le loro risposte non sono né folli né innaturali" (Hopmeyer e Werk, 2007) e, nel caso dei survivors, a cominciare a sentirsi accettati e non più emarginati e colpevoli.

È necessario entrare in contatto con le parti più oscure del Sé ferito, sostare letteralmente in esse per attraversarne i contenuti in una prospettiva di dominio e controllo: il tutto al fine di maturare spiegazioni più mentalizzanti dell'evento e riacquistare l'autostima, la fiducia e quell'agency che il suicidio ha debilitato.

A tal fine può mostrarsi utile il ricorso ai c.d. "riti di svincolo".
Quei cerimoniali simbolici che hanno lo scopo di favorire il distacco impedito proprio da un dolore non narrato (Colusso, 2021).

"Nel tempo del lutto, quando tutto sembra senza senso, i rituali offrono uno spazio nel quale un senso può perlomeno essere immaginato" (Gunn, 2011, p. 114), e rendono possibile l'esplorazione di emozioni non contattabili, perché sfuggenti allo stato di coscienza e alla possibilità regolativa.
Con tutti i rischi che ciò può comportare... "per nascondere la situazione di bisogno si usano spesso le capacità intellettuali, mentre gli elementi emotivi del bisogno restano latenti... ciò può condurre ad una situazione di impotenza... spesso associata alla malattia depressiva". (Nussbaum, 2009, p. 272).

I riti delineano un confine tra morte e vita, e aiutano a disegnare un addio definitivo superando "accanimenti" di legame.
La loro pratica viene suggerita dalla mente pensante del gruppo, che dà luogo a una dimensione poietica in cui la trasformazione del dolore significa soprattutto adattamento progressivo allo stesso.
In vista di una possibile ripresa.
Tra i riti più utilizzati vediamo (Di Caro, 2017):

Cosa non aspettarsi dal gruppo

Il gruppo richiede investimento leale, partecipazione continua e gestione ben determinata negli obiettivi, che mettano al riparo da investimenti irrealistici in grado di indebolire il potenziale narrativo.
L'accesso deve garantire una partecipazione scevra di idealizzazioni o aspettative iperinvestite, ma soltanto munite della convinzione che guarire significhi accettare l'immutabile nei tempi e nei modi in cui ciascuno lo riterrà possibile.
Ciò implica la necessità di chiarire che un gruppo di mutuo aiuto:

Più consolidati nel territorio americano e anglosassone, in Italia i gruppi di auto aiuto per il suicidio non sono ancora molto diffusi, e la gestione di quelli presenti viene delegata soprattutto ad associazioni di volontariato o centri di supporto privati.
Nella maggior parte dei casi si tratta di gruppi a struttura aperta, nei quali l'accesso è consentito a qualsiasi partecipante e in qualsiasi fase del trattamento: in linea con una tipologia di lavoro ritenuta preferibile soprattutto per ragioni di natura organizzativa (non è semplice costituire un gruppo chiuso, laddove le richieste di aiuto tendono ad arrivare in modalità continua) e terapeutica (l'identificazione con soggetti che, trovandosi in una fase più avanzata del trattamento, mostrano miglioramenti nella gestione del dolore, costituisce un incremento alla fiducia e alla motivazione intrinseca dei nuovi membri).

Allo stato attuale non vi sono dati evidence based circa l'efficacia di questo strumento, se non i riscontri empirici derivati dalle dichiarazioni dei partecipanti che ne evidenziano nello specifico i seguenti punti di forza:

Soltanto uniti si può tornare ad essere se stessi.
E solo accettando la morte si può tornare a vivere.

Il gruppo si prende cura della disperazione dell'altro.
La sua è una missione principalmente umana, munita di una compassione empatica che tende la mano a un dolore in apparenza inconsolabile, da cui nessuno può definirsi indenne.

Bibliografia e riferimenti
Risorse informatiche
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L'articolo «Il gruppo di auto aiuto nelle morti improvvise: il caso del suicidio» è stato pubblicato nel N° 221 della Newsletter.

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