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Società Transculturale

Gestione migranti: una nuova accoglienza

Accoglienza dei migranti e analogie con le riflessioni di Basaglia

A cura di: Dott.ssa Roberta Riccato

AMBITO: gestione richiedenti protezione internazionale per asilo politico.

L'obiettivo dell'articolo è sintetizzare in modo integrato le notizie in materia d'immigrazione che si possono trovare nei giornali, telegiornali, siti internet e raccogliere dalle storie dei diretti interessati. Per ottenere un quadro più conforme possibile alla realtà è necessario organizzarle in modo sistematico, rimandando alle diverse fonti per gli specifici approfondimenti del fenomeno (vedi sitografia). Laddove non ho trovato sufficienti informazioni per una descrizione oggettiva dei fatti, ho specificato quali siano le mie deduzioni personali.

Ho dedicato tanto tempo ed energia a questo argomento perché, come cittadina italiana, ho interesse a vivere in un luogo sicuro assieme a persone oneste e integrate nel contesto socio-economico e, come ex psicologa, ritengo che una gestione efficace, efficiente, economica delle strutture d'accoglienza ma anche rispettosa del benessere di utenti e operatori del settore sia doverosa, verso i richiedenti asilo che ne usufruiscono e verso la cittadinanza che ne paga il servizio.

Citare Basaglia e la sua legge 180 ricordando la caparbietà messa in atto nella lotta per la chiusura degli ospedali psichiatrici è sempre, per me, un momento di raccoglimento profondo sul senso della professione sanitaria, in ambito mentale, nonché d'intimo riconoscimento del valore che un uomo solo può dare alla società attraverso azioni volte al miglioramento della vita altrui.

La legge 180 entrata in vigore nel 1978 ha sancito la chiusura degli ospedali psichiatrici, ma ci sono voluti molti anni affinché si arrivasse alla chiusura anche degli ospedali psichiatrici giudiziari, ovvero dei manicomi criminali. È infatti del 2014 l'approvazione definitiva della legge 81, che sanciva la data del 31 marzo 2015 come termine ultimo per la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari in tutta Italia. Gli ultimi internati sono stati inseriti in strutture protette più piccole - le cosiddette REMS, Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza Detentive - dove devono essere seguiti con un approccio medico adatto ai singoli casi, perseguendo lo scopo sia di custodire le persone, sia di curarle. Cambiamento radicale di approccio filosofico ed esecutivo, passando da una gestione in capo al Ministero della Giustizia a una - almeno sulla carta - più umana, coordinata dalla sanità regionale. La chiusura e il cambiamento di paradigma sono stati motivati dalle condizioni di vita e di cura assolutamente inaccettabili, in cui erano costretti gli internati.

Riassumendo, l'Italia è un'avanguardia mondiale nella gestione della malattia mentale e delle sue implicazioni sociali e di sicurezza, con la realizzazione di una gestione integrata sul territorio dei diversi casi. Personalmente credo che la strada intrapresa sia la più difficile ma anche la più umana e, quindi, da perseguire con lungimiranza, perseveranza e resilienza, applicando lo stesso modello a tutti i contesti che lo richiedano.

In questo panorama virtuoso, però, alla luce delle varie informazioni circolanti, si addensano all'orizzonte nubi di nuove problematiche legate all'internamento coatto e semi - coatto di persone in grandi strutture residenziali, tuttora operative in Italia. Rispettivamente, prima c'erano i C.I.E. - Centri d'Identificazione ed Espulsione - trasformarti in C.P.R. - Centri di Permanenza per il Rimpatrio degli immigrati che non hanno ottenuto lo status di rifugiato e devono tornare alle loro terre d'origine - e i C.A.R.A, Centri d'Accoglienza per Richiedenti Asilo.

Nei capitoli successivi cercherò di analizzare quanto più obiettivamente e dettagliatamente possibile, in relazione alle informazioni a mia disposizione, la realtà vissuta dai nuovi "internati", con buona pace della neonata legge 81 e della più famosa legge 180: il manicomio forse non è mai morto del tutto. Vedremo, ad esempio, qual è l'organizzazione di un centro d'accoglienza, quali le sue finalità, che tipo di problematiche insorgono al suo interno e come sono gestite.

A titolo chiarificatore, non dibatterò sulla correttezza o meno dell'attuale e precedente linea ideologica in materia di accoglienza degli immigrati in Italia, problema complesso e bisognoso di attente riflessioni. Il mio obiettivo è portare all'attenzione le peculiarità dell'internamento massiccio di tante persone per un lungo periodo, non definito e non definibile a priori, in una struttura unica. Le analogie con le riflessioni basagliane saranno molteplici e faranno da basamento alla lettura dei fatti. In altre parole, la struttura manicomiale si basa su un approccio sanitario e sociale che comporta una serie di problematiche effettive il cui impatto generale, nefasto, è già stato documentato in precedenza. Riproporre grosse strutture pubbliche dove contenere chi è considerato potenzialmente pericoloso per la società non è ricommettere gli stessi errori del passato? Si può almeno ipotizzare di percorrere anche altre strade e verificarne i traguardi?

Ogni anno migliaia di persone in fuga da guerre, carestie, sevizie, terrorismo, ma anche spinte da motivazioni esclusivamente economiche, entrano in Europa dai cosiddetti confini esterni: Grecia, Italia, Paesi dell'Est e, da poco, anche dalla Spagna. Le rotte principali sono quella marittima, con l'attraversamento del Mediterraneo partendo dalle coste africane, e quella pedestre, denominata rotta balcanica che, attraverso appunto la penisola balcanica, raggiungeva l'Ungheria passando per Bulgaria e Romania, arrivando, poi, in Italia attraverso l'Austria. Adesso, invece, partendo sia dall'Asia sia dall'Africa, seguono un itinerario che prevede il passaggio per Turchia, Bulgaria, Bosnia, Croazia, Slovenia, Italia.

Gli accordi europei - soprattutto di natura economica - con la Turchia hanno consentito di creare, all'interno dei loro confini, centri d'accoglienza, con l'obiettivo di bloccare i flussi in transito verso l'Europa e con esiti sembra sufficientemente incoraggianti.
Gli accordi con la Libia, invece, prevedono un monitoraggio capillare delle coste da parte della loro guardia costiera, per impedire la partenza dei barconi d'immigrati. I risultati sembrano essere altalenanti. A volte la guardia costiera libica intercetta e blocca gli scafisti; altre volte, invece, i gommoni partono ugualmente verso l'Italia. In Libia, tuttavia, molte associazioni non governative hanno segnalato i trattamenti disumani caratterizzati da punizioni e percosse al limite della tortura nei confronti di quanti sono stati recuperati in mare, mentre stavano partendo, dalle forze dell'ordine incaricate alla sorveglianza. Gli stessi immigrati che sono riusciti a scappare hanno confermato le percosse, la scarsità di cibo e acqua, di spazio dove dormire, nonché il traffico di esseri umani, venduti ai trafficanti che li prendono in ostaggio e si fanno pagare il riscatto dai familiari, nei casi in cui questi possano farlo.

Molti migranti africani, inoltre, non possedendo i soldi per pagarsi il viaggio, s'indebitano con i passeur e al loro arrivo nel sud Italia sono immediatamente reclutati dai caporali dell'agricoltura, che li costringono a lavorare per pochi euro all'ora finché non hanno estinto quanto dovuto. Dall'Africa, però, non partono solamente persone disperate che scappano da angherie di ogni tipo, ma anche ragazzi appartenenti al ceto medio, che possono permettersi di pagare la cifra loro richiesta e che desiderano arrivare in Europa per il miraggio di avere una vita da ricchi.

Quando gli immigrati arrivano all'interno dei confini europei si attiva il meccanismo della richiesta di protezione internazionale. Sono identificati anche tramite le impronte digitali e viene avviato l'iter dell'accoglienza e della richiesta dello status di rifugiato. L'identificazione può avvenire in appositi centri chiamati hotspot, dove gli immigrati rimangono per il tempo necessario all'espletamento delle pratiche burocratiche - ad esempio a Lampedusa e in Sicilia -, o presso le strutture della polizia dello Stato d'ingresso. L'immigrato identificato diviene richiedente asilo e immediatamente accede a una serie di servizi che lo Stato ospitante deve garantirgli. Questo, però, non avviene allo stesso modo in tutti gli Stati membri.

Molti immigrati, dopo essere arrivati nei paesi dell'Europa dell'est o anche in Germania, decidono di dirigersi verso l'Italia per diversi motivi: accoglienza sufficientemente efficiente, possibilità effettiva di ottenere lo status di rifugiato, accesso alla protezione umanitaria di un anno che solo pochi Stati europei applicano, cure mediche efficaci. Il governo italiano, quindi, pur con tutti i limiti di un apparato burocratico lento e inefficiente, riesce a garantire la salvaguardia dei diritti umani dell'immigrato dandogli vitto, alloggio, assistenza sanitaria, sociale e legale gratuite. Sarebbe previsto anche il vestiario, ma questo non sempre è distribuito. La Caritas diocesana, comunque, è molto ben organizzata in questo senso e ha strutture - su tutto il territorio nazionale - che offrono vestiti usati e generi di prima necessità a chi ne ha bisogno, indiscriminatamente.

I richiedenti asilo che sono stati identificati in uno stato devono avviare l'iter per la protezione internazionale nello stesso. Tutti coloro che si spostano all'interno dei confini europei e fanno domanda d'asilo da un'altra parte rientrano in una particolare convenzione europea - denominata protocollo di Dublino - stabilita per determinare lo Stato competente per l'esame della domanda di protezione internazionale. Questo trattato prevede che gli immigrati, dopo essere stati rintracciati in uno Stato diverso da quello di primo ingresso, dove sono stati registrati, devono esservi riaccompagnati per l'avvio della procedura di richiesta di protezione internazionale. Esiste una procedura informatizzata europea per la gestione delle impronte digitali, che consente l'identificazione degli immigrati che hanno già presentato domanda d'asilo in un altro Stato membro - EURODAC - compatibile con quella per la trasmissione delle domande d'asilo tra Stati membri - DUBLINET - che ha standardizzato lo scambio d'informazioni. Il cosiddetto ricollocamento, tuttavia, viene applicato solo in alcuni casi a causa dei blocchi posti da molti governi europei.

In tutta Europa dovrebbero essere state istituite apposite commissioni per esaminare le domande d'asilo. In Italia ce ne sono diverse e valutano oggettivamente la richiesta dell'immigrato nonché le condizioni di vita cui era costretto in patria, senza preclusioni o blocchi di qualsivoglia natura legati, ad esempio, alla sua estrazione sociale o al titolo di studio posseduto. La vita umana e i diritti civili di una persona sono importanti e vanno protetti, se in pericolo, senza valutazioni d'impatto economico o sociale che potrebbero fuorviare il giudizio sull'istanza. Questo, quindi, può portare all'accoglimento della richiesta dell'immigrato che gli conferisce lo status di rifugiato politico per tre o cinque anni, a seconda dei casi. La protezione umanitaria di un anno, invece, viene concessa all'immigrato che non ottiene l'asilo politico, ma che la stessa commissione ritiene in pericolo nel caso rientrasse in patria anche se non proviene da uno stato in guerra. Potrebbe essere abrogata nel nuovo decreto immigrazione.

L'intera procedura per legge, usufruendo di tutte le proroghe, non può durare più di 18 mesi, ma ci sono stati casi in cui è durata anche due anni, a causa della difficoltà nel recupero d'informazioni plausibili sul richiedente asilo che confermassero o meno la sua storia. Non in tutti i casi, infatti, le dichiarazioni fornite sono veritiere e necessitano, quindi, di accertamenti meticolosi. A questo vanno aggiunte le complicazioni legate alla mancanza di un'anagrafe ufficiale che registri i nuovi nati nei paesi d'origine. Spesso, infatti, per raccogliere informazioni sulla popolazione, diversi Stati usano esclusivamente il censimento periodico, inviando addetti a registrare il numero dei nuovi nati, nei diversi anni, nei paesi isolati e sperduti. Può venire registrato un dato approssimativo sulle nascite, ma molto spesso mancano i nominativi. Risulta così impossibile identificare ufficialmente un immigrato che dice di provenire da una determinata area geografica. L'unica strada percorribile è il colloquio con il diretto interessato per raccoglierne la testimonianza e confrontare il racconto con le informazioni già possedute, sulla zona da cui dice di provenire, per verificarne validità e attendibilità.

Chiedere alle commissioni esaminatrici di velocizzare l'iter per la conferma o il diniego dello status di rifugiato politico è lecito. Per quanto, però, si possa migliorare l'efficienza amministrativo-burocratica italiana, ci sono tempi tecnici necessari a vagliare la veridicità delle storie di ciascun richiedente, collaborando con gli enti pubblici degli Stati di provenienza. L'organizzazione interna di Stati in guerra è compromessa dalla situazione oggettiva e dalla mancanza di una specializzazione nella gestione dei flussi migratori e dei relativi dati, nonché dal fatto che l'esodo dal paese d'origine avviene, nella totalità dei casi, in modo clandestino e non tracciato. Confermare le informazioni è, quindi, molto difficile e solo dopo averle accertate o invalidate la commissione emette il verdetto sulla richiesta di status di rifugiato politico, della persona esaminata.

In caso di parere negativo, se al termine dei tre ricorsi che i richiedenti asilo possono presentare il diniego viene confermato, sono inseriti in un CIE (Centri d'Identificazione ed Espulsione) o in un CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio), in attesa di rimpatrio. Finora, però, solo una minima parte è rientrata nello Stato d'appartenenza. Se, infatti, al termine del periodo massimo di permanenza al centro consentito dalla normativa in vigore, gli immigrati non sono ancora stati identificati e, quindi, riconosciuti dal proprio governo come cittadini, sono fatti uscire dalla struttura, con il foglio di via, in altre parole con un documento che specifica che devono lasciare autonomamente il nostro paese, entro una data stabilita. Diventano clandestini in territorio italiano, ma non possono essere né rimpatriati, né trattenuti ancora. Questo comporta che non possano cercare lavoro né alloggio, né avere accesso all'assistenza sanitaria. È scontato che nella migliore delle ipotesi troveranno un lavoro in nero o si dedicheranno al commercio di oggetti, fuori dai supermercati, nelle grandi città d'arte o d'estate sulle spiagge, perché il nostro Stato, in questo caso, non fornisce più vitto e alloggio gratuiti, avendone perso il diritto. Purtroppo, però, nella peggiore delle evenienze la strada della delinquenza e dello spaccio è un'alternativa plausibile e stimare quanti abbiano già intrapreso questo percorso è difficile. Una soluzione tampone va cercata nella velocizzazione dei rimpatri.

Gli immigrati che hanno perso lo status sono inseriti nei CIE e ora anche nei CPR dove sono obbligati a rimanere fino al rimpatrio che, però, in passato (e forse anche nel prossimo futuro) poteva avvenire anche un anno e mezzo dopo il loro ingresso nella struttura. Nei CIE/CPR non c'è il permesso di libera uscita, essendo una sorta di carcere temporaneo dove vengono inseriti anche gli immigrati che, alla fine di un periodo detentivo in galera, avendo pagato il loro debito con la giustizia, sono ugualmente in attesa del rimpatrio. Quindi, delinquenti comuni e ragazzi incensurati sono inseriti nella medesima struttura controllata dalle forze di polizia ma gestita da personale civile. Non è certo una situazione ottimale, con l'aggravante delle lungaggini burocratiche e organizzative per assolvere la procedura di rimpatrio. Gli animi delle persone inserite in questi centri sono potenzialmente infiammabili e possono causare risse, portare a comportamenti autolesionisti o aggressivi nei confronti degli altri - operatori compresi - o lesivi delle strutture.

Lo status di rifugiato è riconosciuto a chi ha subito persecuzioni - violenze fisiche, psicologiche, abusi sessuali - violazione grave dei diritti umani fondamentali - azioni giudiziarie o sanzioni penali sproporzionate o discriminatorie - arruolamento coatto nell'esercito, con obbligo di commettere crimini di guerra o reati contro l'umanità.

La richiesta di status di rifugiato politico passa attraverso una richiesta di protezione internazionale e può portare all'ottenimento di un permesso di soggiorno di durata variabile a seconda del tipo di valutazione effettuata dalla commissione esaminatrice: asilo politico, protezione sussidiaria, umanitaria. Finché la procedura non è conclusa, l'immigrato ha il titolo di richiedente asilo e, come tale, ha un permesso di soggiorno.

Da gennaio 2018 le domande di protezione internazionale presentate in Italia stanno progressivamente diminuendo, mentre nel 2017 sono state 130 mila, così concluse:

RESPINTE, 52%
STATUS DI RIFUGIATO CON ASILO POLITICO, 8%
}
48%
STATUS DI RIFUGIATO CON PROTEZIONE SUSSIDIARIA, 8%
PROTEZIONE UMANITARIA, 25%
ALTRI TIPI DI PROTEZIONE, 7%
STATUS
ASILO POLITICO
(convenzione di Ginevra)
PROTEZIONE SUSSIDIARIA PROTEZIONE UMANITARIA
Legislazione europea, internazionale
Convenzione di Ginevra
Legislazione italiana.
Tutela dei diritti dell'uomo
Permesso di soggiorno per asilo politico per 5 anni Permesso di soggiorno di 3 anni convertibile in permesso di lavoro Permesso di soggiorno da 6 mesi a 2 anni. Rinnovabile Solitamente viene concesso 1 anno ed è convertibile in permesso di lavoro se in possesso di passaporto
Rilascio del tesserino di rifugiato per futuri rinnovi e adempimenti amministrativi. Possibilità di richiesta di cittadinanza per naturalizzazione, dopo 5 anni --------------- ---------------
Accoglienza nei centri predisposti, accesso al lavoro - iscrizione al collocamento - alla sanità, all'assistenza sociale, all'istruzione/formazione parificati ai cittadini italiani. Rilascio di carta d'identità, codice fiscale e tesserino sanitario. Diritto al medico di base e alle prestazioni specialistiche in compartecipazione della spesa, con pagamento del ticket. Per chi rientra nella categoria di persone indigenti, il ticket è annullato, come per i cittadini italiani.
Rilascio di un titolo di viaggio per spostarsi all'estero. Patrocinio legale gratuito, a spese dello Stato, nei casi di ricorso, reclamo, riesame per rigetto, diniego, revoca o cessazione dello status di rifugiato.
Ricongiungimento familiare anche senza possibilità di alloggio o reddito e con facilitazioni amministrative Ricongiungimento familiare non consentito

La prefettura è l'organismo pubblico competente in materia di gestione dei flussi migratori. È l'interfaccia governativa sul territorio che collabora con questura, enti locali, azienda sanitaria, enti/associazioni/società che vincono le gare d'appalto per la gestione dei centri d'accoglienza.

Prefettura
Fornisce indicazioni operative, in linea con la normativa vigente e le prescrizioni del Governo, in materia di accoglienza degli immigrati
Indice le gare d'appalto per l'affidamento delle attività
Ente vincitore gara d'appalto
Organizza le attività, gestisce la struttura e il personale
Centro d'accoglienza
Mansioni operative legate a tutte le fasi dell'accoglienza successive agli adempimenti burocratici di registrazione del richiedente asilo, ad opera della questura

Ci sono centri di prima accoglienza, hotspot, CARA (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo) CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) e centri di seconda accoglienza organizzati nello SPRAR - Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati. Esistono anche i centri di accoglienza per minori non accompagnati, che seguono regole specifiche calibrate sulle necessità dei ragazzi. Va ricordato, però, che di molti bambini si perdono le tracce una volta arrivati in Italia.

Gli hotspot voluti dall'Unione Europea sono dei centri di prima accoglienza per l'identificazione collettiva, aperti in Italia - nelle zone coinvolte da grossi sbarchi contemporanei quali Sicilia, Calabria e Sardegna - complessivamente sono 10. Le persone vengono registrate, fotografate e schedate attraverso le impronte digitali memorizzate nel database europeo EURODAC. Possono ospitare contemporaneamente anche 1500 persone. La permanenza negli hotspot, per valutare se il migrante abbia diritto o meno alla presentazione della richiesta di protezione internazionale, dovrebbe essere massimo di 48 ore, ma difficilmente è così.

Chi ha il diritto alla richiesta d'asilo viene inserito in hub/centri aperti, mentre i clandestini cui questo diritto non viene riconosciuto in hub chiusi che di fatto hanno sostituito i vecchi CIE (Centri d'Identificazione ed Espulsione) mantenendo inalterata, però, la loro funzione detentiva. Gli hub chiusi sono attualmente tutti dislocati nel sud Italia e accolgono i cosiddetti migranti economici, in altre parole coloro che non hanno ottenuto il diritto alla domanda d'asilo perché non provenienti da paesi in guerra o da zone in cui rischiano la vita e che per questo sono stati respinti dallo Stato italiano e collocati in apposite strutture, in attesa di rimpatrio.

La differenza tra CIE e hub chiuso è che il primo fa capo al questore, il secondo al prefetto che può darne la gestione a soggetti privati, cooperative, onlus, pur rimanendo la vigilanza esterna di competenza delle forze dell'ordine - polizia, carabinieri, esercito.

Nei CIE, inizialmente, il questore disponeva il trattenimento di un immigrato per 30 giorni prorogabili fino a 18 mesi, in caso d'impedimenti al rimpatrio. Nel 2014 il tempo massimo di permanenza è stato stabilito a 90 giorni, per poi essere riportato a 12 mesi nei casi in cui l'ospite del centro risultasse un pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblica e per il quale sussistesse il rischio di fuga. I CIE sono stati rinominati CPR - Centri di Permanenza per il Rimpatrio - dal decreto legge 13/2017, che ha ristabilito il termine di 30 giorni, prorogabile di altri 15. L'attuale proposta europea è di portare il termine massimo di permanenza a 90 giorni, quella italiana a 180.

Gli immigrati permangono forzatamente all'interno dei CPR con lo status di trattenuti o ospiti - nome attribuito anche ai richiedenti asilo alloggiati nei CARA, Centro Accoglienza Richiedenti Asilo - e pertanto si può parlare di detenzione amministrativa. Gli ospiti sono privati dalla libertà personale, non possono uscire o ricevere visite e nemmeno usufruire di una difesa legale per aver violato la disposizione amministrativa di regolare possesso del permesso di soggiorno.

Lo stesso decreto legge sopra citato prevede l'apertura di un CPR per regione, nonostante che le indagini svolte precedentemente sul funzionamento dei CIE abbiano mostrato inadeguatezze strutturali, funzionali e morali: abusi, proteste e rivolte dei migranti, atti di autolesionismo, morti.

Ogni CARA presente sul territorio nazionale, invece, ha lo scopo di alloggiare in modo organizzato la moltitudine di persone che, sbarcando sul nostro paese via mare in Sicilia o arrivando a piedi via terra (rotta balcanica) attraverso i confini orientali della penisola (Trieste e Gorizia), dopo essere stati registrati dalla questura come richiedenti asilo hanno il diritto all'accoglienza sancito dalle leggi internazionali.
Qui lavorano diverse figure professionali, alcune dipendenti dall'ente gestore, altre operative con regime di libera professione.
In ambito sanitario operano medici e infermieri, che svolgono i turni lavorativi all'interno della struttura sia di giorno sia di notte per fornire assistenza completa ai richiedenti asilo.

La gestione dell'accoglienza vede, inoltre, coinvolti assistenti legali, psicologi, assistenti sociali, mediatori e operatori.
Gli assistenti legali forniscono consulenze e indicazioni agli ospiti sull'iter burocratico da seguire per ottenere lo status di rifugiato, dalla presentazione della domanda agli eventuali ricorsi, in caso di parere negativo.
Psicologi e assistenti sociali si occupano principalmente di condurre colloqui d'ingresso, di dimissione e di sostegno, con ospiti che presentino problemi psichici. Possono anche organizzare progetti quali corsi di formazione, attività di volontariato, lavori socialmente utili, stage aziendali. Va ricordato che i richiedenti asilo non percepiscono alcun compenso per le prestazioni da loro effettuate, in qualsivoglia struttura pubblica, privata o di volontariato.

Ci sono anche casi in cui gli psicologi sono i direttori dei centri d'accoglienza, ma per onestà intellettuale devo dire che, a fronte di chi ricopre il ruolo con senso del dovere e abnegazione, c'è anche chi, a mio modo di vedere, danneggia l'immagine professionale della categoria. Trattare male gli ospiti non confà né al ruolo di direttore, né tanto meno a chi dovrebbe essere titolato per aiutarli. Un'indagine sul lavoro svolto dai direttori dovrebbe essere inserita nelle linee guida ministeriali per valutarne l'efficacia operativa e verificare la veridicità delle segnalazioni degli ospiti.

Non mi risulta che siano previsti concorsi per la copertura del ruolo di direttore di un centro d'accoglienza perché, essendo la gestione data a società private o associazioni, le stesse hanno facoltà d'inserire nel ruolo chi ritengono opportuno.

Mediatori e operatori sono gli addetti alla gestione quotidiana della vita in un centro. I primi lavorano prevalentemente come traduttori poiché, nella maggior parte dei casi, sono della stessa madre lingua degli ospiti, essendo stati a loro tempo richiedenti asilo, poi integrati come dipendenti della struttura.
La figura degli operatori, invece, è più nebulosa perché, se possiamo ipotizzare che si occupino di sbrigare tutti i lavori necessari all'accoglienza e alla gestione degli ospiti, non à chiaro quali siano le loro mansioni, né quale l'inquadramento professionale. Esistono operatori di varia natura, ma ciascuno nel mondo del lavoro ha una qualifica e specifici compiti da svolgere: operatore socio-sanitario, socio assistenziale, telefonico, ecologico. Ma gli operatori dei centri d'accoglienza, invece, come sono inquadrati a livello giuridico? Che tipo di contratto d'assunzione hanno? Esiste un contratto collettivo nazionale cui fanno riferimento? Quale aggettivo qualifica il loro "operare"? Insomma, chi sono e cosa fanno gli operatori dei centri d'accoglienza e, quindi, cosa succede quotidianamente al loro interno? Quali sono le possibili aree di criticità gestionale/organizzativa, relazionale/comunicativa, igienico/sanitarie che devono fronteggiare? Comprendere il loro lavoro aiuterebbe a conoscere meglio cosa caratterizza la quotidianità di un centro d'accoglienza. Non ho informazioni ufficiali a riguardo, tutto ciò che è attinente a questo ruolo l'ho dedotto dai racconti forniti dagli ospiti.

Completano il quadro del personale la segreteria e gli impiegati amministrativi, che ipotizzo collaborino con il direttore nell'espletamento delle procedure burocratiche per la gestione del personale e dei richiedenti asilo.

Gli addetti alla sanificazione e igienizzazione della struttura si occupano quotidianamente del riassetto e della pulizia dei locali.

L'Azienda sanitaria è un ente terzo che monitora le condizioni igienico - sanitarie della struttura e degli ospiti, al fine di prevenire epidemie di qualsiasi tipo. Può effettuare controlli a sorpresa o programmati.

Il successivo organigramma è una mia libera interpretazione dei dati raccolti, non è ufficiale ma solo un'approssimazione di come può essere organizzata la struttura interna di un centro.

I CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) sono strutture d'accoglienza straordinaria aperte per sopperire alla mancanza di posti in quelle ordinarie e sono, anche in questo caso, scelte dal prefetto che le dà in gestione a cooperative, onlus, albergatori, seguendo - come per i CARA - le procedure d'affidamento dei contratti pubblici - gara d'appalto - dopo aver sentito l'ente locale sul cui territorio gravita la struttura stessa. I tempi per l'ufficializzazione dei vincitori di ogni gara d'appalto possono essere lunghi, a causa di una burocrazia lenta e inefficiente, di bandi impugnati perché imprecisi ma, soprattutto, per i ricorsi portati avanti dalle associazioni perdenti. Durante questo periodo - che può durare anche anni - il vincitore della gara d'appalto precedente rimane concessionario della gestione dei centri e continua il suo operato, con proroghe contrattuali effettuate dalla prefettura.

I CAS possono avere una capacità recettiva che va dagli 80 ai 300 posti ma anche di più e non possono accogliere famiglie - salvo diversa convenzione stipulata con le prefetture -, che solitamente alloggiano nei CARA.

Una ricerca del 2018 sulle diverse situazioni in cui operano ha fatto emergere molte ombre sulla loro gestione, a tutti i livelli: dai bandi di gara lunghi e caratterizzati da ricorsi estenuanti, alle poche attività d'integrazione organizzate, alla formazione pressoché inesistente del personale assunto.

La permanenza nei CARA e nei CAS dovrebbe essere limitata al tempo necessario al trasferimento nelle strutture di seconda accoglienza organizzate nella rete SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati), ma la carenza di locali adeguati e il forte ritardo nei ricollocamenti europei dei richiedenti asilo presenti in Italia non lo consentono.

Lo SPRAR è la rete di enti locali che collaborano per garantire un'accoglienza integrata con il territorio che preveda vitto e alloggio in piccole strutture, tipo case famiglia di basagliana memoria o in case di privati che aderiscono alla rete, con lo sviluppo di percorsi individuali d'inserimento economico e sociale. Lo SPRAR è il fulcro dell'accoglienza diffusa sul territorio, che però non si è sviluppata ugualmente in tutte le zone d'Italia perché molti sindaci di comuni medio-piccoli - di entrambi gli schieramenti politici - non hanno voluto una ripartizione dei migranti nel loro territorio (analogamente con quanto accaduto per l'applicazione, a macchia di leopardo, delle legge 180).

Un po' di conti economici

Il costo complessivo stimato per l'accoglienza nel 2018 è di circa cinque miliardi di euro. In questi soldi sono compresi i costi per il salvataggio in mare, la gestione di tutti i diversi tipi di centri d'accoglienza, l'assistenza sanitaria, sociale e legale nonché le attività d'integrazione e sviluppo rivolte ai richiedenti asilo. Lo Stato paga i gestori dell'accoglienza 35 euro a migrante. Nel nuovo decreto immigrazione il costo potrebbe scendere di 10, 15 euro.

L'Europa contribuisce con ottanta milioni di euro e con la possibilità accordata all'Italia d'inserire i costi complessivi - cinque miliardi - nella voce spese straordinarie del documento di programmazione economica finanziaria - DEF - che consente di sforare una serie di voci di spesa imposte agli stati membri. Questo significa, però, che i cinque miliardi stanziati ogni anno per l'immigrazione non possono essere spesi dall'Italia in altri ambiti oltre quello emergenziale indicato.

Nel 2017 due miliardi sono stati usati solo per coprire le spese dei CAS che sono, va ribadito, centri d'accoglienza straordinaria attivati quando l'accoglienza ordinaria non riesce a gestire il numero di richiedenti asilo. L'accoglienza straordinaria pesa per il 40% sui costi complessivi. Una gestione straordinaria continua e costante che si perpetua ormai da anni dovrebbe diventare ordinaria nell'organizzazione e nei costi, con un abbattimento programmato delle spese.

La Corte dei Conti e la Banca d'Italia hanno portato l'attenzione sui bilanci generali della gestione dell'immigrazione, che risultano privi di molti dati economici. Una contabilità non chiara e specificata può essere dovuta a un controllo di gestione inefficiente o a condotte illecite adottate dagli enti gestori. Le indagini per mafia nella gestione dell'immigrazione possono partire proprio da conti che non tornano.

Il nuovo decreto immigrazione: cosa cambia?
  1. Abrogazione parziale della protezione umanitaria con rilascio di permesso di soggiorno particolare esclusivamente a chi ha bisogno di cure mediche o a chi proviene da paesi temporaneamente in stato di calamità naturale, estendibile agli stranieri che abbiano compiuto atti di particolare valore civile.
  2. Estensione del periodo di trattenimento nei CPR (Centri di Oermanenza per il Rimpatrio) degli immigrati irregolari a 18 mesi.
  3. Ampliamento della tipologia di reati per cui è revocata o negata la protezione internazionale. Sono stati inseriti: violenza sessuale, gestione di sostanze stupefacenti, rapina ed estorsione, furto, furto in appartamento, minaccia, violenza o resistenza a pubblico ufficiale.
  4. L'inserimento nella rete SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e 5ifugiati) sarà specifico per chi ha già ottenuto la protezione internazionale e per i minori non accompagnati.
  5. Revoca della cittadinanza italiana agli stranieri che si siano macchiati di gravi atti di terrorismo o eversione e che, pertanto, sono ritenuti una minaccia per la sicurezza nazionale.
  6. Blocco dell'anticipo erariale degli onorari e delle spese sostenute dagli avvocati che svolgono patrocinio gratuito, nei casi in cui l'impugnazione sia dichiarata improcedibile o inammissibile.
  7. Saranno stanziati 3,5 miliardi per il fondo rimpatri istituito al Viminale.
La vita in un centro d'accoglienza: CARA/CAS

Il diritto all'accoglienza prevede che vengano forniti un alloggio consono alle esigenze umane, quindi riscaldato e condizionato, provvisto di biancheria pulita e bagni nonché di tre pasti al giorno. Legittima ad usufruire della sanità pubblica e dà la possibilità di avere a disposizione mensilmente schede telefoniche per chiamare i familiari e chiavette monetizzate per prendere generi alimentari alle macchinette automatiche del centro d'accoglienza.

Ogni centro ha poi le sue specificità, a seconda delle caratteristiche della struttura ospitante, del numero di ospiti e dell'ente/società che lo gestisce, in base alle proprie competenze. Può ospitare un numero variabile di ospiti che oscilla tra i 10 nei piccoli centri fino agli 800 e anche oltre in quelli molto grandi. In questi casi le persone devono alloggiare in camerate con letti a castello il cui numero, per esigenze legate all'arrivo massiccio di richiedenti asilo in determinati momenti dell'anno, può superare quello consentito ufficialmente dalla struttura, costringendoli, così, a vivere a stretto contatto gli uni con gli altri, condividendo spazi e attrezzature calibrate su un numero inferiore d'utenti. Il sovraffollamento comporta anche una difficoltà oggettiva a effettuare la sanificazione delle aree in modo ottimale, a causa della presenza di molte persone e cose loro assegnate che occupano le aree da pulire.

Gli ospiti hanno la possibilità di entrare e uscire dal centro, indicativamente dalle 8 di mattina alle 20.00 di sera, ma questa libertà è vincolata dalle ordinanze del prefetto locale in tal senso: vige, infatti, un coprifuoco serale.

C'è un controllo sanitario all'arrivo dell'ospite che prevede una visita generale per valutare lo stato di salute e rilevare eventuali patologie specifiche.

Gli operatori hanno il compito di accompagnare gli ospiti nei diversi uffici pubblici per l'espletamento delle pratiche burocratiche, in pronto soccorso, in ospedale o al centro d'igiene mentale per le visite richieste dal medico della struttura.

Il servizio mensa può essere gestito da una società di catering esterna vincitrice di gara d'appalto. I pasti, in questo caso, sono consegnati agli operatori del centro, che poi li suddividono tra gli ospiti, nei locali adibiti e negli orari prefissati. Gli operatori si occupano anche di consegnare il kit settimanale di biancheria da letto, di coperte d'inverno e di accessori per la barba.

Può essere operativo un servizio di lavanderia interno se il centro ha a disposizione spazi e attrezzature, altrimenti il servizio è esternalizzato.

Ogni centro dovrebbe organizzare attività di formazione o intrattenimento per gli ospiti. I centri virtuosi che solitamente hanno un numero limitato di richiedenti asilo da gestire li coinvolgono in percorsi educativi, professionalizzanti, sportivi, che mirano a una loro integrazione sociale. Nei grandi centri, invece, è meno probabile che le persone siano inserite in progetti di sviluppo o integrazione e, conseguentemente, non avendo nulla da fare per l'intero arco della giornata, girovagano senza meta per le vie della città o paese dov'è ubicato il centro, per poi auto-organizzarsi in faccende proprie, non tracciabili e documentabili ufficialmente. È, infatti, riscontrabile che, in alcuni casi, i richiedenti asilo, già durante la loro permanenza ai centri dove attendono lo status di rifugiato, si dedichino ad attività illecite. Vagabondare senza controllo per 12 ore al giorno favorisce questo tipo di condotta e a nulla sembra valere il timore di essere espulsi, se colti in flagrante.
La normativa vigente, infatti, in questi casi dispone la perdita del diritto all'accoglienza ma non la perdita immediata del diritto d'asilo, la cui domanda continua il suo iter in commissione che solo successivamente terrà conto dell'accaduto, prima di formulare l'esito. Nel frattempo i richiedenti asilo rei di un crimine sono a piede libero, sul territorio nazionale, con il solo obbligo di firma giornaliero, in questura.

Affinità tra vecchio e "nuovo manicomio" di Stato

Basaglia, partendo dall'ospedale psichiatrico di Gorizia, iniziò la sua campagna per ridare dignità al malato mentale facendolo riappropriare dei suoi diritti, che per noi sono elementi talmente scontati della vita da essere considerati privi di un significato particolare ma che, per chi ne è stato privato, rappresentano il confine tra la vita e la morte interiore e sociale.

Vengono eliminate le misure di contenimento (gabbie, camicie di forza, corde per legare i pazienti agli alberi), sono assegnati ai pazienti specchi per guardarsi in viso e comodini per tenere i propri oggetti personali, che vengono loro restituiti. L'obiettivo è farli riavvicinare alla propria identità di persone, che gli è stata brutalmente tolta nel momento dell'etichettatura come matti e del conseguente internamento. Prima di Basaglia si voleva nascondere i malati, non curarne la patologia. A lui va il merito di aver restituito il diritto di essere persone inserite nel contesto sociale.

Credo che si possano ipotizzare delle "affinità elettive" tra malati mentali e richiedenti asilo che possono, dopo una lunga permanenza nei grandi centri, ammalarsi della malattia istituzionale studiata e approfondita da Basaglia e che ha scardinato il manicomio dalle sue fondamenta. Ad esempio, non so quanto spazio ci sia in un centro sovraffollato per mobili e suppellettili personali; ipotizzo, poi, che gli specchi non siano consentiti per ragioni di sicurezza.

Essere etichettati come immigrati, richiedenti asilo, ospiti, può suonare meglio - in apparenza - dell'essere considerati matti, ma presuppone comunque un'esclusione sociale dal sistema ospitante: noi caritatevoli ospitiamo voi bisognosi.

Il senso d'identità personale, se non è annullato, è fortemente compromesso dalla guerra subita, prima, e dalle condizioni di vita al centro, poi. Essere richiedenti asilo significa essere figli di nessuno: la propria patria è alle spalle, quella nuova forse solo un miraggio.

Modificherò il testo "Basaglia: 50 anni di lotte e successi" nella parte in cui l'autrice descrive la malattia istituzionale, sostituendo le parole "malato di mente" con "richiedente asilo" o "immigrato", il "manicomio" con "centro d'accoglienza" e la "malattia mentale" con condizioni di vita", per vedere se il discorso fluisce ancora come nell'originale e dà vita a un ragionamento realistico. I tempi dei verbi sono trasformati da passato a presente perché stiamo parlando di un fenomeno contemporaneo. Ogni cambiamento del testo originale sarà scritto in corsivo, per evidenziarne la modifica.

La malattia istituzionale si associa alle condizioni di vita iniziali e ne aggrava i sintomi impedendo, di fatto, un miglioramento delle condizioni di vita stesse dei richiedenti asilo. La malattia istituzionale era ed è causata dalla lunga permanenza e dalle condizioni in cui le persone vivono all'interno di un centro d'accoglienza.

L'istituzione che avrebbe dovuto migliorare le condizioni di vita, peggiora la situazione del richiedente asilo privandolo totalmente delle proprie abitudini, della sua libertà e individualità, portandolo a un completo decadimento delle abilità sociali e relazionali.

(Omissis)

La malattia istituzionale è connotata da un processo di depersonalizzazione progressiva del richiedente asilo che, una volta entrato in un centro d'accoglienza, è trattato come un organismo difettoso che deve essere riportato all'interno di parametri di vita accettabili dalla società, in modo che non arrechi disturbo alla comunità produttiva.

Il regime istituzionale rigido e controllato non prevede momenti pianificati di ascolto e discussione preventivi con i richiedenti asilo (omissis).

In effetti, prima di poter inserire un richiedente asilo all'interno di un programma d'integrazione sociale, devono essere attraversate altre fasi evolutive del rapporto istituzione-immigrato che costano fatica emotiva e cognitiva agli operatori.

È infatti necessario trovare un canale comunicativo efficace che consenta di stabilire una relazione di fiducia con gli ospiti. Costruire la propria affidabilità è, infatti, un processo lungo, caratterizzato da gesti quotidiani semplici ma coerenti con le parole espresse.

(Omissis) È impensabile che un direttore di un centro e il suo staff dedichino tempo ai richiedenti asilo per svolgere quotidianamente attività rieducativa con loro o per abbozzare un dialogo conoscitivo e costruttivo perché, nella mentalità imperante (omissis), sarebbe inutile e pericoloso per gli operatori.

Da qui il divario incolmabile tra immigrati, frutto dell'esclusione sociale e operatori (omissis) che con le prassi consolidate alimentano ulteriormente il senso d'alienazione ed emarginazione degli ospiti.

(Omissis) Non esistono protocolli standardizzati generalmente efficaci nella gestione delle diverse tipologie di richiedenti asilo.
Per quanto precise siano le informazioni nel riconoscimento delle storie e nella loro integrazione in una condizione di vita codificata, ciò che conta e fa la differenza è la disponibilità dell'operatore a mettersi in gioco con l'ospite, dedicando continuamente tempo al dialogo sincero.

È solo con la forza e la coerenza delle proprie parole che l'operatore può aprirsi un varco nel complesso mondo interiore dell'ospite che, sentendosi ascoltato senza preconcetti o giudizi da un altro essere umano, vorrà approfondire il rapporto, intravedendo la possibilità di uscire dalla sua condizione di sofferenza, grazie all'aiuto di quella persona che, per la prima volta, ha cercato con lui un dialogo basato sul rispetto e la fiducia.

Credo che quanto sopra espresso possa essere descrittivo anche delle condizioni in cui molti richiedenti asilo vivono, durante la loro permanenza in un centro d'accoglienza. Questa è una mia interpretazione delle informazioni che ex ospiti dei centri mi hanno riferito, con assoluta spontaneità e sincerità, al di fuori di ogni setting terapeutico, semplicemente per condividere, con qualcuno le esperienze che hanno vissuto in patria, in viaggio e al centro.

Le riassumerò in un elenco suddiviso per categorie, che sicuramente non sarà esaustivo delle molteplici evenienze che si possono manifestare - perché ho avuto modo di dialogare con un numero limitato di ex ospiti che hanno poi ottenuto lo status di rifugiato - ma che, tuttavia, fornisce delle indicazioni chiare sul percorso d'approfondimento da seguire per conoscere le dinamiche di vita di un centro, migliorandole laddove si possa intervenire.

I ragazzi con cui ho parlato hanno avuto esperienza di centri grandi, medi e piccoli. Hanno parlato del loro vissuto personale e di quello che hanno visto succedere ai loro fratelli e compagni di viaggio. Si sono espressi anche sulle relazioni instaurate con il personale e su come venivano trattati.

Traumi di guerra
Percosse, angherie, stupri, uccisioni dei familiari con il gas, con bombe. Fame e sete. Sequestri e poi rilasci.

Problemi fisici
Menomazioni da percosse, scabbia, otiti, influenze, dissenteria, infestazioni da pulci o altri insetti.

Problemi psichici (insorti successivamente a un periodo prolungato di permanenza)
Insonnia, psicosi, ubriachezza molesta, aggressività, comportamenti pericolosi per sé e gli altri, sproloqui, picacismo, ansia, depressione. Le cure psichiatriche sono solo su base farmacologica, ma danno comunque risultati soddisfacenti.

Fattori difficili da affrontare
Perdita delle proprie radici, traumi infantili, di viaggio, incertezza sul futuro e sui propri diritti, carenza di oggetti e spazi propri (vestiti, scarpe, borse, mobili).

Il personale non formato per l'incarico non comprende i bisogni degli ospiti e tende a ignorarli o a trattarli in modo sgarbato. Purtroppo, in certi casi questo comportamento è messo in atto dagli stessi mediatori, che spesso sono ex richiedenti asilo assunti e possono avere la stessa origine degli ospiti attuali. In certi casi, sembrano non essere coinvolti in una relazione d'aiuto sincera e proficua nei confronti dei loro connazionali. Che sia una forma di difesa psicologica o meno, certo è che non trovare solidarietà, nemmeno dai propri connazionali, aggrava un senso di malessere diffuso già di per sé consistente.

Non funzionamento degli impianti di riscaldamento d'inverno e di condizionamento d'estate. Servizi igienici da ristrutturare. Sovraffollamento.

Lunghi tempi di permanenza. Senso d'inutilità estrema per l'impossibilità di essere inseriti in qualsivoglia attività: "Non avevamo niente da fare tutto il giorno anche per un anno e mezzo".

Quantità limitata di cibo, di qualità scadente che risulta, inoltre, non calibrato sulle abitudini alimentari degli ospiti - ad esempio, si mangia pasta e non riso, ogni giorno - impossibilità a comperare e consumare cibo proprio anche se confezionato, compreso il tè.

Tutti questi elementi sembrano caratterizzare la vita dei centri di grosse dimensioni. La mia, però, può essere solo un'ipotesi interpretativa di pochi racconti e andrebbe verificata sul campo con una ricerca-azione governativa, per monitorare effettivamente se le dimensioni del centro determinano una modifica significativa delle condizioni di vita degli ospiti. Vanno comunque ricordate le ricerche statunitensi che, già negli anni sessanta, evidenziavano che la buona quantità e qualità del cibo fornito ai detenuti delle carceri è un fattore che ne riduce l'aggressività e ne migliora l'umore.

C'è stato chi, dopo un periodo in un centro di grandi dimensioni nel quale, a detta sua, stava impazzendo, è stato trasferito in una casa alloggio, dov'è rinato, semplicemente perché aveva a disposizione una cucina dove prepararsi il tè. Per molti richiedenti asilo, infatti, bere il tè è una specie di rituale molto importante nella vita quotidiana, che mantiene vivo il legame con la propria terra. Non poterlo preparare liberamente perché mancano le strutture per farlo - basterebbero dei bollitori attaccati a una presa di corrente e una stanza adibita allo scopo - crea un ulteriore stress psichico a una persona che è già provata emotivamente, mentalmente e fisicamente da ciò che ha vissuto in precedenza.

Noi italiani dovremmo capire bene questa situazione: pensiamo, infatti, se ci impedissero di bere il caffè ogni giorno, tutte le volte che lo desideriamo. Quale sarebbe la nostra reazione se il problema non si risolvesse in tempi rapidi? Ansia, depressione, rabbia? Ma è solo un caffè, che sarà mai? Un caffè/tè puì fare la differenza per chi non ha altro e anche per chi ha tutto. Gli italiani all'estero non importano dall'Italia tutti i generi alimentari possibili perché la "roba" italiana è più buona? Si mantiene sempre un legame nostalgico, romantico e tragico con la terra in cui si è nati e che si è dovuto abbandonare, ogni elemento che la ricorda ha un valore affettivo e di conforto per ciascun individuo.

Storia a lieto fine

Mi sembra incoraggiante, dopo un'elencazione delle problematiche, evidenziare anche un'esperienza molto positiva avuta da un richiedente asilo afgano, coronata dall'apertura di una florida catena di ristoranti etnici in una grande città d'arte italiana.

Dopo un periodo in un centro d'accoglienza strutturato con piccoli bungalow di legno, immersi nel verde, dove aveva la possibilità d'invitare amici a mangiare, ha partecipato a diversi corsi su argomenti di suo interesse e ha usufruito di finanziamenti europei per richiedenti asilo dedicati all'apertura di attività imprenditoriali. Ha iniziato con un ristorante etnico, per asporto, con cucina tipica della sua terra. Poi ha coinvolto altri connazionali con cui ha aperto, nella stessa città, altri otto ristoranti, entrando in società con loro. Un caso da studiare e proporre come best practice.

Tra le attività organizzate nei centri degne ugualmente di un'attestazione di merito, di cui sono a conoscenza, segnalo:

Quale futuro per i centri d'accoglienza?

Con l'obiettivo di rimanere con i piedi per terra e ipotizzare uno scenario realistico in cui si possa accogliere chi ne ha diritto, integrandolo nella società, rimandando a casa chi viaggia per interessi economici, credo che l'approccio mentale migliore non sia quello dicotomico che prevede di scegliere tra due correnti di pensiero, ma quello sintetico che cerca di unire i contributi di entrambi. Un ragionamento costruttivo scollegato da pregiudizi e vissuti personali, non si basa su una scelta "o questo o quello", bensì su una non scelta fondata sull'affermazione "e questo e quello".

In Italia ora c'è uno scontro tra chi giustifica completamente l'immigrazione proponendo un modello di accoglienza diffusa sul territorio - come Basaglia ha efficacemente sviluppato per i malati mentali - quindi suddividendo i richiedenti asilo in piccole strutture distribuite in diversi comuni italiani, e chi la contrasta radicalmente proponendo di chiudere le persone in centri chiusi perché non arrechino danno alla collettività esterna riproponendo, così, una fotocopia dei vecchi manicomi. Di carcere, infatti, non si può parlare per richiedenti asilo che non hanno commesso reati, per cui l'analogia più vicina è quella con gli ospedali psichiatrici.

Ho ascoltato le motivazioni di italiani e stranieri che sostenevano sia l'una sia l'altra posizione e ho potuto constatare che le argomentazioni alla base dei diversi punti di vista erano valide in entrambi i casi.

Chiudere le persone in grossi centri, riducendo al minimo i loro diritti civili, per un periodo di tempo medio lungo e non quantificabile, mantenendoli in un clima d'incertezza rispetto all'esito della richiesta di status, è un cocktail fenomenale di fattori stressogeni che può determinare l'emergere di comportamenti aggressivi o di disturbi mentali non rintracciabili precedentemente all'ingresso nel centro. Ecco riapparire la basagliana malattia istituzionale, in questo caso generata dalla permanenza in un centro d'accoglienza aperto. Cosa potrebbe succedere se fosse a porte chiuse?

D'altro canto, pensare di gestire grossi flussi migratori esclusivamente con l'accoglienza diffusa è difficile da ipotizzare nel breve periodo. I grossi centri sono indispensabili per una prima accoglienza, perché quando sbarcano 200, 300, 400 persone contemporaneamente bisogna avere strutture recettive consone allo scopo. La strada da percorrere è quella di un'integrazione tra centri e accoglienza diffusa, come peraltro già previsto dalla normativa vigente, con ricollocamento veloce delle persone, in strutture più piccole coordinate da personale specializzato ma autogestite dagli ospiti, esattamente come nelle basagliane case famiglia.

Cosa possono fare, allora, gli psicologi, partendo dalla propria area d'influenza che è la ricerca del miglioramento della qualità della vita di tutte le persone, italiane o straniere che siano?

Focalizzare l'attenzione sui richiedenti asilo incensurati e aiutarli a integrarsi proponendo attività sembrerebbe la risposta scontata. A questo punto, però, i sostenitori della chiusura dei confini italiani, all'invasione di massa, direbbero giustamente: "Ma chi paga per tutte queste attività d'integrazione?" È indubbio, infatti, che la gestione dell'accoglienza costi miliardi di euro all'anno allo Stato Italiano. Poi continuerebbero con: "Ma se già non c'è lavoro per gli italiani, cosa faranno gli stranieri?". Risposta: "O mercato nero o start up; assunzioni a tempo indeterminato ipotizzo che siano le meno probabili".

E qui, a mio modo di vedere, entrano in gioco gli psicologi interessati a operare nel settore dell'immigrazione, con l'elaborazione di progetti di sviluppo da proporre agli enti/cooperative/associazioni religiose che gestiscono l'accoglienza in Italia. Sono attivi, infatti, dei bandi per l'accesso a contributi dedicati all'avvio di percorsi professionalizzanti per richiedenti asilo cui i diversi organi gestori possono accedere, seguendo l'iter amministrativo dei bandi europei che, è meglio ricordarlo, può essere molto articolato e complesso.

Sulla base delle informazioni di cui dispongo, condivido delle indicazioni di massima per la gestione di progetti per l'integrazione sociale e professionale di richiedenti asilo. L'esperienza di cui parlerò riguarda richiedenti asilo musulmani, ma può essere rivolta a tutti i migranti, indipendentemente dalla religione, dalla cultura e dalla lingua, perché l'accorgimento principale rimane lo stesso: calibrare l'intervento sulle persone cui è rivolto.

Una caratteristica che sembra accompagnare tutte le attività che vengono proposte è l'alto tasso di abbandono. All'inizio aderiscono in tanti ma, proseguendo nel percorso, ci sono molti ritiri, fino ad arrivare a gruppi composti solo da poche persone.

Cosa fare allora per frenare l'emorragia? Proporre argomenti interessanti per loro e modalità di realizzazione centrata sul cliente, ovvero sul richiedente asilo, che quindi bisogna conoscere.

Hanno una gestione del tempo diciamo flessibile. Pochi, infatti, arrivano in orario all'inizio degli incontri programmati. Possono aver patito la fame, quindi la priorità, ora che possono, può essere quella di andare al supermercato a prendere dei viveri, prima di venire a qualsivoglia lezione.

Sono degli astemi in uno stato che è il maggior produttore mondiale di vino. La tentazione di berne anche solo un bicchiere degenera velocemente in ubriachezza molesta. È sufficiente, infatti, una minima quantità d'alcol perché siano già molto alterati e magari dannosi per persone e cose, in quanto incapaci di controllare lo stato d'ebbrezza che non hanno mai sperimentato prima. In altre parole, il coma etilico è una conseguenza da non sottovalutare. Una formazione specifica dei mediatori su questi argomenti viene fatta solo in alcuni centri virtuosi.

Molti sono giovanissimi e molti sono giovani dentro e vecchi fuori, segnati da percosse, malnutrizione, angherie e soprusi, tragedie familiari, viaggio estenuante. Sono qui in cerca dell'Eldorado, della speranza di una vita migliore, ma non sono preparati a vivere una vita organizzata e orientata al lavoro produttivo ed efficiente. Sono tutti bambini, da questo punto di vista, vanno accompagnati nella loro crescita.

Arrivano da zone in cui le lezioni a scuola, a volte, si svolgono ancora all'aperto con gli alunni, di tutte le età seduti in cerchio, con il maestro che impugna una pertica. Alcuni sono ancora analfabeti per non aver mai avuto la possibilità di frequentare nessun tipo di scuola, nemmeno rudimentale come la precedente. Solo in qualche caso s'incontra un laureato.

D'altro canto, se fossimo noi a trovarci a lavorare ad alta quota nelle valli himalaiane degli Hunzikat, riusciremmo a sopravvivere all'addiaccio, giorno e notte, per custodire un gregge di pecore?
O se facessimo i contadini in Afganistan, riusciremmo a lavorare senza mezzi tecnologici? Forse no o forse sì, ma credo con buona probabilità che incontreremmo qualche difficoltà d'adattamento.

Per questo bisogna parlare il loro linguaggio, non tanto da un punto di vista prettamente linguistico - ci sono infatti i mediatori che svolgono la funzione di traduttori - , ma da un punto di vista concettuale e valoriale. Per farlo bisogna conoscere la loro cultura e il loro modo di approcciarsi alla vita.

Per iniziare si può leggere il Corano, testo islamico sacro ma anche manuale di vita quotidiana, che fornisce ai musulmani indicazioni pratiche su come bisogna comportarsi. Successivamente si può approfondire la conoscenza del loro sistema valoriale attraverso la lettura degli hadit - detti, insegnamenti sul buon comportamento - del profeta Mohammed (Maometto), la cui citazione è sempre accompagnata dalla definizione "pace e benedizioni su di lui".

Si passa, poi, per una fase di ascolto attivo delle loro storie a volte tragiche, a volte commoventi, incredibili e in certi casi anche simpatiche o che comunque riescono a far sorridere, sebbene a denti stretti. Molto coinvolgente è dialogare con loro bevendo una tazza di tè; in mancanza di altro, va bene anche quello che erogano le macchinette automatiche, ma molto meglio se riuscite a prepararlo con un bollitore. Ancora più contenti saranno se accetterete il tè che loro vi offriranno, senza domandarvi in che modo o dove l'abbiano cucinato.

Vanno proposte iniziative che realisticamente possano coinvolgerli perché basate su attività già conosciute in patria, presentate facendo riferimento, ove si possa, ai contenuti del Corano che molti conoscono a memoria.

L'obiettivo è inserirli nel mondo del lavoro autonomo, attraverso l'apertura di sturt up, meglio in forma associata, in ambiti per i quali abbiano dimostrato interesse e attitudine.

Figura importante per la realizzazione del progetto è quella del mediatore, che traducendo può veicolare o meno l'entusiasmo per l'iniziativa. Può avere una visione del lavoro, della gestione del tempo e delle relazioni tra colleghi e con gli ospiti molto diverse da quelle cui siamo abituati. La loro formazione a ricoprire il ruolo in modo ottimale, facendogli capire l'importanza di un lavoro ben fatto, è un fattore strategico per la riuscita di ogni progetto.

Progetto/business plan e sua realizzazione

Il primo passo da fare per avviare un'iniziativa rivolta ai richiedenti asilo è presentare un progetto/business plan dettagliato alla dirigenza dell'ente che gestisce il centro prescelto.

Come costruire un progetto/business plan efficace?
Leggere i progetti già avviati e conclusi con successo da parte della struttura cui ci si rivolge è importante. In sintesi, comunque un progetto/business plan per essere accolto deve presentare determinati punti:

  1. perché fare il progetto, quali sono i valori fondanti;
  2. quali sono gli obiettivi specifici che s'intende raggiungere e in che tempi;
  3. chi sono i destinatari e quali i risultati attesi dal loro inserimento nel progetto;
  4. modalità di realizzazione;
  5. personale coinvolto;
  6. location;
  7. analisi del contesto socio economico di riferimento;
  8. stima dei costi di gestione e possibili ritorni economici e d'immagine;
  9. valutazione periodica con stesura di un "diario di bordo" dove annotare tutte le informazioni rilevanti, ai fini di un monitoraggio delle attività, in chiave di miglioramento continuo, con stesura di relazioni semestrali;
  10. messa in evidenza dei punti chiave indispensabili per la riuscita del progetto e delle eventuali aree di criticità che potrebbero insorgere e che, quindi, vanno monitorate preventivamente.

Un progetto per l'addestramento professionale che mio marito e io abbiamo ideato seguendo le precedenti linee guida è stato accolto in via sperimentale in un centro. È in fase di svolgimento il primo anno, per cui una valutazione finale non la posso ancora esprimere, però posso condividere una valutazione di metà percorso.

La risposta dei ragazzi è stata ottima, nel senso che le 30 persone inserite nel progetto sono ancora tutte coinvolte: non c'è stato abbandono progressivo. Gli ospiti hanno dimostrato interesse ed entusiasmo per gli argomenti teorici e hanno partecipato attivamente alla parte pratica. Fin qui sembrano essere soddisfatti e contenti del lavoro in cui sono stati inseriti, sempre su base volontaria.

Contenuti, modalità pratica e gestione del tempo sono stati calibrati sulle loro caratteristiche. Ad esempio, gli incontri programmati sono sempre iniziati con un ritardo medio di 40 minuti. La puntualità è un valore e un'abitudine di comportamento da insegnare con pazienza.
Non sempre, però, la responsabilità dei ritardi era attribuibile ai ragazzi. Ci sono state occasioni in cui erano tutti presenti all'ora concordata ma mancava il mediatore/traduttore. Altre in cui il mediatore si era dimenticato di avvisarli della data e dell'ora dell'incontro, così sono stati avvisati all'ultimo istante, ovvero quando il referente dell'attività si è presentato per iniziare.

Se sui contenuti e sulle modalità del percorso rivolto ai migranti si ha spazio per decidere cosa e come fare, nella collaborazione con i mediatori le dinamiche possono essere vincolate dall'organizzazione interna al centro. Non in tutte le realtà i mediatori sono formati in modo specifico all'incarico e alle esigenze della struttura: sono stati, infatti, inseriti nel ruolo, alle dipendenze del centro, perché durante il periodo di permanenza come richiedenti asilo avevano imparato l'italiano velocemente ed erano, quindi, in grado di tradurre nella loro lingua madre, ma non hanno mai ricevuto alcuna formazione o addestramento mirati all'accoglienza. Questo può essere un problema che può minare l'intero progetto.

Indispensabili sono la conoscenza preventiva dei mediatori per valutarne necessità formative/relazionali, la formazione mirata al ruolo e ai compiti che devono svolgere, la loro supervisione da parte di un coordinatore che organizzi riunioni periodiche e sia capace di indirizzarli nel lavoro, fornendo feedback calibrati.

Se i mediatori non sono coinvolti attivamente, possono diventare un elemento discordante del sistema, rendendo difficile il prosieguo delle attività. Al contrario, possono diventare il perno su cui incardinare progetti di lunga durata.

Ho conosciuto un mediatore iraniano, ex richiedente asilo, laureato in ingegneria. Lui svolge il suo lavoro con senso del dovere e abnegazione anche per l'intera settimana, partecipando a tutti i corsi di formazione - tra cui quello di counseling - organizzati dal centro dove lavora. È una figura molto importante per lo sviluppo dei progetti perché ha a cuore la vita dei richiedenti asilo anche se non sono suoi connazionali e vorrebbe aiutarli a integrarsi. A volte capita che sia lui a rattristarsi per il loro comportamento inappropriato e controproducente. Questa sarebbe la figura del mediatore professionale tipo: preparato, orientato all'altro e dedito al lavoro.

Una ricerca del 2018 sui CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) condotta da una cooperativa sociale ha messo in evidenza tutte le problematiche che li contraddistinguono, dalla fase iniziale di emanazione della gara d'appalto - lunghissima - alla fase finale di formazione del personale coinvolto che risulta completamente inesistente. Solo per i CAS si parla di 36.000 persone da formare al ruolo. Un lavoro da progettare dalle fondamenta, con corsi mirati e gestiti da professionisti tra cui devono rientrare anche gli psicologi, con documentata esperienza nella formazione e/o nella gestione dell'immigrazione.

Rimane comunque valido il vecchio detto che "il pesce puzza sempre dalla testa", per cui se si verificano episodi di sabotaggio, calunnie o denigrazioni dell'operato dei promotori delle iniziative da parte di alcuni, bisogna indagare lo stile di leadership espresso dalla dirigenza su cui, poi intervenire - a meno di incarichi ufficiali - è molto difficile. In sintesi, un progetto di sviluppo può essere affossato dagli stessi che l'hanno voluto senza che ne siano minimamente consapevoli.
In questi casi non rimane che mantenere salda la rotta verso il raggiungimento degli obiettivi prefissati e andare avanti con quanto programmato senza far affidamento su collaborazioni interne, ma trovando soluzioni alternative in modo autonomo, ad esempio chiedendo a qualche richiedente asilo inserito nel progetto che ha già imparato l'italiano, di fare da traduttore: s'impegnerà con entusiasmo e soddisfazione.

Automotivarsi è l'unico strumento che funzioni nei progetti difficili. Uno strumento di salvaguardia personale nonché dell'intero progetto è scrivere, in modo dettagliato e preciso, tutte le attività che s'intende svolgere, le modalità e le tempistiche, gli strumenti e le strutture necessarie allo scopo, facendo firmare il documento da chi di competenza. Questo permetterà di ricordare quali erano gli accordi presi, nel caso in cui qualcuno se li dimenticasse o nel caso di contestazioni, da parte di qualcun altro.

Utopie

Risolvere il problema dell'immigrazione che sta affluendo in Europa come un fiume senza dighe è complesso e, forse, impossibile. Gestirne la portata e l'impatto, in modo pianificato e rigoroso, è ugualmente difficile ma, almeno teoricamente, percorribile. La complessità del problema richiede una strategia multifattoriale che possa contenerlo.

Dal mio punto di vista, tutte e tre le ipotesi d'intervento che seguiranno possono essere considerate utopiche singolarmente, ma un loro utilizzo integrato potrebbe migliorare la gestione complessiva dell'immigrazione, con o senza l'aiuto dell'Europa, che finora è stata latitante.

Utopia n°1: blocco dei flussi migratori.
Bloccare i flussi migratori attraverso politiche economiche di varia natura, stipulando accordi con stati come la Turchia e la Libia o altri stati africani, rallenta il fenomeno migratorio ma non lo ridimensiona, perché chiuso un percorso se ne può aprire un altro. Gli immigrati africani hanno cominciato ad attraversare Gibilterra, per approdare in Spagna o a dirigersi lungo la rotta balcanica. I telegiornali della confinante repubblica di Slovenia mostrano paesi interi in Bosnia che traboccano di migranti, in transito verso l'Europa, di nazionalità non solo afgana e pakistana ma anche tunisina, marocchina, somala ed eritrea. In altre parole, l'attuale politica italiana sull'immigrazione sta facendo da deterrente per gli sbarchi in Sicilia che sono calati drasticamente, ma non ha risolto il problema, che si è solo spostato altrove. D'altro canto, se gli ingressi in Spagna e in Grecia hanno superato quelli in Italia, è anche vero che si teme l'intensificazione degli arrivi attraverso la rotta balcanica, così il Friuli Venezia Giulia ha potenziato i controlli ai confini orientali aumentando il numero di personale delle forze dell'ordine che li pattugliano. Sono coinvolti la Polizia di frontiera, stradale, ferroviaria, reparto prevenzione crimine e la squadra mobile di Padova. Si avvarranno di moderne tecnologie per monitorare la circolazione stradale con lettura automatica delle targhe e controlli rapidi nella banca dati del Ministero dell'Interno (ANSA, 23 agosto 2018).

Non far sbarcare le persone nei porti o respingerle al confine è un atto intimidatorio che può anche in questo caso rallentare gli arrivi e dare un segnale chiaro che la pazienza dello Stato accogliente si sta esaurendo assieme alle risorse economiche per affrontare l'emergenza. Ma se l'acqua non riesce a passare da una parte, sfonderà da un'altra per arrivare in Europa e, forse, allora gli altri Stati membri decideranno di affrontare il problema nel suo complesso.

Qualcosa si è mosso il 12 settembre 2018, quando il presidente della Commissione europea J. C. Juncker ha annunciato di volere una polizia di frontiera con 10.000 uomini entro il 2020 a controllo dei confini esterni. Ha dichiarato, inoltre, di voler creare un'agenzia europea per l'asilo, rafforzando l'agenzia Frontex che coordina e gestisce le attività delle guardie costiere dell'unione, trasferendo competenze dai governi nazionali a Bruxelles. Ha proposto una direttiva sui rimpatri che prevede fino a 3 mesi di reclusione per gli immigrati irregolari. Ha caldeggiato un intervento europeo in Africa, con nuovi investimenti per creare posti di lavoro e incentivare la popolazione a non lasciare il proprio paese, prevedendo addirittura 10 milioni di posti di lavoro nei prossimi 5 anni. Ha proposto di trasformare gli accordi commerciali, già in vigore tra Europa e Africa, in un trattato di libero scambio. Vedremo cosa succederà.

Utopia n°2: rimpatrio dei clandestini privi della protezione internazionale.
Da un punto di vista prettamente giuridico, questa soluzione è corretta perché chi non ha il diritto alla protezione internazionale significa che non sta scappando da guerre o soprusi ma che viaggia solo per interessi economici, quindi è entrato in Europa in modo illegale, non richiedendo il visto d'ingresso per lavoro o studio, e pertanto deve tornare a casa.

L'attuale linea governativa prevede un riconoscimento dei migranti già sulle navi che li hanno raccolti in mare, in modo da accelerare la procedura e rimpatriare immediatamente chi non ha diritto d'asilo, senza nemmeno effettuare lo sbarco sul territorio nazionale.

La procedura di rimpatrio, però, non è così semplice e immediata in tutti i casi. Devono essere, infatti, stipulati accordi con gli Stati di provenienza. Questo significa che un determinato paese deve riconoscere una persona come suo cittadino, ma questo a volte non avviene perché gli immigrati danno generalità false, non rintracciabili. Conseguentemente, i vari stati interpellati non ne riconoscono la nazionalità, come già descritto precedentemente. In questa circostanza l'immigrato non può essere rimpatriato.

Nei casi in cui siano stati stipulati accordi per il rimpatrio, bisogna rispettare le intese concordate che, ad esempio, possono essere l'utilizzo di velivoli della compagnia di bandiera dello stato del migrante. Nessun volo charter dall'Italia, ma biglietto - a volte anche di prima classe - su un aereo di linea, con conseguente aumento dei costi.

E poi ci sono anche le complicazioni fortuite. È un caso verificatosi proprio a settembre 2018 che un gruppo di 15 tunisini accompagnati dalle forze dell'ordine all'aeroporto romano di Fiumicino per il rimpatrio con volo charter, non siano potuti partire per un guasto al velivolo. Così, solamente due migranti sono stati reinseriti in un CIE che aveva ancora disponibilità, mentre gli altri, essendo il loro posto occupato da nuovi migranti in attesa di rimpatrio, sono stati lasciti liberi su territorio italiano, con il già citato foglio di via.

I costi stimati per il rimpatrio degli attuali 500.000 clandestini ammonterebbe a circa 3 miliardi di euro, in media 5.650 euro a testa ma, in realtà, i costi variano dai 4 ai 10 mila euro a migrante.

Credo che anche se azzerassimo il computo odierno di clandestini, ce ne sarebbero sempre di nuovi a rimpinguarlo. È un strada da seguire con la dovuta consapevolezza che stiamo solo togliendo una goccia dal mare. Ha comunque valore come deterrente per i migranti irregolari.

Utopia n°3: sviluppo di centri d'accoglienza economicamente autosufficienti.
Questa può sembrare l'utopia più grande e pertanto la meno perseguibile, ma vediamo se è effettivamente così.

Ipotizzando che i flussi migratori potranno essere contenuti ma non annullati, quantomeno nel medio periodo, nel prossimo decennio ci troveremo a gestire un numero consistente di nuovi cittadini naturalizzati europei, sarebbe auspicabile avessero un lavoro piuttosto che gravassero sulle casse dello stato sociale.

Chiamerò nuovamente in causa Basaglia e il suo approccio gestionale ai malati di mente. Il processo terapeutico si basava sul passaggio degli internati dall'ospedale psichiatrico a case alloggio o case famiglia, dove più persone accomunate da una condizione mentale simile vivevano assieme, con la supervisione dell'equipe medica che Basaglia aveva posto a fondamento del suo nuovo modo di concepire la cura psichiatrica. Nell'equipe c'erano lo psichiatra, lo psicologo, l'assistente sociale e gli infermieri specializzati. Un gruppo multi - professionale che, integrando le proprie competenze, aiutava i malati a reinserirsi nella società che li aveva espulsi, attraverso il recupero delle abilità di base e della capacità lavorativa.
Sono stati creati, così, laboratori per la lavorazione del legno, di sartoria, di ceramica, sviluppate attività di agricoltura, floricoltura, servizi di pulizie, traslochi, giardinaggio. I prodotti e i servizi offerti venivano remunerati e i malati ottenevano, quindi, un compenso per il loro lavoro che li faceva sentire utili e apprezzati. In una fase successiva, il lavoro viene organizzato in cooperative, dove trovano impiego sia persone affette da disturbo mentale sia persone sane.

Sono dell'avviso che lo stesso modello funzionale possa essere applicato alla gestione degli SPRAR (sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati) ma anche dei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) dei CARA (Centri Accoglienza Richiedenti Ssilo) di piccole e medie dimensioni.

Come passare dall'attuale gestione assistenziale a una gestione orientata alla copertura autonoma dei costi, con realizzazione di profitti da suddividere tra ente gestore e rifugiati impegnati nell'attività lavorativa?

  1. Trasformare i centri d'accoglienza in centri di lavoro e incubatori per start up, considerando i costi iniziali di gestione come investimenti che rientreranno negli anni successivi, con l'avvio di attività commerciali. Questi costi lo Stato li sostiene già per la gestione ordinaria e straordinaria dell'immigrazione, solo non finalizzata a un ritorno economico.
  2. Selezionare direttori competenti, in base ai curricula che ne comprovino l'esperienza e prove valutative di varia natura per titoli ed esami. Dato che si tratta di un'utopia, vagheggio l'idea di come dovrebbe essere l'ardito pioniere della "nuova accoglienza": dovrebbe avere il senso dell'umanità di Basaglia e le capacità manageriali di Marchionne, sfortunatamente entrambi prematuramente deceduti.
  3. Creare equipe professionali con persone selezionate attentamente per la copertura del ruolo e capaci di avviare progetti coordinati e calibrati sui richiedenti asilo loro assegnati.
  4. Avviare una formazione specifica dei membri dell'equipe alla gestione degli immigrati e alla conduzione di centri d'accoglienza che, da esclusivi centri di costo, diventano centri produttivi. Molte persone assunte potrebbero essere italiani in cerca d'occupazione. Nei CAS operano già 36.000 persone, per la maggior parte di nazionalità italiana.
  5. Creare l'equipe multi-disciplinare. Psichiatri, psicologi, assistenti sociali, mediatori e operatori sono figure professionali che già si occupano della gestione degli immigrati ma non lavorano effettivamente in squadra, nemmeno nei casi in cui siano assegnati alla stessa struttura di accoglienza, salvo virtuose eccezioni.
  6. Creare case famiglia e case alloggio coordinate da operatori e mediatori dove ciascun ospite sia responsabile di determinati lavori domestici.
  7. Trovare strutture che consentano di aprire laboratori di falegnameria, artigianato, sartoria, cucina, ma anche spazi per l'agricoltura e l'apicoltura o quant'altro possa permettere un'integrazione lavorativa dell'ospite come, ad esempio, la possibilità di produrre tappeti fatti a mano in Italia: potrebbero essere i primi tappeti persiani made in Italy, secondo me un brand vincente.
  8. Adottare un metodo di lavoro organizzato e soggetto a valutazione periodica, progressiva con ripianificazione degli obiettivi sociali e monetari nonché dei metodi di lavoro, in base ai risultati riscontrati.
  9. Sfruttare meglio e al meglio i bandi europei che finanziano progetti d'integrazione lavorativa degli immigrati.
  10. Successivamente all'ottenimento dello status di rifugiato, accompagnare gli immigrati nell'apertura di startup nel settore in cui hanno fatto esperienza professionale, durante il periodo dell'accoglienza e dello SPRAR.
  11. Se il progetto evolve positivamente, si può estendere la partecipazione alle attività proposte agli immigrati anche ai disoccupati italiani.
  12. Peculiarità dei centri di lavoro dovrebbe essere la possibilità per i richiedenti asilo e anche per i disoccupati italiani di usufruire delle attrezzature e degli spazi condivisi per fare esperienza professionale e iniziare un'attività imprenditoriale da svolgere, successivamente, in forma autonoma, dopo aver trovato un canale per i finanziamenti. Il centro di accoglienza diventerebbe, così, un incubatore di idee professionali.
Conclusioni

Il continuo parallelismo con l'approccio basagliano non vuole paragonare i richiedenti asilo ai malati mentali. Molti, nonostante ciò che hanno vissuto, mantengono un equilibrio positivo; altri, dopo un periodo di permanenza in un centro, cominciano a manifestare segni prima di disagio psicologico e, poi, di malattia mentale, ma sono solo una parte.

L'attenzione è da rivolgersi al modello basagliano come best practice da riproporre in altri contesti similari ma non coincidenti, dove comunque possano esserne applicate con successo le peculiarità operative:

L'utilizzo sinergico degli strumenti a disposizione garantiti dalle vecchie normative e da quelle che verranno farà da deterrente all'arrivo massiccio di nuovi immigrati, contenendone il numero. L'individuazione restrittiva degli aventi diritto d'asilo, infatti, consentirà di gestire numeri ridotti di persone, mentre il rimpatrio progressivo e costante degli irregolari manterrà sul suolo italiano solo gli immigrati veramente bisognosi d'essere inseriti in programmi di sviluppo. Questi progetti dovranno mirare alla loro professionalizzazione.

Durante il periodo dell'accoglienza, quando risultano ancora richiedenti asilo, andrà prevista una fase di addestramento lavorativo, fornendo strutture e formazione teorica e pratica per produrre e commercializzare prodotti/servizi. Saranno inseriti come volontari regolarmente iscritti a un'associazione che li coordina e si occupa delle pratiche burocratiche e assicurative. Le attività in cui saranno coinvolti dovranno avere un ritorno economico, anche per il centro che le organizza, quindi bisogna progettare centri operativi nei settori agricolo, artigianale, dei servizi alla persona, dei servizi generali - traslochi, tinteggiatura, manutenzione. I migranti con titolo di studio elevato ed esperienza lavorativa specializzata dovranno seguire percorsi individualizzati, partendo da un bilancio delle loro competenze.

Successivamente, coloro che otterranno lo status di rifugiato saranno inseriti nella fase di accompagnamento all'avvio di startup, che ha l'obiettivo di rendere le persone autonome nella commercializzazione, anche con i loro paesi d'origine, dei prodotti/servizi in cui hanno fatto esperienza precedentemente. A questa seconda fase, rimanendo gli esiti delle richieste d'asilo similari a quelli del 2017, accederebbe solo il 50 per cento circa dei richiedenti asilo inseriti nella prima fase di professionalizzazione, per i quali dovranno essere trovati canali di finanziamento attraverso bandi europei.
Se il Presidente della Commissione Europea dichiara di voler creare dieci milioni di posti di lavoro in Africa in cinque anni, noi possiamo almeno ipotizzare di strutturare una rete virtuosa di scambi commerciali con i paesi da cui gli immigrati scappano nei prossimi dieci?

Integrare umanità ed economia è la sfida di quest'epoca di migrazioni di massa. Tuttavia, gli uomini si sono sempre spostati, alla ricerca di una condizione di vita migliore, non è una novità. Il respingimento ai confini è, dunque, irrealizzabile, in base a tutte le leggi che si possano chiamare in causa e, soprattutto, in base all'etica umana. L'accoglienza senza controlli porterebbe al collasso del sistema europeo dal punto di vista sociale ed economico. L'assistenzialismo sociale di stato è, infatti, oneroso da mantenere e se continuassimo ad ampliare il numero degli aventi diritto, in modo indiscriminato, i conti economici già vacillanti avrebbero ancora maggiori problemi di tenuta finanziaria.

Una gestione dell'immigrazione pianificata sul lungo periodo che, finalmente, si stacchi dalla politica emergenziale adottata finora, probabilmente sarà l'elemento caratterizzante della vita futura. Dovremo convivere con un continuo flusso di migranti che credo potrà solo essere contenuto ma non annullato e, pertanto, sarà più proficuo organizzare il percorso di vita dei rifugiati, in modo costruttivo per tutta la nostra società che, invariabilmente, diventerà sempre più multietnica.

Uniamo la sicurezza al rispetto, la giustizia all'accoglienza, l'etica all'economia, la creatività italiana al pragmatismo tedesco e potremmo dire di aver provato veramente a gestire efficacemente l'immigrazione; se ci saremo riusciti, ce lo diranno i nostri nipoti.

Bibliografia
Sitografia
Commenti: 1
1
Luigi - ore 15:34 del 07 Novembre 2018
Sono un operatore di un centro d'accoglienza. Credo che se si riuscisse a far partire un progetto di valorizzazione dei richiedenti asilo come quello descritto nell'articolo, la vita nei centri migliorerebbe sia per loro che per i dipendenti spesso abbandonati a se stessi come i profughi, con cui condividiamo ogni giorno una soffocante e malsana realtà!

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L'articolo «Gestione migranti: una nuova accoglienza» è stato pubblicato nel N° 151 della Newsletter.

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