A cura di: Dott.ssa Valentina Zappa
In questo articolo descriviamo il figlicidio attraverso tre esempi (2 al femminile ed infine 1 al maschile) e cerchiamo di rapportare gli esempi con il mito di Medea.
Secondo indagini psicologiche/criminologiche la maggior parte dei figlicidi, ossia l'uccisione da parte di un genitore del proprio figlio quando la vittima ha più di un anno, sono stati commessi più frequentemente da madri con un certo tipo di caratteristiche o che nella storia della propria vita hanno vissuto esperienze particolari:
In criminologia esso si distingue dal neonaticidio, che avviene nell'immediatezza della nascita, e dall'infanticidio, che avviene entro il primo anno di età del bambino.
Negli esempi citati sopra volutamente non è stata presa in considerazione la conflittualità con il partner, per poterla
trattare in modo più compiuto in questo secondo paragrafo.
Già il medico, antropologo, sociologo, filosofo e giurista italiano - nonché padre della moderna criminologia - Cesare
Lombroso e lo storico scrittore italiano Guglielmo Ferrero (1927) facevano cenno al "bisogno di vendicarsi sul bambino del
marito infedele" da parte delle mogli, e anche lo psichiatra forense canadese Philip Resnick (1969) parlava di "vendetta del
coniuge", ossia l'aggressività veniva spostata dal reale oggetto di risentimento (il marito) verso il figlio, che rappresentava
il frutto di tale unione.
Quindi, ancora una volta, a fare le spese dei complicati rapporti tra adulti sono i bambini ed è il caso della Sindrome di Medea.
Medea nella mitologia greca era esperta in arti magiche ed era figlia di Eete, re della Colchide, custode del Vello d'oro. Quando arrivarono
gli Argonauti, presa dall'amore per Giasone lo aiutò a conquistare il vello d'oro, uccidendo il proprio fratello; dopo il tradimento
alla patria e la perfidia verso la sua famiglia, fuggì con Giasone e visse con lui pacificamente, finch´ il re greco Creonte
propose di dare la propria figlia in sposa a Giasone, il quale accettò.
A questo punto Medea, oltre a Creonte e sua figlia, uccise anche tutti i propri figli avuti con l'eroe greco per vendicarsi del suo tradimento;
da qui l'immagine di Medea associata al figlicidio per vendetta contro il coniuge.
La psicoanalisi interpreta questo gesto come il voler "amputare" Giasone, poiché i figli erano una parte sua e il voler imporre da parte
di Medea il totale possesso su di loro: "io li ho partoriti, io ho il diritto di ucciderli".
Resnick definisce questo omicidio "un attentato deliberatamente concepito per far soffrire il proprio coniuge"; lo Psichiatra inglese P. T. D'Orban delinea madri che uccidono i figli per rivalsa, descrivendo la presenza di situazioni vacillanti e conflittuali con il coniuge; il Direttore del Dipartimento di Psichiatria Forense dell'Università Saint Louis del Missouri Alan R. Felthous riprende il pensiero di Resnick secondo cui, in questi casi, l'aggressività viene spostata sul figlio, il quale rappresenta la personificazione tangibile della fonte della propria sofferenza, ma anche un antagonista meno temibile rispetto all'adulto; il Criminologo e Psichiatra forense Italiano Roberto Catanesi e il Criminologo G. Troccoli, infine, commentano questo "tipo" di figlicidio, dichiarando che "il bambino viene utilizzato come un vero e proprio strumento, con la finalità di creare sofferenza o attirare attenzione da parte di chi è il vero oggetto della propria ostilità" e solitamente l'azione è preceduta da un evento che funge da fattore scatenante (ad esempio un'ennesima lite con il partner).
Passiamo ora a descrivere brevemente i 2 casi di figlicidio da parte di madre.
Questi due casi sono stati presi da articoli di cronaca e vengono qui riportati come sono stati descritti negli articoli di giornale.
Non è importante focalizzarsi sull'esatta diagnosi clinica, ma cercare di capire le eventuali congruenze con il mito di Medea.
Una madre ha ucciso, soffocandola, la propria bambina di un anno e mezzo; quando sono arrivati gli agenti poco dopo il delitto, la donna
era sotto shock e le sue uniche parole erano state "la bambina era in preda ad una crisi di tosse... con mio marito la situazione è
difficile".
Una volta in ospedale, le diagnosticano uno stato di Psicosi acuta
(*)
e i sanitari riferiscono di come fosse terrorizzata dal fatto che il marito potesse portarle via la figlia. I conflitti in famiglia con episodi
di violenza erano all'ordine del giorno, tanto che la donna aveva già precedentemente presentato un esposto contro la condotta del marito
nei suoi confronti e nei confronti della propria figlia; il marito, a sua volta, la aveva querelata per lesioni (gli aveva fratturato il naso)
e si era dichiarato esasperato dalla sua gelosia.
Poche ore dopo il fatto la donna dichiarò di aver ucciso la bambina perché non voleva che soffrisse. Al colloquio con gli
specialisti si identificò un delirio di persecuzione, all'interno del quale vi era un complotto tra marito, suocera, cognato e vicini
di casa mirato a farla impazzire o addirittura ad uccidere sia lei che la figlia.
A questo si aggiungeva un altro delirio per il quale il destino della figlia sarebbe stato quello di replicare la sua vita infelice e sfortunata
e, pertanto, l'unica soluzione per far evitare alla propria bambina simili disgrazie sarebbe stata la morte.
La donna, dopo un litigio con il convivente, perdeva il controllo e lanciava dalla finestra la figlia di quasi due anni.
Una volta giunta la polizia dopo l'accaduto, la donna, essendo sudamericana, riferì di essere stata minacciata più volte dal
compagno di volerla far espellere dal paese e tenersi la bambina; quella mattina egli avrebbe voluto portare la bambina a lavoro con sé
e, al suo rifiuto, era iniziata una lite che aveva portato all'uccisione della piccola: se non fosse potuta rimanere con lei, non sarebbe
nemmeno rimasta insieme al padre.
Al colloquio si dimostrò disponibile, presentando saldezza emotiva, forza del carattere, autonomia, poca vulnerabilità alle
emozioni, portando i sanitari ad escludere qualsiasi patologia mentale.
In questo caso, i giornali raccontano che il raptus era stato dovuto alla travolgente paura di perdere la propria figlia (unico oggetto del
suo affetto, poiché i rapporti con l'uomo erano già tesi da tempo), non rendendosi conto, in quel momento, di perderla
realmente per sempre.
I casi esposti hanno molte analogie con il mito di Medea, sia per i dissapori tra i partner che per l'utilizzo del proprio figlio come
mezzo per nuocere all'altro; è anche evidente il senso di onnipotenza materna, per cui la madre si erge come giudice di vita e di morte
per la propria "creatura" e la volontà di estromettere il padre per avere il possesso totale sui figli.
C'è però una grande differenza tra i due casi citati: mentre nel primo caso alla madre venne assegnata una chiara diagnosi
psichiatrica, nel secondo sembrerebbe di no e questo è qualcosa che lascia ancora più amareggiati, perché quando una
madre compie tali gesti si è sempre portati a credere che sia per forza "qualcosa di patologico".
Nonostante ogni situazione sia totalmente diversa dall'altra, i disturbi più frequenti da cui risultano affette tali madri sono appunto disturbi psicotici, disturbi dell'umore (depressione), dipendenza da sostanze, disturbi della personalità, accompagnati da una condizione di instabilità familiare e dalla mancanza di un supporto emotivo.
Anche se con meno frequenza, esistono padri che tolgono la vita ai propri figli per una ritorsione nei confronti delle mogli. Anche in loro sono presenti gli analoghi sentimenti di vendetta, di onnipotenza, di incapacità nel rispettare il bambino come persona, usandolo come "arma".
Riporto l'esempio di un padre che chiamava ambulanza e polizia, dichiarando che il proprio figlio di 10 anni durante la notte si era gettato
dalla finestra della sua abitazione. Informava che si era separato dalla moglie qualche mese prima e che, nel corso della sera, aveva rimproverato
il ragazzino di riferire troppe cose - che lui gli diceva in confidenza - alla madre.
Cinque mesi dopo l'accaduto l'uomo, a causa del rimorso che lo opprimeva, si presentava davanti al Pubblico Ministero confessando l'omicidio
del figlio. Spiegava di aver compiuto questo gesto perché la moglie cercava di allontanare il figlio da lui e il bambino stava diventando,
"come tutti gli uomini", un pupo nelle mani di sua madre; da una parte voleva far sì che crescendo il figlio non soffrisse come
lui e dall'altra punire la sua ex moglie. Aveva pensato di uccidere la moglie, ma non voleva finire in prigione e non voleva che il figlio
andasse in un Istituto.
Parlando con la Psicologa emerse che in realtà circa due mesi prima della tragedia aveva iniziato una cura per la depressione che lo
aveva colpito dopo la separazione, ma egli l'aveva interrotta di sua iniziativa, proprio pochi giorni prima di avere il figlio con sé,
poiché sosteneva di non averne necessità.
In effetti la depressione psicotica (*) è tra le patologie più frequentemente citate dagli Autori che si occupano di questo tema. Solitamente è seguita dal suicidio del genitore stesso, che vuole sottrarre anche il proprio figlio dalle atrocità del mondo. In questo caso il padre "omicida" si considera "una mosca bianca" poiché ha avuto il coraggio di rimanere in vita e confessare invece di "sparire" ammazzando anche se stesso.
Le "Medea" dei giorni nostri cercano di autoconvincersi e di far credere agli altri di commettere il figlicidio per "altruismo", per "estremo
atto d'amore", sottraendo i propri bambini ad ogni sofferenza e proteggendoli da un futuro di infelicità.
In realtà l'atto è puramente egoistico, in quanto, in questo caso, l'eliminazione del proprio figlio avviene per non condividere
o lasciare ad altri qualcosa che considera suo; non vedono il bambino come un individuo a sé stante, ma come un prolungamento della
propria persona, la quale può deciderne vita e morte e utilizzarlo come strumento per nuocere e produrre disperazione nel proprio consorte.
Oltre a "Medea" c'è un altro mito ancora più cruento che parla di una situazione analoga: Ovidio nelle Metamorfosi racconta che Tereo, re della Tracia, ebbe in moglie Procne, figlia del re di Atene, che però in quella terra di barbari soffriva e chiese la compagnia della sorella Filomena. Il marito la accontentò, ma durante il viaggio per portare Filomena dalla propria consorte venne colto da passione e la violentò, per poi reciderle la lingua. Anche se Filomena non poteva più parlare, trovò il modo di raccontare tutto alla sorella, tramite un ricamo in cui rappresentò la vicenda. Procne si vendicò del marito uccidendo il proprio figlio e dandoglielo in pasto.
È vero che i miti rappresentano eventi eccezionali, ma la frequenza nella ricorrenza di tali temi fa pensare che eventi del genere
accadessero più spesso di quanto pensiamo.
Anche se azioni simili sono sempre esistite, non per questo vanno accettate con pessimismo rinunciatario o bisogna desistere dal combatterle,
senza impegnarsi per porvi rimedio.
L'Istituto di Medicina Legale di Milano tra il 1928 e 1990 ha registrato 40 casi di figlicidi compiuti da parte delle madri e dagli studi
effettuati dagli psicoanalisti Glauco Carloni e Daniela Nobili e dalla psicologa Gallina Fiorentini la conflittualità tra partner
risulta essere la causa più frequente. L'instaurarsi di rapporti patologici, conflitti affettivi, sentimenti di gelosia, odio, vendetta,
l'incapacità di accettare l'abbandono, le controversie per l'affidamento dei figli, sono tutti fattori che possono portare alla
inattivazione delle capacità inibitorie a causa del grave turbamento affettivo, che conseguentemente può giungere a commettere
tragedie.
Non è facile riuscire a capire quando queste condizioni possono arrivare a sfociare nell'uccisione del figlio, ma ciò che ognuno può fare è ascoltare, porre attenzione allo stato emotivo altrui; sia i familiari che, soprattutto, i sanitari (medici di base, pediatri, ecc.) dovrebbero ricevere un'adeguata formazione professionale anche dal punto di vista psicologico, per potere, nel caso sospettassero qualcosa o vedessero una madre particolarmente stressata, approfondire le cause, donando un supporto empatico e consigliando terapie psicologiche di coppia o individuali.

L'articolo «Il complesso di Medea: figlicidio al femminile e al maschile» è stato pubblicato nel N° 140 della Newsletter.
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